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Foto del gatto visto da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos il gatto

Dopo aver detto a Kratos tutto sul lupo e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora alcune foto sul lupo , io dissi a Kratos – adesso ti spiego il gatto e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul gatto – Il gatto domestico (Felis silvestris catus) è un mammifero carnivoro della famiglia dei felidi (genere Felis). Oggi si contano una cinquantina di razze differenti riconosciute con delle certificazioni. Essenzialmente territoriale e crepuscolare, il gatto è un predatore di piccoli animali, specialmente roditori. Il gatto per comunicare utilizza vari vocalizzi (più di 16), le fusa, le posizioni del corpo e produce dei feromoni. Il gatto può essere addestrato ad obbedire a semplici comandi e può imparare da solo a manipolare semplici meccanismi come le maniglie delle porte. La denominazione gatto deriva dal latino catus o cattus , di origine incerta, la cui radice presenta analogie con il nubiano kadis ed il berbero kadiska . Altre fonti ne fanno risalire l’origine alle lingue celto-germaniche (antico alto tedesco chazza, moderno alto tedesco katze, kater, cimbrico kâth, iro-gaelico cat, antico scandinavo kötr, anglosassone cat, svedese katt) . La temperatura corporea del gatto oscilla fra i 38 e i 38,5 °C; la frequenza respiratoria normale è di 10/20 respiri al minuto e quella cardiaca di 110/140 battiti al minuto. Il suo corpo è agile, flessibile e massiccio, tale da consentirgli di camminare in modo silenziosissimo e di spiccare grandi salti; le sue unghie retrattili (più precisamente protrattili, dato che nella condizione ordinaria di riposo si trovano nascoste e sono estratte solo all’occorrenza) gli permettono di arrampicarsi con grande agilità.

 

Lo scheletro è formato da 250 ossa. Le vertebre del collo sono corte e la colonna vertebrale molto mobile. La clavicola dei gatti, come per tutti i felini, è piccola e collegata allo sterno unicamente da un legamento: ciò gli conferisce una grande mobilità visto che le spalle possono muoversi indipendentemente. Le vertebre caudali prolungano la colonna, il loro numero è variabile in funzione della razza. La coda ha un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio.

 

Le zampe anteriori terminano con cinque dita fornite di artigli protrattili, formati da cheratina, ma solo quattro di essi toccano il suolo, visto che il pollice resta di fianco. Esistono comunque casi di polidattilia felina in cui il gatto risulta avere sei o addirittura sette dita per zampa. Le zampe posteriori, più lunghe di quelle anteriori, terminano con quattro dita fornite anch’esse di artigli retrattili. I cuscinetti sono costituiti da membrane elastiche che gli conferiscono un’andatura silenziosa. Sotto le zampe sono anche presenti le “Vibrisse” che hanno l’azione di controllare l’equilibrio del felino.

 

I muscoli dorsali sono molto flessibili e quelli delle zampe posteriori molto potenti. Queste specifiche conferiscono all’animale una grande agilità e un’ampiezza quando salta: può saltare ad un’altezza cinque volte superiore alla sua statura. Nella corsa può raggiungere i 50 km/h e può fare 100m in 7 secondi. Ma non è un corridore di lunghe distanze e si stanca molto velocemente. Contrariamente a quello che generalmente si pensa, tutti i gatti sanno nuotare molto bene e non esitano a gettarsi in acqua se costretti.

 

Un gatto pesa in media tra i 2.5 e i 4.5 kg e misura da 46 a 51 cm senza la coda che misura dai 20 ai 25 cm. Il record di peso e grandezza è detenuto da Himmy, un gatto castrato australiano che alla sua morte nel 1986 pesava 23 kg per 96.5 cm di lunghezza totale. Come tutti i carnivori, l’ultimo premolare superiore e il primo molare inferiore formano i cosiddetti “ferini”. Questi permettono ai gatti di strappare il cibo, grazie ai potenti muscoli fissati alle pareti laterali del suo cranio, inghiottendo senza masticare. La mandibola del gatto è fatta in modo che, pur consentendo unicamente una masticazione verticale, ha il vantaggio di permettere un effetto a forbice. L’osso ioideo è ossificato internamente, ciò permette al gatto di fare le fusa ma non di ruggire.

 

Contrariamente all’uomo, il gatto mastica poco ed il processo di digestione comincia nello stomaco e non in bocca.

 

Lo stomaco del gatto è piccolo (circa 300 millilitri), ma possiede un’acidità molto elevata che è utile anche come mezzo di prevenzione delle infezioni digestive. Il suo intestino piuttosto corto (circa un metro per l’intestino tenue e da 20 a 40 cm per il colon) è tipico dei cacciatori di piccole prede. Queste dimensioni spiegano perché il gatto deve mangiare frequentemente ma in piccole quantità (tra i 10 ed i 16 pasti). Il sistema digestivo del gatto è anche poco adatto alla varietà alimentare, che gli può causare delle diarree e dei vomiti. Infine il transito degli alimenti nel sistema digestivo dei gatti è rapido: tra le 12 e le 14 ore. Il colore del pelo è molto vario in funzione delle razze, si va dalle razze a pelo lungo fino a razze quasi senza pelo come lo sphynx. Probabilmente in origine il pelo era di colore grigio-marrone tigrato adatto alla mimetizzazione durante la caccia.

 

La pelliccia del gatto è composta da peli lunghi che coprono la superficie esterna e da peli corti sotto. Questo permette un buon isolamento termico. Il manto di un gatto è composto da più colori che formano diversi motivi. Certi individui hanno delle grandi macchie mentre altri delle striature o delle macchie più piccole. Il colore del pelo di un gatto può avere più tinte (nero, bianco, rosso,…) più o meno diluiti o scuri. Il maschio per delle ragioni genetiche può assumere solo uno o due colori alla volta, salvo rare eccezioni. In principio solo le femmine possono portare tre colori.

 

Il gatto impiega molto tempo nella pulitura del suo pelo perché questo è molto importante per regolare la sua temperatura corporea. La sua lingua è coperta da piccole papille che la rendono molto ruvida, e gli permettono di snodare il pelo durante la sua toelettatura (salvo casi particolari, i gatti si “lavano” ogni giorno). Avendo un elevato rapporto fra superficie epidermica e peso, il rischio di dispersione termica è grande. Se il pelo fosse in disordine o sporco, le caratteristiche isolanti sarebbero meno efficaci. Inoltre in estate, il fatto di bagnare la pelliccia provoca un raffreddamento grazie all’evaporazione della saliva. I gatti perdono il pelo all’inizio della stagione estiva per effetto della muta. Il gatto riesce a vedere in condizione di scarsissima luminosità grazie al tapetum lucidum, letteralmente ‘tappeto lucido’, formato da strati di cellule contenenti dei cristalli riflettenti posti sotto la retina, che hanno la funzione di rispecchiare la luce amplificandola. Come l’uomo, il gatto ha una visione binoculare che gli consente di percepire la distanza. Di giorno la sua vista è meno efficiente ma coglie comunque bene i movimenti, anche se distingue difficilmente i dettagli degli oggetti. È controversa la sua capacità di vedere i colori. Recenti studi hanno però dimostrato il contrario confermando la capacità cromatica dell’occhio felino. In alcune ricerche ne emergerebbe anche un certo daltonismo. Confonderebbero il bianco con il giallo, ed il rosso con il verde scuro. Come molti predatori anche il gatto ha un udito molto fine, aiutato dalla capacità di orientare i padiglioni auricolari che isolano la fonte sonora interessata dai rumori ambientali rendendo possibile l’individuazione della sorgente. Tra i mammiferi, l’ampiezza dell’audiogramma del gatto è notevole ed arriva fino ai 50.000 Hz (mentre l’orecchio umano è limitato a 20.000). La maggiore sensibilità alla alte frequenze lo favorisce nella caccia ai roditori che emettono tipiche alte frequenze.La maggioranza dei gatti bianchi (più del 60%) è sordo da una o da entrambe le orecchie. È stato dimostrato che l’allele W, all’origine del colore del pelo, è direttamente responsabile di una degenerazione dell’orecchio interno che provoca la sordità. Il gatto nasce normale, ma dopo una settimana il suo orecchio invece di svilupparsi, subisce delle alterazioni progressive. La degenerazione si completa dopo tre settimane. Il gatto possiede 200 milioni di terminazioni olfattive, molti di più rispetto al cane che ne ha dall’80 ai 100 milioni a seconda della specie e ai nostri 5 milioni; esse sono specializzate nell’individuazione del cibo. In effetti ha una sensibilità a vari composti azotati, consentendo all’animale di stabilire, con grande sensibilità, se il pasto è rancido e andato a male: mentre il cane azzanna il boccone che gli viene dato, il gatto lo ispeziona annusandolo. L’organo di Jacobson, che manca a noi umani ma è presente anche in altre specie come i cani e i cavalli, è in grado di rilevare sia sensazioni olfattive che gustative, ha lo specifico scopo di trasmettere gli stimoli sensitivi ai centri sessuali del cervello. L’olfatto è anche importante nella sua vita sessuale: il maschio riesce a sentire l’odore della femmina a centinaia di metri di distanza. Ha un senso del gusto molto sviluppato grazie al quale può percepire una minima variazione nel sapore dell’acqua. Il gatto percepisce poco i sapori dolci. Analogamente al cane, il gatto ha la maggior parte delle papille gustative sulla punta e sui bordi della lingua, ciò gli permette di ingurgitare direttamente i bocconi. Anche il suo senso del tatto è ben sviluppato. I suoi baffi, chiamati vibrisse, gli permettono di percepire piccole variazioni nella pressione dell’aria e ostacoli. È anche grazie ad essi che riesce ad orientarsi nel buio più assoluto e a percepire le dimensioni dei piccoli spazi. Possiede delle vibrisse anche sotto le zampe, sotto il mento e alle sopracciglia. I cuscinetti sotto le zampe sono molto sensibili alle vibrazioni e la sua pelle è coperta di cellule tattili estremamente sensibili. Il suo organo vestibolare è particolarmente sviluppato, gli conferisce un buon senso dell’equilibrio. Ciò spiega la sua particolare capacità di rigirarsi durante una caduta per atterrare sulle sue zampe. Se un gatto cade anche da una decina di centimetri dal suolo ed è girato di schiena, può rigirarsi girando dapprima la testa in direzione del suolo, poi le zampe anteriori e infine quelle posteriori . Il gatto si ritrova allora con il ventre verso terra ed assume una posizione che ricorda quella degli scoiattoli volanti. Non sempre questa manovra riesce però a salvargli la vita . Il maschio comincia a sviluppare le funzioni riproduttive verso i 3 mesi con l’aumento della produzione di testosterone. Verso i sei mesi appaiono delle spine sul pene del gatto. A quest’età può cominciare a riprodursi sovente, marca il territorio spruzzando dei piccoli getti di urina dall’odore molto marcato.

 

La femmina diventa pubere al suo primo estro, periodo chiamato comunemente «calore» o «fregola», che sopraggiunge in media tra i sette e dieci mesi . A partire dal primo estro, che dura da uno a cinque giorni, la gatta è in grado di riprodursi. In seguito avrà numerosi periodi di fertilità, generalmente da primavera ad autunno. È possibile che una gatta sia nuovamente fecondata due settimane dopo il parto. Durante l’accoppiamento, che dura tra 5 e 15 secondi, il maschio sale sulla schiena della femmina, le morde il collo e le controlla il torace agendo con le zampe sulla groppa per migliorare il controllo della postura e di conseguenza la penetrazione. Durante il coito la femmina tende a gemere e ad innervosirsi, perché le piccole spine presenti sul pene del maschio, orientate all’indietro, raschiano le pareti della vagina. Questa stimolazione della vagina è necessaria per attivare l’ovulazione . L’annidamento degli ovuli fecondati avviene uno o due giorni dopo l’accoppiamento e i gattini nati in uno stesso parto possono essere figli di padri differenti.

 

Quando i gatti vivono in gruppo, avviene una sincronizzazione tra l’estro delle femmine del gruppo. Questo favorisce la sincronizzazione delle nascite e permette un allevamento in comune dei giovani. L’allevamento comunitario è importante dato che in caso di scomparsa di una delle madri, i gattini orfani vengono allevati dalle altre femmine. La gravidanza dura in media 65 giorni e una cucciolata comporta in media da 4 a 5 gattini, minori nelle primipare, il cui numero è mediamente di 3 gattini; il massimo è di 8. Il ventre della gatta comincia a gonfiarsi verso le quattro settimane di gestazione. A circa 35 giorni, le mammelle della femmina ingrossano e si arrossano. A sette settimane, comincerà a cercare un posto calmo e adatto per partorire.

 

Circa venti minuti dopo le prime contrazioni, la gatta partorisce il suo primo gattino, poi, in generale, gli altri gattini arrivano ogni quindici minuti. I gattini vengono al mondo in una sacca, la gatta lava immediatamente i suoi cuccioli, con dei colpi di lingua, per stimolare la prima inspirazione. Poi mangia la placenta, che è molto nutritiva, e taglia il cordone ombelicale. Il gattino nasce cieco (con gli occhi chiusi) e sordo. Pesa da 100 a 110 grammi; quando apre gli occhi, intorno agli otto-dodici giorni, questi hanno un colore blu, fino al cambiamento definitivo verso i due mesi . Tutti i gatti nascono con delle striature “fantasma” che spariscono lentamente con la crescita del pelo .

 

La gatta insegna ai gattini a lavarsi ed a nutrirsi. A quattro settimane gli porta la prima preda viva, poi a cinque settimane insegna loro i rudimenti della caccia . L’emancipazione si produce tra le otto e le dodici settimane, ma la separazione dalla famiglia avviene all’età di otto settimane. Per impedire all’animale di riprodursi, si esegue un’operazione chirurgica. Per il maschio è chiamata castrazione e consiste nell’ablazione dei testicoli. Presso la femmina si chiama sterilizzazione e viene effettuata con l’ablazione delle ovaie, dell’utero o di entrambi (molti veterinari consigliano di togliere tutti e due gli organi perché anche senza ovaie l’utero può venire attaccato da varie malattie pericolosissime per la gatta).

 

Oltre all’arresto della riproduzione, la sterilizzazione modifica il comportamento e la psicologia dell’animale. Presso il maschio, una sterilizzazione precoce, prima della pubertà, limita il comportamento territoriale e diminuisce la tendenza a marcare con getti di urina e graffi. Nella femmina l’estro non si manifesta più. Il cambiamento ormonale può provocare un aumento del peso visto che i bisogni energetici sono diminuiti. La sterilizzazione del maschio, in caso di gatto domestico, è consigliata anche perché con l’arrivo della pubertà l’animale potrebbe scappare per accoppiarsi.

