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Faccio conoscere a Pandora cos’ e l’ anno

Dopo aver spiegato a Pandora cos’ e la settimana e tutto quello che c’ era da sapere sulla settimana , gli dissi – come ti avevo detto prima , adesso ti spiego l’ anno e Pandora disse – ok . Dopo iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sull’ anno – Un anno indica un periodo di tempo pari a quello impiegato dalla Terra per completare la sua orbita attorno al Sole. Un anno è diviso in 365 giorni, ma poiché la Terra completa la sua orbita in un tempo leggermente superiore si è reso necessario introdurre degli anni bisestili composti da 366 giorni, per correggere la discrepanza.

 

Per estensione il termine anno si applica al periodo orbitale di qualsiasi pianeta, nel qual caso anno viene fatto seguire da un aggettivo (come in anno marziano). Già nel II secolo a.C. Ipparco di Nicea (astronomo e matematico greco) calcolò la durata dell’anno pari a 365 giorni, 6 ore, 55 minuti e 12 secondi. Un risultato sorprendente, se teniamo conto dei mezzi di cui disponeva all’epoca.

Il calendario normalmente cerca di adeguarsi all’anno tropico, poiché le stagioni sono determinate da questo tipo di anno. Per ragioni pratiche l’anno del calendario è composto da un numero intero di giorni. Nel calendario attualmente in uso della società occidentale, il calendario gregoriano, gli anni hanno 365 giorni. Allo scopo di tenerlo sincronizzato con l’anno tropico, ogni quattro anni il calendario conta 366 giorni.

La principale eccezione al calendario gregoriano è il calendario islamico, un calendario lunare senza anni bisestili, nel quale le ricorrenze si spostano attraverso le stagioni.

In astronomia, vengono definiti diversi tipi di anno:

Definisce il periodo in cui la Terra completa una rivoluzione della propria orbita, misurata relativamente a un insieme di punti di riferimento (come le stelle fisse). La sua durata media è di 365,256363051 giorni (365 d 6 h 9 min 10 s). La reale durata dell’anno varia, in quanto il movimento della Terra è influenzato dalla gravità della Luna e degli altri pianeti.

Il periodo in cui la Terra completa una rivoluzione, con riferimento alla struttura formata dall’intersezione tra l’eclittica (il piano su cui orbita la Terra) e il piano dell’equatore (il piano perpendicolare all’asse di rotazione della Terra). A causa della precessione degli equinozi, questa struttura arretra leggermente lungo l’eclittica, rispetto alle stelle fisse. Come conseguenza, l’anno tropico è leggermente più breve di quello siderale. La sua durata media corrisponde a 365,24218967 giorni (365 d 5 h 48 min 45 s).

Il periodo in cui la Terra completa una rivoluzione della sua orbita con rispetto ai suoi apsidi. L’orbita terrestre è ellittica; i punti estremi dell’ellisse, chiamati apsidi, sono:

 il perielio, dove la Terra è più vicina al Sole (attorno al 2 gennaio)

 l’afelio, quando la Terra è più lontana dal Sole (attorno al 2 luglio).

A causa dell’interferenza gravitazionale degli altri pianeti, la forma e l’orientamento dell’orbita non sono fissi, e gli apsidi si spostano lentamente rispetto ai punti di riferimento. Per questo, l’anno anomalo è leggermente più lungo dell’anno siderale. In media 365,259635864 giorni (365 d 6 h 13 min 52 s).

Il periodo impiegato dal Sole(come viene visto dalla Terra) per completare una rivoluzione con riferimento a un nodo lunare, dell’orbita della Luna (il punto in cui l’orbita lunare interseca l’eclittica). Questo periodo è associato con le eclissi: avviene solo quando sia il Sole che la Luna sono vicini a uno di questi nodi; quindi le eclissi avvengono entro circa un mese ogni mezzo anno eclittico. Ci sono quindi due stagioni eclittiche ogni anno. La durata media dell’anno eclittico è di 346,620 075 883 giorni.

Similarmente all’anno eclittico, viene definito un periodo in cui il Sole (come viene visto dalla Terra) completa una rivoluzione con riferimento al perigeo dell’orbita lunare. Questo periodo, poco citato nella letteratura astronomica, è associato con la dimensione apparente della Luna piena, e anche con la durata variabile del mese sinodico. La durata di questo periodo è di 411,78443029 giorni (411 giorni 18 ore 49 min 34 s).

Dura 365,2568983 giorni, ed è derivato dalla “costante gravitazionale gaussiana” che viene espressa in unità del sistema solare.

Base del calendario giuliano aveva una durata di 365,25 giorni

L’anno besseliano: è un anno tropico che inizia quando il Sole raggiunge la longitudine ellittica di 280°. Tale longitudine viene sempre raggiunta attorno al 1º gennaio. Prende il nome dall’astronomo e matematico del XIX secolo Friedrich Bessel.

Sebbene non ci sia un simbolo ufficiale nel SI, NIST SP811[11] e ISO 80000-3:2006 propongono il simbolo a, con i multipli ka, Ma, Ga, rispettivamente per 10³, 106, 109 anni. Nel SI a significa ara, ma si ritiene che ci sia sufficiente distanza semantica per evitare confusione. In ogni caso l’uso delle abbreviazioni inglesi kya, mya, gya è fortemente sconsigliato nella geofisica moderna.

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Faccio conoscere a Pandora cos’ e la settimana

Dopo aver spiegato a Pandora del mese , gli dissi – adesso ti spiego la settimana e poi ti spiego cos’ e l’ anno e Pandora disse – ok , avanti spiega . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla settimana – La settimana come periodo di tempo ciclico, regolare e costante di sette giorni dipende dal calendario lunisolare, essendo l’unità cronologica minima, una singola fase lunare delle quattro principali mensili, nell’interazione fra questi due corpi celesti. Ha una valenza sacra in tutta l’area mesopotamica, culla anche della cultura ebraica e del suo calendario in cui la settimana risulta una delle istituzioni più antiche. L’osservanza del sabato (il settimo giorno) e la cadenza settimanale sono accertate solo dopo l’esilio da Gerusalemme cui gli ebrei furono costretti dalla conquista babilonese del 586 a.C., ma probabilmente l’uso preesisteva da molto. La settimana e l’osservanza del sabato come giorno di riposo da consacrare a Dio, si fondano sulla Bibbia (Genesi) e sui comandamenti («Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»: Esodo 20, 8).

