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Foto del cotello da tavola visto da Pandora

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Faccio conoscere a Pandora il coltello da tavola .

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che sapevo sulla forchetta e avergliene mostrato qualcuna tramite foto , gli dissi – adesso ti dico tutto quello che so sul coltello e Pandora – ok e se ci sono foto fammele vedere e io risposi – certamente . Dopo inizia a spiegare a Pandora tutto quello che sapevo sul coltello da tavolo – Il coltello da tavola è una posata usata per tagliare i cibi a tavola.

Può essere interamente in metallo o costituito da due parti assemblate: la lama in acciaio, oggi in acciaio inox, e il manico, che può essere in legno o plastica, nei servizi di posate preziosi in porcellana e argento.

Per la ristorazione veloce o per occasioni in cui non vi è la possibilità di lavare le posate come picnic o feste ci sono coltelli in plastica usa e getta anche imbustate, in genere con forchetta, cucchiaio e tovagliolo di carta, per motivi igienici; non sono molto robusti né affilati.

Tipi

 Coltello da tavola, nel coperto viene posto a destra del piatto

 Coltello da frutta, di misura media, viene posto in alto, vicino ai bicchieri

 Coltello da carne,non ha la lama seghettata, serve per tagliare piatti di carne come la bistecca alla fiorentina o il barbeque.

Speciali

 Coltello da pesce, con lama non affilata

 Coltello da formaggio, con punta doppia

 Coltello da burro, con la punta arrotondata

 Da ostrica, con lama triangolare molto corta

 Tagliagrana, a forma di goccia.

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Foto delle forchette viste da Pandora

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Spiego a Pandora la forchetta

Dopo aver spiegato a Pandora tutto quello che sapevo sullo spago , gli dissi – adesso ti spiego la forchetta e Pandora disse – ok se c’ e qualche foto fammela vedere e io risposi – certamente . Dopo iniziai a dire a Pandora tutto quello che sapevo sulla forchetta – La forchetta è una posata da tavola con due o più punte (generalmente quattro) denominate rebbi e disposte a pettine, usata per infilzare cibi solidi e portarli alla bocca o per tenerli fermi e tagliarli per mezzo di un coltello. La forchetta è realizzata principalmente in metallo; un tempo in argento, ottone e alpacca, oggi acciaio inossidabile, ma esistono anche forchette di legno. Per la ristorazione veloce o per occasioni in cui non vi è la possibilità di lavare le posate come picnic o feste ci sono forchette in plastica usa e getta anche imbustate, in genere con coltello cucchiaio e tovagliolo di carta, per motivi igienici.

Storia

La forchetta venne inventata in Cina durante la Cultura Qijia. C’è chi afferma che in Giappone lo strumento fosse già presente ancor prima.

L’introduzione della forchetta nel mondo occidentale, almeno nella forma che conosciamo oggi, risale al 1000 d.C. ca. Precedentemente a questa data, i Romani e i Greci facevano uso a tavola delle sole mani; nel caso di famiglie nobili e ricche si andavano invece utilizzando dei “ditali” d’argento, strumenti che avevano lo scopo di non sporcare le dita a chi li utilizzasse.

Le prime forme di forchetta furono degli spiedi a due punte chiamati lingula o ligula, che venivano usati per infilzare i datteri.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la conseguente invasione barbarica, anche la forchetta seguì lo stesso declino. Nell’Impero d’Oriente, invece, l’uso di questo “oggetto lussuoso” continuò.

Comunque in Italia le forchette cominciarono a diffondersi già tra il XIV sec. nel Regno di Napoli, dove all’epoca si consigliava di adoperare un punteruolo di legno (antenato del modello in acciaio) per mangiare nella maniera migliore la pasta appena cotta e scivolosa.

Nel 1003 la forchetta venne portata in Occidente grazie alla principessa Maria, nipote di Costantino VIII, che venne data in sposa al diciannovenne Giovanni, figlio del doge veneziano Pietro II Orseolo. Tuttavia il suo uso rimase bandito dalle corti europee per l’ostilità della Chiesa. San Pier Damiani la definì un “demoniaco oggetto” perché nell’immaginario cristiano era un oggetto in uso al Diavolo.

