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Faccio pranzare Pandora

Era arrivata l’ ora di pranzo cioè l’ una e mia madre stava preparando da mangiare , per me e per Pandora pasta al sugo fusilli , dopo alcuni minuti mia madre porto in tavola due piatti di fusilli sia per me sia per Pandora . Mia madre ci andò a chiamare , io presi la forchetta e iniziammo a magiare pure Pandora con calma inizio a manguare e gli stavano piacendo i fusilli che mia madre aveva preparata . Dopo poco Pandora prese un tovagliolo dal tavolo e si pulì la bocca e pure io feci lo stesso , io dissi a Pandora – ti è piaciuto il pasto e Pandora disse – si è molto buono come pasto .

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Foto della Scimitarra vista da Pandora

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Spiego a Pandora la Scimitarra

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Rosa e avergli fatto vedere varie foto , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla Scimitarra e Pandora disse – ok , inizia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Scmitarra – La scimitarra (arabo: شمشیر, shamshir) è un’arma da taglio originaria dei paesi dell’asia occidentale. Si tratta di una spada con lama monofilare dalla curvatura molto pronunciata, con taglio convesso e dorso concavo, capace di provocare danni molto gravi se usata di taglio.

 

Dalla scimitarra orientale venne derivata la moderna sciabola occidentale..

 

Etimologia

 La parola “scimitarra” si trova usata sia in territorio italiano che francese (cimeterre) a partire dal Tardo Medioevo (XV secolo), per affermarsi in tutte le lingue europee, mentre ad oggi non se n’è ancora trovata una fonte certa in uso nell’impero ottomano.

 

Una possibile origine di “scimitarra” potrebbe derivare dai termini in persiano shim- o shamshir, parola che oggi indica appunto la scimitarra persiana. Questo, a sua volta, è di possibile derivazione da shafshēr, in lingua Pehlevi “artiglio del leone” (sham = artiglio, shir = leone), in riferimento alla forma ricurva della lama dell’arma. Tuttavia è probabile che si tratti di un’interpretazione popolare recente in quanto la parola shafshēr era già presente in Pehlevi con il significato generico di spada.

 

Una serie di armi tradizionali sono comunemente chiamate scimitarre:

 Dao (scimitarra archetipica dei turco-mongoli)

 Kilij (turco)

 Saif (arabo)

 Shamshir (persiano)

 Talwar (indiano)

 Nimcha (di origine marocchina)

 Pulwar (di origine afghana).

 

Cenni storici

 L’origine della diffusione della scimitarra, la prima tipologia di spada curva, può essere fatta risalire al IX secolo, quando venne adottata dai soldati della regione persiana del Khorasan.

 

Inizialmente veniva usata nel combattimento a cavallo, per via del suo peso contenuto e della lunghezza, nonché per la peculiare sagoma che risultava particolarmente adatta ai colpi di taglio preferiti dai cavalieri. Le normali spade erano più versatili, grazie alla loro capacità di colpire di taglio e soprattutto di punta, ma questa capacità non risultava così necessaria per i soldati a cavallo che avevano necessità di colpire rapidamente senza rischiare di impigliare la lama.

 

I cavalieri Mongoli acquisirono la scimitarra dall’XI secolo, facendone largo uso. L’archetipo della scimitarra turco-mongola, il Dao, si diffuse rapidamente tra i vari popoli che vennero a contatto con le armate orientali. L’arma divenne tipica dei turchi Ottomani, mentre l’uso da parte delle popolazioni Islamiche medio orientali è attestato sin dal XV secolo, con la Battaglia di Otranto. Già nel XVI secolo, con l’arrivo sui campi di battaglia delle armi da fuoco, la scimitarra soccombette ed iniziò un lungo declino. La diffusione dell’artiglieria pesante tra XVIII e XIX secolo relegò la scimitarra, così come quasi tutti gli altri tipi di lama, ad un ruolo puramente di prestigio e ornamentale. La vittoria di Napoleone sui Mamelucchi egiziani, grazie ad un uso disciplinato e impeccabile delle tecniche di combattimento moderno, segnò la fine dell’epoca della cavalleria leggera armata di scimitarra. Anche nel ruolo onorifico, perlomeno sul territorio europeo, la scimitarra andò quasi scomparendo, in favore della sciabola prediletta dagli eserciti napoleonici ed europei.

