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Foto dell’ Umidità visto da Pandora

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Spiego a Pandora l’ umidità

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Tenda e avergli fatto vedere una foto della tenda , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sull’ umidità e Pandora disse – ok , inizia a spiegare quando vuoi . Dopo pochi minuti io inizia a dire a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul’ umidità – L’umidità è la misura della quantità di vapore acqueo presente nell’atmosfera (o in generale in una massa d’aria).

 

Misurazione dei parametri di umidità

 

Vari sono i parametri significativi:

 Umidità assoluta: è la quantità di vapore acqueo espressa in grammi contenuta in un metro cubo d’aria. L’umidità assoluta aumenta all’aumentare della temperatura, l’umidità di saturazione aumenta più che proporzionalmente quindi l’umidità relativa tende a scendere. Quando un abbassamento di temperatura porta a far coincidere l’umidità assoluta con quella di saturazione si ha una condensazione del vapore acqueo e il valore termico prende il nome di temperatura di rugiada. In corrispondenza di questo valore se si ha una superficie fredda si ha la rugiada (brina a valori sotto lo zero), se la condensazione riguarda uno strato sopra il suolo si ha la nebbia.

 È un valore poco apprezzabile e per questo si preferisce l’utilizzo dell’umidità specifica.

 L’umidità assoluta può essere espressa in termini di peso di acqua per volume di atmosfera o in pressione parziale relativa del vapore rispetto agli altri componenti atmosferici (kg/m3 o Pa).

 Umidità specifica: è il rapporto della massa del vapore acqueo e la massa d’aria umida, valore che varia a seconda della pressione e della temperatura.

 Umidità relativa: indica il rapporto percentuale tra la quantità di vapore contenuto da una massa d’aria e la quantità massima (cioè a saturazione) che il volume d’aria può contenere nelle stesse condizioni di temperatura e pressione. Alla temperatura di rugiada l’umidità relativa è per definizione del 100%. L’umidità relativa è un parametro dato dal rapporto tra umidità assoluta e l’umidità di saturazione. È svincolato dalla temperatura e dà l’idea del tasso di saturazione del vapore atmosferico, e delle ripercussioni sui fenomeni evapotraspirativi delle colture. Il deficit di saturazione è dato dalla differenza tra umidità assoluta e umidità di saturazione.

 Esempio: se una massa d’aria ha una temperatura propria, ad esempio, di 15 °C con una quantità di umidità relativa pari al 50%, affinché tale umidità possa raggiungere il 100% (saturazione) a pressione costante, e, magari depositarsi (condensazione) sarà necessario abbassare la temperatura della massa d’aria, ad esempio, di 5 °C, portarla cioè da 15 °C a 10 °C..

 Caratteristiche

 

La quantità di vapore che può essere contenuta da una massa d’aria decresce al diminuire della temperatura e diventa quasi nulla a -40° (Questo valore coincide nelle scale Celsius e Fahrenheit).

 

Il quantitativo massimo di umidità contenibile per volume dipende dalla temperatura; si intende per umidità di saturazione o tensione di saturazione il quantitativo massimo di vapore acqueo contenibile a quella temperatura (equilibrio tra molecole che evaporano e molecole che condensano). In situazioni reali la saturazione è influenzata anche dalle caratteristiche dell’acqua evaporante (fase, sostanze disciolte e loro carica, forma della superficie evaporante). Si definisce per questo una temperatura di saturazione adiabatica.

Effetti

 

Questo valore condiziona:

 la formazione delle nubi e le precipitazioni;

 l’evapotraspirazione del suolo;

 lo sviluppo degli organismi viventi (ad esempio, in agrometeorologia, lo sviluppo di parassiti fungini).

 

Valori

 

Un valore di umidità relativa pari al 100% non implica che la totalità della massa d’aria sia composta da acqua o vapore, ma che quella massa aria contiene la massima quantità di vapore contenibile in quelle condizioni senza che si abbia condensazione: in queste situazioni la possibilità di precipitazioni è molto elevata.

 

L’umidità specifica, essendo misurata in g/kg, risulta essere poco immediata nella descrizione della quantità di vapore. Per ottenere il valore in percentuale è sufficiente dividere tale valore per 10 (bisogna prima convertire i grammi in kg e poi moltiplicare per 100).

 Umidità nei vari ambienti

 

Valori bassi di umidità relativa si hanno in corrispondenza di clima caldo secco, per esempio frequente ai Tropici. Normalmente l’umidità relativa è tra il 30% e il 100% alle nostre latitudini. Negli aerei è particolarmente bassa, intorno al 12%.