A Firenze erano sicuramente in uso nella famiglia Pucci, come testimonia il dipinto di Sandro Botticelli sulle nozze di Nastagio degli Onesti, commissionato come regalo di nozze da Lorenzo il Magnifico nel 1483. Dalla corte medicea l’uso della forchetta fu diffuso in Francia da Caterina de’ Medici.

La sua difficile diffusione in Occidente passò anche nella corte di Carlo V, il quale ne aveva addirittura una piccola collezione, e poi a Parigi dove rientrava fra le curiosità locali di una locanda, il tour D’argent, ambiente dove Enrico III di Valois (1551-1589), figlio di Caterina de’ Medici, adoperò la forchetta per la prima volta.

L’uso della forchetta rimaneva però visto in malo modo: era considerata segno di eccessiva stravaganza, a tal punto che persino il Re Sole preferiva usare le dita alla forchetta e si convinse ad usarla soltanto quando la sua corte fu trasferita a Versailles nel 1684.

La forchetta incontrò difficoltà non solo in Francia ma anche negli altri Paesi e soprattutto nella Chiesa: le superstizioni religiose opposero la più strenua resistenza all’avanzare del progresso e della forchetta. Fu solo nel 1700 che le autorità ecclesiastiche ripresero in esame la dibattuta questione dell’infernale strumento il cui uso era ancora interdetto fra le mura dei conventi.

Soltanto dopo la metà del ’700 la forchetta iniziò a diventare quell’essenziale strumento che oggi conosciamo. La forchetta venne introdotta nell’Italia meridionale probabilmente nel decennio francese tanto che in Calabria si chiama broccia dal francese broche, spiedo.

Tipi

Coperto

Forchetta da tavola

 Forchetta da pesce, abbinata al coltello da pesce fa parte del servizio di posate

 Forchetta da dolce

 Forchetta da frutta

 Forchetta da fonduta, col manico molto lungo e due soli rebbi

 Forchettina per lumache

Servizio

 Forchetta da servizio, grande con tre rebbi

 Forchetta per la pasta va posta alla destra del commensale che non dovrà incrociare le mani per prenderla.

 Forchetta per insalata, col cucchiaio fa parte delle posate da insalata, di misura maggiore di quelle da tavola.

 Forchettone per arrosto, con due rebbi molto lunghi e robusti

 Forchetta per sott’aceti, piccola con due soli rebbi

Cucina

 Forchettone

 Pinza(usata per gli spaghetti)

La forchetta in musica

Il termine forchetta indica anche una particolare posizione delle dita sugli strumenti a fiato, in cui si solleva un dito compreso tra due dita abbassate (ad es., indice ed anulare abbassati sulle chiavi o sui fori, medio sollevato). Questa posizione è abbastanza innaturale per l’esecutore ed in più produce un suono più povero delle altre, ma si rende necessaria in alcuni strumenti per la produzione di alcune note. Negli strumenti moderni queste posizioni sono quasi completamente evitate grazie all’adozione di opportune chiavi.

Curiosità

L’artista e designer Bruno Munari ha giocato con l’espressività antropomorfa di queste posate nelle sue forchette parlanti (1958).

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Faccio conoscere a Pandora lo spago

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che sapevo sulla corda , gli dissi – adesso ti spiego lo spago e Pandora – inizia pure quando vuoi . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che sapevo sullo spago – Lo spago è un tipo di corda sottile. Composto da uno o più trefoli di fibra tessile ritorti, quella maggiormente usata è il lino ma può essere di cotone, canapa, sisal anche se le tecnofibre stanno soppiantando i materiali naturali. Il colore tradizionale è écru ma può venire tinto facilmente. Si differenzia dal cordoncino sia per il materiale, che è più grezzo, che per la finitura, quella del cordoncino è molto ritorta e liscia.

La dimensione, che va da uno a cinque mm. circa, viene definita da un numero.

Usi

 Lo spago serve principalmente per legare, trova utilizzo con caratteristiche diverse in molti campi:

 nell’imballaggio tipicamente per legare i pacchi, viene soppiantato dal nastro adesivo

 in agricoltura per legare le balle di fieno, un tempo in sisal oggi in materia plastica.

 nell’industria alimentare, per legare e appendere i salumi è in fibra di lino.

 in abbigliamento come laccio o stringa.

 in nautica per l’impiombatura delle cime.

 per lavori di intreccio come il macramè.

 per l’artigianato nella costruzione di oggetti come: amache, borse, manici, portavasi.

 per l’hobbystica: braccialetti, lampade e decorazioni.

