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Imparo a Pandora ad andare in bicicletta

Dopo aver spiegare quelle due cose io e Pandora iniziammo a scendere con la bicicletta piano piano e con molta calma e dopo essere usciti io dissi a Pandora una volta messo la bicicletta per terra  – allora Pandora per far muovere la bicicletta devi mettere i piedi sui pedali , mi abbassai e feci vedere a Pandora dove stavano i pedali , una volta messi i piedi li li muovi una alla volta avanti e cosi la bici cletta va avanti e Pandora disse – e se devo fermarmi , allora vedi questi cosi fatti metallo , quelli sono i freni ,basta che premi e la bicicletta si ferma ma non premere molto seno ti fai molto perché cadi tu e la bicicletta . Dopo poco Pandora si mise sulla bicicletta , mise i piedi sui pedali e mise le mani sui manubri e inizio come le avevo detto e lei imparò in fretta ad andarci in bicicletta . Dopo aver fatto 5 giri Pandora disse – ora basta e io dissi – ok , allora vieni che mettiamo alla tua bicicletta vicino alla mia e quella di mio . La mia bicicletta e quella di mio fratello erano molto più grandi rispetto a quella di Pandora , mentre lei aveva solo 5 marcie , le nostre biciclette aveva 18 marcie . Una volta entrare Pandora disse – molto belle la tua bicicletta  e quella di tuo fratello e io dissi – domani ti presento a mio fratello e ti faccio vedere la sua stanza e Pandora disse – ok .

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Spiego a Pandora la Guarigione delle Ferite

Dopo aver spiegato a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulle Ferite , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla Guagione delle ferite e Pandora disse – ok , inizia a spiegare quando vuoi . Dopo poco io iniziai a dire a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sulle Guagione delle Ferite – Per guarigione delle ferite si intende un complesso processo biologico finalizzato al riempimento della soluzione di continuo rappresentata dalla ferita con una struttura definitiva di natura connettivale, la cicatrice.

 Anche se di solito è riferito a quelle cutanee riguarda le ferite di tutti i tessuti biologici.

 

Modalità della guarigione

 

Le ferite possono andare incontro a guarigione con tre modalità differenti:

 Per prima intenzione

 È il caso delle ferite da taglio, delle quali rappresenta un esempio quella chirurgica, lineari o a grande curvatura, a margini netti e soprattutto suturate. Tale procedimento, infatti, riducendo al minimo la perdita di sostanza per accostamento dei lembi, ne favorisce il riempimento da parte del tessuto di granulazione con tempi di cicatrizzazione veloci e risultati estetici buoni.

 Per seconda intenzione

 Riguarda le ferite non suturate e quindi lasciate aperte, per scelta o per necessità. In questi casi il tessuto di granulazione, che si forma sul fondo della lesione, per riempirla deve procedere dal basso in superficie con un processo che richiede tempi più lunghi e che può determinare inestetismi anche gravi. Appartengono a questo gruppo le:

 Ferite lacero-contuse

 caratterizzate da margini frastagliati e poco vitali, da aree necrotiche e dalla presenza di ematomi, situazioni che predispongono all’infezione.

 Ferite inquinate o infette

 quali sono quelle traumatiche particolarmente contaminate o quelle chirurgiche interessanti siti infetti come si verifica in presenza di ascessi o fistole o dermatopatie.

 Ferite con perdita di sostanza

 rappresentate tipicamente dalle ustioni per la loro estensione in larghezza, per la irregolarità dei margini, per la presenza di aree necrotiche, per i fenomeni essudatizi.

 Per terza intenzione

 Questo tipo di guarigione riguarda le ferite chirurgiche andate incontro, nel decorso post-operatorio, a una deiscenza parziale o totale.

 Il trattamento di questa complicazione prevede di norma la riapertura completa della ferita, la sua accurata detersione, l’asportazione delle aree mortificate, un adeguato zaffaggio. In un secondo momento, valutata la situazione locale e dopo aver escluso la presenza di focolai di infezione, si può procedere a una nuova sutura dei lembi. Ciò favorirà il processo di guarigione che, in questo caso, sarà detto per III intenzione.

 

Processo di guarigione

 

Consiste in una serie di eventi finalizzati alla neoformazione di un tessuto di natura connettivale, quindi diverso da quello originario, la cicatrice, avente la funzione di riempire la perdita di sostanza rappresentata dalla ferita. Il processo avviene per fasi distinte, ma che in alcuni momenti possono sovrapporsi, precedute da una fase preliminare emostatica.

 Fase emostatica

 Rappresenta la risposta locale all’emorragia, provocata dalla rottura dei vasi sanguigni, mediante l’azione dei trombociti e l’attivazione dei fattori tissutali della coagulazione. Questa fase è caratterizzata dalla formazione di un coagulo, struttura costituita da una rete di fibrina nella quale rimangono imprigionati gli elementi corpuscolati del sangue, che occupa la ferita. Questo coagulo è poco aderente alle pareti e può essere rimosso facilmente anche da piccoli traumi.

 Fase infiammatoria

 L’infiammazione, risposta tipica dell’organismo agli insulti patogeni, nel caso della ferita provvede alla circoscrizione e alla eliminazione dell’agente microbico, degli eventuali corpi estranei e delle cellule necrotiche, ma anche all’attivazione di quei fattori che sono alla base dei successivi processi proliferativi e quindi della riparazione o sostituzione del tessuto danneggiato.