 

L’umidità relativa dell’aria in situazioni di benessere varia da 35 a 65%; non dovrebbe mai essere superato il valore di 50% con temperature maggiori di 26 °C.

 

Strumenti di misurazione

 

Per poter ricavare l’umidità specifica, si utilizza il nomogramma di Herloffson, che è una cartina con riportati molte griglie di più valori e dal risultato del loro incrocio si ottiene il valore massimo d’umidità specifica per quelle condizioni.

 

Lo strumento usato per misurare l’umidità relativa si chiama igrometro la cui scala è graduata da 0% a 100%.

 

Tra gli strumenti per la misurazione dell’umidità atmosferica vi sono:

 Igrometro a capello

 Igrografo

 Psicrometro.

 

Umidità negli edifici

 

La presenza di umidità eccessiva nei muri e nell’aria all’interno degli edifici è un fattore di degrado diffuso ed insidioso, in quanto può compromettere le finiture, la stabilità strutturale degli edifici e la vivibilità degli ambienti.

 

I principali fenomeni che determinano problemi di umidità negli edifici sono:

 infiltrazioni: ad esempio dovute alla non integrità della copertura dell’edificio;

 capillarità: l’acqua può risalire per capillarità all’interno dei muri dell’edificio, se non adeguatamente protetti, soprattutto nelle zone basamentali;

 condensazione: dovuta alla presenza di superfici fredde all’interno dell’edificio (per esempio in corrispondenza di ponti termici o di pareti esterne isolate male) o all’interno di strati isolanti permeabili al vapore posti nelle pareti esterne.

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Foto della Tenda vista da Pandora

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Spiego a Pandora la Tenda

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul coppo e avergli fatto vedere alcune foto , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla Tenda e Pandora disse – ok , inizia a spiegare quando vuoi . Dopo poco io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Tenda – La tenda è una piccola abitazione che si monta e smonta facilmente.

 

All’interno è costituita generalmente da un telaio in alluminio, che viene poi ricoperto da teli di tessuto impermeabilizzato. La tenda viene fissata al terreno con la tensione di cavi legati a dei paletti di ferro o di legno piantati nel terreno, chiamati picchetti. All’interno di una tenda si dorme solitamente avvolti in sacchi a pelo.

 

Essa viene chiamata in vari modi a seconda della forma e della grandezza:

 Tenda canadese: molto piccola, contiene al massimo due persone;

 Tenda da campo: generalmente usata dai militari;

 Tenda da campeggio: usata moltissimo da famiglie, ha una capienza di 5-6 persone o più.

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Foto del Coppo visto da Pandora

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Spiego a Pandora il Coppo

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sul Tappeto e dopo avergli fatto vedere una foto di quel Tappeto , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul Coppo e Pandora disse – ok , inizia pure quando vuoi . Dopo poco io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul Coppo – Il coppo, o tegola curva, localmente detta anche “canale”, prodotto tradizionalmente per stampaggio ed industrialmente per estrusione, deriva geometricamente da una superficie cilindrica tagliata secondo due piani paralleli trasversali all’asse del cilindro e secondo altri due piani secanti lungo una retta normale all’asse del cilindro stesso[senza fonte]. Le dimensioni tipiche, variabili nelle varie tradizioni regionali (coppo veneto, coppo piemontese, ecc.) sono di 45-50 cm di lunghezza per una larghezza di 13-17 cm.

 

Il fabbisogno per metro quadrato di copertura è piuttosto variabile a causa della misura di sovrapposizione molto flessibile. Tuttavia occorrono circa 28-30 coppi, da disporre inferiormente per file convesse (canali) e superiormente per file concave (coperte), con sormonti di 10 cm circa; ne deriva un peso a metro quadrato di circa 60-66 kg. La pendenza della falda non è in genere inferiore a 30%.

 

Era largamente usato già dagli antichi romani, ma conosciuto anche da greci ed etruschi. La sua diffusione in epoca storica comprendeva l’Europa meridionale e tutto il Mediterraneo, compreso il mondo arabo.

 Rappresenta il tipo di copertura più diffusa in Italia. Ha l’inconveniente di tendere nel tempo a scivolare verso il basso; per assicurare stabilità di posizione, sono in commercio versioni dotate di semplici sistemi che permettono di ancorare insieme un coppo con l’altro.