Negli anni 60′ 70′ era in voga uno spago colorato, con l’anima in cotone e il rivestimento in plastica, che veniva usato per fare gli scoubidou.

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Faccio conoscere a Pandora la corda

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che sapevo sulla lampadina , gli dissi – adesso ti dico tutto quello che so sulla corda e Pandora disse – ok , iniziai a spiegare quando vuoi . Io allora iniziai a dire a Pandora tutto quello che sapevo sulla corda – La corda è un insieme di fili intrecciati, di materiali vari, capaci di sopportare sforzi di trazione. Può essere costituita da materiali fibrosi (naturali o sintetici) o metallici. Nel primo caso viene comunemente chiamata corda, nel secondo si usa il nome di fune.

La struttura

Una fune o uno spago sono sempre formati da fili primari, detti anche filacce. La riunione per torsione di diverse filacce ritorte, che è detta commettitura, porta alla formazione di legnoli o trefoli, che possono essere nuovamente ritorti insieme con un’operazione di cordatura che produce una fune: le torsioni successive sono generalmente eseguite in senso inverso.

I materiali

Per fabbricare corde (non metalliche) le materie prime devono avere particolari caratteristiche di resistenza ed elasticità. Esse sono principalmente:

 la ramia

 la seta

 la canapa di Manila

 il sisal

 la iuta

 il lino

 il nylon

 il cotone

Tutte queste materie non hanno la medesima importanza: la iuta, la canapa, il lino, la seta e oggi il nylon sono le più adoperate.

La fabbricazione a mano

Oggi la corderia a mano resiste soltanto in alcuni piccoli opifici artigianali, soprattutto nei dintorni dei porti; questi opifici necessitano di molto spazio, perché l’operaio addetto prepara le filacce e per mezzo di un torcitoio a pedale dà il via alle torsioni necessarie per ottenere i trefoli per le funi.

La fabbricazione automatica

 Per quanto riguarda la fabbricazione automatica, le corderie oggi si avvalgono sia di più macchine in serie che eseguono le successive operazioni, sia di una macchina unica; nel primo caso le operazioni di torcitura delle filacce, di commettitura e di cordatura, sono rispettivamente eseguite da torcitrici, commettitrici, cordatrici. Per la produzione di corde più grosse e di piccole funi, si adoperano macchine (cordatrici) che permettono di ottenere il prodotto finito in una sola operazione: in tali macchine, le bobine di fili semplici sono disposte all’interno di alette orizzontali, il cui numero corrisponde a quello dei trefoli da fabbricare. Le alette hanno un movimento di rotazione continuo e attorcigliano i fili che sono richiamati attraverso il loro perno; un dispositivo analogo permette di torcere insieme i trefoli prodotti dalla prima sezione della macchina. Per la fabbricazione di grosse funi si preferisce procedere con due operazioni successive; in certi casi (funi molto grosse) si possono anche usare macchine mobili che riproducono il lavoro a mano del cordaio.

Inoltre alcune funi piatte si ottengono giustapponendo i fili semplici e riunendoli gli uni agli altri mediante cuciture. In certi casi la corda subisce un’operazione di lucidatura meccanica, dopo spalmatura eventuale di una bozzima che ne permette l’impiego diretto anche come spago.

I prodotti

 I prodotti della corderia comprendono:

 gli spaghi, costituiti da filacce semplici o ritorte a formare un trefolo, e poi lucidate

 le alzaie, formate per unione di diversi trefoli

 le corde composte e i gherlini, costituiti dall’unione di diverse alzaie

La corda di budello, fabbricata con intestini di animali, è utilizzata nella trasmissione del moto per piccole coppie, negli strumenti musicali (corda vibrante) e per le racchette da tennis. I nerbi, detti impropriamente corde, sono ricavati dai tendini e dai legamenti animali che vengono poi trattati in conceria, battuti e ritorti. Negli strumenti musicali a percussione si usano però corde metalliche; in quelle a plettro anche corde di nylon.