 Comporta vasodilatazione ed essudazione plasmatica e la proliferazione dei macrofagi, cellule mononucleate dotate di capacità fagocitica, che insieme ai granulociti neutrofili provvedono alla detersione della ferita.

 La reazione infiammatoria inizia immediatamente dopo il trauma e dura qualche giorno, prolungandosi anche durante la fase successiva. In quest’epoca la ferita si presenta edematosa e fortemente arrossata.

 Fase proliferativa

 Ha inizio già a qualche ora di distanza dall’evento lesivo e ha lo scopo di rimpiazzare il coagulo con una struttura solida, definitiva. È contraddistinta dalla proliferazione cellulare delle strutture epiteliali, endoteliali e connettivali presenti sui bordi della ferita, che dà origine a un tessuto detto di granulazione per il suo caratteristico aspetto granuloso.

 Ai margini della ferita, dall’endotelio, prende avvio la produzione di abbozzi cellulari che, seguendo l’impalcatura formata dalla rete di fibrina, si portano verso la zona centrale dove si saldano con quelli provenienti dal lato opposto. Dopo il contatto inizia un processo di canalizzazione che trasforma i cordoni solidi in vasi sanguigni; si costituisce in tal modo una nuova rete vascolare.

 A distanza di 24-72 ore dal trauma si ha una importante proliferazione a partenza dal connettivo, quella dei fibroblasti, elementi cellulari che hanno la proprietà di secernere acido ialuronico. Questa sostanza rappresenta un componente attivo nella formazione delle fibre collagene, strutture robuste che progressivamente prenderanno il posto dei filamenti di fibrina.

 Dai fibroblasti originano inoltre le miofibrille, fibre dotate di elevata capacità contrattile attive nel ridurre il volume della ferita, inizialmente dilatata per la trazione esercitata sui bordi dalla tensione dei tessuti e dei muscoli vicini, di oltre 1/3.

 I fibroblasti già allo scadere della prima settimana rappresentano la quasi totalità delle cellule presenti nella ferita; la loro attività durerà ancora per il tempo necessario al collageno prodotto di riempire la ferita. A questo punto, esaurito il loro compito, intorno alla terza settimana, i fibroblasti scompariranno dando l’avvio all’ultima fase, quella della maturazione.

 Contemporaneamente alle altre inizia anche la proliferazione delle cellule dello strato basale dell’epitelio. Questo tessuto ha l’importante funzione di copertura della ferita e la sua produzione è autoregolata, nel senso che cessa quando i gettoni cellulari prodotti sui margini vengono a contatto centralmente. Nei processi di guarigione per seconda intenzione, dove il tessuto di granulazione riempie la ferita dal basso e non offre il sostegno adeguato alla progressione di queste cellule, il meccanismo risulta inefficace e determina ipertrofie e inestetismi della cicatrice.

 Fase della maturazione

 Corrisponde a quella fase in cui la ferita, inizialmente edematosa ed arrossata, viene stabilmente e definitivamente chiusa da una cicatrice con caratteristiche ben diverse: di colorito pallido, liscia, anelastica, priva di annessi cutanei con irrorazione e innervazione ridotte.

 Questa fase dura almeno tre settimane, ma a volte prosegue anche per mesi o per anni.

 

Il processo descritto è tipico delle guarigioni per prima intenzione. Nelle altre, quelle per seconda intenzione, le fasi, ben evidenti ad occhio nudo, sono analoghe ma i tempi risultano allungati e gli esiti, sotto l’aspetto estetico, spesso non soddisfacenti.

 

Fattori che influenzano la guarigione delle ferite

 

Sul processo di guarigione delle ferite possono incidere negativamente alcuni fattori locali e altri generali.

 

Fattori locali

 alterazione della irrorazione sanguigna: per deficit dell’apporto arterioso o dello scarico venoso dovuti a patologie vascolari concomitanti o alla sede della ferita, come accade per quelle localizzate nelle estremità distali degli arti.

 malattie locali: come le affezioni dermatologiche, le ulcere e gli eczemi varicosi, le infezioni.

 presenza di corpi estranei: rappresentati da terriccio, schegge, frustoli di tessuto ma spesso anche dagli stessi materiali di sutura che possono determinare un’azione di rigetto da parte dell’organismo.

 localizzazione e direzione della ferita: le ferite cutanee guariscono meglio se seguono alcune linee virtuali (linee di tensione di Langer) e se non sono a contatto con salienze ossee.

 presenza di grossi ematomi o raccolte sierose

 

Fattori generali

 età del soggetto: la guarigione delle ferite è più lenta nei soggetti anziani;

 stato nutrizionale e carenze vitaminiche: individui con gravi carenze nutrizionali, soprattutto proteiche, presentano un ritardo significativo del processo cicatriziale.

 patologie sistemiche e terapie particolari: alcune malattie, e particolarmente il diabete, influiscono negativamente sulla guarigione delle ferite. Allo stesso modo alcune terapie, come quelle citostatiche e cortisoniche.

 

Storia

 

Per ferita si intende una lesione di continuo delle strutture molli del corpo prodotta da un agente vulnerante. Essendo, almeno nel caso dei tegumenti, immediatamente evidente, consente di stabilire con facilità il nesso tra causa ed effetto ed è ragionevole supporre che fu la prima ad essere conosciuta dall’uomo come entità patologica e la prima per la quale i nostri antenati dovettero inventarsi una cura.