La settimana entrò anche nella pratica dei caldei, ma, come era tipico della loro cultura, con una lettura astrologica. I caldei associarono ogni ora del giorno ad un pianeta, che ne determina la qualità; così l’associazione ad un certo pianeta rende un’ora adatta alla preghiera ed al culto, altri pianeti sovrintendono agli affari, ai sentimenti, eccetera. La vita dei seguaci si profilava un po’ complicata vista la rapida successione di diverse possibili attività col trascorrere delle ore.

I pianeti, cioè i corpi luminosi che si muovono nel cielo delle stelle fisse (dal greco πλανασθαι, che significa vagare), sono, per l’astronomia antica,

 Saturno

 Giove

 Marte

 Sole

 Venere

 Mercurio

 Luna

questi nomi sono di origine latina e sono i corrispondenti romani di quelli greci. Anche l’ordine è quello in uso tra gli astronomi di epoca ellenistica, e corrisponde all’ordine dei periodi orbitali o delle distanze dalla Terra decrescenti, definiti ad Alessandria d’Egitto probabilmente nel II secolo a.C. Notiamo che Saturno è padre di Giove e Giove è padre di Apollo (cui è associato il Sole), di Venere e di Mercurio. Un ruolo a parte ha la Luna nell’Olimpo greco (Selene) e romano.

Il pianeta che governa la prima ora è per i caldei il pianeta dominante della giornata e ne caratterizza la qualità; il giorno prende nome da questo pianeta.

Dalla successione dei pianeti delle prime ore otteniamo la successione dei giorni della settimana. Se la prima ora di oggi è associata alla Luna vuol dire che oggi è lunedì; scorrendo le 24 ore e la corrispondente serie di pianeti si vede che la prima ora di domani è associata a Marte; quindi domani è martedì e così via. Più semplicemente l’ordine della sequenza dei giorni della settimana si ottiene percorrendo i lati della stella a sette punte della figura qui sotto riportata nel senso indicato dalla freccia.

Dai caldei attraverso i greci i nomi dei giorni della settimana sono arrivati ai romani nella forma latina seguente:

 dies Saturni

 dies Solis

 dies Lunae

 dies Martis

 dies Mercurii

 dies Iovis

 dies Veneris

 Il calendario settimanale si diffuse a Roma e in tutto l’Impero; fu il suo valore astrologico a decretarne il successo e a farne una istituzione del calendario: nel I secolo a.C. era già introdotto a Roma; certamente lo era dopo la conquista dell’Egitto ad opera di Augusto (30 a.C.) se non prima.

Ai tempi della Repubblica i Romani usavano un ciclo di 8 giorni detto nundinum che significa (periodo) di nove giorni, soprattutto ad uso dei mercati: i calendari romani portavano l’indicazione del giorno delle nundinae con una lettera (A-H) che accompagnava tutti i giorni dell’anno. Le nundinae sono state in uso fino al II secolo a.C., poi soppiantate dalla settimana.

I primi cristiani erano di origine ebraica, usavano la settimana ebraica e onoravano il sabato. Il graduale allontanamento dall’originale matrice ebraica che caratterizzò lo sviluppo del cristianesimo antico, si manifestò in molti modi e anche nella liturgia festiva. Il giorno sacro è quello nel quale Cristo è risorto e questo secondo i vangeli è avvenuto in un giorno successivo al sabato; di qui la decisione di rendere festivo il giorno successivo al sabato, cioè il dies Solis che divenne dies Domini.

I cristiani mantennero l’uso della settimana, anche per loro un istituto divino, ma cambiarono il giorno dedicato al Signore e successivamente proibirono (sinodo di Laodicea, 360 circa) di celebrare il sabato.

La settimana ebraica si trasferì dunque con le variazioni citate in quella cristiana, che a Roma si fuse con quella astrologica. L’astrologia si era diffusa nell’Impero romano prima e più velocemente del cristianesimo, e quando la Chiesa conquistò la supremazia religiosa nell’Impero (inizio del IV secolo) l’uso era ormai molto ben radicato. I cristiani cercarono di imporre nuovi nomi in sostituzione della terminologia pagana ma non riuscirono a cambiare una tradizione popolare ormai consolidata. Vi riuscirono invece i cristiani ortodossi, che mantennero una nomenclatura simile a quella ebraica.

Ai margini dell’Impero, ad esempio in Britannia e Germania, la diffusione del cristianesimo avvenne più tardi, e qui i nomi astrologici sopravvissero: né il sabato, né la domenica sono entrati nell’uso. I popoli sassoni e nordici hanno tradotto i nomi delle divinità latine nei corrispondenti locali:

 Marte in Týr,

 Mercurio in Woden – Odino,

 Giove in Thor – Donar – Thunar,

 Venere in Freyja – (oppure in Frigg),

 Luna in Màni – Mona.

Nell’odierno Inglese, il sabato è dedicato al Dio Romano Saturno (Saturday), mentre in Tedesco, la parola “mercoledì” (Mittwoch) significa “metà della settimana” (iniziando a contare da Domenica)

Quindi la settimana astrologica che oggi usiamo è nata da un complesso di contributi:

 ebraico : come istituzione sacra

 egizio : la suddivisione del giorno in 24 ore

 caldeo : le corrispondenze astrologiche

 ellenistico: ordine dei pianeti

 latino : nomi dei pianeti

 cristiano : emancipazione dalla matrice giudaica e definitiva consacrazione e diffusione della settimana

Gli ebrei chiamano il pianeta Saturno “Shabtai”, cioè il pianeta del sabato: adottando un processo inverso a quello dei caldei, hanno dato al pianeta il nome del giorno della settimana.

Anche l’Islam adottò la settimana, seppure con variazioni del giorno festivo e del suo nome, analogamente a quanto fecero i cristiani.

 Nei calendari moderni la settimana corrisponde a sette giorni.

Un anno è composto da poco più di 52 settimane:

 52 settimane e un giorno

 52 settimane e due giorni negli anni bisestili

Secondo lo standard internazionale ISO 8601, in un anno sono presenti 52 o 53 settimane.

La settimana 01 dell’anno è la prima settimana che contiene quattro o più giorni del nuovo anno.

Può essere anche equivalentemente definita come:

 la settimana che contiene il primo giovedì dell’anno;

 la settimana che contiene il 4 gennaio;

 la settimana che inizia con il lunedì fra il 29 dicembre ed il 4 gennaio.

Ne deriva che se il 1º gennaio è un lunedì, martedì, mercoledì o giovedì allora è nella settimana 01. Se è un venerdì, sabato o domenica allora appartiene all’ultima settimana (52^ o 53^) dell’anno precedente.