 

I gatti che vivono in libertà devono essere obbligatoriamente sterilizzati a cura dell’Autorità sanitaria municipale competente, come indicato all’art. 2 comma 8 della Legge 14 agosto 1991, n. 281, Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo . Il gatto è un animale territoriale. Il territorio del gatto ha un raggio attorno alla sua dimora di almeno 5 chilometri . Il territorio viene delimitato emettendo i feromoni. L’interazione con gli altri gatti viene centrata sulla relazione con il territorio. La memoria del territorio viene costruita additivamente, impara quanto viene “aggiunto” al territorio, ma non si accorge di quanto viene tolto. Ad esempio un gatto ritornerà continuamente a controllare la tana di un topo che ha catturato, anche se sa che questa è vuota.

 

 

 

Il gatto non è un animale unicamente solitario: a seconda dello spazio e delle risorse disponibili, i gatti possono formare delle strutture sociali che vanno dal gatto solitario in ambiente rurale, a dei larghi e densi gruppi in ambiente urbano. I gatti comunicano tra di loro principalmente per mezzo dei feromoni e delle posizioni corporali .

 

 

 

Le ghiandole contenenti i feromoni si trovano in numerosi punti sul corpo: ghiandole anali, tra i cuscinetti sulle zampe, attorno alla coda, nel solco intermammario, attorno alla bocca e sulle guance. Nei primi due casi si tratta generalmente di feromoni di allarme, che stimolano l’animale ad evitare la zona quando non addirittura alla fuga. I feromoni si depositano anche sulla saliva, nel materiale fecale e nell’urina. Hanno il vantaggio di durare nel tempo, anche in assenza del gatto. Possono essere deposte volontariamente per marcare il territorio, come ad esempio i feromoni emessi dalle ghiandole interdigitali durante le graffiature, per stabilire dei contatti sociali (tipicamente dalle ghiandole caudali) e quando il gatto si pulisce, oppure involontariamente, per stress (feromoni di allarme), attaccamento della madre ai suoi piccoli (dal solco intermammario, sono denominate anche C.A.P., Cat Appeasing Pheromone), con i feromoni sessuali (sempre dalla zona anale/caudale). Con l’eccezione dei feromoni di allarme e sessuali, in generale l’effetto chimico agisce principalmente sullo stesso gatto che li ha emessi .

 

 

 

Attualmente sono stati evidenziati almeno cinque messaggi chimici mediati dai feromoni (F1-F5), di tre dei quali si è riconosciuto il significato:

 

 F2 – è una marcatura di tipo prettamente sessuale e viene emessa dal maschio in calore.

 

 F3 – viene deposta sugli oggetti e nell’ambiente di cui fa parte il territorio del gatto. Ha una funzione tranquillizzante e inibisce lo stimolo alla marcatura urinaria. Esistono in commercio, per l’appunto, versioni sintetiche di queste secrezioni per i problemi di eccessiva marcatura urinaria dei gatti maschi negli ambienti domestici (Feliway®). Tali feromoni sono anche detti facciali, in quanto vengono emessi da ghiandole poste sul muso dell’animale, mediante sfregamento della parte laterale del viso, dalla connessura labiale fino alla zona posta al di sotto delle orecchie. In pratica, lo strusciare la guancia del gatto è in realtà un’azione di marcatura feromonale F3.

 

 F4 – viene secreto per l’allomarcatura, ovvero la marcatura chimica dei conspecifici o dei familiari, incluso l’uomo. Uno degli effetti è la riduzione dell’aggressività nel felino stesso. Il gatto utilizza per comunicare anche una larga gamma di posizioni corporali. La posizione generale del corpo, le sue mimiche facciali o il movimento della sua coda, degli occhi e delle orecchie indicano il suo stato emozionale. Quando è spaventato o aggressivo tira indietro le orecchie e tende i baffi. La coda sollevata è in segno di saluto. Quando è spaventato e vuole incutere paura all’avversario fa una gobba e rizza il pelo per apparire più grosso.

 

La coda ritta, con la sola punta piegata da un lato, è indice di benessere e di piacere. La coda agitata ritmicamente, talvolta sbattuta con una certa forza da un lato all’altro mostra invece nervosismo che può trasformarsi in aggressività. Altre volte la madre utilizza la sua coda per stimolare l’istinto di caccia della sua prole. Il meccanismo dell’emissione delle fusa dei gatti non è ancora conosciuto. I felini non sembrano possedere un organo dedicato alle fusa. Una prima ipotesi suppone una contrazione molto rapida dei muscoli della laringe, che comprimerebbe e dilaterebbe la glottide facendo vibrare l’aria che passa. Un’ipotesi più antica, evoca una vibrazione della vena cava, amplificata dai bronchi, dalla trachea e dalle cavità nasali. Queste vibrazioni sonore si ritrovano nella maggior parte dei felini, ma il loro meccanismo e la loro utilità non sono ancora spiegati completamente. I gatti sono gli unici felini che riescono a fare le fusa sia durante l’inspirazione che l’espirazione, senza “interrompere” il tipico suono.

 

Le fusa cominciano all’età di due giorni: durante l’allattamento i piccoli rassicurano in questo modo la madre che tutto va bene e questa non deve continuamente sorvegliarli. Le fusa della madre, a loro volta, rassicurano i piccoli che sono al sicuro. L’emissione delle fusa avviene anche durante la pulitura dei piccoli, ma può avvenire anche quando il gatto è malato, ferito o morente. In questi ultimi casi è probabile che le fusa servano a calmare l’animale e per richiedere un aiuto. Il gatto necessita tra 12 e 16 ore di sonno, ma in generale dorme di più: dalle 15 alle 18 ore al giorno. Resta così sveglio circa dalle 6 alle 9 ore una parte delle quali durante la notte per cacciare. Il sonno del gatto comprende una grande proporzione di fasi di sonno paradossale durante le quali sogna: la durata quotidiana di questa fase dura da 180 a 200 minuti, mentre per l’uomo si attesta sui 100 minuti . Per questa ragione il gatto viene utilizzato spesso per esperimenti nel quadro dei cicli del sonno.

 

Durante le fasi del sonno paradossale, l’attività elettrica del cervello, degli occhi e dei muscoli è molto importante . Si assiste al movimento delle vibrisse, a sussulti delle zampe o della coda, il pelo può rizzarsi e il gatto può cambiare posizione.

 

Il gatto effettua almeno 2 volte al giorno un sonno persistente, che occupa circa 6 ore. Quindi la giornata di un gatto è di circa 12 ore, e non come la nostra che è di 24. Infatti, i gatti durante la notte dormono all’incirca 6 ore. Ciò significa che dormono altre 6 ore durante il giorno. La crescita degli artigli del gatto è continua e compensa l’usura naturale. Il gatto può aggiustare la lunghezza e affilare i suoi artigli strofinandoli contro delle superfici rugose. I graffi sono dei marchi visuali e odorosi. Questo comportamento è per comunicare agli altri gatti l’appartenenza del territorio. I gatti in natura scelgono dei luoghi con terra molle per depositare i loro escrementi. Li coprono in seguito con della terra, grattando con le loro zampe anteriori. L’odore degli escrementi innesca il loro interramento; ciò permetteva al gatto allo stato selvatico di non far individuare il proprio odore dai predatori e di diminuire i rischi di infezioni da parassiti[. Questo, quindi, è un atteggiamento quasi istintivo, e viene inculcato dalla madre ai cuccioli molto presto.

 

Il gatto produce escrementi una o due volte al giorno ed urina fino a cinque volte al giorno, senza contare le attività di marcatura urinaria del territorio. Quest’ultimo comportamento è riconoscibile perché il gatto alza la coda e rivolge la schiena verso l’oggetto che intende marcare. Anche la defecazione è utilizzata come marcatura del territorio quando gli escrementi vengono depositati ben in vista nei luoghi di passaggio dei gatti (per esempio sopra un ceppo). Con l’invecchiamento dell’animale il volume dell’urina può crescere a causa di frequenti problemi benigni di ipertiroidismo.

 

Le feci dei gatti possono essere veicolo di trasmissione all’uomo della Toxoplasmosi attraverso ingestione delle oocisti sporulate. Il gatto è un animale il cui addomesticamento è relativamente recente. Per questo conserva una sua naturale diffidenza e indipendenza. Nei gatti non esiste una struttura gerarchica come nei cani, e dunque il suo rapporto con gli umani è diverso: l’essere umano viene considerato come una madre sostitutiva che è utile per procurare il cibo e garantisce protezione. Il gatto infatti è un animale più legato al territorio che non al branco, a differenza del cane . Non per questo il gatto non può provare affetto verso le persone e può anche essere protettivo. Nella maggior parte dei casi se allevato da piccolo il suo atteggiamento verso il padrone è affettuoso e dolce. Il gatto può inoltre manifestare il proprio affetto verso il padrone succhiando la cute a livello della piega del gomito, e nel frattempo facendo le fusa ed allungando le zampe. In tali momenti resta con gli occhi chiusi ed il padrone, in una forma di imprinting, rappresenta per lui la vera madre. Un altro modo di riconoscere l’umano come una “mamma” è quello di grattare il torace o un’altra parte del corpo del compagno umano con le zampe anteriori. Questo comportamento è detto “fare la pasta”, in quanto le zampe si muovono come le braccia di un uomo quando impasta la farina, ed è un’azione tipica dei gattini sotto allattamento che in questo modo stimolano la lattazione dalle mammelle materne. Non è sempre un comportamento gradito agli umani, in quanto eseguito con le unghie sfoderate, ma va considerato comunque una dimostrazione di affetto in quanto viene appunto proiettata sul padrone la figura materna. Le razze

 

 Vi sono diverse razze di gatti domestici; le più note sono:

 

 il soriano (o gatto meticcio)

 

 i Gatti a pelo corto e gatti nudi:

 

 l’ Abissino

 

 l’ American Curl, variante Shorthair

 

 l’ American Shorthair

 

 l’ American Wirehair

 

 il Blu di Russia

 

 il Bengala, o Bengal

 

 il Bombay

 

 il British Shorthair

 

 il Burmese

 

 il Burmilla

 

 il Certosino

 

 il Cornish Rex

 

 il Cymric

 

 il Devon Rex: che ha ispirato il modello dell’alieno nel film E.T.

 

 il Don Sphinx o Donskoi

 

 l’Europeo, noto anche come Celtic Europeo

 

 il Gatto di Ceylon

 

 il German Rex

 

 il Siamese: pelo con sfumature colourpoint

 

 il Thai: pelo con sfumature colourpoint

 

 l’Esotico: variante a pelo corto del persiano

 

 i Gatti a pelo semilungo (che stanno spodestando i più noti persiani, a pelo lungo, sia nelle esposizioni feline che nelle preferenze del pubblico):

 

 il Gatto American Curl, variante Longhair

 

 l’ Angora Turco

 

 il Balinese (siamese a pelo semilungo)

 

 il Sacro di Birmania

 

 il Gatto Ragdoll

 

 il Maine Coon: sono i gatti di taglia più grossa, arrivano a pesare fino a 12 kg

 

 il Turco Van

 

 il Somalo abissino a pelo semilungo

 

 il Siberiano

 

 il Norvegese

 

 i Gatti a pelo lungo

 

 il Persiano.

 

Albero filogenetico del Felis silvestris

 

 

 

Felis silvestris silvestris – Gatto selvaggio europeo

 

 

 

Felis silvestris cafra – Gatto selvaggio sub-sahariano

 

 

 

Felis silvestris ornata – Gatto ornato

 

 

 

Felis silvestris bieti – Gatto di Biet

 

 

 

Felis silvestris lybica – Gatto libico

 

 

 

Felis silvestris catus – Gatto domestico.

 

Le prime scoperte paleontologiche situavano i primi siti della domesticazione del gatto in Egitto, verso il 2000 a.C., ma la scoperta nel 2004 di resti di gatto vicino a quelli di uomini in una sepoltura a Cipro porta l’inizio di questa relazione tra i 7500 e i 7000 anni prima di Cristo . Il gatto scoperto presenta una morfologia molto simile a quella del gatto selvatico africano, senza le modifiche dello scheletro dovute alla domesticazione: si tratta di un gatto addomesticato piuttosto che domestico. La coabitazione dei gatti con gli uomini è probabilmente cominciata con l’inizio dell’agricoltura: l’immagazzinamento del grano ha attirato i topi e i ratti, che a loro volta hanno attirato i gatti, loro predatori naturali. Lo studio condotto da Carlos Driscoll su 979 gatti ha permesso di definire la probabile origine del gatto domestico nella regione della mezzaluna fertile in Mesopotamia .

 

Sebbene gran parte degli etologi concordino nel definire il gatto domestico discendente del gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica), alcuni esemplari di Felis chaus, un piccolo felino africano parente stretto del gatto, sono stati ritrovati mummificati nelle tombe egiziane, presumilbilmente addomesticati. Questo, oltre alla similitudine morfologica del cranio, ha portato alcuni studiosi a formulare l’ipotesi che il gatto domestico discenda dal Felis chaus, e non dal Felis lybica; altri ancora sostengono che siano avvenute ibridazioni.

 

Il gatto domestico non è la sola specie tra le Felinae utilizzate come animale da compagnia. Anche il gatto selvatico e il jaguarondi  sono stati addomesticati per cacciare topi e ratti. Gli egiziani dell’antichità hanno divinizzato i tratti del gatto nella dea protettrice Bastet, simbolo di fecondità e dell’amore materno. Il suo culto si situava principalmente nella città di Bubasti. Gli archeologi hanno scoperto numerose mummie di gatto che mostrano la venerazione degli egiziani per questo felino. Anche la sorella di Bastet, Sekhmet, era un felino (anche se una leonessa) e lei aveva come animale sacro il gatto.

 

Per molto tempo la Grecia antica conoscerà solo i mustelidi (furetti e donnole) come cacciatori di roditori. I primi esemplari gli saranno venduti dai fenici, che li avevano rubati agli egiziani. Aristofane cita addirittura la presenza di un mercato dei gatti ad Atene che veniva chiamato ailouros (che muove la coda). Poi, a partire dal secondo secolo prima di Cristo, katoikidios (domestico).I romani avevano una passione per i gatti: dapprima erano riservati alle classi agiate, poi l’uso di possedere un gatto si propagò in tutto l’impero e in tutti gli strati della popolazione, assicurando così la propagazione dell’animale in tutta l’Europa . L’immagine del gatto nell’islam è principalmente positiva, grazie all’affetto che portava loro Maometto, dopo essere stato salvato da un morso di serpente da una gatta soriana, Muezza, che poi venne adottata ed amata dal Profeta . Per l’affetto e l’amore che nutriva nei confronti della sua gatta, Maometto regalò ai felini il dono di cadere sempre su quattro zampe. Tutt’oggi, nei paesi di cultura araba, il gatto è solitamente l’unico animale al quale è permesso di passeggiare liberamente nelle Moschee.