 

L’importanza dell’arma nella cultura islamica è tale da far sì che essa venga usata simbolicamente in numerose bandiere di stati della zona araba, come quella dell’Arabia Saudita o come quella della divisione Handzar, la forza composta da bosniaci islamici organizzata dalle SS..

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Foto delle Rose viste da Pandora

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Spiego a Pandora la Rosa

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sui fiori e avergli fatto vedere qualche foto , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla Rosa e Pandora disse – ok , inizia pure quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sulla Rosa – La rosa, della famiglia delle Rosaceae, è una pianta che comprende circa 150 specie, numerose varietà con infiniti ibridi e cultivar, originarie dell’Europa e dell’Asia, di altezza variabile da 20 cm a diversi metri, comprende specie cespugliose, sarmentose, rampicanti, striscianti, arbusti e alberelli a fiore grande o piccolo, a mazzetti, pannocchie o solitari, semplici o doppi, frutti ad achenio contenuti in un falso frutto (cinorrodo); le specie spontanee in Italia sono oltre 30, di cui ricordiamo la R. canina (la più comune), la R. gallica (poco comune nelle brughiere e luoghi sassosi), la R. glauca (frequente sulle Alpi), la R. pendulina (comune sulle Alpi e l’Appennino settentrionale) e la R. sempervirens.

 

Il nome, secondo alcuni, deriverebbe dalla parola sanscrita vrad o vrod, che significa flessibile. Secondo altri, invece, il nome deriverebbe dalla parola celtica rhood o rhuud, che significa rosso..

 

Storia della rosa

 

Già nell’antichità la coltivazione della rosa era diffusissima, sia come piante ornamentali che per le proprietà officinali ed aromatiche con l’estrazione degli oli essenziali.

 

Sono state le specie spontanee che hanno fornito nel passato le prime varietà coltivate; come la R. canina arbusto con fiori semplici di colore rosa-pallido e steli ricoperti di spine uncinate; e la R. gallica di piccole dimensioni con rami poco spinosi, con fiori semplici color rosa-intenso, che diedero origine a forme dal fiore doppio, non rifiorenti.

 

Alla fine del 1700, fu introdotta in Europa la R. semperflorens nota come Rosa del Bengala dai fiori piccoli e riuniti in mazzetti, rifiorente, con varietà a fiore semplice o semi-doppio di vari colori.

 

All’inizio del 1800 fu introdotta in Europa la R. indica var. fragrans nota col nome di Rosa Tea originaria della Cina e nota anche come R. chinensis dai fiori doppi e rifiorenti.

 

Dagli incroci tra R. gallica e R. indica var. fragrans si ottennero nel 1840 gli ibridi rifiorenti, che sostituirono rapidamente le varietà fino ad allora coltivate, con fiori grandi, pieni, rami lunghi e forti con grosse spine, rustiche, alcune varietà di questo gruppo vengono ancora oggi coltivate, mentre le varietà meno rustiche poco resistenti al freddo, con chioma troppo fitta e steli deboli non in grado di sopportare il peso dei fiori, della R. indica fragrans furono presto abbandonate.

 

Le varietà di R. indica incrociate con gli ‘ibridi rifiorenti’ diedero vita a nuove varietà inserite nel gruppo degli Ibridi di Tea, piante molto fiorifere rispetto agli ‘ibridi rifiorenti’, e più rustiche della ‘rosa tea’, con un portamento intermedio tra le specie d’origine; ancora oggi vengono coltivate alcune varietà di questo gruppo, dai fiori molto colorati con o senza profumo.

 

Sempre nei primi anni dell’Ottocento, da un incrocio occasionale tra R. indica e R. gallica ebbe origine la R. borbonica, oggi praticamente scomparsa, pianta vigorosa, rustica, con rami poco spinosi, fiori grandi a forma appiattita, con petali più corti al centro.

 

Nel 1900 un floricoltore di Lione (tale Pernet Ducher) ottenne, incrociando gli ‘ibridi rifiorenti’ con la R. lutea, specie spontanea del medio-oriente, arbusto dai fiori semplici di colore giallo, che sbocciano a giugno, coltivato da secoli nel mediterraneo, un ibrido che riuniva le caratteristiche delle specie originarie, con rami rifiorenti, lunghi e vigorosi, molto spinosi, foglie lucenti e dentate, fiori non molto grandi, doppi, di colore variabile tra il giallo e l’arancio, incrociando questi ibridi di R. lutea con gli ‘ibridi tea’, si ottenne un gruppo di rose denominate Ibridi di Lutea o R. pernetiana, ancora oggi coltivati.