 La “settimana santa” è tradizionalmente per i cristiani la settimana che va dalla domenica delle Palme alla domenica di Pasqua. La sua collocazione all’interno dell’anno non è fissa, ma dipende da considerazioni astronomiche ben definite dalla tradizione cristiana.

 In epoca attuale, per “settimana bianca” si intende un periodo passato in montagna, tipicamente d’inverno, per dedicarsi allo sci; la durata di tale periodo non è necessariamente di sette giorni.

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Faccio conoscere a Pandora il mese

Dopo aver spiegato a Pandora il giorno , gli dissi – adesso ti spiego il mese e Pandora disse –  ok . Dopo iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era sul mese – Un mese è una suddivisione dell’anno. Nella maggior parte dei calendari, il mese dura una trentina di giorni e, di conseguenza, l’anno conta solitamente 12-13 mesi. Nel comune calendario gregoriano, come nella maggior parte dei calendari solari, l’anno consta di 12 mesi:

 gennaio, di 31 giorni

 febbraio, di 28 giorni (29 se l’anno è bisestile)

 marzo, di 31 giorni

 aprile, di 30 giorni

 maggio, di 31 giorni

 giugno, di 30 giorni

 luglio, di 31 giorni

 agosto, di 31 giorni

 settembre, di 30 giorni

 ottobre, di 31 giorni

 novembre, di 30 giorni

 dicembre, di 31 giorni

Dal punto di vista astronomico, il mese è il periodo di tempo che corrisponde ad una rivoluzione completa della Luna attorno alla Terra, anche se l’attuale calendario gregoriano non è più esattamente sincrono con essa.

Etimologicamente, il termine mese ha la stessa radice dell’inglese moon e del tedesco Mond, entrambi col significato di luna. Molte persone per ricordarsi il numero di giorni di ogni mese ricorrono alla filastrocca “30 dì conta novembre, con april, giugno e settembre, di 28 ce n’è uno, tutti gli altri ne han 31″, ma a soccorrerci nel ricordare il numero di giorni di ogni mese c’è anche un altro vecchio trucco popolare. Basta unire i pugni e contare i mesi sulle nocche e gli avvallamenti delle mani partendo dal pugno sinistro (proprio come se stessimo leggendo un libro). Se il mese cade su una nocca, allora è di 31 giorni, se cade su un avvallamento, allora è di 30 giorni (ovviamente ricordando l’eccezione di febbraio). Con il primo pugno arriviamo a luglio, poi proseguiamo o sull’altro pugno, o anche ricominciando da capo sullo stesso. Altri invece usando solo un pugno partendo dalla 1° nocca corrispondente a gennaio e proseguendo con l’avvallamento per febbraio giunti alla 5° nocca se devono proseguire la contano una seconda volta e tornano indietro.

Una curiosa corrispondenza c’è anche con i tasti del pianoforte. Partendo dal fa (tasto bianco lungo) e per una intera ottava (12 tasti consecutivi) si trova ordinatamente che i tasti bianchi corrispondono ai mesi di 31 giorni a partire da gennaio e i tasti neri ai mesi di durata minore.

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Foto del giorno visto da Pandora

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Faccio conoscere a Pandora il giorno

Dopo aver spiegato a Pandora il tempo gli dissi – adesso ti posso spiegare il giorno e Pandora – voglio sapere cos’ e il giorno e se c’ e una foto fammela vedere e io dissi – certamente . Dopo iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era sul giorno – Il giorno (anche chiamato dì), come unità di misura del tempo, ha diverse accezioni.

Il giorno siderale o giorno sidereo è il tempo che intercorre tra due passaggi consecutivi della medesima stella al meridiano di un determinato luogo terrestre e ha una durata di 23 ore 56 minuti e 4,0905 secondi. Esso è il periodo del moto diurno di rotazione della sfera celeste, nonché del moto di rotazione della terra rispetto alla posizione media delle stelle visibili. È quindi influenzato nella sua durata solo da due fattori:

 un lentissimo allungamento dovuto all’interazione mareale con la Luna;

 oscillazioni irregolari dovute a variazioni del momento d’inerzia della Terra, ad esempio per lo scioglimento stagionale di masse di ghiaccio alle alte latitudini

Il giorno è convenzionalmente diviso in 4 fasi:

 00.00 – 06.00: notte

 06.00 – 12.00: mattina

 12.00 – 18.00: pomeriggio

 18.00 – 24.00(/00.00): sera

Il giorno solare vero è il tempo che intercorre tra due culminazioni consecutive del sole su di un determinato meridiano. È leggermente più lungo di un giorno sidereo perché la Terra, mentre gira su sé stessa, orbita attorno al Sole nello stesso senso della rotazione. Ne consegue che, dopo una rotazione “assoluta”, il meridiano considerato non è più rivolto esattamente verso il Sole, ma lo sarà dopo che la Terra avrà ruotato su sé stessa di un angolo uguale a quello percorso sull’orbita. Il giorno solare non è costante di durata perché la velocità (anche angolare) sull’orbita ellittica varia, in base alla seconda legge di Keplero: il giorno ha quindi durata massima al perielio, attualmente in gennaio, e minima all’afelio, in luglio.

Il giorno solare medio, durata media dei giorni solari durante l’anno, è usato per fini civili. Il giorno solare è pari a 24 ore ovvero 86 400 secondi. Il giorno solare medio vale 24h. Nel linguaggio comune spesso si chiama giorno il dì, ossia il periodo di illuminazione contrapposto alla notte. A causa del lentissimo rallentamento della rotazione terrestre (circa 1,7 ms al secolo), sopra citato, la durata media del giorno solare vero è oggi lievemente superiore a 86 400 secondi, per cui molto lentamente il giorno astronomico “rimane indietro” rispetto a quello civile: negli ultimi decenni, in media di poco meno di un secondo all’anno. Per questo motivo, dal 1972 è stato talvolta aggiunto un secondo al termine del 30 giugno o, più spesso, del 31 dicembre, in modo da compensare questo ritardo. Questo secondo aggiuntivo è chiamato secondo bisestile, per analogia con il giorno aggiunto all’anno bisestile. Fino al 2005 incluso vi sono stati 23 secondi bisestili.

Fin da quando l’uomo cominciò ad usare la meridiana, la durata del giorno venne suddivisa in quelle che noi ora chiamiamo ore. Quindi già Babilonesi ed Egizi usavano questo sistema, che però non era uguale a quello da noi oggi conosciuto.