 

Al contrario, il gatto fu demonizzato nell’Europa cristiana durante la maggior parte del Medioevo, a causa dell’adorazione di cui era stato l’oggetto in passato da parte dei pagani . Nella simbologia medievale, il gatto era associato alla sfortuna ed al male, soprattutto quando era nero, ed anche all’essere sornioni e alla femminilità. Era un animale del diavolo e delle streghe. Gli si attribuivano dei poteri soprannaturali, tra cui la facoltà di possedere nove vite. Nella notte di San Giovanni, nelle piazze, venivano bruciati vivi centinaia di gatti rinchiusi in ceste assieme alle donne accusate di stregoneria. Le differenti epidemie di peste, dovute alla proliferazione dei ratti, potrebbero essere una conseguenza della diminuzione del numero dei gatti .

 

Nel Rinascimento il gatto venne rivalorizzato, soprattutto a causa dell’azione preventiva contro i roditori, divoratori dei raccolti. Malgrado delle nobili eccezioni come i cistercensi o il persiano bianco di Luigi XV re di Francia, il gatto non conobbe un vero ritorno di immagine fino al romanticismo. In questo periodo divenne l’animale romantico per eccellenza, misterioso ed indipendente. Sempre nel XIX secolo, diventò il simbolo del movimento anarchico. Nel XX secolo, si è mantenuta questa visione romantica, con un interesse anche scientifico verso il gatto. L’introduzione e la naturalizzazione del gatto domestico in ambienti a lui estranei (specie in piccole isole) ha prodotto seri danni ecologici ed anche estinzione di specie endemiche di uccelli, anfibi ed altri piccoli animali. È inserito nell’Elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo. Dei gatti si sono occupati diversi celebri scrittori come Lope de Vega (che scrisse La Gattomachia, un intero poema burlesco in sette canti, per raccontare gli amori del valoroso soriano Marramachiz e della bella gatta Zapachilda), come Kipling, Eliot, Neruda nella sua Ode al Gatto, Carroll (che fa colloquiare Alice nel Paese delle Meraviglie con un gatto del Cheshire) e come Perrault, che nella sua celebre fiaba al gatto fa addirittura indossare un paio di stivali.

 

Si ricorda qui, inoltre, Luis Sepulveda, con Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, romanzo ispirato dal suo gatto Zorba (soppresso a causa di una malattia), citato anche ne Le rose di Atacama.

 

Lo scrittore ceco Čapek ha descritto le vicissitudini dei suoi gatti in una serie di racconti, pubblicati dapprima come articoli su quotidiani cechi degli anni venti e trenta e successivamente raggruppati nella raccolta Měl jsem psa a kočku.

 

Anche lo scrittore giapponese Natsume Sōseki ha scritto un libro con protagonista un gatto intitolato, appunto, Io sono un gatto, in cui narra le vicende di una famiglia borghese del Giappone di inizio Secolo viste dal punto di vista dell’animale.

 

Tra gli autori italiani, il filosofo Piero Martinetti ha dedicato ai suoi gatti defunti i toccanti Brevi epitaffi. I gatti sono inoltre una presenza costante nelle opere di Giorgio Celli.

 

Infine, anche svariati fumetti moderni sono disegnati con gatti come personaggi: basti pensare a Felix il gatto, a Garfield, a Tom del duo Tom e Jerry, a Gambadilegno, a Birba, il gatto di Gargamella nei Puffi, e all’impareggiabile Gatto Silvestro. Un cartone animato della Disney (Gli Aristogatti) con protagonisti un’allegra banda di mici ha fatto divertire bambini di ogni generazione.

 

Il gatto ha stimolato anche la fantasia di numerosi poeti: basti pensare a Charles Baudelaire che l’ha citato nei suoi Fiori del male, e a Pablo Neruda, che a questo felino ha dedicato addirittura un’ode (Ode al gatto). Hanno scritto poesie sui gatti Dario Bellezza, Luce d’Eramo e la poetessa Rosella Mancini (Gatti stellari e terrestri).

 

Indimenticabili sono diventate alcune canzoni di successo come La gatta di Gino Paoli, Quarantaquattro gatti, Volevo un gatto nero ed El me’ gatt di Ivan Della Mea, o musical come Cats. Anche Freddie Mercury dedicò l’album Mr. Bad Guy ai suoi gatti e la canzone Delilah, dell’album dei Queen Innuendo, alla sua gatta che portava questo nome.

 

Sempre in campo musicale è da citare, infine, il Duetto buffo di due gatti, componimento musicale per soprano erroneamente attribuito a Gioachino Rossini. Il gatto è il simbolo araldico della famiglia nobiliare dei Fieschi, i conti di Lavagna, che lo posero a sormontare il loro blasone accompagnandolo al motto “Sedens ago” (Anche sedendo sono attivo).

 

Particolarmente diffuso in Giappone è il Maneki Neko, una statua di porcellana raffigurante un gatto e simbolo di buona fortuna. Si ritiene che tale tradizione risalga al XVI secolo, essendo il gatto giunto in Giappone dalla Cina intorno all’anno mille, ma inizialmente era considerato un essere malvagio e diabolico. In seguito, probabilmente grazie a influenze di origine cinese, l’atteggiamento cambiò.

 

Nel Borneo malese, precisamente nello stato del Sarawak, la capitale Kuching è la città dei gatti: infatti Kuching significa “gatto” in malese. La graziosa cittadina si caratterizza per le molte statue ed un museo dedicati ai felini. Il gatto è il simbolo della città di Kuching. In novembre, e per un mese intero, si svolge il Pesta Meow (Festival del Gatto). Il gatto è essenzialmente carnivoro. Il suo organismo necessita della taurina, un derivato degli amminoacidi che non sintetizza autonomamente, ma che ritrova nella carne. Un gatto che non assimila una dose sufficiente di taurina svilupperà sintomi di disturbi oculari e cardiaci, un deficit immunitario e nelle femmine dei problemi riproduttivi. Già nei primi mesi di vita si possono osservare dei giochi di caccia nei gattini, talvolta utilizzando la coda della madre. Anche il gatto utilizza le classiche tecniche di caccia dei Felidae, basate sull’appostamento e l’agguato. Tali tecniche vengono trasmesse dalla madre nell’infanzia dell’animale (primi 5-6 mesi di vita) tramite il gioco.

 

Per uccidere la preda il gatto la morde generalmente alla nuca, rompendo così la colonna vertebrale. Le prede più cacciate sono i piccoli roditori, ma possono anche essere lucertole, piccoli uccelli e insetti. Alle volte può anche attaccare ricci, conigli e serpenti. Non esita, in caso di bisogno, a nutrirsi anche di scarti.

 

I gatti domestici che hanno l’opportunità di cacciare fin da giovani divorano generalmente la loro preda. In genere, prima di ucciderla giocano con essa prima di divorarla. Alle volte la portano al padrone considerandolo un genitore adottivo poco abile nella caccia.

 

il cioccolato è tossico per i gatti, poiché contiene la teobromina che non può essere metabolizzata dal loro organismo (come pure da quello dei cani). Poche cose sono assolutamente indispensabili per un gatto che non sia libero di muoversi all’aperto: due ciotole per acqua e cibo, e una lettiera per i bisogni, da pulire ogni settimana e aerare il più possibile; l’erba gatta, che si vende anche in comodissime ciotole a cui aggiungere solo acqua, può favorire l’eliminazione di eventuale accumulo di peli che si forma nello stomaco.Esistono anche crocchette che svolgono un’azione simile all’erba gatta. È importante anche un tiragraffi, dove il gatto possa consumare le unghie. Esistono diverse tipologie: cartone ondulato, blocco di sughero e legno. In genere il tiragraffi dà anche modo al gatto di arrampicarsi e sostare. Tiragraffi alti, dotati di diverse piazzole possono essere quindi preferiti in quanto i gatti tendenzialmente amano riposare in alto, al sicuro da ogni “pericolo”. Tuttavia l’integrità di oggetti particolarmente fragili e delle stoffe non può essere garantita con un gatto (specie i più vivaci, che amano issarsi sulle superfici morbide usando le unghie come arpioni), è importante che ogni individuo possa limare e affilare i propri artigli in un posto sicuro. In assenza di un tiragraffi apposito infatti il gatto tende a trovarsene uno da solo e quindi rovinare porte, mobili o tappeti.

 

 

 

Il gatto non ha bisogno di una cuccia, poiché è perfettamente in grado di trovare un giaciglio che sia di suo gradimento: lo si può trovare a dormire ovunque, di solito negli angoli più caldi, più asciutti o più ventilati della casa – a seconda della stagione.

 

 

 

In generale, ogni alterazione ingiustificata dei comportamenti del gatto, animale abitudinario per eccellenza, deve far sospettare un possibile problema di salute. Tra i principali sintomi ci sono l’inattività, l’inappetenza e la tendenza a nascondersi (una misura instintiva di autoconservazione dai predatori).

 

 

 

Specialmente nei gatti in età avanzata possono sorgere patologie a carico dei reni, i cui sintomi sono inizialmente una tendenza a bere più del normale, alitosi e prostrazione, poi con l’aggravarsi della patologia, l’ammoniaca diviene ematica, col risultato di un forte odore della stessa che viene emesso dal pelo. Le patologie renali, quando non sono curate per tempo, sono solitamente fatali.

 

 

 

Per quanto riguarda la somministrazione di vermifughi per la vaccinazione, prima di vaccinare un gatto è indispensabile somministrargli, secondo le necessità, uno o più vermifughi. I parassiti diminuiscono infatti la resistenza degli animali così come la loro capacità di “rispondere” alla vaccinazione producendo anticorpi. Per proteggere i gatti, il veterinario dispone di molti vaccini. Quelli usati più comunemente sono quelli contro la panleucopenia infettiva (o gastroenterite infettiva), la coriza, la clamidiosi, la rinotracheite, la calicivirosi, la leucemia e la rabbia.

 

 Panleucoponia infettiva o gastroenterite infettiva: Chiamata anche tifo, ha provocato numerose epidemie. Si tratta di una malattia contagiosa, di natura virale, propria dei gatti. Dovuta ad un Parvovirus, è caratterizzata da uno stato di intensa prostrazione, una gastroenterite e una leucopenia (caduta del numero dei globuli bianchi). La mortalità, molto elevata, è dell’80% nei soggetti di 6 mesi e del 40% in quelli che hanno più di 1 anno. Se il virus colpisce una gatta gravida, i piccoli che nasceranno potranno manifestare turbe nell’equilibrio, causate dalla localizzazione del virus nel cervelletto del feto. Molti laboratori veterinari propongono vaccini di efficacia vicina al 100%. La prima vaccinazione comprende in linea di massima 2 iniezioni sottocutanee, a 2-3 settimane d’intervallo l’una dall’altra. In seguito devono essere effettuati regolari richiami annuali.

 

 La coriza: Comprende alcune malattie infettive, contagiose e d’origine virale (Herpesvirus, Calcivirus, Reovirus…) molto frequenti nel gatto. Colpisce in particolare animali che vivono in collettività (rifugi, allevamenti…).

 

 La leucemia felina: Oggi sono stati identificati 2 virus responsabili della malattia: il primo e il più diffuso è il FeLV ed è stato scoperto dal professor Jarret un quarto di secolo fa, in Gran Bretagna. La vaccinazione protegge, anche se in modo incompleto, il felino da questo virus; la protezione è dimostrata solo negli animali che sono stati infettati dal virus e sono dunque sieronegativi. Il secondo è il FIV, identificato recentemente negli Stati Uniti e poi in Francia. Sia il FeLV che il FIV provocano un indebolimento dei meccanismi di difesa immunitaria,ed i gatti colpiti diventano sensibili alle altre infezioni. Questi virus sono responsabili di uno stato tumorale del gatto (sono oncogeni). Nessun gatto è al sicuro da questo pericolo. La vaccinazione per la leucemia necessita di un richiamo annuale. Non si è ancora trovata una cura definitiva contro questa malattia provocata dal virus FeLV, anche se sono stati ottenuti risultati incoraggianti dall’utilizzo di interferone o dall’acemannano, un principio attivo estratto dall’aloe vera.

 

 La rabbia: Come il cane, anche il gatto è colpito da questa malattia, che è anche una zoonosi. Questa tipologia di vaccinazioni viene regolamentata e scadenzata per legge, per cui è obbligatorio rispettare le date indicate sui certificati. In Italia è obbligatoria per tutti i gatti che debbano essere condotti all’estero e i cui proprietari debbono richiedere il passaporto. Non è obbligatoria per i gatti che non viaggiano.

 

 La clamidiosi: La clamidiosi felina (provocata dalla Chlamydia psittaci) è una malattia delle vie respiratorie caratterizzata da congiuntivite e secrezione nasale; è estremamente contagiosa ed anche l’uomo può contrarla. Nel gatto i sintomi della malattia sono simili a quelli della coriza, ma la congiuntivite è più marcata. Nel gattino esistono forme più gravi, con disidratazione e anoressia che possono provocarne la morte. Da qualche anno il vaccino utilizzato in Francia e negli Stati Uniti, è disponibile anche in Italia.

 

 

 

Gatti famosi

 

 Il gatto con gli stivali, protagonista dell’omonima fiaba

 

 La gatta bianca, protagonista dell’omonima fiaba

 

 Il Gatto del Cheshire, o Stregatto, personaggio del romanzo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll e del film Disney

 

 Il Gatto cieco, che, insieme alla Volpe zoppa, truffa Pinocchio nel romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi; caratterizzato come molto stupido nel film Disney e in seguito “celebrato” insieme alla Volpe da una canzone di Edoardo Bennato

 

 Zorba, protagonista del romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda

 

 Murr, il gatto autore, personaggio creato da Ernst Theodor Amadeus Hoffmann

 

 Il gatto Behemot, uno dei personaggi de Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov]

 

 Pluto, protagonista del “Gatto nero” di Edgar Allan Poe.

 

 

 

Cinema, televisione, fumetti e cartoni animati

 

 Torakiki, cartone animato, amico del protagonista nella serie Hello Spank.

 

 Felix, personaggio dei fumetti e successivamente cartoni animati

 

 Fritz il gatto, protagonista di un fumetto underground e quindi di due film di animazione di Ralph Bakshi

 

 Gatto Silvestro della Warner Bros

 

 Tom di Tom & Jerry

 

 Nei fumetti, cartoni animati e “classici” della Disney appaiono molti gatti.