 

Non è certa invece l’origine delle Rose Polyantha cespugliose e di modesto sviluppo, con fioritura durante tutto il periodo vegetativo, probabilmente frutto di un incrocio occasionale tra la R. multiflora una specie sarmentosa non rifiorente, originaria di Cina e Giappone, e gli ‘ibridi tea’. Le rose polyantha hanno goduto di una notevole diffusione nei giardini per aiuole e bordi, grazie all’abbondante e continua fioritura.

 

Le varietà di ‘rose sarmentose’ derivate dalla R. multiflora hanno mantenuto il carattere non rifiorente della specie originaria, sono piante forti, decorative, con abbondante fioritura, fiori piccoli, doppi, riuniti in mazzetti che ricoprono totalmente i rami, particolarmente sensibili all’oidio.

 

Molto simili sono gli ibridi originati dalla R. wichuraiana originaria dell’estremo oriente, che si distinguono per il fogliame più liscio e brillante.

 

Dall’incrocio di questi ibridi con varietà a fiori grandi, si sono ottenuti ‘ibridi sarmentosi’ a fiori grandi, talvolta profumati, rifiorenti o meno, poco rustici, derivano dalle specie che hanno dato origine alle rose cespugliose a fiori grandi, cioè la R. indica fragrans, la R. lutea, la R. semperflorens, la R. gallica etc., da alcune varietà di ‘rose cespugliose’ sono state selezionate ‘rose sarmentose’ con fiore simile all’originale, che vengono chiamate Rose Climbing.

 

Sempre tra le ‘rose sarmentose’ citiamo quelle ottenute da Filippe Noisette all’inizio del 1800 incrociando la R. muschata e la R. indica fragrans chiamate Rose Noisette, sono piante vigorose, rifiorenti, sufficientemente rustiche, con fiori profumati di medie dimensioni, spesso riuniti in vistosi mazzi.

 

Da ultimo citiamo due specie originarie di Cina e Giappone: la R. banksiae , sarmentosa, adatta alle zone con clima temperato, in quanto resiste poco al gelo, ha lunghi rami ricurvi, ricoperti in primavera da piccoli fiori profumati riuniti in mazzetti; e la R. rugosa, caratterizzata da fusti con moltissime spine lunghe e sottili, piante vigorose, a foglie composte da molte foglioline di colore verde brillante superiormente, grigiastre sulla pagina inferiore, i fiori semplici, semidoppi e doppi, a seconda della varietà, molto profumati..

 

Le numerosissime cultivar oggi in commercio sono state ottenute da complesse e spesso segrete operazioni di poli-ibridazione che ne rendono difficile la classificazione anche dal punto di vista florovivaistico.

 

Uso

 

Come pianta ornamentale nei giardini, per macchie di colore, bordure, alberelli, le sarmentose o rampicanti per ricoprire pergolati, tralicci o recinzioni, le specie nane dalle tinte brillanti e con fioriture prolungate per la coltivazione in vaso sui terrazzi o nei giardini rocciosi.

 

Industrialmente si coltivano le varietà a fusti eretti e fiori grandi, per la produzione del fiore reciso, che occupa in Italia circa 800 ettari, localizzati per oltre la metà in Liguria, il resto in Toscana, Campania e Puglia.

 

I petali vengono utilizzati per le proprietà medicinali, per l’estrazione dell’essenza di Rosa e degli aromi utilizzati in profumeria, nell’industria essenziera, nella cosmetica, pasticceria e liquoristica. È una delle basi immancabili più utilizzate in profumeria.

 

Come pianta medicinale si utilizzano oltre ai petali con proprietà astringenti, anche le foglie come antidiarroico, i frutti ricchi di vitamina C diuretici, sedativi, astringenti e vermifughi, i semi per l’azione antielmintica, e perfino le galle prodotte dagli insetti del genere Cynips ricche di tannini per le proprietà diuretiche e sudorifere.

 

In aromaterapia vengono attribuite all’olio di rosa proprietà afrodisiache, sedative, antidepressive, antidolorifiche, antisettiche, toniche del cuore, dello stomaco, del fegato, regolatrici del ciclo mestruale.