 Furono prima manovre istintive come la compressione che arrestava il sanguinamento, o l’applicazione di sostanze fredde che riduceva il gonfiore e il dolore. Poi fu l’esperienza ad insegnare che detergendo le ferite diminuivano i rischi che andasse incontro a infezione o della ben più temibile cancrena (che saranno definite ed inquadrate nosologicamente solo nel XIX secolo) e che i risultati erano ancora migliori se le lesioni venivano ricoperte con impacchi a base di muschio o foglie ammuffite (per la presenza di penicillina) e infine che l’accostamento dei lembi, la sutura, ne agevolava il processo di guarigione.

 Un bagaglio di nozioni che, tramandate ed arrichitesi di generazione in generazione, furono impiegate per millenni nella cura delle malattie. Si trattava di una terapia empirica e quindi basata solo sull’eperienza, ma che diede ottimi risultati, specialmente in campo chirurgico. L’osservazione e la pratica, infatti, arricchivano in modo particolare il chirurgo (dal greco χείρ, χειρός, mano ed ργον, lavoro: cheiregon, colui che lavora con le mani), permettendogli di sopperire con la manualità alla povertà delle conoscenze scientifiche.

 Ma se ciò era sufficiente sotto l’aspetto tecnico, come testimonia il fatto che presso tutte le grandi civiltà antiche troviamo tracce del trattamento operatorio riservato alle ferite e alle malattie di pertinenza chirurgica con metodi che ci appaiono sorprendentemente attuali, non riusciva a risolvere i due grandi problemi che limitavano drammaticamente la chirurgia: il dolore e l’infezione.

 Così da una parte si conoscevano perfettamente le tecniche di sutura o emostatiche ed erano possibili operazioni anche complesse quali quelle per ernia o di litotomia, ma di contro erano assolutamente insufficienti il controllo del dolore, che limitava drasticamente il ricorso agli interventi, e soprattutto di una complicazione subdola e letale come l’infezione.

 È vero che fino alla fine del XX secolo, agli studi di Louis Pasteur e di Robert Koch, fu impossibile inquadrare questo evento patologico ma occorre ricordare che nel corso dei millenni vi furono alcune geniali intuizioni riguardanti la natura dell’infezione, come quella di Girolamo Fracastoro nel XVI secolo, che furono ignorate dai contemporanei o peggio, come nel caso di Ignác Fülöp Semmelweis alla fine del 1800, che furono oggetto di critiche violente da parte dello stesso mondo scientifico ed accademico.

 Nel caso di Semmelweis, che impose ai suoi collaboratori la pratica di lavarsi accuratamente le mani con cloruro di calcio prima di accedere alle corsie, si trattava di un semplice atto di profilassi più che curativo (risale solo a pochi lustri la scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming nel 1928 e la possibilità di domare l’infezione) ma in grado di far calare in modo drammatico il numero di decessi per febbre puerperale, con risultati quindi evidenti. Ma che non furono capiti o peggio riconosciuti, come tante altre volte era già successo per situazioni analoghe nel corso dei secoli, con conseguenze disastrose.

 Si pensi alle morti dovute alle ricorrenti pandemie che hanno flagellato la Terra o alle infinite vittime delle ferite, spesso non direttamente mortali ma diventate tali per la sopraggiunta infezione, inferte sui campi di battaglia nel corso degli ininterrotti eventi bellici che hanno segnato la storia dell’Umanità.

 

Ippocrate, considerato il padre della medicina, per spiegare la malattia, elaborò una teoria detta Teoria umorale perché basata sul principio che nell’organismo fossero presenti, in perfetta armonia, quattro umori o fluidi: sangue, flemma, bile gialla, bile nera. La malattia nasceva dallo squilibio creato dal prevalere di uno di essi. Lo scopo del medico era quello di aiutare la forza medicatrice della natura mediante la somministrazione di blandi rimedi capaci di provocare l’eliminazione della sostanza eccedente.

 Per il trattamento delle ferite il medico greco consigliava che venissero accuratamente deterse e quindi fasciate con bende pulite.

 

Cinque secoli più tardi Galeno, famoso medico di Pergamo che esercitò a Roma, riprese la teoria ippocratica rielaborandola. Individuò la sostanza in eccesso, causa della malattia, in una materia peccans che andava prontamente eliminata. A questo fine il medico doveva intervenire mediante la somministrazione di emetici e purganti o la pratica dei clisteri e dei salassi.

 Le teorie galeniche, ancor più che quelle ippocratiche, assurgendo a dignità di vero e proprio dogma rappresentarono l’essenza della scienza medica per oltre un millennio, almeno fino al 1500, ostacolando di fatto lo sviluppo delle conoscenze. Per principio tutto ciò che era in contrasto con le tesi del medico romano, o con quanto si riteneva avesse sostenuto Galeno era ritenuto errato, come dimostra appunto il trattamento riservato alle ferite che fu oggetto di una singolare interpretazione durante l’alto medioevo, all’epoca in cui con la nascita delle Università, riprese vigore, dopo alcuni secoli di oblio, sia l’insegnamento che la pratica della chirurgia.

 

Galeno aveva notato che le ferite complicate da suppurazione avevano una prognosi molto più favorevole rispetto a quelle che andavano incontro a putrefazione. Non solo, ma che il loro quadro clinico migliorava palesemente non appena il pus veniva espulso.