Greci e Romani usarono le “ore temporali”: il giorno e la notte venivano ambedue suddivisi in dodici parti, cominciando rispettivamente dall’alba e dal tramonto. Così la prima ora del giorno corrispondeva all’alba, la sesta ora più o meno a mezzogiorno, la dodicesima al tramonto ed altrettanto, ma partendo dal tramonto, avveniva per la notte. Questa suddivisione basata sulle ore di luce e quelle di buio faceva sì che la durata delle ore estive non fosse uguale a quelle invernali e quella delle ore di luce era diversa dalle ore di buio. Tanto per fare un esempio, d’estate un’ora di luce poteva durare 80 minuti e 40 invece quella di buio.

I Romani usavano anche suddividere giorno e notte in quattro parti di tre ore ciascuno. La Chiesa abbinò varie ore della giornata (ore canoniche) a determinati momenti di preghiera, per cui si avevano:

 Mattutino o Lodi: all’alba

 Prima: al levar del sole

 Terza: a metà del mattino

 Sesta: a mezzogiorno

 Nona: alla nona ora a metà del pomeriggio

 Vespri: al tramonto

 Compieta: un’ora dopo il tramonto

 Notturno: trascorsi gli otto dodicesimi della notte

Tutte queste ore, a parte quella del Notturno, venivano annunciate dal suono delle campane che, con l’andar del tempo, assunsero proprio la funzione di orologio pubblico.

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Faccio conoscere a Pandora il tempo

Dopo aver spiegato a Pandora la gomma da cancellare , gli dissi – adesso ti spiego il tempo , cosi ti posso spiegare altre , tipo il giorno e la notte e altro e Pandora disse – ok , spiega . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era sul tempo – Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Tutti gli eventi possono essere descritti in un tempo che può essere passato, presente o futuro. La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche. Dalla nascita dell’universo, presumibilmente e secondo la conoscenza umana, inizia il trascorrere del tempo. I cambiamenti materiali e spaziali regolati dalla chimica e dalla fisica determinano, secondo l’osservazione, il corso del tempo. Tutto ciò che si muove e si trasforma è così descritto, oltre che chimicamente e fisicamente, anche a livello temporale. Alcuni esempi tra i più immediati della correlazione tra tempo e moto sono la rotazione della Terra attorno al proprio asse, che determina la distinzione tra il dì e la notte, ed il suo percorso su di un’orbita ellittica intorno al Sole (la cosiddetta rivoluzione), che determina le variazioni stagionali.

Il dato certo dell’esperienza è che tutto ciò che interessi i nostri sensi è materia, ovvero trasformazione di materia, visto che tutti gli oggetti materiali si modificano. Alcuni impiegano tempi brevi, altri in modo lento; ma tutti sono destinati a trasformarsi. La materia è, e (contestualmente) diviene (ossia assume altra forma). L’ovvietà di questa asserzione non tragga in inganno: essa sottende una contraddizione, perché l’essere di un oggetto è certificato dalla sua identità (nel tempo), ovvero dal suo permanente esistere; il divenire, invece, presuppone la trasformazione, ovvero la diversità (della forma), per cui impone un “prima” e un “dopo”, vale a dire un (intervallo di) “tempo”. Il tempo “origina” dalla trasformazione della materia. La percezione del “tempo” è la presa di coscienza che la realtà di cui siamo parte si è materialmente modificata. Se osservo una formica che si muove, la diversità delle posizioni assunte certifica che è trascorso un “intervallo di tempo”. Si evidenzia “intervallo” a significare che il tempo è sempre una “durata” (unico sinonimo di tempo), ha un inizio ed una fine. Nel linguaggio di tutti i giorni spesso si usa il tempo come misuratore di distanze, per indicare la durata di un percorso (come ad esempio: “mezz’ora d’automobile”, “un giorno di viaggio”, “10 minuti di cammino”). Dato che la velocità è uguale a spazio percorso diviso l’intervallo di tempo impiegato a percorrere quello spazio, si può fare un’inferenza implicita sulla velocità media tenuta dal corpo in movimento. Si valorizza così in modo approssimato la distanza a livello temporale, in relazione al fatto che lo spazio percorso può essere espresso come la velocità media (all’incirca nota), moltiplicata per l’intervallo di tempo interessato.

Tecnicamente, però, espressioni come “un anno luce” non esprimono un intervallo di tempo, ma una distanza avendone nota la velocità: infatti più precisamente l’anno luce si può esprimere come “la distanza percorsa dalla luce in un anno”, conoscendone esattamente la velocità (appunto la velocità della luce). In questi casi particolari, una locuzione contenente riferimenti al tempo indica quasi sempre distanze precise nello spazio, al punto da assurgere al ruolo di unità di misura. Eventi distinti tra loro possono essere simultanei oppure distanziarsi in proporzione a un certo numero di cicli di un determinato fenomeno, per cui è possibile quantificare in che misura un certo evento avvenga dopo un altro. Il tempo misurabile che separa i due eventi corrisponde all’ammontare dei cicli intercorsi. Convenzionalmente tali cicli si considerano per definizione periodici entro un limite di errore sperimentale. Tale errore sarà percentualmente più piccolo quanto più preciso sarà lo strumento (orologio) che compie la misura. Nel corso della storia dell’uomo gli orologi sono passati dalla scala astronomica (moti del Sole, della Terra) a quella quantistica (orologi atomici) raggiungendo progressivamente precisioni crescenti.

Uno dei modi di definire il concetto di dopo è basato sull’assunzione della causalità. Il lavoro compiuto dall’umanità per incrementare la comprensione della natura e della misurazione del tempo, con la creazione e il miglioramento dei calendari e degli orologi, è stato uno dei principali motori della scoperta scientifica. L’unità di misura standard del Sistema Internazionale è il secondo. In base ad esso sono definite misure più ampie come il minuto, l’ora, il giorno, la settimana, il mese, l’anno, il lustro, il decennio, il secolo ed il millennio. Il tempo può essere misurato, esattamente come le altre dimensioni fisiche. Gli strumenti per la misurazione del tempo sono chiamati orologi. Gli orologi molto accurati vengono detti cronometri. I migliori orologi disponibili (al 2010) sono gli orologi atomici.