 

Le giovani foglie delle rose spontanee servono per la preparazione di un tè di rosa .

 

Metodi di coltivazione

 

Si adatta a qualunque tipo di terreno purché lavorato in profondità, ben concimato con stallatico maturo. Le piante vengono collocate a dimora in autunno o alla fine dell’inverno nelle zone con forti geli, la concimazione si effettua all’inizio della ripresa vegetativa, incorporando nel terreno letame maturo.

 

La potatura delle piante è importantissima per una buona fioritura.

 

Le varietà rifiorenti non destinate alla forzatura, si potano alla fine dell’inverno o inizio primavera, togliendo i rami vecchi e accorciando quelli nuovi lasciando da 2 a 6 gemme per ramo a seconda del vigore e varietà, generalmente le potature energiche favoriscono la fioritura ad esclusione delle varietà molto vigorose per cui vale la regola contraria.

 

Nelle specie rifiorenti si eliminano man mano i rametti che hanno già fiorito per stimolare la produzione di nuovi fiori.

 

Le rose Polyantha vanno potate a fine inverno, dopo la prima fioritura di maggio e nelle fioriture successive fino all’autunno.

 

Le ‘rose sarmentose’ non rifiorenti, come gli ibridi di R. wichuraiana che hanno forti cacciate, lunghe anche alcuni metri, richiedono l’eliminazione dei rami di 3 anni, la curvatura delle cacciate di 1 anno, che fioriranno nell’anno successivo.

 

Le ‘rose rampicanti’ rifiorenti, vanno potate in base al vigore vegetativo, asportando i rami vecchi (legno vecchio) e raccorciando i rami nuovi.

 

La moltiplicazione avviene di norma per talea di getti dell’anno già lignificati e piantati in cassone a fine estate, o per innesto ad occhio vegetante in primavera estate.

 

Nelle coltivazioni industriali con le varietà coltivate per il fiore reciso, viene praticato l’innesto su soggetto R. indica var. major che fornisce al nesto il giusto vigore.

 

Per avere piante resistenti alla siccità o al gelo si utilizza come soggetto la R. canina ottenuta con la semina, ottenendo però oggetti poco vigorosi e a scarso sviluppo.

 

Avversità

 

Insetti

 

Boccioli di rosa attaccati da adulti di afide grande (Macrosiphum rosae)

 Emitteri

 Afide grande – adulti e neanidi di Macrosiphum rosae attaccano le parti più tenere della pianta, in special modo i boccioli

 Bianca rossa – la specie Chrysomphalus dictyospermi attacca in numerose colonie rami e foglie, insediandosi lungo le nervature della pagina inferiore delle foglie causandone il disseccamento e la caduta.

 Ceroplaste – adulti e larve di Ceroplastes rusci provocano grave deperimento di rametti e foglie con vistosi cali produttivi.

 Cicalina – gli adulti di Typlocyba rosae determinano con le loro punture macchie disseccate

 Cicalina verde – la femmina di Cicadella viridis danneggia i rametti incidendoli per l’ovideposizione

 Cocciniglia – le piante dalla chioma troppo fitta vengono facilmente attaccate dalle femmine di Eulecanium corni che ricopre totalmente rami, getti e talvolta anche le foglie

 Cocciniglia bianca – gli adulti di Aulacaspis rosae ricoprono quasi totalmente i rami

 Cocciniglia gialla della Camelia – le femmine di Hemiberlesia camelliae ricoperte da uno scudetto giallastro, vive sulle foglie e sul fusto

 Cocciniglia rossa forte – gli adulti di Aonidiella aurantii vivono sui rami

 Cocciniglia di S. Josè – la specie Quadraspidiotus perniciosus infesta tutte le parti della pianta con una predilizione per i rami, che ricopre con una crosta fittissima di scudetti; le sue punture provocano macchiolione rossastre sulla parte colpita, e un progressivo deperimento della pianta.

 Cocciniglia violetta – nelle regioni meridionali d’Italia la Parlatoria oleae si fissa sugli organi epigei della pianta rivestendoli di scudetti di 1-2 mm

 Iceria – vengono attaccati da Icerya purchasi la pagina inferiore delle foglie e i giovani rametti

 Lecanio a barchetta – gli adulti di Eulecanium persicae infesta le parti meno soleggiate della chioma, disponendosi in lunghe file lungo i rami.