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Foto della lampadina vista da Pandora

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Faccio conoscere a Pandora la lampadina

Dopo aver spiegato a Pandora tutto quello che sapevo sulla lampada e sul lampadario , gli dissi – adesso ti spiego tutto quello che so sulla lampadina e Pandora – inizia a spiegare pure quando e se ci sono foto fammela vedere e io risposi – certamente . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che sapevo sulla lampadina – La lampadina è un dispositivo elettrico specificamente progettato per produrre luce; a questo scopo può utilizzare differenti tecnologie ed avere diversi possibili usi. Principalmente una lampadina viene classificata attraverso i suoi due parametri più importanti:

 Tensione di alimentazione (indicata in V = volt)

 Potenza assorbita dalla rete (indicata in W = watt)

La potenza non è un indice diretto del flusso luminoso prodotto da essa (misurato in lumen), poiché quest’ultimo è determinato anche dall’efficienza luminosa dell’apparato stesso, ovvero dal rapporto tra l’energia luminosa visibile emessa e l’energia elettrica assorbita. L’energia perduta è pertanto quella parte di energia consumata che non serve alla produzione di luce visibile.

 Nella maggioranza dei casi questa energia perduta è dissipata sotto forma di calore oppure, in misura meno significativa, sotto forma di luce emessa in zone dello spettro elettromagnetico che non sono percepibili dall’occhio umano: infrarosso e ultravioletto.

Una lampadina viene anche catalogata attraverso la forma del suo bulbo:

 Goccia (la forma più comune)

 Oliva

 Tortiglione

 Sfera

 Peretta

 Tubolare

Un altro elemento specifico di una lampadina è dato dalla tonalità della luce che emette, che può essere più calda o più fredda. Normalmente si definisce questo parametro come temperatura di colore, ovvero la tonalità che avrebbe la luce emessa da un corpo nero ideale, riscaldato alla temperatura data e il cui valore è espresso in kelvin. È da sottolineare che contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, quando si parla di luce calda, si intende una luce tendente verso la parte rossa dello spettro luminoso e quindi emessa da un corpo a temperatura Kelvin più bassa. Il ragionamento è esattamente l’opposto se parliamo di luce “fredda”, cioè tendente verso il blu.

Una caratteristica importante da considerare è costituita dalla tipologia di attacco della lampadina, che si chiama viròla e che può distinguersi in vari standard per forma e misura:

 a Vite: di forma cilindrica filettata, più comune nell’Europa continentale, convenzionalmente dette viròla tipo E27 o E14 (la E è l’iniziale di Edison, il numero indica il diametro espresso in mm). Esistono anche virole di diametro maggiore, per illuminazione stradale (attacco Goliath) o minore, per torce tascabili (attacco Lilliput);

 a Baionetta: di forma cilindrica senza filettatura, con diametro di 22 mm, più comune in Gran Bretagna ed in alcune zone della Francia, viene detta viròla del tipo B22 (nel caso di baionetta standard da 22 mm); esistono altri tipi di baionetta di diametro inferiore per spie da pannello, fari automobilistici, ecc.;

 Tuttovetro (o Glassocket): il corpo della viròla è costituito dal prolungamento estruso del vetro del bulbo della lampadina stessa, formando un tutt’uno con essa. Sulla sua superficie si trovano i contatti necessari all’alimentazione del filamento. Viene detta viròla del tipo Tnn, dove al posto di nn deve intendersi scritta e pronunciata la cifra indicante la dimensione dell’attacco in millimetri;

 Bipin o bi-pin: lampadina in cui, al posto della viròla, i fili di contatto escono rettilinei e paralleli direttamente dal bulbo, similmente ai piedini di una valvola termoionica, particolarmente usata per faretti alogeni o lampade da proiettori;

 Siluro (o faston): lampadina dal bulbo a forma rettilinea, cilindrica e provvista di una doppia viròla conica, una per estremità del cilindro.