 

Disposizioni del manto

 

Il coppo viene utilizzato tradizionalmente in due diverse disposizioni del manto di copertura:

 quella sopra descritta che prevede file parallele alterne, concave e convesse, di coppi, che è diffusa principalmente nell’Italia meridionale e che a volte prende la definizione di “alla diavola”.

 la disposizione alternata con gli embrici (tegole piane) diffusa principalmente nell’Italia centrale e che a volte prende la definizione di “alla romana” o alla “fiorentina”. In effetti in Toscana è stata utilizzata in via praticamente esclusiva fino all’avvento di tipologie di tegole più moderne.

 

Entrambe le disposizioni, consentendo un’ampia tolleranza di sovrapposizione sia longitudinale che trasversale, si adattano anche a coperture di geometria complessa.

 

Produzione moderna

 

La produzione moderna presenta modelli innovativi di conformazione complessa, impiegati al posto del coppo tradizionale, finalizzati ad assicurare una maggiore velocità di posa, maggiore stabilità rispetto al vento e vibrazioni, e minore manutenzione. Tra questi, per esempio, la tegola ottenuta concettualmente dall’unione di un coppo di canale ed uno di copertura (in sezione, essendo il susseguirsi di due “U” una concava ed una convessa, è assimilabile ad una “S”). Tali modelli, nelle ristrutturazioni, non consentono tuttavia di rispettare l’aspetto estetico e tipologico precedente e generalmente il loro uso non è consentito nei centri storici.

 

Sono presenti sul mercato prodotti di varie colorazioni ottenute con diverse qualità di argilla o aggioungendo all’impasto ossidi naturali.

 

Vengono prodotti anche tegole e coppi smaltati o “antichizzati”, che cercano di imitare l’aspetto delle coperture invecchiate per l’azione del tempo e degli agenti atmosferici..

 

Tipi particolari

 

Coppo portoghese

 

Detto anche tegola portoghese, si tratta di una tegola di forma asimmetrica con una parte convessa, simile al normale coppo, affiancata da una parte piana che corrisponde a quella sulla quale si sovrappone la fila di tegole adiacente. È una versione aggiornata del sistema coppo-embrice, ma in realtà una forma simile risulta utilizzata fin da epoca romana.

 

Attualmente è prodotto in laterizio ed in cemento e utilizzato al posto del tradizionale sistema coppo-embrice. Quello prodotto in cemento in vari colori, costituisce il sistema di copertura preferito in molte delle nuove costruzioni.

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Foto del Tappeto visto da Pandora

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Spiego a Pandora il Tappeto

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul Pilastro e dopo avergli fatto vedere una foto di un pilastro io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul Tappeto e Pandora disse – ok . Dopo poco io iniziai a dire a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sul Tappeto – Un Tappeto è un drappo di tessuto di materiale vario, generalmente di lana, ottenuto con la lavorazione a nodi. Usato per ricoprire pavimenti, tavoli e superfici simili è generalmente di grosso spessore.

 

Cenni storici

 

In Oriente, il tappeto ha origini particolarmente antiche, datate V secolo o VI secolo, più tardi il tappeto annodato sarebbe stato introdotto in Persia dai turchi Selgiuchidi a partire dal XI secolo. Il più antico tappeto a noi pervenuto è noto come Tappeto di Pazyryk (circa 500 a.C.). L’arte del tappeto persiano giunse alle più alte vette durante la dinastia dei Safavidi, ovvero fino al primo quarto del 1700. Nel 1800 ha un ruolo importante la città turca di Smirne dietro le accresciute richieste della borghesia europea. I Tappeti egiziani, un tempo chiamati Tappeti di Damasco o Tappeti mammelucchi a motivi geometrici stilizzati, furono prodotto di punta dei mercanti veneziani già dal 1500, come appare ad esempio nei dipinti dell’epoca di Tintoretto.

 

Il periodo migliore della produzione di tappeti in India corrisponde al XVI secolo e XVII secolo, sotto la dinastia Moghul e grazie a lavoratori migrati dalla Persia. I capolavori di questa arte raffigurano spesso scene di caccia con elementi naturalistici.

 

In Europa i tappeti sono stati fabbricati sin dal 1200 in Spagna, con molteplici riferimenti alla produzione anatolica; questo tipo di tappeto venne massicciamente esportato nel resto del continente e chiamato tappeto ispano-moresco. La Francia ebbe maggior fortuna nella produzione seicentesca dei laboratori del Louvre, i cui motivi sono ispirati alla pittura francese di paesaggio. Nel 1800 la manifattura dei tappeti venne fusa con quella dei gobelin.