 

 Malachia, il gatto di Paperino

 

 Garfield, personaggio di fumetti (creato da Jim Davis) e di due film omonimi

 

 Cagliostro, il gatto di Dylan Dog]

 

 Jinks, personaggio serie animata Pixie e Dixie (in inglese Pixie and Dixie and Mr. Jinks)

 

 Salem Saberhagen, il gatto parlante di Sabrina nel fumetto, serie televisiva e cartone animato Sabrina, Vita da Strega

 

 Palla di neve 1 e 2, il gatto de I Simpson e, nella medesima serie, Grattachecca, gatto coprotagonista del cartone animato “Grattachecca e Fichetto” guardato da Bart e Lisa

 

 Doraemon, protagonista di una serie di cartoni animati giapponesi

 

 Gatto Rognoso (Smelley Cat), il gatto di cui canta spesso Phoebe, personaggio della serie televisiva Friends

 

 Grattastinchi e “Mrs Purr, rispettivamente il gatto di Hermione Granger e del custode Argus Gazza della saga di Harry Potter

 

 Timothy, tutore stellato di Zick in Monster Allergy

 

 Gatto con gli Stivali, comparso nel film Shrek 2, 3 e 4.

 

 Brivido Cosmico, il gatto nero di Miss Price nel film Disney “Pomi d’ottone e manici di scopa”

 

 Gobbolino, il gatto della strega (un libro per bambini di Ursula Moray Williams, titolo originale Gobbolino the Witch’s Cat)

 

 Jonesy, il gatto del tenente Ripley, nel film Alien, che sopravvive anche ad un suo incontro diretto contro il mostro alieno, quando quest’ultimo è ancora nella fase di sviluppo.

 

 G.G., gatto siamese protagonista del film Disney F.B.I. – Operazione gatto.

 

 Il gatto compare in almeno 2 puntate della serie originale di Star Trek, uno di color nero quale mimetismo per un’avvenente aliena umanoide.

 

 Spot, la gatta dell’androide Data nella serie televisiva Star Trek – The Next Generation e nel settimo film Star Trek: Generazioni

 

 Hello Kitty, la celebre gattina

 

 Juliano (ジュリアーノ) in Italia Giuliano il gatto di Andrea (personaggio della serie animata Kiss Me Licia)

 

 Virgola, un gatto che appare nelle suonerie del telefonino.

 

 Top Cat, il protagonista di un cartone animato prodotto da Hanna-Barbera.

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Foto del lupo visto da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos il lupo

Dopo aver detto a Kratos tutto sull’ aquila e dopo aver fatto vedere una foto di un aquila sia a Kratos sia a Pandora , io dissi a Kratos – adesso ti spiego il lupo e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul lupo – Il lupo grigio (Canis lupus, Linnaeus 1758), o semplicemente lupo, è un mammifero placentato appartenente alla famiglia dei Canidi. Il lupo appartiene alla famiglia dei Canidi, carnivori simili ai cani. Tra i canidi il lupo è il più grande come dimensioni: lunghezza tra i 130 e i 160 cm., altezza tra gli 80 e i 100 cm. Il colore del suo mantello varia dall’età e dalle stagioni; generalmente grigio-giallastro o marrone – rossiccio. Il lupo presenta una dentatura caratterizzata da canini affilati, lunghi e ricurvi verso l’interno. Questo animale raggiunge al massimo i 10 anni di vita in libertà e i 17 in cattività. Il peso del lupo varia geograficamente; in media il peso per il lupo eurasiatico è di 38.5 kg, per il lupo nord americano è di 46 kg, per il lupo indiano e il lupo arabo è di 25 kg, anche se – raramente – sono stati identificati, in Alaska e Canada, alcuni esemplari dal peso superiore ai 77 kg. Un esemplare selvatico, ucciso nel 1939 in Alaska, raggiungeva il peso record di 80 kg.

 

La fronte è ampia, le mandibole particolarmente robuste, gli occhi sono chiari, generalmente di colore diverso e dal taglio leggermente obliquo. La mascherina facciale di un lupo adulto si estende intorno alle labbra inferiori e superiori ed è di colore bianco-crema, mentre negli individui giovani può essere incompleta oppure scura in prossimità del muso. Le orecchie hanno generalmente un’attaccatura più laterale e sono più lunghe e larghe. Solitamente non le porta mai flosce e calate lungo i lati della testa, bensì le tiene in posizione eretta lungo il profilo della testa. Il pelo ha sempre una colorazione varia che comprende colori dal marrone antracite al marrone chiaro; ma anche nero, beige, bianco o fulvo. Sul dorso la colorazione è beige con punte nere, sulla parte superiore delle zampe anteriori vi è spesso una vistosa striscia nera e infine il torace è quasi sempre marrone chiaro. Molto vorace, appartiene all’ordine dei carnivori ed è classificato nel genere dei superpredatori. La funzione di ogni lupo è organizzata all’interno di un branco, con una struttura sociale fortemente gerarchica.

 

Il branco è guidato da due individui che stanno alla punta della piramide sociale, il maschio alfa e la femmina alfa. La coppia alfa (di cui solo uno dei due componenti può essere il “capo”) possiede più libertà rispetto al resto del branco, anche se i due non sono capi nel senso umano del termine: gli individui alfa non impartiscono ordini agli altri lupi; bensì, possiedono la libertà di scegliere cosa fare, quando farlo, dove andare, quando andare. Il resto del branco, che possiede un forte senso della collettività, solitamente li segue.

 

Anche se la maggior parte delle coppie alfa è monogama, ci possono essere alcune eccezioni: un individuo alfa può preferire l’accoppiamento con un lupo di importanza minore nella scala sociale, in particolare se possiede legami di parentela molto vicini con l’altro alfa (fratello o sorella, ad esempio). Si è osservato che se un esemplare Alfa muore, il compagno o la compagna spesso non forma una nuova coppia con un altro soggetto, ma rimane da solo a guidare il branco. Tuttavia a volte può succedere che il lupo o la lupa vedova prendano un nuovo compagno.

 

Solitamente, solo la coppia alfa è in grado di crescere una cucciolata (gli altri lupi del branco possono allevare, ma, di solito, non possiedono le risorse necessarie a portare i cuccioli alla maturità). Tutti i lupi del branco assistono la crescita dei cuccioli. I piccoli, quando diventano adulti, possono scegliere se rimanere all’interno del branco e aiutare ad allevare i nuovi nati, opzione, di solito scelta da alcune femmine, oppure, disperdersi, scelta presa in considerazione più che altro dai maschi.

 

La grandezza del branco può cambiare con il passare del tempo secondo alcuni fattori, come l’habitat, la personalità individuale dei lupi, o la quantità di cibo disponibile. I branchi possono contenere dai 2 ai 20 lupi, sebbene un branco medio contenga circa 6 o 7 lupi. Un nuovo branco si forma quando un esemplare abbandona il suo branco di nascita e rivendica un suo territorio. I lupi solitari possono viaggiare in cerca di altri individui anche per distanze molto lunghe. Gli individui che si disperdono devono evitare i territori di altri lupi perché gli intrusi su territori già occupati vengono cacciati via o uccisi. La gerarchia (guidata dalla coppia alfa) influisce su tutte le attività del branco. Nei branchi più grandi, si possono trovare, oltre a quella principale, altre due gerarchie separate: la prima viene esercitata sui maschi del branco ed è guidata dal maschio alfa, l’altra sulle femmine del branco, ed è governata dalla femmina alfa. In questo caso, il maschio alfa sarà il componente più importante della coppia alfa, sebbene, in alcuni casi, sono state osservate situazioni in cui la femmina alfa abbia preso il controllo dell’intero branco. Le gerarchie del maschio e della femmina sono interdipendenti, e sono costantemente mantenute da complesse e aggressive manifestazioni di predominio e di sottomissione.

 

Oltre alla coppia alfa, si possono trovare, specialmente nei branchi molto grandi, un lupo o dei lupi beta, un “secondo in comando” rispetto agli alfa. Normalmente, i beta assumono un ruolo più importante nel gruppo aiutando l’allevamento dei nuovi nati, spesso sostituendo i genitori quando la coppia alfa è via.

 

La perdita di grado può essere immediata o graduale. Un lupo più vecchio può semplicemente scegliere di lasciare il proprio posto quando gli si presenta un pretendente motivato, evitando spargimenti di sangue o lotte. Dall’altro lato, però, l’individuo sfidato può scegliere la lotta, che può avere diversi gradi di intensità. Mentre la maggior parte delle aggressioni dei lupi è più che altro ritualizzata, e non prevede danni fisici, uno scontro in cui la posta in gioco è cosi importante può facilmente risultare in ferite o danni per uno dei due o anche per entrambi. Colui che esce sconfitto da uno scontro del genere viene molto spesso cacciato via dal branco, o addirittura, seppur molto raramente, viene ucciso dagli altri membri del branco come atto di ribellione. Questo tipo di scontro si verifica principalmente durante la stagione degli accoppiamenti.

 

L’ordine gerarchico all’interno del branco è stabilito e mantenuto attraverso una serie di posizioni e di incontri rituali. I lupi preferiscono opporre un’ostilità psicologica anziché fisica, ciò significa che uno stato molto alto nella scala sociale è basato molto più sulla personalità o sull’atteggiamento, che sulla taglia dell’individuo o sulla sua forza fisica. Il grado sociale, chi lo ritiene, e quanto è elevato nella gerarchia varia molto tra branchi e individui. In branchi molto grandi, o in un gruppo di giovani lupi, il grado sociale può mutare costantemente, oppure essere circolare (esempio, lupo A ha il predominio su lupo B, che a sua volta ha predominio su quello C, che ha il controllo su A), o “incrociato” (il lupo A ha il predominio sul lupo B, cha ha il predominio su C, che a sua volta controlla D e quest’ultimo controlla B. Un eventuale E controlla C, e così a seguire…).

 

In un branco normale, comunque, solo un lupo assume il ruolo di omega (vale a dire il più basso ruolo nella scala sociale del branco). Questi individui subiscono il maggior numero di aggressioni dal resto del branco, e possono essere soggetti a varie forme di crudeltà (a partire dal costante predominio dagli altri membri del branco fino a continue molestie, anche fisiche). Sebbene, dopo un’affrettata analisi, questa disposizione possa sembrare discutibile, la natura dinamica del branco esige che un lupo sia al gradino più basso della scala sociale. Infatti, tali individui sono forse più felici, pur sopportando continue dimostrazioni di forza e di sottomissione, che vivendo da soli. Per i lupi, il cameratismo, non importa in quale forma, è preferibile alla solitudine, e, invero, i lupi sottomessi tendono a scegliere un basso grado nella gerarchia piuttosto che rischiare di morire di fame. Nonostante ciò spesso gli omega osano sfidare la coppia alfa e se questi vengono sconfitti vengono cacciati dal branco. Questi potranno tornare nel branco originario o entrare in un nuovo in una sola maniera: sfidare e sconfiggere una coppia alfa subentrando a essi. Il maschio alfa o qualsiasi altro lupo più importante, dopo aver ferito o aggredito l’omega, puliscono la ferita per evitare che si sporchi portando poi malattie al branco o al sottomesso. I branchi di lupi cacciano in maniera cooperativa qualunque grande erbivoro si trovi nel loro territorio, mentre gli esemplari solitari si limitano alla caccia di prede piccole perché incapaci d’attaccare animali di grandi dimensioni. Le tecniche di caccia del branco vanno dall’attacco a sorpresa alle cacce a lungo termine. Attraverso una meticolosa cooperazione, un branco di lupi è capace di inseguire una grande preda per alcune ore prima di arrendersi, sebbene il tasso di successo di questo tipo di caccia sia molto basso. I lupi solitari, invece, dipendono dalle piccole prede: i lupi le catturano lanciandosi addosso a quest’ultime e bloccandole al terreno con le zampe anteriori, una tecnica condivisa da quasi tutti i canidi come volpi e coyote. Spesso prede dei lupi sono alci, caribù, cervi e altri grandi ungulati. I lupi cacciano anche roditori e piccoli animali, seppure in maniera limitata, poiché un lupo medio necessita per sopravvivere, dai 1,3 ai 4,5 kg di carne al giorno. Ciò non significa che i lupi abbiano la possibilità di mangiare ogni giorno: i lupi di rado mangiano quotidianamente, così, quando ne hanno la possibilità, arrivano ad ingurgitare anche 9 kg di carne.

 

Quando cacciano prede molto grandi, i lupi attaccano da tutte le direzioni, puntando specialmente al collo ed alle parti laterali dell’animale. Normalmente, le prede sono animali troppo anziani, feriti, o troppo giovani; tuttavia, anche animali sani possono occasionalmente soccombere. L’habitat preferito dal lupo è caratterizzato da aree forestali planiziali (di pianura), foreste montane e radure. Oggi è diffuso soprattutto nelle regioni più remote dell’emisfero boreale.

 

Un lupo ha mediamente un territorio di caccia di 100 km².

 

Per trovare cibo a sufficienza in un territorio inospitale o deserto, un branco può arrivare ad occupare un territorio di 2500 km².Un tempo era diffuso in tutto l’emisfero boreale a nord del 15º parallelo. Ora è drasticamente ridotto di numero negli Stati Uniti e in Europa.

 

Negli Stati Uniti il lupo è sopravvissuto soltanto in Minnesota e Alaska (dove però si può cacciare dal 1º ottobre al 30 aprile). Il lupo è tutelato dalle leggi degli Stati Uniti in tutto il territorio (esclusa ovviamente l’Alaska).

 

La presenza del lupo in Italia ha toccato il suo punto più basso agli inizi degli anni 70. Una stima indicava che la popolazione si era ridotta a un centinaio di lupi, concentrati sui monti dell’Abruzzo e della Calabria. Grazie alle leggi di protezione, il numero dei lupi è lentamente cresciuto e stime recenti lo calcolano in circa 600-700 esemplari, distribuiti lungo tutto l’Appennino, dall’Aspromonte fino alla Alpi Marittime, con presenze anche sui preappennini laziali e nella Toscana centro-meridionale. A nord il lupo è tornato sulle Alpi Occidentali, sconfinando sui massicci alpini francesi e svizzeri. È probabile che gli antenati dei carnivori attuali, di cui fa parte il lupo, appartenessero al gruppo dei Creodonti, un gruppo di Mammiferi carnivori sviluppatosi durante il Cretaceo superiore ed estintosi nel Miocene (da 26 a 5,2 milioni d’anni fa); tale gruppo si diffuse in tutto il mondo tranne che in America meridionale e Australia.