Esistono svariate scale temporali continue di utilizzo corrente: il tempo universale, il tempo atomico internazionale (TAI), che è la base per le altre scale, il tempo coordinato universale (UTC), che è lo standard per l’orario civile, il Tempo Terrestre (TT), ecc. L’umanità ha inventato i calendari per tenere traccia del passaggio di giorni, settimane, mesi e anni. In Fisica, il tempo è definito come distanza tra gli eventi calcolata nelle coordinate spaziotemporali quadridimensionali. La relatività speciale mostrò che il tempo non può essere compreso se non come una parte del cronotopo (altra parola per definire lo spaziotempo, una combinazione di spazio e tempo). La distanza tra gli eventi dipende dalla velocità relativa dell’osservatore rispetto ad essi. La Relatività Generale modificò ulteriormente la nozione di tempo introducendo l’idea di uno spazio-tempo capace di curvarsi in presenza di campi gravitazionali. Un’importante unità di misura del tempo in fisica teorica è il tempo di Planck (si veda unità di Planck per i dettagli). Il concetto di tempo in geologia è un argomento complesso in quanto non è quasi mai possibile determinare l’età esatta di un corpo geologico o di un fossile. Molto spesso le età sono relative (prima di…, dopo la comparsa di…) o presentano un margine di incertezza, che cresce con l’aumentare dell’età dell’oggetto. Sin dagli albori della geologia e della paleontologia si è preferito organizzare il tempo in funzione degli organismi che hanno popolato la Terra durante la sua storia: il tempo geologico ha pertanto struttura gerarchica e la gerarchia rappresenta l’entità del cambiamento nel contenuto fossilifero tra un’età e la successiva.

Solo nella seconda metà del XX secolo, con la comprensione dei meccanismi che regolano la radioattività, si è iniziato a determinare fisicamente l’età delle rocce. La precisione massima ottenibile non potrà mai scendere al di sotto di un certo limite in quanto i processi di decadimento atomico sono processi stocastici e legati al numero di atomi radioattivi presenti all’interno della roccia nel momento della sua formazione. Le migliori datazioni possibili si attestano sull’ordine delle centinaia di migliaia di anni per le rocce con le più antiche testimonianze di vita (nel Precambriano) mentre possono arrivare a precisioni dell’ordine di qualche mese per rocce molto recenti.

Un’ulteriore complicazione è legata al fatto che molto spesso si confonde il tempo geologico con le rocce che lo rappresentano. Il tempo geologico è un’astrazione, mentre la successione degli eventi registrata nelle rocce ne rappresenta la reale manifestazione. Esistono pertanto due scale per rappresentare il tempo geologico, la prima è la scala geocronologica, la seconda è la scala cronostratigrafica. In prima approssimazione comunque, le due scale coincidono e sono intercambiabili.

Il tempo nella filosofia e nella fisica

 Importanti questioni filosofiche sul tempo comprendono:

 Il tempo è assoluto o meramente relazionale?

 Il tempo senza cambiamento è concettualmente impossibile?

 Il tempo scorre, oppure l’idea di passato, presente e futuro è completamente soggettiva, descrittiva solo di un inganno dei nostri sensi?

 Il tempo è rettilineo o lo è solo nel breve spazio di tempo che l’uomo ha sperimentato e sperimenta?

I paradossi di Zenone (che molti secoli dopo sarebbero stati di aiuto nello sviluppo del calcolo infinitesimale) sfidavano in modo provocatorio la nozione comune di tempo. Il paradosso più celebre è quello di Achille e la tartaruga: secondo il suo ragionamento, attenendosi strettamente alle regole logiche, l’eroe greco (detto “pié veloce” in quanto secondo la mitologia greca era “il più veloce tra i mortali”) non raggiungerebbe mai una tartaruga. L’esempio è molto semplice: supponiamo che inizialmente Achille e la tartaruga siano separati da una distanza x e che la velocità dell’eroe corrisponda a 10 volte quella dell’animale. Achille comincia a correre fino a raggiungere il punto x dove si trovava la tartaruga ma essa, nel frattempo, avrà percorso una distanza uguale a 1/10 di x. Achille prosegue e raggiunge il punto “x + 1/10 di x” mentre la tartaruga ha il tempo di compiere una distanza di 1/100 di x (1/10 di 1/10 di x), distanziando nuovamente l’inseguitore. Continuando all’infinito Achille riuscirà ad avvicinarsi sempre di più all’animale il quale però continuerà ad avere un sempre più piccolo ma comunque sempre presente distacco. La paradossale conclusione di Zenone era: Achille non raggiungerà mai la tartaruga.

La posizione di Parmenide è assai diversa da quella dell’allievo Zenone, questi infatti sosteneva che l’essenza della realtà, l’ancoraggio metafisico del reale, fosse eterno (che nel senso stretto del termine significa fuori dal tempo da “ex ternum”) e che dunque il tempo fosse una posizione della doxa (opinione), di quella sapienza che non è propria di chi sa veramente. In seno all’essere (ch’è l’essenza del mondo), in sintesi, non è tempo, né dunque è moto.

Anche Platone è stato influenzato da questa concezione. Secondo la sua celebre definizione il tempo è “l’immagine mobile dell’eternità”. Per Aristotele, invece, è la misura del movimento secondo il “prima” e il “poi”, per cui lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. Solo Dio è motore immobile, eterno ed immateriale.

Secondo S. Agostino il tempo è stato creato da Dio assieme all’Universo, ma la sua natura resta profondamente misteriosa, tanto che il filosofo, vissuto tra il IV e il V secolo d.C., afferma ironicamente: “Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so”. Tuttavia S. Agostino critica una concezione del tempo aristotelica inteso come misura del moto (degli astri): nelle “Confessioni” afferma che il tempo è “distensione dell’animo” ed è riconducibile a una percezione propria del soggetto che, pur vivendo solo nel presente (con l’attenzione), ha coscienza del passato grazie alla memoria e del futuro in virtù dell’attesa. Da sant’Agostino in poi nel pensiero cristiano il tempo è concepito in senso lineare-progressivo e non più circolare-ciclico come nel mondo pagano. Dalla caduta di Adamo l’escatologia cristiana procede verso la “consumazione del tempo”, il riscatto dell’uomo verso Dio, il Giudizio Universale e l’eternità spirituale. Il tempo è stato considerato in vari modi nel corso della storia del pensiero, ma le definizioni di Platone ed Aristotele sono state di riferimento per moltissimi secoli (magari criticate o reinterpretate in senso cristiano), fino a giungere alla rivoluzione scientifica. Di questo periodo è fondamentale la definizione di Isaac Newton (1642-1727), secondo il quale il tempo (al pari dello spazio) è “sensorium Dei” (senso di Dio) e scorrerebbe immutabile, sempre uguale a se stesso (una concezione analoga è presente nelle opere di Galileo Galilei). Degna di nota è la contesa tra Newton e Leibniz, che riguardava la questione del tempo assoluto: mentre il primo credeva che il tempo fosse, analogamente allo spazio, un contenitore di eventi, il secondo riteneva che esso, come lo spazio, fosse un apparato concettuale che descriveva le interrelazioni tra gli eventi stessi. John Ellis McTaggart credeva, dal canto suo, che il tempo e il cambiamento fossero semplici illusioni. È stato il filosofo tedesco Immanuel Kant a cambiare radicalmente questo modo di vedere, grazie alla sua cosiddetta nuova “rivoluzione copernicana”, secondo la quale al centro della filosofia non si deve porre l’oggetto ma il soggetto: il tempo diviene allora, assieme allo spazio, una “forma a priori della sensibilità”. In sostanza se gli esseri umani non fossero capaci di avvertire lo scorrere del tempo non sarebbero neanche capaci di percepire il mondo sensibile e i suoi oggetti che, anche se sono inconoscibili in sé, sono collocati nello spazio. Quest’ultimo è definito come “senso esterno”, mentre il tempo è considerato un “senso interno”: in ultima analisi tutto ciò che esiste nel mondo fisico viene percepito e ordinato attraverso le strutture a priori del soggetto e ciò che, in prima battuta, viene collocato nello spazio viene poi ordinato temporalmente (come dimostra la nostra memoria).