 In altre nazioni europee nacque una produzione più che altro ad imitazione di disegni orientali, ma maggiormente meccanizzata; infine nel 1900 l’arte del tappeto passò dall’imitazione a motivi astratti o stilizzati, fino alla rivalutazione di tipi rustici regionali.

 

Le lavorazioni orientali

 

Il tappeto orientale ha una individualità spiccata, che permette agli esperti del settore di determinare il luogo d’origine e, con buona approssimazione, persino l’età. Ogni distretto, persino ogni famiglia, possiede disegni e motivi propri che vengono trasmessi di generazione in generazione e che di solito non vengono copiati da estranei. Peraltro la conoscenza dei costumi permette anche di stabilire l’uso che si intendeva fare del tappeto ed il simbolismo religioso o poetico in esso contenuto.

 

I tappeti orientali sono classificati in base alle aree di provenienza, non necessariamente coincidenti con confini politici:

 Tappeti Anadöl o turchi commercializzati nei mercati principali di Smirne ed Istanbul, non hanno solitamente figure umane o di animale e sono asimmetrici, con prevalenza di colori come azzurri, verde Nilo, seppia, giallo ed avorio;

 Tappeti Berberi, sono caratterizzati da colori squillanti (rosso, azzurro, oro), disegni geometrici asimmetrici e lane di filato grosso;

 Tappeti del Caucaso, adorni principalmente di arabeschi e figure geometriche;

 Tappeti Transcaspio, i cui tipi migliori vanno sotto il nome di Bukhara;

 Tappeti Turkestan, il cui motivo dominante è un ottagono reiterato in colonne verticali o orizzontali;

 Tappeti persiani, ornati a disegni floreali con scene di caccia e, negli esemplari antichi, persino di novelle;

 Tappeti indiani;

 Tappeti del Deccan;

 Tappeti cinesi che riprendono disegni ed ornamenti tipici delle ceramiche della medesima provenienza, come il drago e la fenice;

 

La lana utilizzata nei tappeti orientali è prevalentemente di pecora, ma ciò non esclude l’utilizzo di lana di capra o di cammello. La finezza del filo ed il numero dei punti annodati nell’unità di superficie dipendono anch’essi dalla regione di provenienza, ma anche dal pascolo e dalla razza dell’animale da cui si è ricavata la lana.

 

Sono da considerarsi tappeti anche le coperte tessute dagli indiani Navajo.

 

I coloranti

 

I coloranti utilizzati dalla tradizione orientale sono divisi in due gruppi:

 Coloranti naturali, usati per tutti i tappeti fino al 1870;

 Coloranti sintetici, giunti dall’Europa nella seconda metà del XIX secolo;

 

L’introduzione di coloranti chimici all’anilina rischiò di pregiudicare la fama del Tappeto Orientale in tutto il mondo. Infatti i tappeti lavorati con filati tinti chimicamente scolorivano e si deterioravano rapidamente. Il governo persiano dopo qualche decennio proibì l’importazione dei coloranti all’anilina e vennero prese severe misure contro chi continuava ad utilizzarli.

 I nodi

 

Nodi che formano il vello di un tappeto.

 

Due sono i tipi di nodi utilizzati dalle popolazioni orientali per tessere tappeti:

 Il nodo simmetrico Turkibaft, che in persiano significa “annodato dai turchi”, è anche noto come ghiordes o semplicemente nodo turco. Prende questo nome perché effettivamente utilizzato prevalentemente dalle popolazioni turche, comprese quelle della Persia;

 Il nodo asimmetrico Farsibaft, “annodato dai persiani”, prende anche nome di senneh o nodo persiano.

 

La decorazione

 

Le categorie decorative della tradizione orientale sono:

 Tappeti geometrici, che non necessitano di un’alta densità di nodi, sono prevalentemente utilizzati da popolazioni nomadi ed in alcuni villaggi anatolici, persiani e caucasici. I motivi sono generalmente semplici e spesso formati dalla ripetizione degli stessi elementi. Come nelle altre arti si tratta della forma più primitiva di decorazione ed i suoi elementi sono generalmente frutto di antichi eritaggi tribali;

 I Tappeti floreali nacquero agli inizi del XVI secolo con l’introduzione di nuove tecniche e tecnologie che permisero l’esecuzione di motivi curvilinei e quindi di una maggiore densità di nodi. Le decorazioni, a differenza dei tappeti geometrici, nascono dall’artista che disegna e colora i cartoni: l’Ustad, il maestro decoratore che poi affida il suo progetto agli artigiani addetti all’annodatura.