 Coerentemente con le sue teorie identificò il pus con la materia peccans da eliminare e il noto aforisma che sarà coniato: ibi pus ibi evacua (dove è presente il pus lì è necessario farlo uscire) testimonia quello fu il cardine teraputico del trattamento delle ferite da parte del medico romano. Lo stesso che viene applicato anche oggi con la differenza che noi sappiamo che la suppurazione è un evento negativo in quanto manifestazione di una infezione mentre Galeno la riteneva un evento auspicabile, e come tale il pus sarà definito bonum et laudabile, perché favorevole alla guarigione.

 Al di là degli aspetti teorici il metodo galenico di detergere le ferite e di mantenerle pulite lavandole con vino o aceto era certamente efficace e possiamo immaginare che produsse ottimi risultati. Eppure, anche in questo caso, il metodo fu prima dimenticato, a causa dei grandi sovvertimenti sociali del basso medioevo, e successivamente fu alla base di un grosso equivoco.

 I grandi chirurghi medioevali come Rogerio Frugardi Maestro della Scuola Medica Salernitana o Guy de Chauliac capostipite della scuola chirurgica francese, ma anche Abulcasis, massima espressione della chirurgia islamica, imbevuti della cultura ippocratica e galenica interpreteranno in maniera singolare le teorie di quest’ultimo riguardanti il trattamento delle ferite.

 Sosterranno infatti, citando erroneamente Galeno, che le ferite possono guarire soltanto se vanno incontro alla suppurazione che pertanto va favorita. A tale scopo tratteranno queste lesioni versandovi sopra sostanze caustiche o olio bollente e utilizzando il cauterio, un ferro arroventato, per ottenere rapidamente l’emostasi e per provocare ampie aree di necrosi tissutale capaci di favorire l’auspicata suppurazione.

 Le conseguenze di questo trattamento furono assolutamente devastanti quando si pensi che sui trattati di chirurgia scritti da Frugardi, Guy de Chauliac ed Abulcasis si formarono intere generazioni di studenti, per almeno tre secoli. Occorre precisare che non furono poche le voci di dissenso. Ugo de’ Borgognoni e suo figlio Teodorico all’Università di Bologna ed il loro allievo Henri de Mondeville a Parigi sostennero che per il trattamento delle ferite era preferibile il metodo secco che prevedeva la loro costante pulizia in modo da tenerle asciutte, piuttosto che quello umido che ne favoriva l’ascessualizzazione. Il loro metodo certamente avrà dato risultati di gran lunga superiori rispetto all’altro ma la forza della tradizione galenica, peraltro fortemente sostenuta dalla Chiesa, e le abitudini consolidate contrastarono e ritardarono quelle scoperte che avrebbero potuto cambiare la storia dell’umanità. Sarebbero passati quasi sette secoli prima che Ignaz Philipp Semmelweis e Joseph Lister considerati i padri dell’Asepsi, dessero ragione ai sostenitori del trattamento secco delle ferite, metodo efficace ma evidentemente soccombente rispetto al dogma galenico..

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Spiego a Pandora la Ferita

Dopo aver detto di andare a provare la bicicletta giù , io dissi a Pandora – ok , prima di andarci ti devo spiegare due cose , molto semplice e poi ci andiamo e Pandora disse – ok . Dopo poco io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulle ferite – Per ferita si intende l’interruzione dei tessuti causata da agenti esterni.

 

Tipologia e classificazione

 

In relazione al percorso e alla profondità le ferite possono essere distinte in:

 superficiali: quando interessano esclusivamente lo strato cutaneo e sottocutaneo

 profonde: quando coinvolgono lo strato fasciale e le strutture che si trovano al disotto

 penetranti: quando creano un tramite tra l’esterno e una delle grandi cavità dell’organismo (cranica, toracica, addominale)

 interne: quando interessano organi interni (fegato, milza, polmone, ecc.) a prescindere dal coinvolgimento delle strutture parietali che possono anche rimanere integre, come accade nei traumi chiusi.

 

Un sistema di classificazione importante è quello che si basa sul grado di contaminazione delle ferite. È opportuno tuttavia precisare che la presenza di germi patogeni nella ferita non determina necessariamente una infezione della stessa.

 Pulite: sono definite tali le ferite di origine non traumatica e nel cui ambito non vi siano interruzioni di alcuni apparati: digestivo, respiratorio, uro-genitale.

 Pulite-contaminate: sono le ferite in cui uno degli apparati è interrotto ma sotto controllo e non vi siano segni apparenti di contaminazione. A questo gruppo appartengono interventi molto frequenti quali la colecistectomia o l’appendicectomia.

 Contaminate: gruppo nel quale vengono inserite le ferite traumatiche recenti e quelle aperte, le ferite con interruzione non controllata dell’apparato gastro-enterico, quelle in presenza di fenomeni infiammatori acuti ma non purulenti, le incisioni delle vie biliari e urinarie in presenza di bile e urine infette.

 Sporche: sono le ferite traumatiche aperte non recenti o quelle dovute a fenomeni perforativi o in presenza di infiammazioni pregresse purulente.

 

Modalità

 

A seconda del meccanismo che le determina si distinguono:

 

Ferite da taglio

 

Sono prodotte da agenti affilati quali coltelli, rasoi, schegge di vetro o metalliche, premuti e fatti scorrere su un tessuto corporeo.

 Si presentano rettilinee o ad ampia curvatura, più lunghe che profonde, con una caratteristica coda iniziale breve (tratto iniziale del contatto) e una coda finale più lunga (allontanamento del tagliente dal tessuto). Una caratteristica ferita da taglio è quella chirurgica da bisturi.