Un altro grande progresso del pensiero è stato la formulazione della teoria della relatività (“ristretta” nel 1905 e “generale” nel 1916) di Einstein, secondo la quale il tempo non è assoluto, ma dipende dalla velocità (quella della luce è una costante universale: c = circa 299.792,458 km al secondo) e dal riferimento spaziale che si prende in considerazione. Secondo Einstein è più corretto parlare di spaziotempo, perché i due aspetti (cronologico e spaziale) sono inscindibilmente correlati tra loro; esso viene modificato dai campi gravitazionali, che sono capaci di deflettere la luce e di rallentare il tempo (teoria della relatività generale).

Secondo la relatività ristretta il tempo di un osservatore è uguale a quello di un altro osservatore solo se viene moltiplicato per un certo fattore che dipende dalla velocità relativa dei due osservatori. Più in particolare le formule di Lorentz sono le seguenti:

e x, y, z rappresentano le tre dimensioni spaziali, t quella temporale, v la velocità e c è la costante della velocità della luce nel vuoto.

Secondo quest’ultima formula (che riguarda il tempo), se noi rimanessimo sulla Terra e potessimo vedere un razzo che viaggia velocissimo nello spazio osserveremmo che il suo equipaggio si muove al rallentatore.

La teoria della relatività genera quindi in merito al tempo anche dei paradossi apparenti. Uno dei più noti è il cosiddetto paradosso dei gemelli. La premessa del paradosso è che esistano due gemelli, di cui uno parte per un viaggio interstellare con un’astronave capace di andare a una velocità prossima a quella della luce, mentre l’altro rimane sulla Terra. Secondo le naturali conseguenze della relatività, il primo gemello, al suo ritorno sulla Terra, sarà più giovane del fratello gemello rimasto. Tuttavia, secondo la stessa relatività tutti i sistemi di riferimento sottoposti ad uguale moto (e quindi privi di accelerazioni e di cambiamenti di direzione) sono uguali tra di loro. Secondo il sistema di riferimento del gemello partito con l’astronave è stata la Terra a muoversi ad una velocità prossima a quella della luce, e quindi secondo il gemello-astronauta, in maniera del tutto legittima, dovrebbe risultare più giovane il gemello rimasto sulla Terra. Il paradosso consiste quindi in questo: Qual è il gemello più giovane? o, in altre parole, per quale dei due è passato meno tempo? Esso si risolve considerando i cambiamenti di moto che il gemello sull’astronave ha fatto e che la Terra (verosimilmente) non ha seguito: ha accelerato durante la partenza, ha “fatto retromarcia” per tornare sulla Terra dopo aver raggiunto la sua meta, magari quando l’aveva raggiunta si è fermato, e ha decelerato per riuscire a fermarsi nelle vicinanze della Terra o dell’altra destinazione. Avendo fatto tutti questi movimenti “in più”, ne consegue, relativisticamente parlando, che è il gemello sull’astronave il più giovane. Premesso questo, quanti saranno gli anni di differenza tra i due è possibile calcolarlo grazie alle formule della relatività, ma l’aspetto più interessante è che si possa viaggiare nel futuro, almeno teoricamente (questo pone dei problemi al concetto di libero arbitrio). La teoria della relatività, tra l’altro, cambia radicalmente la nozione di simultaneità (due eventi possono avvenire contemporaneamente per un osservatore ma non per un altro), ma anche di lunghezza (un metro si accorcia più si avvicina alla velocità della luce, ma solo se confrontato con un altro metro rimasto, ad esempio, sulla Terra). Anche il concetto di causalità viene in parte modificato, dato che un certo segnale – che per Einstein non può mai viaggiare più velocemente della luce – deve avere il tempo di andare da un punto a un altro perché possa influenzare l’altro. Recentemente nell’ambito della Teoria dei Sistemi di Riferimento è stato introdotto il concetto di tempo inerziale che consente di superare i paradossi summenzionati e di pervenire anche a una nuova definizione di simultaneità. Einstein ebbe alcune discussioni sul tempo con grandi pensatori della sua epoca, tra cui il filosofo francese Henri Bergson, che attribuisce grande importanza agli stati di coscienza piuttosto che al tempo spazializzato della fisica (si veda “Durata e simultaneità” del 1922). Per Bergson il tempo concretamente vissuto è una durata “reale” a cui lo stato psichico presente conserva da un lato il processo da cui proviene (attraverso la memoria), ma naturalmente costituisce anche qualcosa di nuovo. Dunque non c’è soluzione di continuità tra gli stati della coscienza: esiste una continua evoluzione, un movimento vissuto che la scienza non può spiegare pienamente con i suoi concetti astratti e rigidi, nonostante il riconoscimento dei suoi grandi progressi.

L’ingegnere J. W. Dunne sviluppò una teoria del tempo dove considerava la nostra percezione del tempo similarmente alle note suonate su un piano. Avendo avuto un numero di sogni premonitori, decise di tenere traccia dei suoi sogni e trovò che contenevano eventi passati e futuri in quantità equivalenti. Da questo concluse che nei sogni riusciamo a sfuggire al tempo lineare. Pubblicò le sue idee in An Experiment with Time del 1927, cui fecero seguito altri libri.