 Pulvinaria – le larve di Pulvinaria vitis invadono foglie e giovani rametti, mentre gli adulti preferiscono i rami più grossi

 Coleotteri

 Agrilo verde – le larve di Agrilus viridis scavando numerose gallerie nel fusto portano ad un rapido deperimento della pianta; mentre gli adulti si cibano di foglie e fiori

 Bostrico – le larve e gli adulti di Sinoxylon sex-dentatum scavano gallerie in ogni direzione che possono interessare tutto lo spessore del ramo che facilmente si spezza

 Buprestide – gli adulti di Coroebus rubi rodono le foglie mentre le larve scavano gallerie nel fusto e nelle radici

 Carruga – le larve di Phyllopertha horticola si nutrono di erodendo le radici

 Cetonia dorata – gli adulti di Cetonia aurata erodono i petali e gli organi della riproduzione devastandoli

 Cetoniella pelosa – l’adulto di Oxythyrea funesta divora i fiori

 Gracilaria piccola – le larve di Gracilia minuta scavano gallerie irregolari nei rami

 Vermi del Lampone – le larve di Byturus fumatus e Byturus tomentosus rodono gli organi interni, i petali e a volte i frutticini

 Lepidotteri

 Bombice antico – le larve pelosissime di Orgyia antiqua di colore grigio-brunastro rodono le foglie e i frutti

 Bombice dispari – la larva di Lymantria dispar si nutre del lembo fogliare e delle gemme

 Brotolomia – le larve di Brotolomia meticulosa attacca le foglie

 Crisorrea – le larve nerastre di Euproctis chrysorrhoea vivono gregarie a spese delle foglie e dei fiori

 Portesia – le larve nerastre di Porthesia similis si nutrono delle foglie

 Tortricide – le larve di Agryrotoxa bergmananani riuniscono con fili sericei le foglie dei germogli costruendo dei nidi nei quali si cibano del parenchima fogliare

 Imenotteri

 Megachile – la femmina di Megachile centuncularis taglia porzioni circolari di foglia per la costruzione di nidi scavati nel terreno

 Monofadno – le femmine di Monophadnus elongatulus depogono le uova alla base dei nuovi getti primaverili, producendo nel punto di introduzione un rigonfiamento, le larve maturando scavano gallerie per nutrirsi del midollo, risalendo verso l’alto, lasciandosi poi cadere al suolo per l’imbozzolamento

 Rodite – la Rhodites rosae provoca ammassi di piccole galle rotonde, a volte anche di notevole dimensione, dure, legnose, che avvolgono il ramo come un manicotto, che presenta all’esterno lunghi filamenti muscosi di colore verdastro con sfumature rossastre

 Tentredine – le larve grigio-verdastre di Arge rosae vivono gregarie sulle foglie divorandole, danneggiano anche i giovani rami; dannose anche le ferite prodotte dalle femmine all’atto dell’ovideposizione

 Tentrenide arrotolatrice – le larve di Blennocampa pusilla arrotolano il lembo fogliare erodendolo all’interno

 Tentrenide minatrice – le larve di Ardis brunniventris penetrano nei getti e scavano gallerie verso il basso, aprendo successivamente un foro per lasciarsi cadere sul terreno, provocando il disseccamento della porzione di ramo al di sopra della galleria

 Tentrenide nera – la larva di Cladius pectinicornis divora la pagina inferiore delle foglie, lasciando solo le nervature più grosse

 Funghi

 Antracnosi – le foglie attaccate da Sphaceloma rosarum presentano macchie circolari di colore brunastro o porpora, con i margini più chiari, successivamente cadono

 Cancro bruno – il fusto colpito da Cryptosporella umbrina presenta delle tacche brune al centro e porpora-scuro ai margini; anche le foglie colpite mostrano macchie più o meno grandi di colore porporino

 Cancro comune dei rami – la Leptosphaeria coniothyrium provoca sui rami lesioni giallastre con sfumature rossastre che nel tempo si approfondiscono screpolandosi e schiarendosi

 Cancro d’innesto – il punto d’innesto colpito dal Cylindrocladium scoparium presenta la corteccia di aspetto edematoso, con possibile morte della parte superiore

 Cercosporiosi – i tessuti interessati dall’attacco di Cercospora rosicola presentano macchie bruno-giallognole rotondeggianti isolate che col tempo confluiscono assumendo una colorazione giallo-ocra, cosparse di puntini nerastri fuliginosi; successivamente i tessuti disseccano