 Hanno i margini netti e sono, in genere, fortemente sanguinanti. L’entità dell’emorragia è legata al numero, al diametro e alla natura arteriosa o venosa dei vasi interrotti, elementi spesso in relazione sia con la profondità del taglio che con il distretto coinvolto. Risultano particolarmente sanguinanti, ad esempio, le ferite del cuoio capelluto, molto meno quelle della linea alba, struttura preferita, per questo motivo, nelle grandi incisioni laparotomiche. Le ferite da taglio spesso provocano un sanguinamento diffuso e puntiforme dei bordi, detto a nappo.

 Questo tipo di ferita, in particolare quella chirurgica che è più netta e regolare, va incontro a guarigione con ottimi risultati estetici. È condizione essenziale però che sia adeguatamente suturata e che non sia contaminata. In presenza di fenomeni settici concomitanti (intervento per appendicite acuta purulenta o per perforazione intestinale) o insorti nel decorso post-operatorio (infezione secondaria del sito chirurgico) anche la sutura più accurata non riesce ad evitare danni al normale processo di guarigione della ferita con possibili esiti cicatriziali antiestetici.

 

Ferite da punta

 

Sono prodotte da agenti vulneranti appuntiti quali spine, aghi, chiodi, spilli, infissi nel tessuto.

 Si presentano con un foro di entrata più o meno piccolo ed un tragitto di lunghezza diversa e che ne determina la distinzione in: superficiali e profonde. Possono essere:

 trapassanti: quando attraversano completamente un segmento corporeo, quale un arto.

 penetranti: quando raggiungono una delle tre cavità: cerebrale, toracica o addominale.

 transfosse: quando la ferita penetrante presenta oltre al foro di entrata anche quello di uscita.

 

Le ferite da punta vanno incontro ad una rapida guarigione favorita dalla loro stessa conformazione che però implica anche maggiori rischi di:

 infezione

 La penetrazione dell’oggetto all’interno della ferita può introdurre materiale inquinante: polvere, terriccio, brandelli di stoffa che a causa della forma stretta e allungata della lesione vengono trattenuti. L’impossibilità di una detersione naturale e la difficoltà di praticarne una chirurgica favorisce quindi le infezioni localizzate con formazione di ascessi. Questo vale nelle lesioni di natura traumatica, ma anche in quelle legate a procedimenti chirurgici (iniezioni, ago-aspirati, paracentesi) per la presenza abituale di germi patogeni sulla superficie cutanea o eventualmente sui presidi chirurgici impiegati. È per tale motivo che ogni atto operatorio va eseguito nel rispetto della più rigorosa antisepsi e dopo lunga e accurata disinfezione della cute.

 complicazione

 La ferita da punta, essendo poco dolorosa e scarsamente sanguinante, tende in genere ad essere sottovalutata; inoltre è oggettivamente difficile stabilirne l’entità. Anche avendo a disposizione l’agente vulnerante non è possibile avere la certezza di quanto sia penetrato e quale direzione abbia seguito. Inoltre la sovrapposizione per scorrimento dei piani tissutali, dotati di elasticità diversa, una volta estratto l’oggetto appuntito, rende impossibile la definizione esatta del suo percorso. La stessa introduzione di uno specillo o di una sonda chirurgica scanalata che voglia seguire il tragitto può dare la sensazione, sbagliata, che esso sia più breve del reale, con conseguenze gravi.

 Un caso emblematico è quello delle ferite penetranti in addome ma non giudicate tali e quindi non ritenute meritevoli di ulteriori e più approfondite indagini. In questi casi le probabili lesioni degli organi interni comporteranno complicazioni gravi emorragiche o settiche con quadri clinici anche drammatici: addome acuto, shock.

 

Altre ferite

 

ferite da punta e taglio

 Sono inferte da agenti vulneranti particolari quali pugnali, spade, lance nei quali si combinano l’azione di pressione e quella di strisciamento. Sono potenzialmente pericolose in quanto sono in grado di raggiungere più facilmente i piani profondi e le grandi cavità.

 ferite lacere

 Sono dovute ad un’azione di strappamento o stiramento, oltre che di taglio. Si presentano edematose con vaste ecchimosi, aree necrotiche e margini fortemente irregolari; in generale sono scarsamente sanguinanti. Hanno spiccata tendenza all’infezione e richiedono quindi un’accurata toilette chirurgica con asportazione dei lembi mortificati ed irregolari. Non sempre è possibile suturarle, anzi, in determinati casi, è opportuno lasciare aperte in modo che guariscano per seconda intenzione.

 ferite contuse

 Sono conseguenza dell’azione vulnerante di oggetti smussi esercitata con energia sufficiente a vincere l’elasticità dei tessuti ma non quella dei vasi. L’area appare fortemente edematosa con ampie aree ecchimotiche.

 ferite lacero-contuse

 Questo tipo di ferita, che combina la natura di quelle lacere e di quelle contuse, rappresenta la lesione di natura traumatica più frequente. La loro caratteristica le rende particolarmente soggette all’infezione e di conseguenza a lunghi tempi di guarigione con esiti cicatriziali antiestetici.

 ferite da arma da fuoco

 Sono ferite dovute all’azione vulnerante dei proiettili lanciati dalle armi da fuoco: pistole, fucili, mitragliatrici o delle schegge da scoppio di ordigni esplosivi:bombe, mine, proiettili di mortaio.