Possiamo porci, quindi, le seguenti domande:

 “Che cos’è il tempo?”

 “Come si definisce una unità di misura per esso (il tempo) prescindendo dalle conoscenze late della comune opinione?”

È nel tentativo di dare una risposta rigorosa a queste domande che ci si accorge delle difficoltà e dei pregiudizi. L’unico modo convincente di rispondere alla domanda “che cos’è il tempo” è forse quello operativo, dal punto di vista strettamente fisico-sperimentale: “il tempo è ciò che si misura con degli strumenti adatti”. Una analisi microscopica del problema tuttavia mostra come la definizione di orologio sia adatta solo a una trattazione macroscopica del problema e quindi non consenta di formulare una definizione corretta per le equazioni del moto di particelle descritte dalla meccanica quantistica.

Se si segue coerentemente sino in fondo questa definizione, si constata facilmente che tutti gli strumenti di misura del tempo (“orologi”) si basano sul confronto (e conseguente conteggio) tra un movimento nello spazio (ad esempio la rotazione o la rivoluzione terrestre) e un altro movimento “campione” (meccanico, idraulico, elettronico), con sufficienti caratteristiche di precisione e riproducibilità. Può essere interessante anche notare che il campione di movimento deve essere sempre un moto accelerato (rotazione, oscillazione lineare o rotatoria), mentre non è campione idoneo il moto rettilineo uniforme.

Altrettanto importante è notare che il metodo di confronto del movimento con il campione si fonda necessariamente sulla trasmissione di segnali elettromagnetici (es. luminosi, ma non solo), le cui proprietà influiscono quindi direttamente sul risultato della misura: da ciò conseguono in modo quasi ovvio le formulazioni della interdipendenza tra coordinate spaziali, asse temporale e velocità della luce espresse della relatività ristretta.

In base a queste osservazioni, data la totale sovrapponibilità degli effetti operativi, si potrebbe addirittura assumere direttamente quale definizione del tempo, in fisica, l’identità con il movimento stesso. In questo senso, l’intero Universo in evoluzione si può considerare il vero fondamento della definizione di tempo; si noti l’importanza essenziale della specifica “in evoluzione”, ossia in movimento vario, accelerato: senza movimento, senza variazione anche il tempo scompare!

Questa è anche la tesi dell’ingegnere Henri Salles, che nel suo libro Does time exist? – an energetic implementation of motion dimostra che è possibile fare a meno del concetto di tempo per spiegare il movimento. Salles implementa un modello fisico della realtà basato unicamente sui concetti di spazio e di energia e mette in luce la mancanza di coerenza della fisica tradizionale che scade, secondo lui, nella speculazione matematica laddove costruisce teorie partendo da concetti non fondamentali perché non tangibili (come appunto sarebbe quello di tempo). Un evidente esempio di contraddizioni, eliminabili con la definizione di tempo come movimento, sono le questioni del significato del tempo negativo e della possibilità di tornare indietro nel tempo.

L’idea che una teoria fondamentale non debba contenere il concetto di tempo tra le sue primitive risale a Bryce DeWitt ed è stata sviluppata successivamente da Carlo Rovelli, Craig Callender e Julian Barbour. Enrico Prati ha dimostrato che il formalismo Hamiltoniano di tutte le moderne teorie quantistiche dei campi può essere ricavato senza fare alcun uso del concetto di tempo, ma entro il medesimo formalismo è possibile definire il tempo misurato dagli orologi macroscopici rinunciando al concetto di periodicità a favore di quello di ciclicità nello spazio delle fasi. Il tempo quantizzato è un concetto sviluppato a livello teorico. Il tempo di Planck è il tempo che impiega un fotone che viaggia alla velocità della luce per percorrere una distanza pari alla lunghezza di Planck. Il tempo di Planck (~ 5,4 × 10−44 s) è la più piccola quantità di tempo tecnicamente misurabile, nonché potrebbe essere la più piccola quantità ad avere un significato fisico nell’effettivo caso di tempo parcellizzato.

In fisica, nel modello standard il tempo non è quantizzato ma viene trattato come continuo. A volte si percepisce il passare del tempo come più rapido (“il tempo vola”), significando che la durata appare inferiore a quanto è in realtà; al contrario accade anche di percepire il passare del tempo come più lento (“non finisce mai”). Il primo caso viene associato a situazioni piacevoli, o di grande occupazione, mentre il secondo si applica a situazioni meno interessanti o di attesa (noia). Inoltre sembra che il tempo passi più in fretta quando si dorme. Il problema della percezione del tempo si trova in stretta correlazione con i problemi relativi al funzionamento ed alla fisiologia del cervello. Il tempo, così come lo spazio, è una categoria a priori ma non per questo non gli viene dato un significato e una rappresentazione diversa in ogni cultura.

 Si può affermare, in maniera generale, che esso venga percepito come il variare della persona e delle cose.

Sempre generalmente, vi sono due idee fondamentali del tempo:

 Pensiero cronometrico occidentale: il tempo viene visto come un’entità lineare e misurabile. Questa visione risponde alla necessità di ottimizzare il proprio tempo e dipende dall’organizzazione economica.

 Tempo ciclico e puntiforme: nelle società tradizionali il tempo viene scandito attraverso il passare delle stagioni o secondo eventi contingenti (es. il mercato della domenica).

Molte società possono essere comunque considerate “a doppio regime temporale”.

 C’è quindi un tempo qualitativo, legato all’esperienza, che dipende dalla necessità di alcune società di frazionare il tempo per contingenza, ed un tempo quantitativo, astratto e frazionabile, che sta man mano, con la globalizzazione, diventando dominante.

L’antropologo Christopher Hallpike, rifacendosi agli studi dello psicologo Jean Piaget, affermò che a seconda della cultura il tempo viene percepito come operatorio e pre-operatorio (percezione del tempo fino agli otto anni). La visione operatoria del tempo consente di coordinare i fattori di durata, successione e simultaneità.

 Per dimostrare la sua tesi egli fece osservare a degli aborigeni melanesiani due macchinine su due piste concentriche facendole partire e fermare nello stesso tempo e di seguito chiedendo quale delle due macchinine avesse percorso più spazio. Gli aborigeni non seppero rispondere a quella domanda e per questo motivo egli pensò che mancasse loro la capacità di coordinare i tre fattori.

Ma in Melanesia vengono fatte delle corse di cavalli su piste concentriche e di conseguenza la mancanza di una correlazione non-lineare e quantificabile del tempo sembra non escludere la capacità di coordinare durata, successione e simultaneità.