Cronologia storica

 1802 Humphry Davy dimostra il funzionamento della lampada ad arco in aria atmosferica;

 1835 James Bowman Lindsay mostra un sistema di illuminazione con lampada ad incandescenza;

 1841 A Parigi vengono installate lampade ad arco sperimentali per l’illuminazione pubblica;

 1856 Il soffiatore di vetro Heinrich Geissler realizza il primo arco elettrico all’interno di un tubo;

 1867 Antoine Henri Becquerel propone il primo esempio di lampada fluorescente;

 1875 Henry Woodward brevetta la lampadina elettrica;

 1876 Pavel Yablochkov inventa al candela di Yablochkov, la prima lampada ad arco con elettrodi in carbone di pratico utilizzo; fu utilizzata per l’illuminazione pubblica a Parigi;

 1879 Alessandro Cruto ricercatore di Piossasco (TO), stimolato da una serie di conferenze tenute da Galileo Ferraris, si dedicò alla realizzazione di un filamento per lampadine ad incandescenza riuscendo, unico fra gli sperimentatori, a produrne uno con coefficiente positivo (resistenza ohmica che aumenta con l’aumentare della temperatura), utilizzando un filo di carbonio immerso in un’atmosfera di etilene. Questo permetteva alla lampadina di brillare ben 500 ore rispetto alle 40 raggiunte dai prototipi di Thomas Edison presentati 6 mesi prima. La grande conoscenza del carbonio da parte di Cruto era dovuta ai suoi anni di sperimentazione nel tentativo di creare diamanti sintetici. Pur avendo realizzato un filamento in grado di superare quello degli americani, Cruto non fu in grado di brevettare l’invenzione su scala mondiale, per la mancanza di finanziatori.

 1880 Thomas Edison e Joseph Wilson Swan brevettano la lampada ad incandescenza con filamento di carbonio;

 1890 Alexander Lodygin brevetta l’uso del filamento di tungsteno nelle lampade ad incendescenza;

 1893 Nikola Tesla sviluppa lampade a scarica ad induzione, senza elettrodi, alimentate ad alta frequenza e le usa per illuminare il proprio laboratorio;

 1894 McFarlane Moore inventa il tubo di Moore, precursore delle attuali lampade a scarica;

 1901 Peter Cooper Hewitt sviluppa la lampada a scarica a vapori di mercurio;

 1903 William Coolidge introduce commercialmente l’uso del filamento di tungsteno, che nelle versioni a semplice e poi a doppia spiralizzazione, è giunto fino ai giorni nostri, superando il secolo di vita;

 1911 Georges Claude realizza la lampada al neon;

 1926 Edmund Germer brevetta la lampada fluorescente, che sarà commercializzata a partire dal 1938 nelle versioni a tubo dritto e circolare con circuito di accensione e stabilizzazione (ballast) esterno, e comparirà in versione compatta con attacco E27 e ballast elettronico incorporato nel 1978 (le attuali lampadine cosiddette a basso consumo;

 1962 Nick Holonyak Jr. brevetta il primo semiconduttore fotoemittente LED a luce visibile, che viene commercializzato 6 anni più tardi nella versione microlampada di colore rosso con reofori a saldare per circuito stampato. Lungo i successivi 30 anni diverranno man mano disponibili LED di tutte le colorazioni, sconfinando oltre il visibile nei campi IR ed UV, mentre a partire dal 2000 saranno disponibili LED bianchi a media ed alta intensità luminosa, proposti come sostitutivi a basso consumo delle lampade ad incandescenza;

 2 settembre 2009 L’Unione europea bandisce la produzione di lampadine ad incandescenza pari o superiori a 100 W e di tutte quelle a bulbo smerigliato, a vantaggio di quelle a basso consumo;

 Settembre 2010 L’Unione europea bandisce la produzione di lampadine ad incandescenza di potenza pari o superiore a 60 W;

 Settembre 2012 Nell’Unione europea cesserà per legge la produzione di tutte le lampadine ad incandescenza per illuminazione domestica, che saranno sostituite principalmente da quelle a basso consumo e in misura minore da quelle a raggruppamento di LED e quelle alogene tuttovetro, tutte comunque con potenze, formati ed attacchi retrocompatibili con le classiche lampade ad incandescenza.

Tecnologie

Esistono lampadine basate su tecnologie molto diverse tra loro:

Ad arco

 Queste lampade sono state le prime ad essere inventate e il loro principio di funzionamento si basa sulla creazione di un arco elettrico, il quale genera un forte flusso luminoso con spettro simile a quello della luce solare. Originariamente per poter generare l’arco in atmosfera d’aria, necessitava un’elevata tensione ed elettrodi di grafite che, consumandosi per ossidazione e sublimazione, dovevano essere continuamente accostati da un dispositivo ad orologeria, per far sì che l’arco non si estinguesse.