 

I Creodonti presentavano una morfologia simile a quella degli attuali carnivori, ma possedevano teste più grosse e cervelli più piccoli in relazione alla grandezza del corpo. Il genere più diffuso di Creodonti era Hyaenodon che si sviluppò durante l’Eocene e visse fino al Miocene superiore occupando la terra oltre trenta milioni d’anni fa. I veri Carnivori, anch’essi comparsi nell’Eocene, erano dapprima piuttosto piccoli. Una famiglia di tale gruppo era composta dai Miacidi. Il genere Miacis viveva nell’America settentrionale 40 milioni d’anni fa; visse nell’Eocene (da 54 a 37 milioni d’anni fa) e si suppone che tali animali fossero di abitudini prevalentemente arboricole, ma che possedessero già zampe allungate ed i caratteristici denti ferini. Alcuni milioni d’anni fa, dopo il differenziamento degli Ursidi e Procionidi, compaiono dal ramo comune (20-25 milioni d’anni fa) in successione abbastanza rapida, il Cynodictis, il Cynodesmus, il Tomarctus (del quale restano solo alcuni crani e denti e le cui zampe, secondo i paleontologi, erano molto simili a quelle del lupo attuale, dei cani e delle volpi), il Canis donnezani, risalente a circa tre milioni d’anni fa e vivente in Europa occidentale. Un particolare ramo evolutivo era costituito dall’Hesperocyon, simile alla genetta, con lunga coda e arti digitigradi, in grado d’arrampicarsi sugli alberi. Quest’ultimo era forse il più veloce tra i Canidi. La sua dieta si basava su insetti, frutta e piccoli Mammiferi. Viveva nell’America settentrionale. Il Canis donnezani e il Tomarctus erano, tra tutti gli animali citati, quelli geneticamente più vicini all’odierna famiglia dei Canidi.

 

Verso la fine dell’Eocene e durante i successivi periodi dell’Oligocene e Miocene (da 38 a 5,2 milioni d’anni fa) questi primi carnivori prosperarono adattandosi ai mutamenti climatici, vegetazionali ed alla disponibilità di prede. Tra il Miocene ed il Pliocene le estese praterie eurasiatiche rappresentarono l’habitat favorevole per la differenziazione e la diffusione degli Ungulati e quindi di nuove modalità di sopravvivenza legate alla caccia da parte dei primi Mammiferi carnivori. Durante l’Oligocene (34 milioni d’anni fa), a partire dall’Hesperocyon, si originarono delle linee evolutive che nella maggioranza dei casi s’estinsero, tuttavia riuscì ad adattarsi e ad affermarsi il ramo che, passando per il Leptocyon, condusse ai Canidi moderni. Risale al Pleistocene (2 milioni d’anni fa) una delle prime creature con sembianze simili al lupo: era il Canis dirus. Lungo 1,5 metri circa e pesante 50 kg, il Canis dirus, più grande rispetto al lupo attuale, aveva una testa più grande, zampe più robuste, denti più massicci (Mech, 1970). La specie lupo è suddivisa in 13 sottospecie, differenti a seconda di caratteristiche fenotipiche, genetiche e comportamentali:

 

 Lupo europeo (Canis lupus lupus), è la sottospecie più diffusa in Europa e in Asia, presente dalla Scandinavia all’Himalaya.

 

 Lupo italiano (Canis lupus italicus), presente nella Penisola italiana e in regime di protezione legale dal 1992, anno in cui è stato dichiarato “specie particolarmente protetta”.

 

 Lupo della tundra d’Eurasia (Canis lupus albus), presente nel nord della Russia e della Siberia, di colore chiaro.

 

 Lupo dei boschi o lupo del Canada (Canis lupus lycaon), presente in Canada e Stati Uniti, fu la prima sottospecie a essere identificata in America Settentrionale.

 

 Lupo del Nebraska (Canis lupus nubilus), presente nelle Montagne Rocciose, in Canada e in Alaska, cacciato legalmente in parte del territorio canadese.

 

 Lupo del Messico (Canis lupus baileyi), presente in Messico e in parte del Texas e dell’Arizona; è stato reintrodotto in Arizona a partire dal 1998, attualmente la popolazione allo stato selvaggio è di 35-50 individui.

 

 Lupo bianco (Canis lupus arctos), presente in Groenlandia e in Canada, dal tipico manto bianco o crema.

 

 Canis lupus arabs, con popolazione in declino, presente in Arabia Saudita, Yemen e Oman.

 

 Canis lupus cubanensis, con popolazione in declino, presente tra il Mar Caspio e il Mar Nero.

 

 Canis lupus lupaster, piccola sottospecie dell’Africa settentrionale.

 

 Canis lupus hattai †, estinto dal 1889 nell’isola giapponese di Hokkaido.

 

 Canis lupus hodophilax †, estinto dal 1905 nelle isole giapponesi di Honshu, Shikoku e Kyushu.

 

 Canis lupus pallipes, presente in Medio Oriente, Afghanistan, Pakistan e India.

 

 Canis lupus occidentalis, presente in Alaska e in Canada, è stata la sottospecie oggetto del programma di reintroduzione iniziato nel 1995 nel Parco Nazionale di Yellowstone, è la sottospecie più grande.

 

 Canis lupus communis, presente in Russia centrale, in declino ma cacciato legalmente.

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Spiego a Kratos l’ aquila

Dopo aver detto a Kratos e Pandora tutto sulla cara e dopo aver fatta vedere sia a Kratos sia a Pandora alcune foto della carta , io dissi a Kratos – adesso ti dico tutto quello che c’ e da sapere sull’ aquila e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sull’ aquila – Aquila è un genere di uccelli della famiglia Accipitridae. l gruppo delle aquile è caratterizzato da particolare robustezza e prestanza fisica, becco potente ed uncinato, testa grande, ali ampie, tarsi generalmente ricoperti di piume sino al piede. Dispiegano volo potente, spesso veleggiato, maestoso; piombano dall’alto sulle prede. Il cibo di questi rapaci è vario, ma sempre di origine animale. L’Aquila reale preda lepri, fagianidi, corvidi, tartarughe, piccioni, conigli, pica, giovani cerbiatti. L’Aquila codacuneata, preda anche grossi pitoni, koala, opossum, canguri, Wallabys, Uccelli del paradiso e piccoli marsupiali. L’aquila, grazie alle sue caratteristiche di grosso rapace, dalla vista acutissima, dal volo maestoso, dalla capacità di volare ad altezze irraggiungibili e piombare con velocità impressionante sulle prede, ha destato in tutti i popoli antichi il mito della invincibilità, paragonato ora al sole, ora al messaggero degli dei od allo stesso Dio. Se il leone è ritenuto il re degli animali terrestri, l’aquila è la regina dei volatili. Dell’antica arte sumerica si trovano reperti archeologici che mostrano un animale con corpo d’aquila e testa di leone: emblema di sovranità sulla terra e sull’aria. Simbolo celeste e solare, l’aquila indica pure acutezza mentale e d’ingegno, tanto che ancor oggi, parlando di un Tizio d’intelligenza mediocre, se non scarsa, si ricorre alla litote: «Tizio non è certo un’aquila». A “canonizzare” questa metafora ci pensa Dante Alighieri, allorché nella sua Divina Commedia parla di Omero, che ai tempi del sommo poeta era considerato una delle più grandi menti mai esistite: « Quel signor dell’altissimo canto, / che sovra gli altri com’aquila vola »

 

 (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, IV, 95-96)

 

D’altra parte anche l’antico proverbio latino

 

Aquila non capit muscas (L’aquila non cattura mosche)

 

che sta ad indicare come i grandi non si curino delle piccole cose, attribuisce automaticamente all’aquila il simbolo di grandezza. Nello sciamanesimo asiatico l’aquila era il simbolo di un dio e presso il popolo degli Jakuti Siberiani il suo nome è il medesimo del Dio Creatore e gli sciamani, intermediari fra il popolo e la divinità, erano detti “figli dell’aquila”. È l’aquila infatti, secondo tale credenza, che trasporta l’anima dello sciamano durante la sua fase d’iniziazione.

 

Secondo la mitologia greca, Zeus si trasformò in aquila per rapire Ganimede.

 

Nella mitologia dei pellerossa l’aquila è la rappresentazione tangibile di Wakan Tanka, il Grande Uccello del Tuono, che elargisce i raggi solari ed è la manifestazione del Grande Spirito, la divinità suprema. Il diadema che ornava la testa dei grandi capi indiani era fatto di penne d’aquila, simbolo solare, e penne d’aquila, artigli e addirittura teste di questo regale uccello costituivano un corredo di amuleti indispensabile ad ogni guerriero.Nella “Danza del Sole” i partecipanti indossavano piume di aquila ed un fischietto di osso dello stesso uccello.

 

Nella mitologia azteca il dio-sole Tonatiuh era rappresentato da un’aquila, confermando anche qui la valenza solare che il mito assegna a questo uccello.

 

L’aquila fu anche considerata uccello aruspice, messaggero che portava i presagi dagli dei agli uomini. Nell’Iliade Priamo, prima di recarsi presso il nemico Achille per ottenerne il corpo del figlio Ettore, ucciso dall’eroe greco, offre a Zeus una libagione chiedendogli che gl’invii «…l’uccello che ti è caro fra tutti e che ha la forza suprema […] e il prudente Zeus ascolta la sua preghiera e subito lancia l’aquila, il più sicuro degli uccelli, il cacciatore fosco che è chiamato il nero.»

 

L’aquila era, secondo la mitologia greco-romana, la portatrice dei fulmini di Giove e veniva anche raffigurata con i fulmini tra gli artigli. E così, leggermente modificata, compare nell’emblema degli Stati Uniti d’America.

 

Portatrice di fulmini ma anche protettrice da essi: secondo Plinio il Vecchio i greci antichi a questo fine inchiodavano aquile sulle porte delle loro case.

 

Essa è nemica mortale del serpente, che attacca e uccide. Così viene mostrata su antiche monete greche e galliche, mentre in Siria la leggenda vuole che Etana, pastore divenuto re, abbia salvato l’aquila dalle spire del serpente cui l’uccello aveva divorato i figli. L’aquila, per ricompensarlo, lo avrebbe portato sulle sue ali fino in cielo. Secondo la mitologia norrena, l’aquila è l’eccelso tra gli uccelli, poiché sa volare molto in alto e può fissare il sole: è dunque emblema della percezione diretta della luce divina e della suprema sublimazione.

 

 È altresì animale rapace, nemico dei serpenti, che strisciano sul terreno, e ciò ne accentua la simbologia di antagonista della materialità. Un’aquila con un falco tra gli occhi – immagine che simboleggia una straordinaria percezione visiva – è appollaiata sui rami dell’albero cosmico Yggdrasill e scambia continuamente cattive parole con il serpente Níðhöggr, che con altri ne rode le radici. La connessione dell’aquila con l’albero cosmico appare confermata non solo da un verso che recita «sui rami dei frassini si posano le aquile», bensì anche là dove si parla di un’aquila che si trova sopra la Valhalla, dimora di Odino, nello stesso luogo in cui cresce l’albero Læraðr, da identificare con l’albero cosmico.

 

 L’aquila è dunque un uccello sacro, iniziatico e dotato di grande sapienza, e sul suo becco sono incise le rune. È estremamente sapiente perché è l’uccello delle origini, il primo che vola sul mondo ogni volta che un nuovo ciclo ha inizio. Dall’alto dello spazio e dall’alto del tempo, essa ha chiara percezione del mondo.

 

 L’aquila è altresì uccello di Odino: sotto forma d’aquila egli compie il furto dell’idromele, che rende poeta chi lo beve; a tale mito alludono verosimilmente i suoi appellativi Arnhöfði, «testa d’aquila», e Örn, «aquila».

 

 Come un sacrificio al dio dev’essere presumibilmente intesa anche la pratica crudele di mettere a morte i nemici incidendo la cosiddetta «aquila di sangue» (rista blóðörn): ciò consisteva nello staccare le costole dalla spina dorsale, aprirle come ali d’aquila ed estrarre i polmoni della vittima.

 

 Alla definizione dell’aquila quale uccello di Odino non è estranea la qualità rapace dell’uccello, che si nutre di cadaveri: la metafora «rallegrare le aquile», «dare cibo all’aquila» vale «uccidere molti nemici».

 

 La trasformazione magica in aquila non è tuttavia prerogativa esclusiva del dio: così, infatti, è detto dello jarl Fránmarr che vuole proteggere due donne dall’assalto di un esercito; così soprattutto è detto di taluni giganti quali Þjazi, il rapitore di Idunn, Suttungr, derubato da Odino del sacro idromele, o Hraesvelgr, che col battito delle sue ali possenti genera il vento sulla terra. Nell’antico testamento il Libro di Ezechiele inizia con la descrizione di una visione del profeta-autore: « Al centro apparve la figura di quattro esseri animati che avevano sembianze umane ed avevano ciascuno quattro facce e quattro ali. […] Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila. »

 

 (Ezechiele, 1, 5-10)

 

Si tratta del Tetramorfo, figura ripresa da San Giovanni evangelista nell’Apocalisse: « Il primo vivente era simile ad un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’un uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. »

 

 (Apocalisse di San Giovanni, 4, 7). La sua funzione di psicopompa si è evoluta, dalla leggenda siriana di Etana, nota sicuramente alle prime comunità cristiane, in immagine di Cristo salvatore, che porta le anime in cielo. Così già il Deuteronomio, nel Cantico di Mosé, assimila la figura di Dio all’aquila:

 

Come un’aquila incita la sua nidiata e aleggia sopra i suoi piccoli, così Egli spiega le ali, lo prende e lo porta sulle sue penne.

 

ove quell’Egli è il Signore.

 

Scrive Filippo di Thaon, monaco e poeta normanno del XII secolo: « L’aquila significa / il figlio di Santa Maria, / che è un re di tutti gli uomini / senza alcun dubbio, / sta in alto e vede lontano, / sa bene che cosa deve fare »

 

 ( Filippo di Thaon, Bestiario)

 

seguendo quanto ancor più esplicitamente aveva detto Sant’Ambrogio in proposito, nel suo commento ad un passo dei Proverbi:

 

L’aquila si comprende come quella del Cristo che, col suo volo, è sceso in terra. Questo genere di animale non riceve cibo prima che la castità di sua madre sia dimostrata quando con gli occhi aperti, senza battere le ciglia, può contemplare il sole. È dunque a giusto titolo che questo animale è paragonato al Salvatore perché, quando vuole catturare qualche essere, non calpesta il suolo, ma elegge un luogo elevato: così il Cristo, sospeso all’alta croce, in un fracasso terribile ed in un volo tonante prende d’assalto gl’inferi e porta via verso i cieli i santi che ha afferrato. L’aquila aveva anche fama di rigenerarsi. Secondo una leggenda, all’aquila anziana si annebbiava la vista e si appesantivano le ali. Essa allora volava in cielo e bruciava le sue ali e il velo che le copriva gli occhi al calore del sole, dopo di che scendeva in terra ed immersasi tre volte in una fonte tornava ad essere giovane e vigorosa. Questa leggenda fu ripresa nella iconografia cristiana grazie ai versi del Libro dei Salmi:

 

«Egli [il Signore] perdona tutte le tue colpe, / guarisce tutte le tue malattie; / salva dalla fossa la tua vita, / ti corona di grazia e di misericordia, / egli sazia di beni i tuoi giorni / e tu ti rinnovi come aquila la tua giovinezza.»