 Maculatura nera – le foglie attaccate da Diplocarpon rosae presentano macchie nere tondeggianti o rotonde, isolate o confluenti, sfrangiate, con la caduta precoce delle foglie e la compromissione della vegetazione e fioritura

 Marciume dei boccioli – i boccioli attaccati dalla Sclerotinia libertiana si ricoprono copiosamente di muffa grigia, che ricopre petali, calice e pedicello floreale, con conseguente imbrunimento e piegatura dei boccioli; l’infezione è favorita dal clima umido

 Marciume dell’innesto – la Chaloropsis thielavioides danneggia gli innesti ricoprendo la superficie del taglio con uno strato fungino inizialmente bianco-grigiastro che nel tempo assume un colore olivastro e infine nero; a volte danneggia le radici delle rose stoccate nei magazzini

 Marsonina – le foglie attaccate da Marssonina rosae presentano macchie nerastre tondeggianti, isolate o confluenti, sfrangiate, con la caduta precoce delle foglie e la compromissione della fioritura e vegetazione

 Oidio – l’attacco di Sphaerotheca pannosa provoca malformazioni delle foglie che presentano aree clorotiche, spesso ricoperte da una polvere biancastra; dei nuovi getti che presentano sviluppo stentato ricoperti da uno spesso feltro miceliale.

 Peronospora – l’infezione di Peronospora sparsa causa macchie a forma variabile di colore bruno con orli più scuri, sulla pagina superiore delle foglie, e in corrispondenza sulla pagina inferiore si sviluppa una muffa bianca che può espandersi sul peduncolo e i boccioli, facendo disseccare rapidamente i sepali, con una vegetazione stentata e fioritura compromessa

 Ruggine – l’attacco di Phragmidium subcorticium provoca sulla lamina fogliare macchie gialle dai contorni netti, spigolosi e confluenti, con comparsa sulla pagina inferiore di pustoline giallastre che via via imbruniscono con un aspetto polverulento; su rami e germogli provoca invece macchie larghe, bollose di colore giallo-rossastro

 Virus

 Mal della striscia – causa strisce giallastre sinuose sulla lamina fogliare, provoca frequentemente anche una maculatura clorotica irregolare o uno scolorimento dei tessuti clorenchimatici adiacenti alle nervature.

 

Informazioni sulla Rosa

 

Classificazione scientifica

 Dominio Eukaryota

 Regno Plantae

 Divisione Magnoliophyta

 Classe Magnoliopsida

 Ordine Rosales

 Famiglia Rosaceae

 Sottofamiglia Rosoideae

 Genere Rosa

 Specie

 Elenco delle specie di Rosa.

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Foto dei Fiori visti da Pandora

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Spiego a Pandora il Fiore

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul vaso e avergli fatto vedere la foto di un vaso , io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul Fiore e Pandora disse – ok , inizia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sui fiori – Il fiore è l’organo riproduttivo delle Angiosperme, nel quale si sviluppano i gametofiti, avviene la fecondazione e si sviluppa il seme.

 

Il fiore deriva dalla differenziazione dell’apice di un rametto le cui foglie hanno perduto quasi sempre la capacità fotosintetica. Questa differenziazione, detta induzione fiorale o induzione antogena, avviene quando l’apice è ancora di dimensioni microscopiche all’interno della gemma, sotto lo stimolo di fattori ormonali e ambientali. L’induzione fiorale precede la fioritura vera e propria, secondo le specie, da poche settimane a circa un anno.

 

Le piante hanno un ciclo vitale aplodiplonte caratterizzato dall’alternanza di una generazione gametofitica (aploide = 1n) e di una sporofitica (diploide = 2n).

 

Le cellule madri delle spore (2n) subiscono meiosi originando individui aploidi detti gametofiti, in questi gametofiti vengono prodotti i gameti (n) che fondendosi danno vita ad uno sporofita (2n). I gametofiti femminili nelle Angiosperme sono costituiti da 8 cellule aploidi e prendono il nome di sacchi embrionali, quelli maschili (microspore 1n) da 3 e si chiamano granuli pollinici o microgametofiti.

 

Struttura

 

Nelle Gimnosperme il fiore è molto semplice e diverso dal fiore come comunemente viene inteso: un tipico esempio è lo strobilo delle Conifere.