Questa tecnologia venne quasi abbandonata a causa della sua farraginosità o rimase con applicazioni ridotte (tipicamente proiettori cinematografici), finché non venne reintrodotta grazie allo sviluppo delle lampadine allo xeno in cui il gas nobile inserito in un’ampolla di vetro, protegge gli elettrodi dalla consunzione (attuali applicazioni: fari di automezzi stradali, flash fotografici, lampade da proiezione moderne).

Incandescenza

 Nella lampada ad incandescenza la produzione di luce avviene portando un filamento metallico di tungsteno all’incandescenza, alla temperatura di 2700 K, per effetto Joule. Il filamento di tungsteno è posto in un’ampolla, generalmente di vetro o quarzo, riempita di gas inerti (argon, azoto, ecc.) per evitare l’ossidazione del filamento e limitarne l’evaporazione. Lo spettro di emissione della superficie incandescente del filamento è approssimabile allo spettro di un corpo nero.

Una variante è la lampada alogena.

I classici attacchi standard sono E27 (attacco grande) ed E14 (attacco piccolo).

Nelle lampadine a incandescenza, solo il 5% dell’energia che le alimenta viene convertita in luce, il rimanente 95% viene sprecato in calore.

L’8 dicembre 2008, la Commissione Europea per l’Energia ha approvato la messa al bando in tutti gli Stati membri delle lampade ad incandescenza, secondo un programma di progressiva sostituzione a partire dal settembre 2009, con completamento nel settembre 2012, .

Scarica

 Nelle lampade a scarica la luce viene prodotta da un gas ionizzato per effetto di una scarica elettrica. Sono tipicamente costituite da un tubo di vetro o quarzo al cui interno è presente un particolare gas o vapore (es. di sodio o di mercurio), alle cui estremità sono collocati due elettrodi. Una opportuna differenza di potenziale provoca la formazione di un arco di plasma nel gas.

L’emissione avviene in corrispondenza delle righe di assorbimento tipiche del gas impiegato. Per esempio, nelle lampade al sodio a bassa pressione l’emissione è pressoché monocromatica gialla. Più spesso la luce è prodotta per fluorescenza, come nelle comuni lampade fluorescenti, erroneamente chiamate tubi al neon, anche se il neon in realtà non è alla base del loro funzionamento. In queste lampadine la scarica avviene in vapore di mercurio, prevalentemente nello spettro ultravioletto. Sulla superficie interna del tubo è deposto un materiale fluorescente che assorbe l’energia dei raggi ultravioletti e la riemette nel campo della luce visibile.

La scarica nei gas è stata realizzata prima della lampadina ad incandescenza, ma l’applicazione pratica di questo fenomeno fisico nelle lampadine si è avuta solo nella prima metà del novecento. Le lampadine a fluorescenza convertono in luce il 25% dell’energia consumata.

LED

 Alternative alle lampadine a filamento, sono costituite da uno o più diodi LED, alimentati da un apposito circuito elettronico, il cui scopo è principalmente quello di ridurre la tensione di rete ai pochi volt richiesti dai LED. La luce viene prodotta attraverso un processo fisico nella giunzione del diodo, chiamato “ricombinazione Elettrone-Lacuna” che dà origine all’emissione di fotoni, di colore ben definito dipendente dall’energia liberata nella ricombinazione. Sono ormai di uso consolidato i LED monocromatici come il rosso, il giallo, il verde e il blu, nonché tutte le loro combinazioni, mentre non è possibile realizzare LED che producano nativamente luce bianca (che però – è bene ricordare – non è un colore bensì un mix di alcuni colori dello spettro).

 Tali LED sono però stati realizzati all’incirca a partire dall’anno 2000, con 3 giunzioni emittenti luce verde, blu e rossa, ottenendo la luce bianca per composizione dei tre colori primari. Alternativamente viene accoppiato un LED blu con uno strato di fosfori che emettono luce gialla e la combinazione dei rispettivi spettri di emissione produce anche in questo caso un effetto di luce bianca.