 

e Sant’Ambrogio fa sua quest’interpretazione nei suoi Sermoni:

 

«A dire il vero si tratta di una sola, autentica aquila, Gesù Cristo, nostro Signore, la cui gioventù è stata rinnovata quando è risuscitato dai morti. Infatti, dopo aver deposto le spoglie di un corpo corruttibile, è rifiorito rivestendo una corona gloriosa.». L’aquila è stata attribuita come simbolo a San Giovanni Evangelista in quanto con la sua visione descritta nel Libro dell’Apocalisse avrebbe contemplato la Vera Luce del Verbo, come descritto nel Prologo del suo Vangelo, così come l’aquila può fissare direttamente la luce solare.Tale attribuzione è attestata ai tempi di Sant’Agostino (IV – V secolo). San Giovanni Evangelista viene paragonato all’aquila da Dante Alighieri, quando nella cantica del Paradiso immagina di parlare proprio con l’Evangelista: « Non fu latente la santa intenzione / dell’aguglia [aquila, n.d.r.] di Cristo, anzi m’accorsi / dove volea menar mia professione. »

 

 (Dante Alighieri, Paradiso, XXVI, 52-54)

 

L’aquila viene anche considerata come simbolo del cristiano, chiamato dal battesimo a nuova vita e la frase del Vangelo secondo Luca: «laddove sarà il corpo , le aquile si raduneranno» venne interpretata da commentatori medievali che paragonarono il corpo al Cristo e le aquile che vi si radunano intorno, alle anime cristiane. L’aquila, a causa della sua voracità e della rapidità con la quale si avventa sulla preda, ebbe anche connotazioni simboliche negative. La credenza che si cibi di pesci raggiunti e ghermiti mentre nuotano tranquilli, ne ha determinato un’interpretazione negativa, soprattutto riguardo al fatto che il pesce era considerato dai primi cristiani un simbolo di Cristo. Sotto questo aspetto essa venne vista anche come simbolo di Satana, che attacca e ghermisce le anime, sottraendole alla loro normale destinazione cristiana. A questa interpretazione simbolica negativa ha contribuito certamente anche la classificazione dell’aquila come animale impuro, quindi non edule, che viene data nel Deuteronomio. Con questa ricchezza di attribuzioni simboliche, l’aquila non poteva mancare negli emblemi e stemmi di qualsiasi genere: rappresentativi di eserciti, città, nazioni o di casate nobiliari.

 

Essa fu adottata nei labari delle legioni romane, a cominciare dal consolato di Mario. Classificazione scientifica

 

 Dominio: Eukaryota

 

 Regno: Animalia

 

 Sottoregno: Eumetazoa

 

 Superphylum: Deuterostomia

 

 Phylum: Chordata

 

 Subphylum: Vertebrata

 

 Superclasse: Tetrapoda

 

 Classe: Aves

 

 Sottoclasse: Neornithes

 

 Ordine: Accipitriformes

 

 Famiglia: Accipitridae

 

 Sottofamiglia: Buteoninae

 

 Genere: Aquila.

 

 

 

Specie

 

 Aquila chrysaetos

 

 Aquila heliaca

 

 Aquila adalberti

 

 Aquila nipalensis

 

 Aquila rapax

 

 Aquila clanga

 

 Aquila pomarina

 

 Aquila verreauxii

 

 Aquila gurneyi

 

 Aquila wahlbergi

 

 Aquila audax

 

 Aquila morphnoides

 

 Aquila kienerii

 

 Aquila fasciata ex Hieraaetus fasciatus

 

 Aquila pennata ex Hieraatus_pennatus

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Foto della carta vista da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos la carta

Dopo aver detto a Kratos tutto sul regno animale e dopo aver fatto vedere delle foto sul regno animale sia a Kratos sia a Pandora , io dissi a Kratos – adesso ti spiego la carta e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla carta – La carta è un materiale igroscopico, costituito da materie prime fibrose prevalentemente vegetali, unite per feltrazione (fenomeno che consiste nella salda unione reciproca delle fibre cellulosiche da una sospensione) ed essiccate, inoltre questo prodotto può essere arricchito da collanti, cariche minerali, coloranti ed additivi diversi. Il significato della parola carta è piuttosto incerto. Secondo alcuni deriverebbe, attraverso il latino charta, dal greco charassò con il significato di incidere, scolpire. I termini corrispondenti paper anglosassone, papel spagnolo e papier francese e tedesco, derivano invece dalla pianta del papiro, utilizzato per scrivere dagli antichi egizi fin dal 3000 a.C. e, successivamente, da greci e romani. Più a nord la pergamena, ottenuta per lavorazione di pelli di animali, sostituì per la scrittura il papiro, che cresce esclusivamente in regioni dal clima subtropicale.

 

 In Cina i documenti venivano scritti sul bambù ed erano per questo ingombranti da conservare e trasportare. Occasionalmente veniva usata la seta, ma era troppo costosa per un uso diffuso. In Cina la tecnologia di fabbricazione della carta da corteccia, stracci e reti da pesca fu descritta per la prima volta nell’anno 105 dall’ufficiale di corte Ts’ai Lun. Nel 1986 a Dunhuang (Gansu), scavi archeologici in una tomba della prima metà del II secolo a.C. portano alla luce un’infinità di carta con tracciata una mappa. Questo ritrovamento lascia supporre che la carta fosse già nota in quell’epoca, retrodatando così le prime fabbricazioni di circa due secoli. La diffusione della tecnica al di fuori del paese fu lenta; altri popoli avevano visto la carta ma non riuscivano a capire come venisse prodotta, e i cinesi erano riluttanti a diffonderne il segreto.

 

 Secondo la tradizione, la carta fu prodotta per la prima volta nel 105 da Ts’ai Lun, un eunuco della corte cinese han dell’imperatore Ho Ti. Il materiale usato era probabilmente la corteccia dell’albero del gelso da carta (Brussonetia papyrifera), opportunamente trattata e filtrata in uno stampo di bastoncini di bambù. La più antica carta conosciuta di cui ci sia pervenuto un campione fu fabbricata con stracci intorno al 150. Per altri cinquecento anni circa, l’arte della fabbricazione della carta fu confinata in Cina, ma nel 610 fu introdotta in Giappone e, intorno al 750, nell’Asia centrale. La carta comparve in Egitto all’incirca nell’800, ma non fu fabbricata fino al 900 (vedi Papiro). L’uso della carta fu introdotto in Europa dagli arabi, e la prima cartiera europea fu costruita in Spagna intorno al 1150[senza fonte]. A quegli stessi anni (terzo quarto del XII secolo) risale la prima cartiera in territorio italiano, attribuita alla figura di Polese da Fabriano che la impiantò sul Reno presso Bologna. Nei secoli successivi l’arte si diffuse nella maggior parte dei paesi europei.

 

 L’introduzione del carattere tipografico mobile, alla metà circa del XV secolo, rese più facile la stampa dei libri e stimolò notevolmente la fabbricazione della carta. Il consumo sempre maggiore di carta nel XVII e nel XVIII secolo portò a una penuria di stracci, a quel tempo l’unica materia prima soddisfacente conosciuta dai produttori europei, ma nessuno dei vari tentativi di trovare valide alternative ebbe successo. Nello stesso tempo, si cercò di ridurre il costo della carta, sviluppando una macchina che sostituisse il processo di produzione manuale. La prima macchina fu costruita dall’inventore francese Nicolas-Louis Robert nel 1798. La macchina di Robert venne successivamente migliorata dai fratelli ed editori britannici George e Sealy Fourdrinier che, nel 1803, fabbricarono la prima delle macchine che avrebbero portato il loro nome. Il problema di fabbricare carta utilizzando una materia prima economica trovò soluzione intorno al 1840, con l’introduzione del processo di sfibratura del legno, che veniva così ridotto in pasta cellulosica, e, una decina d’anni più tardi, dei processi di produzione della pasta chimica. Attualmente, gli Stati Uniti e il Canada sono i maggiori produttori mondiali di carta, pasta di legno e di prodotti della carta; una quantità considerevole di pasta di legno e di carta da giornale viene prodotta anche da Finlandia, Giappone e Svezia. n America ritrovamenti archeologici indicano che la fabbricazione della carta era già nota ai Maya non più tardi del V secolo.  Chiamata amate era largamente diffusa tra le civiltà precolombiane fino all’arrivo dei conquistatori spagnoli. Ancor oggi si fabbrica, in modeste quantità, carta con la tecnica tradizionale maya. La tecnica arrivò in Giappone dalla Corea, al tempo parte integrante dell’impero cinese, intorno al 610 portata da un monaco buddista, Dam Jing da Goguryeo. Originariamente prodotta con la rafia di gelso, fu migliorata dai giapponesi e sin dal IX secolo la produzione della carta diventò una vera e propria industria nazionale. Dalla cartiera imperiale di Kyōto uscirono nuove carte fabbricate con fibre di gelso (washi), canapa, dafne e paglia. Furono anche i primi riciclatori di carta sin dal XIV-XVI secolo, sembra per decongestionare gli archivi. La carta giunse in Europa nel XII secolo. Importata da Damasco attraverso Costantinopoli (l’odierna Istanbul), o dall’Africa attraverso la Sicilia, era un prodotto mediocre se paragonato alla pergamena e per di più musulmano, tanto che Federico II in un editto del 1221 ne proibì l’uso negli atti pubblici. Tuttavia il consumo non fece che aumentare, e nel XIII secolo le flotte mercantili del Mediterraneo e dell’ Adriatico, finanziate da grossi commercianti (in gran parte veneziani e genovesi), si spartivano il fiorente mercato.

 

Le cose cambiarono dal 1268 quando a Fabriano, una piccola città tra Ancona e Perugia,nella prima cartiera europea si cominciò a preparare la pasta utilizzando magli multipli azionati da un albero a camme collegato ad una ruota idraulica. Più efficienti del mortaio dei cinesi o della mola degli arabi, mossi da uomini o animali, i magli, lavorando in verticale, sfibrano canapa e lino più velocemente e meglio, riducendo così i costi e migliorando la qualità. Anche il telaio da immergere nel tino cambiò: l’intreccio di cotone, bambù o canne fu sostituito da un intreccio in ottone e rimarrà pressoché invariato fino al XVIII secolo. La collatura con amido di riso o grano fu cambiata con una a base di gelatina animale – detta carniccio – che migliora caratteristiche come l’impermeabilità o la resistenza a insetti e microrganismi. La nuova tecnologia ebbe un notevole successo e presto sorsero nuovi mulini in tutta l’Italia settentrionale, ed in particolare sulla sponda occidentale del Lago di Garda nella valle del fiume Toscolano, nel territorio dell’allora Repubblica di Venezia denominata da allora “valle delle cartiere”. La carta italiana, di qualità migliore, più economica e soprattutto cristiana si impose velocemente in tutta Europa.

 

Il monopolio della carta italiana durò fino a metà del XIV secolo quando nuovi centri cartari sorsero prima in Francia e poi in Germania. La prima metà del XV secolo vide la Francia primeggiare nella produzione della carta, ma nella seconda metà, per le alte tasse sui mulini e sul trasporto degli stracci, la produzione si spostò verso l’Olanda.

 

Nel XVII secolo furono introdotte delle macchine dette olandesi, vasche anulari di forma ovale in cui un cilindro munito di lame contemporaneamente sfilacciava e raffinava le fibre. Con le olandesi si otteneva una carta più bianca ed omogenea anche se meno resistente perché le fibre venivano tagliate anziché schiacciate.

 

Nel 1750 l’inglese John Baskerville introdusse una nuova tecnica per ottenere della carta priva dei segni della vergatura chiamata wove paper. L’industria inglese riuscì a mantenere il monopolio della fabbricazione per circa un quarto di secolo, ma nel 1777 il francese Pierre Montgolfier (padre dei fratelli Montgolfier) ottenne dei fogli perfettamente lisci che presero il nome di carta velina, nome che richiamava la pergamena prodotta con la pelle dei vitelli nati morti, particolarmente liscia.

 

Nel 1774, grazie alle scoperte del chimico svedese K.W. Scheele, si vide la possibilità di usare cloro per sbiancare la carta. Solo più tardi si scoprirà che l’ossidazione al cloro ha effetti sulla durata a lungo termine. Nel 1807 venne introdotto un sistema di collatura in massa con allume e colofonia, più economico di quello con gelatina animale, il quale, tuttavia, più che decuplica l’acidità della carta. Dopo due anni di ricerche, nel dicembre del 1798, il francese Louis-Nicolas Robert depositò un brevetto di una macchina per fare una carta lunghissima. Il brevetto fu acquistato da Didot Saint-Léger, proprietario della cartiera di Essonnes, con la promessa di una grossa somma prelevata dagli utili. Didot fece invece perfezionare il progetto dal cognato, tal Gamble, il quale a sua volta fuggì in Inghilterra, dove depositò il brevetto. Perfezionata ulteriormente nel 1803, la nuova macchina diede il via alla produzione industriale della carta.

 

 Durante la prima metà del XIX secolo i continui miglioramenti ridussero sempre più i costi di produzione, ma la limitata offerta della materia prima, gli stracci, impose la ricerca di nuove fonti. La sola introduzione della macchina a vapore raddoppiò la produzione nel decennio 1850-1860. Furono fatti tentativi con l’ortica, la felce, il luppolo e il mais, ma nessuno dei surrogati riuscì a competere in qualità e costi con gli stracci.

 

Nel 1844 un tessitore di Heinicken, in Sassonia, di nome Federico Gottlob Keller, depositò un brevetto per una pasta preparata dal legno. Il tedesco Heinrich Voelter nel 1846 lo migliorò con l’invenzione di un apparecchio per la sfibratura costituito da una grossa mola in gres che sminuzza il legno. Il prodotto ottenuto era mediocre ma adatto ad un utilizzo nascente: la stampa periodica. Lo sfibratore si imporrà solo dopo il 1860 quando ad esso verrà affiancato un altro trattamento: quello chimico. I primi trattamenti furono con soda e potassa a caldo, seguiti da sbianca con cloro. Emicellulosa e lignina si sciolgono, mentre la cellulosa rimane intatta. Soda e potassa vennero presto sostituiti da bisolfito che opera in ambiente acido.

 

 Dal 1880 un nuovo procedimento al solfato permise di ottenere una carta molto robusta chiamata carta Kraft che rivoluzionerà il mondo dell’imballaggio.

 

Con l’arrivo della pasta di legno, la produzione diventò di massa e la caduta del prezzo trasformò la carta in un prodotto di largo consumo. In Inghilterra, ad esempio, la produzione passò dalle 96.000 tonnellate del 1861 alle 648.000 tonnellate del 1900. I paesi ricchi di foreste come quelli scandinavi, il Canada e gli Stati Uniti diventarono i nuovi riferimenti del mercato. La carta industriale abbondante e a basso costo diversifica gli utilizzi: nel 1871 la prima carta igienica in rotoli, nel 1906 le prime confezioni del latte in cartone impermeabilizzato, nel 1907 il cartone ondulato e poi giocattoli, capi d’abbigliamento, elementi d’arredo, isolamenti elettrici.