 

Nelle Angiosperme il fiore è l’insieme degli schemi riproduttori, normalmente raccolto in un apparato complesso e composto da più parti che possono considerarsi foglie modificate. I fiori possono essere sessili o peduncolati, e sul ricettacolo, la parte terminale dell’asse, sono inserite le parti fiorali, che sono di quattro tipi: sepali, petali (sterili) stami e carpelli (fertili). Vi sono fiori detti incompleti che mancano di alcune di queste parti. Nel caso siano deficitari di stami o carpelli, il fiore si dice imperfetto. Nel caso in cui il fiore sia completo di tutte le parti fertili esso si dice ermafrodita o perfetto. Il numero delle parti fiorali (numero dei sepali, dei petali, degli stami e dei carpelli) varia tra le famiglie ed è un carattere diacritico.

 

Le varie parti del fiore sono formate da uno o più verticilli di pezzi fiorali. Ogni verticillo è composto da singole unità di cui le esterne (petali o sepali) sono dette nel complesso antofilli. Nei casi più complicati le parti del fiore sono quattro, partendo dalla più esterna:

 Calice, formato da foglioline verdi fotosintetizzanti dette sepali. È una parte fiorale sterile.

 Corolla, formata da petali spesso colorati e con funzione vessillare (capacità di attrarre gli animali impollinatori). Anche questa parte del fiore è sterile.

 Gineceo, è la parte femminile del fiore, fertile. Si definisce anche pistillo ed è composto da una parte basale slargata detta ovario, che si continua in alto nello stilo e superiormente nello stigma. L’impollinazione nelle angiosperme è sempre stigmatica.

 Androceo, è la parte maschile del fiore, fertile. Ha stami formati da filamento e antere; ogni antera ha due teche polliniche, ogni teca pollinica ha due sacche polliniche dove sono contenute cellule madri delle microspore che daranno origine al polline.

 

Dopo la fecondazione gli ovari si trasformano in frutti, che contengono i semi. Prima della fecondazione, a seconda che la pianta in questione sia monoica o dioica, si assiste allo sviluppo dei gameti, che si distinguono in microgametofiti e macrogametofiti. Se l’impollinazione è compiuta dal vento (impollinazione anemofila), i fiori sono spesso di colore verdastro e poco appariscenti; se al contrario è attuata dagli insetti o dagli uccelli (impollinazione zoofila), i fiori sono dotati di caratteristiche attrattive quali particolari forme e colori, e spesso di nettare, liquido zuccherino.

 

I fiori possono essere portati dalla pianta singolarmente o raggruppati in infiorescenze.

 Microgametofito

 

Il microgametofito è un individuo piccolo, formato al massimo da tre cellule. Prima che avvenga la divisione mitotica, il nucleo si avvicina alla parete della microspora, così in seguito alla divisione si forma una cellula più grande, detta cellula vegetativa, ed una più piccola ed allungata, contenuta entro la prima, ma comunque provvista della propria parete, detta cellula generativa. La maturazione del granulo pollinico prevede una fase di perdita di acqua, variabile da specie a specie, che comporta anche una modificazione del metabolismo.

 

Di solito il polline maturo viene liberato alla deiscenza delle cellule del tappeto, quando esso è ancora binucleato (infatti la cellula generativa andrà poi incontro a mitosi e produrrà i gameti maschili); ma nel 30% degli spermatozoi esso viene liberato quando è trinucleato, ossia dopo che la cellula generativa ha prodotto per mitosi due gameti maschili. La parete del polline è di fondamentale importanza poiché protegge il “prezioso carico” e regola i movimenti d’acqua, ed ha una architettura abbastanza complessa. La parete interna è di natura celluloso-pectica, ed è l’intina; la parete esterna è l’esina, che si divide in nexina e sexina, quest’ultima è più superficiale. La sexina forma dei bastoncelli, delle scaglie, delle spine, e così via, che conferiscono una morfologia particolare al polline, tanto da essere un peculiarità dal valore tassonomico. L’esina è composta principalmente di sporopollenina, un composto derivante dalla polimerizzazione ossidativa dei carotenoidi e dei loro esteri. La sporopollenina è una molecola molto resistente, e dura nel tempo, tanto che si può ritrovare nei fossili, e ricostruire quindi il tipo di vegetazione del passato.