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Faccio conoscere a Pandora la gomma da cancellare

Dopo aver spiegato a Pandora la gomma da masticare , gli dissi – adesso ti spiego cos’ e la gomma da cancellare e Pandora – ok , avanti spiega voglio sapere cos’ e questa gomma da cancellare . Io allora iniziai a spiegare tutto quello che c’ era sulla gomma da cancellare – La gomma per cancellare è uno strumento di cancelleria in gomma, naturale o sintetica, atto a rimuovere meccanicamente inchiostri o tracce di grafite da supporti di scrittura o disegno.

Si divide in più tipi, dipendentemente dal tipo di tratto da rimuovere:

 Gommapane, a mescola morbidissima, per disegno ornato a carboncino o matita morbida, o per la rimozione di impronte di grafite;

 per matita, a mescola morbida;

 per penna, a mescola dura, abrasiva;

 a rondella ottagonale, per macchine per scrivere, estremamente abrasiva.

Con l’avvento delle penne a sfera ad inchiostro cancellabile negli anni ottanta, sembrava che l’uso della gomma per cancellare dovesse avere un nuovo impulso. Tuttavia il crescente uso del correttore a “bianchetto” e dei correttori a nastro, legato anche all’uso sempre più diffuso del computer, sta riducendo sempre più l’impiego di questo strumento. In ogni caso le gomma per cancellare continua tuttora ad essere utilizzata e, assieme agli altri oggetti per la scrittura quali per esempio la matita od il temperino, viene in genere riposta e custodita in un astuccio.

In italiano si usa anche la locuzione ” gomma da cancellare “, legata ad un uso arcaico della proposizione “da” (vedi macchina per scrivere).

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Faccio conoscere a Pandora la gomma da masticare

Dopo aver spiegato a Pandora l’ orologio da tasca , gli dissi – adesso ti spiego cos’ e la gomma da cancellare e Pandora disse – ok , avanti spiega voglio proprio sapere cos’ e . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla gomma da masticare – La gomma da masticare, detta anche gomma americana, è un prodotto dolciario assolutamente particolare, in quanto a differenza di tutti gli altri, come dice il nome stesso, non deve essere mangiato, ma soltanto masticato.

La parola inglese “chewing gum” ha subìto uno spontaneo processo di italianizzazione diverso da regione a regione, divenendo di volta in volta cingoma o cingomma, ciunga, ciuinga, ciuinghino, gigomma, gingomma, gomma, cingom, cincingomma, ciringomma, sciangomma, cevingum, cinciùm. Altrettanto usati, seppur non derivati direttamente dalla parola chewing gum sono, ad esempio, cicca, cicles, cicolo, caucciù, masticante, mastica, tiramastega, ciga, masticozza. Le prime tracce di un simile uso della gomma naturale risalgono ai Maya, i quali masticavano abitualmente palline di gomma. Chicle è infatti il nome nahuatl della pianta (Manilkara chicle) dalla quale si estrae.

 

La nascita della moderna gomma da masticare si deve a William Semple, il quale brevettò la prima ricetta il 28 dicembre 1869. Le prime palline di gomma da masticare vennero messe in vendita nel New Jersey nel 1871, ma erano molli e senza sapore.

Le tecniche di produzione furono migliorate da Semple e da altri al fine di ottenere un prodotto più consistente e con maggior sapore, decretandone una grande diffusione nell’ultimo decennio del secolo.

Nel corso del XX secolo s’è affermato l’uso di gomme sintetiche (poliisobutilene) al posto del chicle, anche se quest’ultimo viene ancora usato da alcune compagnie.

Le proprietà elastiche sono state anche migliorate per mezzo di additivi. In particolare, per incrementare la viscosità, viene impiegata la gomma di xanthano, dotata di proprietà addensanti. I chewin-gum sono fonti di inquinamento, in quanto aderiscono alla superficie sulla quale vengono gettati (ad esempio strade), inoltre per la loro rimozione vengono utilizzati prodotti chimici o particolari sistemi di fresatura. Osservando i marciapiedi e tutti i camminamenti pedonali, soprattutto delle grandi città, si osservano macchie nere che deturpano i manti stradali e sono dovute alle innumerevoli gomme gettate incurantemente in terra dai masticatori. Si ottiene dalla lavorazione di un impasto di gomma base, zucchero, additivi e aromi. La presenza dello zucchero nella gomma da masticare potrebbe favorire la carie, ma in commercio ne esistono varietà senza zucchero, sostituito da dolcificanti come l’aspartame o lo xilitolo. Quest’ultimo, secondo i produttori, essendo un potente antibatterico, avrebbe addirittura la capacità di prevenire la carie.

Contenuto alimentare:

 Carboidrati: 75

 Calorie: 300

 Proteine: 0

 Acqua: 2,6

 Grassi: 0.

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Faccio conoscere a Pandora l’ orologio da tasca .

Il giorno dopo io dissi a Pandora – oggi ti spiego cos’ e un orologio da tasca e io dissi – ok , iniziai a spiegare . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sull’ orologio da tasca – L’orologio da tasca, comunemente chiamato in gergo “cipolla” o “orologio a cipolla”, è un tipo di orologio di piccole dimensioni, adatto per essere tenuto in tasca, particolarmente diffuso prima dell’avvento dell’orologio da polso nella seconda metà del XIX secolo.

Solitamente è dotato di una catenella ed il quadrante è protetto da un coperchio. La cassa può essere realizzata in metalli preziosi e artigianalmente lavorata. Anche il quadrante può essere decorato, smaltato o rifinito elegantemente in altri modi.

 Questi orologi sono soventemente oggetto di collezionismo. La possibilità di realizzare orologi portatili si ebbe solamente dopo l’invenzione del sistema a bilanciere, dell’alimentazione a molla e di opportuni scappamenti nel XV secolo.

Si dice che Enrico VIII d’Inghilterra tenesse un orologio da tasca appeso al collo con una catena. Questi orologi avevano solamente la lancetta delle ore, infatti la lancetta dei minuti sarebbe stata inutile a causa della estrema imprecisione del meccanismo.

Nella seconda metà del XIX secolo la miniaturizzazione e la produzione in serie dei componenti permise di realizzare orologi da tasca compatti e precisi. Questi orologi ebbero una notevole diffusione in un’ampia gamma di modelli fino agli quaranta del XX secolo, quando iniziarono a diffondersi gli orologi da polso meccanici prima ed elettronici poi.