 

Prima di quest’epoca, un libro o un giornale erano oggetti rari e preziosi e l’analfabetismo era enormemente diffuso. Con la graduale introduzione della carta economica, giornali, quaderni, romanzi e altra letteratura diventarono alla portata di tutti.

 

 La carta offrì la possibilità di scrivere documenti personali e corrispondenza, non più come lusso riservato a pochi. La stessa classe impiegatizia può essere considerata nata dalla rivoluzione della carta così come dalla rivoluzione industriale.

 

Con la contemporanea invenzione della penna stilografica, della produzione di massa di matite, del processo di stampa rotativa, la carta ha avuto un peso notevole nell’economia e nella società dei paesi industrializzati.

 

In Italia possiamo ricordare in particolare Pietro Miliani, che nel XIX secolo, da semplice operaio diventò fondatore delle attuali industrie omonime.

 

Alcuni storici avanzano la teoria che la carta sia stato un elemento chiave nell’evoluzione delle culture. Secondo questa ipotesi la cultura cinese rimase arretrata rispetto a quella europea a causa dell’utilizzo del bambù, più scomodo rispetto al papiro. La cultura cinese si sarebbe poi sviluppata prima e durante la dinastia Han per merito dell’invenzione della carta. L’evoluzione culturale del Rinascimento europeo sarebbe dovuta all’introduzione della carta e della stampa. Si noti comunque che la scelta del materiale è legata alla disponibilità in loco. In sintesi il processo di fabbricazione consiste in vari stadi che portano alla formazione della carta a partire dal legno. I principali stadi sono:

 

 Preparazione delle fibre: spappolamento (pulping)

 

 Sbiancamento (bleaching)

 

 Formazione del foglio e pressatura

 

 Trattamenti superficiali vari

 

 Essiccamento.

 

 

 

Il legno è formato indicativamente da:

 

 Cellulosa (circa 45%)

 

 Emicellulosa (circa 30%)

 

 Lignina (circa 20%)

 

 Estraibili vari: terpeni, resine, acidi grassi (circa 5%).

 

 

 

Cellulosa ed emicellulosa costituiscono le fibre del legno, mentre la lignina è l’interfibra che le tiene unite. Agli albori dell’industria cartaria si creavano i fogli manualmente, poi furono sviluppate macchine per la produzione in continuo della carta. Inizialmente si trattava di fabbriche che utilizzavano il processo completo dal taglio degli alberi fino alla carta (in bobina). Oggi la maggior parte delle industrie utilizza come materia prima polpa di cellulosa prodotta altrove (ed eventualmente carta di riciclo).

 

Il materiale più comunemente usato è la polpa di legno o di cellulosa, solitamente legno tenero come per esempio l’abete o il pioppo, ma – a seconda degli usi – si possono utilizzare anche altre fibre come cotone, lino e canapa, oltre che, ovviamente, carta riciclata. Considerando il processo partendo dal legno, in questa fase il legno viene scortecciato e ridotto in chips, successivamente si formano delle paste rompendo in vari modi il legame della lignina. La materia prima è trasformata in polpa, una miscela concentrata di fibre in sospensione nel liquido. La separazione delle fibre avviene con metodi sia fisici (sbattimento, calore) che chimici (alcali). Poiché le fibre derivano da fonti naturali, sono necessari diversi passaggi di separazione e lavaggio, quindi candeggio o tintura per alterarne l’aspetto fino ad ottenere quello del prodotto finale. La lignina viene sfibrata chimicamente (con soda caustica e solfuro di sodio) e selettivamente, lasciando intatte le fibre di cellulosa: si ottiene una pasta marrone che richiede molti sbiancanti, ma la carta finale è molto resistente (kraft, che in tedesco significa forte). Il processo ha degli svantaggi ambientali (lo zolfo genera odore di uova marce, e ci sono molti scarti acquosi) e di resa (solo il 50% del legno viene trasformato in pasta, anche se molti scarti vengono bruciati e l’energia recuperata). La lignina viene sfibrata con uno sminuzzamento meccanico (grinding) e le fibre cellulosiche vengono liberate ma anche parzialmente danneggiate: la carta prodotto è meno resistente e viene generalmente usata per carta da giornale, elenchi telefonici ecc… Il processo ha dei vantaggi di resa (il 95% del legno viene trasformato in pasta), ma richiede molta energia meccanica. Il processo di formazione della pasta è intermedio: il legno viene trattato chimicamente e successivamente viene trattato con vapore e meccanicamente (Chemo Thermo Mechanical Pulping). La carta prodotta è più forte di quella ottenuta da paste meccaniche e può essere utilizzata per produrre carte patinate. Le paste vengono sbiancate in genere con cloro o biossido di cloro. Sistemi a minore impatto ambientale utilizzano ossigeno e idrogeno perossido. Il pH finale della carta normalmente varia da 4 a 7. In genere la carta non sbiancata è chiamata “unbleached” (lett. non sbiancata) mentre quella sbiancata e poi ricolorata (di marroncino) viene detta “avana”.

 

Dopo questi trattamenti si è ottenuta una pasta che consiste in una sospensione di fibre epurate. Da qui si possono produrre balle di cellulosa (che saranno poi utilizzate come materie prime dalle cartiere, necessitando quindi di essere di nuovo miscelate in pulper) o si passa direttamente alla formazione dei fogli. Anticamente la polpa preparata sottoponendo a lisciviazione stracci di lino e cotone era diluita con acqua fino ad ottenere una poltiglia leggera. In questa sospensione era immersa la “forma”, una sorta di setaccio, su cui si depositava un intreccio di fibre. In questa fase si poteva formare una filigrana quando sulla “forma” erano agganciati fili metallici opportunamente sagomati che impedivano il depositarsi uniforme della polpa generando così un’immagine visibile contro luce. A questo punto la carta era già pronta e doveva essere soltanto pressata ed essiccata.

 

Nelle moderne cartiere in continuo si procede facendo drenare la soluzione di cellulosa dalla cassa di flusso (circa al 3% di cellulosa come residuo secco) attraverso una fessura larga quanto la macchina su una tela che scorre in continuo: le fibre si concentrano e si compattano (allineandosi preferenzialmente in senso macchina) formando il foglio iniziale (ca. 80% acqua). La velocità della tela in rapporto alla velocità di deflusso delle fibre dalla cassa di flusso determinano la “quadratura” della carta, cioè l’orientamento delle fibre e quindi le resistenze meccaniche trasversali e longitudinali. Segue la pressatura che viene eseguita in continuo nella seccheria con dei rulli dotati di feltri: le fibre si compattano maggiormente ed il foglio subisce una laminazione perdendo ancora acqua e arrivando ad una concentrazione del 3-4%. Da qui nascono i termini “lato feltro” e “lato tela” della carta. La carta grezza ottenuta pressando la polpa è piuttosto assorbente e non presenta una superficie adatta per la scrittura o per altre applicazioni come la stampa (o ad esempio la siliconatura per le etichette autoadesive). Per questo motivo viene utilizzata un’ampia gamma di additivi per ottenere le proprietà desiderate. Questi vengono applicati come rivestimento sulla superficie, formando la patina.

 

Gli agenti patinanti sono di solito polimeri studiati per ottenere una migliore superficie su cui scrivere. Sono impiegati l’amido, il Poliacetato di vinile (PVA) e molti altri prodotti per realizzare tipi diversi di carta. La patinatura può anche migliorare la superficie lisciandola. La matrice di fibra è rugosa e per renderla liscia si utilizza spesso il caolino. La carta patinata delle riviste per esempio, è ottenuta in questo modo. L’aspetto lucido (per esempio delle copertine delle riviste) è aggiunto successivamente alla stampa, applicando uno strato trasparente (come uno smalto) sulla pagina stampata, e non è quindi una caratteristica originale della carta.

 

Altri additivi vengono aggiunti per migliorare altre caratteristiche specifiche della carta, a seconda delle applicazioni.

 

Seguendo il percorso della carta in una macchina di cartiera vengono applicati dunque dei “primer” per modificarne le caratteristiche superficiali (sizing). Generalmente si applicano soluzioni di alcol polivinilico e carbossimetilcellulosa, oppure una soluzione con le cariche per le carte patinate. La carta in genere esce dal trattamento di sizing con una alta umidità. Infine il foglio viene essiccato passando ancora per una seccheria e poi calandrandolo attraverso uno o più rulli riscaldati (generalmente in acciaio) che impartiscono un certa pressione al foglio rendendolo relativamente liscio dalla parte della calandra (carta monolucida). A seconda dei tipi di carta e delle applicazione la carta può essere ulteriormente lavorata (sia in-line, ovvero in un unico processo, che in un processo separato off-line). Ad esempio per produrre le carte glassine si utilizzano delle supercalandre che comprimono e scaldano la carta fino a sminuzzare le fibre, diminuendo lo spessore del foglio, aumentando il liscio: la carta acquisisce un aspetto traslucido (da cui il nome glassine che in lingua francese richiama la trasparenza del vetro). Premettendo che non esistono attività di produzione/trasformazione industriale che in qualche modo non influenzino l’ambiente, anche nel caso dell’industria cartaria i principali problemi sono da ricercare nel reperimento delle materie prime e nel loro trattamento.

 

La materia prima più usata attualmente per la produzione di carta è il legno, la ricerca del quale ha portato molte industrie della carta a contribuire alla deforestazione. Diversi grandi produttori asiatici, per esempio la Cina, con la connivenza dei governi locali interessati, hanno sistematicamente devastato la foresta pluviale per anni. In altri casi si è ricorso a sotterfugi per nascondere la provenienza del materiale. In questo modo sono esposte ad eccessi di impoverimento ambientale le foreste dell’Indonesia, Malesia, Cambogia e Amazzonia.

 

Anche il processo di produzione e di riciclaggio presenta aspetti critici, dipendenti fra l’altro dai processi di stampa con cui è trattato il materiale cellulosico da recuperare. Il necessario processo di sbiancamento della cellulosa si basa spesso sull’uso di composti ossidanti, spesso derivati del cloro, che, se dispersi o non opportunamente trattati, possono inquinare i corsi d’acqua.

 

Per evitare questi problemi esistono essenzialmente due soluzioni: il recupero del materiale per produrre carta riciclata, la quale presenta tuttavia caratteristiche che non la rendono adatta a tutte le applicazioni e il cui aspetto ne rende difficile la commercializzazione, oppure l’abbattimento esclusivo di alberi piantati allo scopo e il loro successivo reimpianto (forest management).

 

 Un pacco di fogli di carta è chiamato risma e generalmente comprende 500 fogli. Il rapporto tra il peso della carta e la sua superficie si definisce “grammatura”.

 

Il materiale, a seconda della grammatura, si classifica generalmente in:Carta (10÷150 g/m² con spessore 0,03÷0,3 mm),

 

 Cartoncino (150÷450 g/m² con spessore maggiore di 0,3 mm)

 

 Cartone (450÷1.200 g/m² spesso fino a 2 mm).

 

 Cartone

 

 Cartone ondulato

 

 Carta velina

 

 Carta increspata

 

 Carta glassine

 

 Carta igienica

 

 Carta da parati

 

 Carta carbone

 

 Carta gommata Carta monolucida

 

 Carta patinata

 

 Carta velina

 

 Carta politenata

 

 Carta di Amalfi

 

 Carta ECF

 

 Carta chimica

 

 Carta termica

 

 Carta da forno

 

 Carta siliconata

 

 Carta da lucido

 

 Chine-collé

 

 Carta da zucchero.

 

La carta ha moltissime applicazioni, tra le quali possiamo ricordare:

 

 la scrittura: il foglio di carta diventa un documento, per memorizzare informazioni o per comunicare. La carta può così assumere un valore per ciò che contiene, si pensi a banconote, assegni, biglietti, ricevute, titoli, ecc.

 

Di questi documenti, fare una copia indistinguibile dall’originale è estremamente difficile e permette di evitare abusi, come la contraffazione.

 

La carta stampata può essere legata a formare libri, opuscoli, riviste ecc.

 

Nel mondo anglosassone si usa il termine dead tree edition (edizione albero morto) per indicare i documenti su carta (fabbricata da fibre vegetali) in contrapposizione a quelli conservati come file su supporti digitali (Hard disk, CD-Rom ecc.). Un file su computer può essere trasferito su carta per mezzo della stampante, ironicamente detta – sempre nel mondo anglosassone – mangiapiante (tree eater). Il processo inverso può essere effettuato con la scansione, eventualmente seguita dal riconoscimento ottico dei caratteri (OCR).

 

 l’imballaggio: buste, fogli per avvolgere, carta da parati.

 

 la pulizia e l’igiene: carta igienica, fazzoletti, tovaglioli, carta da cucina ecc.

 

 la costruzione di oggetti: l’aeroplanino di carta, il ventaglio di carta, il papier-mâché, l’origami, il kirigami, il vetrage, ecc. La necessità di incrementare la produzione di carta ha fatto sì che si sviluppassero macchinari e tecniche per renderne più celere la preparazione. Quello che in origine era un prodotto di eccellente qualità, preparato con fibre lunghe di cellulosa e incollato con colla proteica, cambiò gradualmente le proprie caratteristiche merceologiche. La preparazione della polpa fu accelerata con l’introduzione della macchina olandese. In seguito, già nel XVIII secolo, con l’aumentata disponibilità di stracci da usarsi come materia prima, furono introdotti sbiancanti a base di cloro. Infine, nel XIX secolo, si diffuse l’uso della collatura in macchina ad allume e colofonia. Inoltre vi fu l’introduzione delle prime paste di legno. La qualità del prodotto era quindi sempre più scadente e la carta prodotta tendeva con estrema facilità ad ingiallire e a diventare fragile.

 

Oltre a questi difetti “intrinseci” della fabbricazione della carta, possiamo ricordare ulteriori fattori di deterioramento:

 

 danni fisici, strappi, usura;

 

 i raggi ultravioletti (es. luce solare, bulbi fluorescenti) che provocano l’ossidazione della cellulosa;

 

 polvere, che crea un ambiente accogliente per insetti e batteri;

 

 umidità, che favorisce lo sviluppo di muffe;

 

 inquinanti aggressivi, tra cui a volte gli stessi inchiostri chimicamente instabili ed i depositi lasciati dalle dita dei lettori;

 

 animali (es. topi) ed insetti (es. tarli, termiti) che si nutrono di carta;

 

 batteri, funghi e muffe.

 

 processi di ossidazione degli accumuli di materiali metallici (soprattutto ferro, ma anche rame) già presenti nel materiale cartaceo. A tali processi è probabilmente riconducibile la formazione macchie pigmentate bruno-rossastre, note sotto il nome di foxing.

 

Oggigiorno, rispetto a un recente passato, la carta è meno acida e più stabile nel tempo; sono disponibili anche carte particolarmente adatte per la conservazione a lungo termine, da utilizzare in abbinamento ad inchiostri dalla formulazione stabile e non aggressiva.