 

La particolare morfologia della parete, tipica di ogni specie, fa sì che essa assume un valore tassonomico, utili anche in campi molto distanti dallo studio biologico, come la criminologia. Infatti il riconoscimento di un particolare tipo di polline può ricondurre ad una specifica pianta di una determinata regione, facilitando la ricerca del “colpevole”. L’intina ricopre l’intera superficie del granulo pollinico, mentre l’esina è quasi completamente assente nelle regioni dei pori germinativi, da uno dei quali sputerà il tubetto pollinico, che veicola i gameti maschili al gametofito femminile. La parete del polline può essere considerata come un complesso che si adatta al tipo di dispersione a cui andrà incontro. Se trattasi di dispersione entomofila (affidata agli insetti) i granuli sono provvisti di un grosso spessore di esina: i granuli aderiscono facilmente tra loro per mezzo di un materiale viscoso che ricopre l’intera area del granulo. Questo materiale, noto come pollenkit (composto da glicolipidi, carotenoidi, flavonoidi e lipidi), è di fondamentale importanza per l’adesione del granulo allo stigma. Nel caso di dispersione anemofila (affidata la vento), la parete dei granuli è più sottile, e il pollenkit ricopre solo gli spazi dell’esina.

 

Megagametofito

 

Il megagametofito è un individuo molto ridotto, ed è ospitato nello sporofito. La divisione meiotica di una cellula della nocella produce quattro megaspore, di cui una sola, quella più grande, darà vita al megagametofito. Secondo il modello di crescita “tipo Polygonum” , la megaspora effettua tre divisioni mitotiche senza citodieresi, passando da due, a quattro, a otto nuclei nello stesso citoplasma.

 

Gli otto nuclei si dispongono in gruppi di quattro ai poli della megaspora, dopo di che uno per ogni gruppo si dirige verso il centro (questi nuclei si dicono nuclei polari). Si formano quindi le pareti cellulari, e si ottengono sette cellule ed otto nuclei, ossia la cellula centrale è binucleata. Le tre cellule addossate ad un polo si dicono cellule antipodali, vi è poi la cellula centrale, e al polo opposto, in corrispondenza del micropilo, vi è l’apparato dell’oosfera, formato da due cellule sinergidi e dalla cellula uovo, che è il gamete femminile, anche detto macrogamete.

 

Sulla struttura e le caratteristiche del fiore si basa la principale classificazione botanica delle piante.

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Foto del Vaso visto da Pandora

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Spiego a Pandora il Vaso

Dopo aver detto a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul Gunblade Lama di Fuoco e avergli fatto vedere una foto del Gunblade Lama di Fuoco e io dissi a Pandora – adesso ti spiego tutto quello che c’ era da sapere sul Vaso e Pandora disse – ok , inizia a quando vuoi . Dopo poco io inizia a dire a Pandora tutto quello che c’ era da sapere sul Vaso – Un vaso è un contenitore aperto, a volte usato per contenere fiori. Può essere fatto con molti materiali, come la terracotta, la porcellana, la ceramica, il metallo o il vetro ed essere decorato.

 

Parti

 

I vasi sono generalmente divisi in parti fisse:

 piede, si trova in basso con la base d’appoggio;

 corpo, la parte più importante che contiene lo spazio vuoto;

 spalla, dove il corpo curva verso l’interno per restringersi nel collo;

 collo, più o meno lungo;

 labbra, bordo superiore in cui la superficie del vaso curva verso l’esterno.

 

Alcuni vasi presentano variazioni su queste caratteristiche generali e possono presentare parti aggiuntive come i manici..

 

Tipi

 

Antichi

 Alabastron

 Anfora

 Situla

 Contenitori per liquidi

 

Botijo

 Brocca

 Caraffa

 Decanter

 Quartara

 Vaso sacro è un oggetto liturgico.

 Stoccaggio

 Capasone

 Giara (recipiente)

 Orcio (recipiente)

 Contenitori per solidi

 Vaso di terracotta, a forma di tronco di cono rovesciato o di parallelepipedo rettangolare, forato alla base e predisposto ad essere riempito di terriccio, in cui si coltivano piante o fiori a scopo ornamentale.

 

La fabbricazione e decorazione di vasi è anche una forma d’arte, sviluppatasi storicamente in aree come la Grecia antica o la Cina imperiale, ne è esempio il meiping.

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Foto del Gunblade Lama di Fuoco visto da Pandora