 Nel primo caso le ferite sono caratterizzate da un foro di entrata relativamente piccolo, da un tragitto più o meno lungo e da un foro di uscita a margini estroflessi e di diametro maggiore (dovuto al corpo vulnerante che nel suo progredire crea una rosa di frammenti di tessuto e di osso che lo accompagnano). La gravità della ferita dipende alla forza viva del proiettile, dal distretto colpito, dal numero di organi interessati. Queste ferite hanno molte analogie con le ferite da punta e come queste vanno frequentemente incontro a infezione ed emorragie interne. Almeno inizialmente il dolore è modesto così come il sanguinamento esterno.

 Le ferite da scheggia somigliano a quelle lacero contuse aggravate dal fatto che la forza viva, in questi casi elevata, può determinare danni importanti fino alle conseguenze estreme definite di sfacelo traumatico..

 

Patologia

 

Le ferite hanno tendenza alla guarigione spontanea che avviene mediante il fenomeno della cicatrizzazione. I tempi e gli esiti sotto l’aspetto estetico e funzionale dipendono dai fattori ai quali si è accennato in precedenza.

 In alcune circostanze il processo cicatriziale evolve in senso francamente patologico:

 ipoplastico. Caratterizzato da una scarsa presenza di tessuto di granulazione con riepitelizzazione insufficiente. La cicatrice si presenta di colore più chiaro, infossata, ulcerata.

 iperplastico. Questa complicazione è legata a situazioni diverse: contaminazione, guarigione per II intenzione, presenza di corpi estranei (anche punti di sutura). La cicatrice si presenta rilevata, dura ed arrossata. La correzione chirurgica di questa lesione consiste nella asportazione della cicatrice e nella risutura dei lembi cutanei.

 metaplastico. Complicazione conosciuta anche come cheloide ha una eziopatogenesi non chiara mentre più certe sono alcune predisposizioni: individuali e familiari, la pelle nera, la localizzazione in sedi particolari quali il collo o i rilievi ossei. A differenza della precedente nonostante la correzione, richiesta dai gravi inestetismi che comporta, ha un’alta tendenza alla recidiva.

 canceroso. Costituisce una grave e fortunatamente rara complicazione legata a cause sconosciute..

 

Terapia

 

La terapia delle ferite è essenzialmente chirurgica. A questa va sempre associata una idonea copertura con antibiotici.

 Nel caso delle ferite da taglio non contaminate, a margini lineari e netti, una adeguata sutura favorisce la guarigione per prima intenzione nel giro di pochi giorni.

 Nel caso delle ferite lacere e/o contuse la prima operazione è quella di detergerle accuratamente asportando le aree mortificate o francamente necrotiche e di provvedere alla regolarizzazione dei margini. Ciò consentirà una adeguata valutazione del danno e la scelta di procedere alla sutura immediata della ferita, con o senza apposizione di drenaggi, o piuttosto di lasciarla aperta lasciandola ad una guarigione per seconda intenzione, più lunga ma meno rischiosa.

 Nel caso di ferite da punta è essenziale stabilire se esse siano penetrate in qualche cavità. Utili a questo scopo il ricorso ad alcuni esami quali quello ecografico o radiografico. In presenza di ferite penetranti il rischio di coinvolgimento di uno o più organi è molto alto. Ciò conforta la decisione di intervenire chirurgicamente con un’ampia laparotomia esplorativa o meglio, per la sua minore invasività, di ricorrere ad una laparoscopia esplorativa..

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Foto della Bicicletta di Pandora

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Faccio Apparire una Bicicletta per Pandora

Dopo aver spiegato a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Pittaforma di Ghiaccio e avergli fatto vedere una foto di alcune Piattaforme di Ghiaccio , io dissi a Pandora – adesso faccio apparire una bella bicicletta per te , basta soltanto che tu mi dici di quale colore la vuoi e io te la faccio apparire di quel colore e Pandora inizio a pensare a quale colore voleva la bicicletta e poi disse – la voglio di colore rosso . Dopo pochi minuti io feci apparire una bellissima bicicletta rossa per Pandora , dopo averla fatta apparire Pandora disse – grazie Marcello . Dopo poco io dissi a Pandora – andiamo giù cosi io ti spiego come andare su questa bella bicicletta e Pandora disse – ok .

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Foto della Piattaforme di Ghiaccio viste da Pandora

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Spiego a Pandora la Piattaforma di Ghiaccio

Dopo aver spiegato a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Calotta Artica e avergli fatto vedere qualche foto , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla Piattaforma di Ghiaccio e Pandora disse – ok , inizia a spiegare quando vuoi e se ci sono foto , fammele vedere e io dissi – certamente . Dopo poco io dissi a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sulla Piattaforma di Ghiaccio – Una piattaforma di ghiaccio galleggiante (detta anche tavolato di ghiaccio o barriera di ghiaccio) è una spessa massa di ghiaccio che si forma laddove un ghiacciaio o una calotta di ghiaccio, giunti in corrispondenza della costa, si diffondono oltre, spingendosi fin sulla superficie dell’oceano: si trovano esclusivamente in Canada, Groenlandia e nell’Antartide.