 

Entrambe le tipologie annoverano le stesse strutture decorative del campo:

 A tutto campo, con una decorazione uniforme per tutto il campo del tappeto;

 A medaglione centrale, dove al centro del tappeto viene posto un grande elemento principale. A volte i medaglioni possono essere ripetuti più volte, solitamente mai più di tre volte;

 Da preghiera, che presentano il mihrab ovvero presentano il campo composto a nicchietta;

 Ad alberi, motivo utilizzato anche nei tappeti da preghiera;

 Ad animali, nei tappeti geometrici solitamente animali legati alla vita dei nomadi (cavalli, ecc.) mentre nei tappeti floreali l’esotismo delle specie annoverate è limitato solo dalla fantasia dell’Ustad.

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Foto del Pilastro visto da Pandora

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Spiego a Pandora il Pilastro

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla parete e avergli fatto vedere varie foto , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ era da sapere sul Pilastro e Pandora disse – ok . Dopo pochi minuti io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul Pilastro – Il pilastro è un piedritto, ovvero un elemento architettonico verticale portante, che trasferisce i carichi della sovrastruttura alle strutture sottostanti preposte a riceverlo. Anticamente il pilastro fu usato come richiamo alle pietre monolitiche che venivano erette nell’architettura primitiva, al contrario della colonna che riproduceva i tronchi d’albero, quindi l’architettura lignea. Teoricamente la colonna è un caso particolare di pilastro a base tonda (circolare, ovale, ellittica…) anche se nella storia dell’architettura l’uso dell’una o dell’altro è sempre stato ben distinto e con risultati molto diversi..

 

Descrizione

 

La particolarità del pilastro è data dalla forma che si immagina verticale (ottenuta cioè da una base che si sviluppa ortogonalmente al piano che la contiene); tale base piana può essere quadrata, rettangolare, poligonale o più complessa (polilobata, a fascio, ecc.), ma mai tonda: in quel caso si parla di colonna. Anche se dal punto di vista statico c’è differenza tra l’elemento colonna e pilastro: il primo ha un comportamento a puntone, per cui è soggetto a compressione (o deboli pressoflessioni causate da eccentricità del carico), mentre il secondo, che è collegato con incastri elastici alla struttura, è soggetto normalmente a pressoflessione.

 

La sezione trasversale può essere costante in forma e dimensione, oppure variare in forma e/o dimensione: si parla allora di pilastro rastremato.

 

Nell’architettura tradizionale il pilastro a base circolare è, ovviamente, la colonna; nell’architettura moderna si può invece parlare di pilastri a base circolare in tutti quei casi di strutture che per dimensione, tipologia o disegno non siano assimilabili a colonne..

 Funzione

 

È un elemento strutturale verticale che può sostenere un architrave, un arco oppure una trabeazione.

 

Un gruppo di quattro pilastri collegati da archi può ancora sostenere una volta a crociera, costituendo in questo caso una campata.

 

In edilizia quattro pilastri possono sostenere ad esempio due travi parallele, le quali a loro volta sostengono un solaio, con orditura ad esse perpendicolare.

 

Particolari pilastri, in genere svasati verso l’alto, detti “a fungo”, possono sostenere direttamente un solaio bidirezionale in cemento armato.

 Sollecitazioni

 

Il pilastro è soggetto fondamentalmente a sollecitazioni di sforzo normale e di momento flettente o più in generale pressoflessione semplice o deviata.

 

Le verifiche strutturali più importanti per un pilastro sono la resistenza alla compressione e la verifica ad instabilità a carico di punta. In zona sismica è altrettanto importante effettuare anche un controllo degli spostamenti.

 

Le normative di calcolo di riferimento sono l’Eurocodice o in alternativa un Decreto Ministeriale che risale al 1996[senza fonte], con successive modifiche e integrazioni. I criteri di calcolo si basano attualmente sul metodo degli stati limite.

 

Tecnologia

 

Un pilastro in calcestruzzo armato è realizzato a partire dalle fondazioni, con barre d’acciaio longitudinali disposte a circa 3 centimetri sotto la superficie esterna che ne garantiscano la continuità strutturale. Le staffe sono invece armature metalliche trasversali che circondano le barre facendo così aumentare il confinamento e la resistenza a taglio del pilastro.

 

Il getto di calcestruzzo di un pilastro avviene all’interno di un cassero in legno, in metallo o anche in altri materiali.

 

Un pilastro in acciaio è in genere un profilato prodotto in stabilimento, trasportato in cantiere e montato mediante l’uso – un tempo – anche di chiodi, ora solo con bulloni o con saldature.