Diversamente dalle lampadine a incandescenza che terminano la loro vita con la bruciatura del filamento, i LED degradano lentamente con una perdita della luminosità che scende al 20-30%. Da un punto di vista economico i LED sono più costosi delle lampadine a filamento, ma la durata di funzionamento di un LED, che si aggira intorno alle 50 000-80 000 ore, è ben superiore alla vita di una lampadina tradizionale.

Dal punto di vista energetico, i LED sono molto più efficienti delle lampadine a filamento poiché il 50% dell’energia assorbita produce illuminazione e pertanto la quantità di energia sprecata sotto forma di radiazione infrarossa e di calore rilasciato nell’ambiente sono molto ridotti rispetto alle tecnologie di illuminazione tradizionali.

Polimeri organici

Questa tecnologia, che nel futuro potrebbe diventare quella predominante, si basa su materiali plastici (polimeri) in grado di emettere luce per elettroluminescenza se attraversati da corrente elettrica. Una classe particolare ma non l’unica di questi materiali sono gli OLED. I principali vantaggi risiedono nella economicità di esercizio, nel buon rendimento luminoso e nella lavorabilità dei corpi illuminanti in fogli di forma arbitraria. Potrebbero per esempio tappezzare il soffitto o le pareti, generando una luce diffusa di varia tonalità, non abbagliante e senza ombre. Con questa tecnologia si riuscirebbe a convertire in luce oltre il 70% dell’energia elettrica che si consuma, ma al momento l’impianto risulta essere molto più costoso per lumen emesso, rispetto ad altri sistemi.

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Faccio conoscere a Pandora la lampada e il lampadario

Dopo aver spiegato a Pandora tutto quello che sapevo sui pantaloncini e avergliene fatto vedere qualcuno tramite le foto , gli dissi – adesso ti spiego la lampada e poi ti spiego il lampadario e Pandora disse – ok , iniziai pure quando vuoi . Io allora a dire a Pandora tutto quello che sapevo sia sul lampadario e sia sulla lampada – La lampada è uno strumento utilizzato al solo scopo dell’Illuminazione.

Storia

Fin dall’antichità l’uomo ha inventato sistemi per procurarsi la luce. I greci e romani usarono lampade ad olio di origine vegetale, soprattutto olio di oliva. Altri popoli nel medio oriente utilizzavano il petrolio che affiorava spontaneamente in superficie in alcune zone. Questi oggetti erano costituiti da contenitori in terracotta, bronzo, ottone o altro materiale in cui era contenuto l’olio; in un beccuccio laterale era inserito uno stoppino su cui bruciava il combustibile attirato per capillarità. Rispetto alle candele la luce prodotta è più intensa. Oggi sono ancora usate lampade a kerosene, basate su principi simili ma che producono una luce ancora più intensa.

Gli esempi più antichi di lampade sono quelle a combustione di grassi liquidi consistenti in un recipiente contenente il combustibile nel quale era immersa in parte una miccia, detta comunemente stoppino, alla cui estremità libera ardeva il liquido assorbito per capillarità.

Attraverso i secoli questa forma di illuminazione ha avuto diverse evoluzioni essendo costruita in vari materiali fra i quali la terracotta e il ferro. Le prime lampade aventi una struttura in metallo appartengono al XIV secolo e potevano essere portatili o fisse. Quelle portatili erano dotate di un fusto sottile di metallo, con un anello all’estremità superiore a base espansa, così da formare un piccolo serbatoio per l’olio, con uno o più becchi.

Tra il XV e il XVI secolo la lampada assume le più svariate forme spesso d’ispirazione classica, mentre tra il XVII e il XVIII secolo le lampade dette a sospensione vengono decorate con l’aggiunta di elementi dorati o argentati oppure vengono cesellate, destinate ad ornare gli interni di palazzi e chiese.

Una radicale innovazione nel campo delle lampade è stata, più che l’introduzione delle lampade a gas, quella delle lampade elettriche, manifestazione dello spirito dei tempi moderni legati alla praticità e all’efficienza degli oggetti. La presenza del ferro battuto nelle lampade moderne è infatti limitata alla base decorativa che sorregge il paralume usualmente in tessuto, oppure alla forgiatura di particolari tipo di lampade per l’arredo.