 

Il bordo esterno delle piattaforme di ghiaccio galleggianti presenta un’imponente parete verticale, fino a 30 m di altezza, che ha indotto i primi esploratori dell’Antartico a denominarle Gran Barriera di Ghiaccio («Great Ice Barrier»). Il fronte si estende per chilometri e chilometri, presentandosi come una scogliera di ghiaccio con pochissimi punti di attracco, il che ha costretto molti esploratori dell’Antartide a navigare per giorni alla ricerca di un luogo dove fosse possibile lo sbarco.

 

Descrizione

 

Le piattaforme di ghiaccio galleggianti si estendono dalla costa verso la superficie dell’oceano spinte da forze gravitazionali con componente orizzontale. Tra la piattaforma galleggiante e il ghiaccio ancorato al terreno (bedrock) che la alimenta c’è una linea di confine denominata linea di galleggiamento («grounding line»): da quella linea in poi il ghiaccio comincia a protendersi in acqua, galleggiando, ancorato al ghiaccio della costa. Quando la linea di galleggiamento si ritira verso l’interno della costa, dell’acqua viene aggiunta all’oceano e il livello del mare si alza.

 

Il ghiaccio fluisce continuamente dalla linea di galleggiamento verso il fronte della piattaforma che galleggia nel mare. Di solito, il meccanismo principale di perdita di massa delle piattaforme galleggianti è il distacco degli iceberg, in cui un pezzo di ghiaccio si stacca dal suo fronte proteso nel mare: normalmente, il fronte della piattaforma si estende in avanti per anni o decenni prima che si verifichi un importante distacco di un iceberg. L’accumulo di neve sulla parte superiore della superficie e lo scioglimento del ghiaccio sulla parte inferiore a contatto con l’acqua dell’oceano sono anch’essi fattori fondamentali nel bilancio di massa della piattaforma galleggiante.

 

Lo spessore delle piattaforme di ghiaccio galleggianti va dai 100 m ai 1000 m. La differenza di densità fra il ghiaccio glaciale, che è più denso del ghiaccio normale e l’acqua liquida fa sì che solo 1/9 del ghiaccio galleggi sopra la superficie del mare.

 

Le più grandi piattaforme di ghiaccio galleggianti si trovano nell’Antartico e sono quelle di Ross e di Filchner-Ronne.

 

La piattaforma di ghiaccio galleggiante non va confusa con la banchisa (o ghiaccio marino), la quale non si genera da un ghiacciaio che si spinge in mare dalla terra ma dal congelamento della stessa acqua del mare che comincia a ghiacciarsi in superficie a temperature inferiori a -1,8 °C: in confronto, la banchisa è molto più sottile (generalmente sui 3-4 m) e, benché essa si formi su qualunque mare freddo dove la temperatura scende ai valori suddetti, di solito la si identifica con quella presente sull’Oceano Artico e sull’Oceano australe, intorno al continente antartico.

 

Il termine «piattaforma di ghiaccio catturata» viene utilizzato per il ghiaccio che si forma su un lago subglaciale, como quello di Vostok.

 

Piattaforme di ghiaccio in Canada

 

Tutte le piattaforme di ghiaccio galleggianti canadesi si incontrano nell’isola di Ellesmere e giacciono a nord dell’82º parallelo. Piattaforme di ghiaccio galleggianti ancora presenti sono quelle di Alfred Ernest, Milne, Ward Hunt e Smith. Quella di Ayles di è disgregata il 13/08/2005, quella di M’Clintock tra il 1963 e il 1966 e quella di Markham nel 2008.

 

L’elenco delle piattaforme dell’isola di Ellesmere è il seguente:

 Piattaforma di ghiaccio Alfred Ernest

 Piattaforma di ghiaccio di Ayles (disgregatasi nel 2005)

 Piattaforma di ghiaccio M’Clintock

 Piattaforma di ghiaccio Markham

 Piattaforma di ghiaccio Milne

 Piattaforma di ghiaccio Ward Hunt

 Piattaforma di ghiaccio Smith.

 

Piattaforme di ghiaccio nell’Antartide

 

 

 

Nell’Antartico, le piattaforme di ghiaccio galleggianti si incontrano lungo il 44% delle sue coste. Complessivamente esse ammontano a 1,541,700 km² .

 

Di seguito vengono elencate le singole piattaforme di ghiaccio, procedendo in senso orario, a partire dal bordo nord-occidentale dell’Antartide orientale:

 Piattaforma di ghiaccio Filchner

 Piattaforma di ghiaccio Brunt

 Piattaforma di ghiaccio Riiser-Larsen

 Piattaforma di ghiaccio Quar

 Piattaforma di ghiaccio Ekstrom

 Piattaforma di ghiaccio Jelbart

 Piattaforma di ghiaccio Fimbul

 Piattaforma di ghiaccio Lazarev

 Piattaforma di ghiaccio Hannan

 Piattaforma di ghiaccio Zubchatyy

 Piattaforma di ghiaccio Wyers

 Piattaforma di ghiaccio Edoardo VIII

 Piattaforma di ghiaccio Amery

 Piattaforma di ghiaccio Pubblicazioni

 Piattaforma di ghiaccio Occidentale

 Piattaforma di ghiaccio Shackleton

 Piattaforma di ghiaccio Università di Mosca

 Piattaforma di ghiaccio Voyeykov

 Piattaforma di ghiaccio Cook

 Piattaforma di ghiaccio Slava

 Piattaforma di ghiaccio Gillett

 Piattaforma di ghiaccio Nansen

 Piattaforma di ghiaccio McMurdo

 Piattaforma di ghiaccio Ross

 Piattaforma di ghiaccio Swinburne

 Piattaforma di ghiaccio Sulzberger

 Piattaforma di ghiaccio Nickerson

 Piattaforma di ghiaccio Getz

 Piattaforma di ghiaccio Dotson

 Piattaforma di ghiaccio Crosson

 Piattaforma di ghiaccio Cosgrove

 Piattaforma di ghiaccio Abbot

 Piattaforma di ghiaccio Venable

 Piattaforma di ghiaccio Stange

 Piattaforma di ghiaccio Bach

 Piattaforma di ghiaccio Giorgio VI

 Piattaforma di ghiaccio Wilkins

 Piattaforma di ghiaccio Wordie

 Piattaforma di ghiaccio Jones

 Piattaforma di ghiaccio Müller

 Piattaforma di ghiaccio Principe Gustavo

 Piattaforma di ghiaccio Larsen

 Piattaforma di ghiaccio Ronne.

 

Collasso delle piattaforme di ghiaccio

 

Negli scorsi decenni, i glaciologi hanno osservato una diminuzione consistente nelle dimensioni delle piattaforme di ghiaccio galleggianti a causa del loro scioglimento e del distacco degli iceberg, arrivando persino alla completa disgregazione di alcune di esse.

 

La piattaforma di ghiaccio galleggiante dell’isola di Ellesmere si è ridotta del 90 % nel XX secolo, facendo sì che venissero separate fra loro quelle di Alfred Ernest, Ayles, Milne, Ward Hunt e Markham.

 

Uno studio del 1986 sulle piattaforme di ghiaccio galleggianti canadesi ha rilevato che 48 km², corrispondenti a 3,3 km³, di ghiaccio si è staccato da quelle di Milne e di Ayles tra il 1959 e il 1974. La piattaforma di ghiaccio galleggiante di Ayles, come già detto, ha poi finito per disgregarsi completamente, scomparendo il 13 agosto 2005. Quella di Ward, la più grande rimasta sulla costa settentrionale dell’isola di Ellesmere con uno spessore superiore ai 10 m, ha perso 600 km² di ghiaccio a causa di distacchi massicci di iceberg nel periodo 1961-1962, si è ulteriormente ridotta del 27% in spessore (13 m) tra il 1967 e il 1999, subendo infine un altro importante distacco di ghiaccio nell’estate del 2002.

 

Due sezioni della piattaforma di ghiaccio galleggiante antartica, Larsen, si sono spezzate in centinaia di insoliti piccoli frammenti di meno di un metro tra il 1995 e il 2002.

 

Queste disgregrazioni potrebbero essere connesse al riscaldamento polare che fa parte del più generale riscaldamento globale: tra le ipotesi più accreditate ci sono una aumentata fessurazione della parte superiore delle piattaforme a causa dell’acqua sciolta in superficie e un aumentato scioglimento della parte inferiore delle piattaforme a causa dell’acqua oceanica più calda che circola sotto di esse. E’ da ricordare che i vari distacchi glaciali devono essere studiati singolarmente e le cause di un distacco possono essere di varia natura. Ad esempio recenti studi dell’Istituto Antartico Argentino di Buenos Aires, hanno messo in luce il ruolo determinante giocato da alcuni ghiacciai interni nel crollo di alcune piattaforme (come la piattaforma Larsen): infatti i ghiacci interni che non riescono a scaricare i propri ghiacci in mare a causa dello sbarramento provocato dalle banchise, aumentano di volume fino a determinare il crollo della piattaforma per poi trovare accesso al mare.

 

L’acqua fredda e dolce prodotta dalla fusione della parte sottostante le piattaforme di ghiaccio di Ross e di Ronne-Flichner è una componente importante della corrente di fondo dell’Antartide.

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Foto della Calotta Artica visto da Pandora

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Spiego a Pandora la Calotta Artica

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sull’ Iceberg e avergli fatto vedere qualche foto dell’ Iceberg , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che so sulla Calotta Artica e Pandora disse – ok , inizia a spiegare quando vuoi e se ci sono foto fammele vedere e io dissi a Pandora – certamente  . Dopo poco io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Calotta Artica – La calotta glaciale artica, detta anche banchisa artica, è una crosta di ghiaccio insapore derivante dal congelamento dell’acqua marina che copre la zona del Mare Glaciale Artico. Nella parte centrale, sopra al Polo Nord, è costituita da ghiacci in perenne movimento e deriva.

 

Secondo gli esperti ogni 10 anni va incontro a una riduzione dell’8-10%, ed è stato calcolato che la formazione del ghiaccio negli anni 1978-2000 ha subito un drastico ridimensionamento.

 

Tale meccanismo è in continuo aumento dal momento che, mentre il ghiaccio ha la proprietà di riflettere maggiormente la luce e quindi il calore, le acque lo assorbono maggiormente per cui l’innalzamento della temperatura del Mare Artico comporta un ulteriore maggiore scioglimento dei ghiacci. D’altro canto la riduzione della morsa del ghiaccio, dovuta all’innalzarsi della temperatura, libera ogni anno zone sempre più ampie che diventano ottimali per lo sfruttamento minerario di idrocarburi, argento, nickel, titanio, diamanti e cromo.

 

Solo nel 1926 l’uomo conquista il Polo Nord, nella famosa impresa ispirata da Roald Amundsen, attraverso una stupefacente trasvolata della calotta artica con il dirigibile Norge.

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