Molto usate nel XIX secolo furono le lampade a gas, sia per l’illuminazione che nelle abitazioni private. Il gas illuminante utilizzato era una miscela di ossido di carbonio e idrogeno e veniva prodotto a partire dal coke con un processo di gassificazione. Era quindi accumulato nei gasometri e distribuito attraverso una capillare rete urbana. La combustione del gas può avvenire a fiamma libera oppure all’interno di una reticella di metallo agente da catalizzatore. Esistono lampade a gas alimentate da bombole di propano (GPL) utilizzate particolarmente in campeggio.

Intorno al 1900 fu inventata la lampada a carburo, che forniva molta più luce di quelle a petrolio. È costituita da due contenitori, uno superiore pieno di acqua ed uno inferiore contenente carburo di calcio (CaC2). Facendo lentamente gocciolare acqua sul carburo avviene una reazione che produce il gas acetilene. Questo viene convogliato ad un beccuccio dove brucia con fiamma intensamente luminosa.

L’utilizzo di lampade a fiamma libera nelle miniere di carbone rappresentò per lungo tempo un grave pericolo, poiché nelle gallerie poteva accumularsi il grisù, una miscela esplosiva di aria e metano, che poteva essere innescata dalla fiamma. Importante fu quindi l’invenzione da parte del chimico Humphry Davy nel 1815 della lampada di sicurezza o lampada di Davy. In essa la fiamma era isolata dall’aria da una fine reticella di rame che impediva il propagarsi dell’esplosione.

Le lampade moderne sono prevalentemente elettriche, ad arco, a scarica o ad incandescenza.

Il lampadario

Rispetto alla lampada, il lampadario è caratterizzato dal fatto di essere sospeso o applicato ad un’altezza conveniente in modo da illuminare dall’alto l’ambiente circostante e di essere costruito in modo da costituire anche ornamento all’ambiente stesso. L’uso di tali apparecchi per l’illuminazione artificiale diviene comune con l’adozione della candela a cera soprattutto all’interno di abitazioni private.

Storia del lampadario

I primi lampadari avevano una struttura costituita di regola da uno o più ordini di candele, normalmente disposti in circolo e sostenuti da bracci a raggi partenti da un motivo centrale sospeso dall’alto. La variazione sui lampadari era rappresentata da questo motivo centrale e dai bracci, secondo i diversi periodi e le località. Nel Medioevo i lampadari vengono costruiti a foggia di cerchio o di corona, altri a forma di croce disposta orizzontalmente. Lo stile gotico invece preferisce linee più semplici e strutture con fusto rigido e tanti bracci che si dipartono a uno o più ordini. Il materiale preferito per la costruzione dei lampadari in queste epoche è per l’appunto il ferro e tale predilezione continua fino al Rinascimento, periodo nel quale il lampadario si arricchisce di materiali ornamentali, quali il vetro, la porcellana o pietre dure.

Le appliques

 Una variante dei lampadari piuttosto particolare è quella rappresentata dalle cosiddette appliques. Queste possono essere definite come lampadari applicati al muro, la cui origine è contemporanea a quella del lampadario centrale sospeso. Le fogge delle appliques sono le più diverse, da quelle semplici e lineari rappresentate da una parte fissata al muro che sostiene il piattino che conterrà la candela a quelle con due o più bracci.

La parte che permette di trasformare l’applique in un oggetto d’arredo di un certo valore è quella fissata al muro, poiché presenta una minore o maggiore cura nelle decorazioni, rispecchiando lo stile dell’epoca nella quale è stata forgiata. L’uso di fissare i lampadari alle pareti si diffonde a partire dall’età barocca, anche per il gusto puramente estetico di associare alla fonte principale di illuminazione ovvero al lampadario un elemento che ne riprendesse i motivi più rilevanti stilizzandoli.

Tipi di lampade

 Geordie lamp

 Lampada a carburo

 Lampada a cherosene

 Lampada a scarica

 Lampada ad arco

 Lampada ad incandescenza

 Lampada al neon

 Lampada OLED

 Lampada al plasma

 Lampada allo xeno

 Lampada alogena

 Lampada di Davy

 Lampada di Wood

 Lampada fluorescente

 

Lampadari

 

Polycandelon

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