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Foto del regno animale visto da Kratos

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Spiego a Kratos il regno animale

Dopo aver detto a Kratos tutto sull’ euro e dopo avergli mostrato i centesimi e le banconote , io dissi a Kratos – adesso ti spiego il regno animale e Kratos disse – comincia pure quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul regno animale – Il regno degli animali (Animalia, Linnaeus 1758), una delle suddivisioni dei domini dei viventi, comprende circa 1 800 000 specie di organismi classificati, presenti per quanto noto sul globo terracqueo dal periodo ediacarano a tutt’oggi. Attualmente si ritrovano nel regno animale tutti gli organismi eucarioti, con differenziamento cellulare, eterotrofi e mobili durante almeno uno stadio della loro vita, estesi per livello di complessità dai placozoi all’uomo. Il numero di specie via via scoperte è in costante crescita, e alcune stime portano fino a 40 volte superiore la numerosità reale. Il regno animale, o dei metazoi (Metazoa), raggruppa i propri appartenenti in categorie tassonomiche definite dal sistema di classificazione scientifica.

 

 Il phylum più rappresentativo per numerosità è quello degli Artropodi che conta circa un milione di specie note, di cui 750 000 appartenenti alla classe degli Insetti.

 

 La disciplina biologica che studia gli animali viene detta zoologia. Altre discipline studiano singoli aspetti scientifici, così la medicina veterinaria studia tutto ciò che riguarda la salute degli animali diversi dall’uomo, e principalmente quelli in rapporto con esso, la fisiologia animale, i meccanismi alla base del funzionamento dell’organismo, la psicologia animale, insieme all’etologia il comportamento, eccetera. Nella vastità e diversità delle specie appartenenti al regno animale, possiamo generalizzare alcuni aspetti. Con diverse eccezioni, in particolare parazoi, placozoi, e mesozoi, gli animali hanno un corpo differenziato in tessuti distinti. Tra questi i tessuti muscolari, che sono in grado di contrarsi e muovere l’animale, e nervosi, che inviano e elaborano segnali. In genere, c’è anche una cavità interna digerente, con una o due aperture. Gli animali con questo tipo di organizzazione sono chiamati eumetazoi.

 

Tutti gli animali hanno cellule eucariotiche, circondate da una caratteristica matrice extracellulare composta di collagene e glicoproteine elastiche. Questa può essere mineralizzata a formare strutture come conchiglie, ossa e spicole. Durante lo sviluppo, secondo un quadro relativamente flessibile ma definito, le cellule possono muoversi e riorganizzarsi, realizzando strutture complesse. Altri organismi pluricellulari come piante e funghi hanno cellule tenute in posizione da pareti cellulari rigide, sviluppando una crescita progressiva. Inoltre, le cellule animali possiedono le giunzioni intercellulari seguenti: giunzioni strette, giunzioni gap, e desmosomi. In tutti gli animali, escludendo quelli più primitivi da un punto di vista evolutivo, il tegumento e il sistema muscolare sono variamente in rapporto tra loro e dipendono strettamente dall’ambiente in cui gli organismi vivono. Il tegumento, oltre alla funzione di protezione dell’ambiente interno da eventuali pericoli provenienti dall’ambiente esterno all’animale, può nei vari taxa svolgere varie altre funzioni. Gli animali, come già ricordato sono organismi eterotrofi, non sono cioè in grado di fabbricarsi da soli l’alimento come le piante, ma devono procurarselo nutrendosi di piante, altri animali o resti di altri animali. Così come per gli altri sistemi e apparati, varie sono le modalità sviluppate dai vari phyla riguardo alle abitudini alimentari, alla digestione delle sostenze ingerite e ai propri processi metabolici. L’apparato circolatorio svolge la funzione di distribuire le sostanze nutritive alle cellule del corpo. Può eventualmente contenere anche cellule e pigmenti respiratori (emoglobina, emocianina), e quindi distribuire l’ossigeno. Può essere chiuso (Anellidi, Vertebrati, molluschi Cefalopodi) o aperto (Insetti, gli altri Molluschi), o addirittura mancare del tutto, come in alcuni Phyla. La funzione svolta dall’apparato respiratorio è la respirazione. La finalità di questo processo è rifornire i tessuti di ossigeno e liberarli dall’anidride carbonica, prodotto di scarto dell’attività cellulare. L’apparato escretore si occupa di eliminare cataboliti, principalmente prodotti azotati, dall’organismo. Gli organismi unicellulari sono in grado di rispondere a uno stimolo esterno con una reazione, dimostrandosi eccitabili o irritabili. Dal passaggio alle forme pluricellulari nasce la necessità di un sistema nervoso capace di gestire e coordinare le funzioni dei vari tessuti, apparati e sistemi in modo che essi agiscano come un’unità. La riproduzione può avvenire sessualmente o asessualmente. La riproduzione asessuale, tipica dei Batteri e dei Protozoi, è nel regno animale molto meno diffusa e, sostanzialmente, presente solo nei phyla meno evoluti, dove comunque si può avere anche una riproduzione sessuale. A volte è presente l’alternanza di generazioni. Per biodiversità si intende l’insieme di tutte le forme viventi, geneticamente dissimili degli e degli ecosistemi ad esse correlati. Quindi biodiversità implica tutta la variabilità biologica: di geni, specie, habitat ed ecosistemi.

 

L’anno 2010 è stato dichiarato dall’ONU l’Anno internazionale della biodiversità. È ormai accertato che la nascita della vita è avvenuta nell’ambiente acquatico. Ancora oggi la maggioranza dei phyla viventi abitano prevalentemente quest’ambiente. Addirittura esistono phyla che possono essere considerati endemici dell’ambiente marino (13 phyla su 28 che vivono in tale ambiente) mentre nessun phylum viene considerato endemico dell’ambiente delle acque dolci. Dall’acqua, nel corso delle ere geologiche, vari gruppi hanno saputo conquistare spazio nell’ambiente terrestre (1 phylum endemico, gli Onychophora), mentre altri hanno optato per una vita di simbiosi o parassitismo (4 phyla endemici). Il passaggio dall’ambiente acquatico a quello terrestre è avvenuto grazie all’azione fotosintetica delle alghe unicellulari prima e delle piante poi, che hanno via via arricchito l’atmosfera di Ossigeno, causando il passaggio da un ambiente fortemente riducente a uno ossidante. Diverse classificazioni degli animali, così come quella degli altri regni, sono state proposte nel corso degli anni. Le prime classificazioni si basavano su caratteristiche morfologiche, prendendo in considerazione, a seconda dell’autore un numero più o meno grande di caratteri. Successivamente si è passati a raggruppare gli organismi considerando anche il loro sviluppo embrionale. Negli ultimi anni, così come avviene per gli altri regni, si cerca una classificazione basata su studi di genetica molecolare, in base al principio che determinati geni si conservano pressoché uguali nei vari raggruppamenti e il numero di variazioni nelle basi del Dna può essere correlato col tempo trascorso dall’allontanamento da un antenato comune (Orologio Molecolare).

 

 Cronologicamente si fanno risalire ad Aristotele le prime osservazioni tassonomiche, raccolte nei vari scritti scientifici come “Ricerche sugli animali”, “Le parti degli animali” e “Sulla generazione degli animali”. Sebbene venga spesso considerato il padre fondatore della Zoologia moderna, Aristotele non propose mai un sistema tassonomico esaustivo e scientifico. I suoi studi erano per lo più annotazioni di carattere ora scientifico, ora fisiologico ora etologico, senza applicare in nessun caso un mero progetto tassonomico teorico.

 

 Dalle sue notazioni emerge comunque una primitiva suddivisione del regno Animale affine per certi aspetti a quella moderna. Aristotele suddivideva gli animali in due primi gruppi, gli Enaima (Animali con sangue) ed Anaima (Animali senza sangue). Al primo gruppo appartenevano l’Uomo, i Quadrupedi, i Cetacei, i Pesci e gli Uccelli. Al secondo appartenevano la maggior parte dei Crostacei decapodi, dei Molluschi e quelli che Aristotele definiva Entoma, vale a dire un insieme più o meno confuso degli attuali Insetti, Miriapodi, Aracnidi, Anellidi e Vermi parassiti. Il criterio di classificazione che Aristotele adottò per gli Entoma fu la suddivisione del corpo degli animali in più segmenti ben individuabili, sulla faccia ventrale, dorsale o entrambe. Se si escludono gli Anellidi e i Vermi parassiti la definizione aristotelica di Entoma si avvicina molto a quella contemporanea degli Artropodi.

 

 Aristotele si interessò, seppure marginalmente, anche dei Vegetali. Le sue intuizioni al riguardo non furono vicine a quelle moderne come invece è stato per gli Animali. Aristotele sosteneva infatti che le Piante si fossero originate a partire da animaletti dalle dimensioni modeste provvisti di un gran numero di zampe che, a causa di una vita sempre più immobile e sedentaria, avrebbero perso le articolazioni finali andando a sostituire le funzioni vitali svolte dalla bocca.

 

 Le teorie zoologiche di Aristotele ricevettero molto successo nel corso del tempo rispetto a quelle botaniche, tant’è che perdurarono per circa duemila anni; soprattutto grazie alle adesioni che i suoi libri ricevettero da parte dei primi scrittori e teologi cristiani, come Origene, S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino.

 

Segue una classificazione (incompleta) del regno terminante con le varie classi di ogni phylum e comprendente (quando è indicato) categorie tassonomiche intermedie:

 

Sottoregno Parazoa

 Phylum Porifera (Poriferi o Spugne)

 Calcispongiae o Calcarea (Calcispongie o Spugne calcaree)

 Hyalospongiae o Hexactinellida (Ialospongie o Esattinellidi o Spugne vitree)

 Demospongiae (Demospongie o Spugne cornee)

 Sclerospongiae (Sclerospongie o Spugne coralline)

 Sottoregno Phagocytellozoa

 Sottoregno Phagocytellozoa

 Phylum Placozoa (Placozoi), due sole specie oggi note:

 Trichoplax adhaerens

 Treptoplax reptans (non si hanno dati a sufficienza per dimostrare l’esistenza di questa specie)

 Sottoregno Mesozoa

 Sottoregno Mesozoa

 Phylum Mesozoa (Mesozoi)

 Rhombozoa (Rombozoi)

 Orthonectida (Ortonettidi)

 Sottoregno Eumetazoa (Eumetazoi)

 Sottoregno Eumetazoa (Eumetazoi)

 Ramo Radiata (Radiati)

 Ramo Radiata (Radiati)

 Phylum Coelenterata o Cnidaria (Celenterati o Cnidari)

 Hydrozoa (Idrozoi)

 Scyphozoa (Scifozoi)

 Cubozoa (Cubozoi)

 Anthozoa (Antozoi)

 Phylum Ctenophora (Ctenofori)

 Tentaculata (Tentacolati)

 Nuda (Nudi o Atentacolati).

 

Ramo Bilateria (Bilateri)

 

Clade Ecdysozoa

 

Phylum Kinorhyncha (Chinorinchi)

Phylum Priapulida (Priapulidi)

 

 Un platelminte turbellario

Phylum Nematoda (Nematodi o Vermi cilindrici)

Secernentea o Phasmidia (Fasmidari)

Adenophorea o Aphasmidia (Afasmidari)

Phylum Lobopodia (Lobopodi)

Phylum Nematomorpha (Nematomorfi)

Nectonematoida (Nectonematoidi)

Gordioida (Gordioidi)

Phylum Loricifera (Loriciferi)

Phylum Arthropoda (Artropodi)

Subphylum Trilobitomorpha (Trilobiti) †

Subphylum Chelicerata (Chelicerati)

Merostomata (Merostomi)

Pycnogonida (Picnogonidi)

Arachnida (Aracnidi)

Subphylum Myriapoda (Miriapodi)

Diplopoda (Diplopodi)

Chilopoda (Chilopodi)

Symphyla (Sinfili)

Pauropoda (Pauropodi)

Subphylum Hexapoda (Esapodi)

Enthognatha (Entognati)

Collembola (Collemboli)

Protura (Proturi)

Diplura (Dipluri)

Insecta (Insetti)

Subphylum Crustacea (Crostacei)

Branchiopoda (Branchiopodi)

Remipedia (Remipedi)

Cephalocarida (Cefalocaridi)

Maxillopoda (Maxillopodi)

Ostracoda (Ostracodi)

Malacostraca (Malacostraci)

 

Dermophtirius, un parassita dei pesci

Phylum Tardigrada (Tardigradi)

Heterotardigrada (Heterotardigradi)

Mesotardigrada (Mesotardigradi)

Eutardigrada (Eutardigradi)

Phylum Onychophora (Onicofori)

Clade Lophotrochozoa

Phylum Nemertea o Rhynchocoela (Nemertini o Nemertei o Rincoceli)

Phylum Entoprocta o Kamptozoa (Endoprocti o Endoprotti o Camptozoi)

Phylum Mollusca (Molluschi)

Subphylum Aculifera (Aculiferi)

Poliplacophora (Poliplacofori)

Caudofoveata (Caudofoveati)

Solenogastres (Solenogastri)

Subphylum Conchifera (Conchiferi)

Monoplacophora (Monoplacofori)

Gastropoda (Gasteropodi)

Bivalvia (Bivalvi)

Scaphopoda (Scafopodi)

Cephalopoda (Cefalopodi)

Rostroconchia (Rostroconchi) †

Helcionelloida (Helcionelloidi) †

Tentaculita (Tentaculiti) †

 

Phylum Annelida (Anellidi o Vermi Metamerici)

Polychaeta (Policheti)

Clitellata (Clitellati)

Phylum Echiura (Echiuridi o Echiuridei)

Phylum Sipuncula (Sipunculidi)

Phylum Bryozoa o Ectoprocta (Briozoi o Ectoprocti)

Stenolaemata (Stenolaemati)

Gymnolaemata (Gymnolaemati)

Phylactolaemata (Phylactolaemati)

Phylum Phoronida (Foronidei)

Phylum Brachiopoda (Brachiopodi)

Articulata (Articulati)

Inarticulata (Inarticulati)

Phylum Hyolitha (Ioliti)

Clade Platyzoa

[modifica] Clade Platyzoa

Phylum Platyhelminthes (Platelminti o Vermi piatti):

Turbellaria (Turbellari)

Monogenea (Monogenei)

Trematoda (Trematodi)

Cestoda (Cestodi o Cestoidei)

 

Phylum Gastrotricha (Gastrotrichi)

Phylum Gnathifera

Phylum Rotifera (Rotiferi)

Seisonoidea (Seisonoidi)

Bdelloidea (Bdelloidi)

Monogononta (Monogononti)

Phylum Acanthocephala (Acantocefali)

Archiacanthocephala (Archiacanthocefali)

Palaeacanthocephala (Palaeacanthocefali)

Eoacanthocephala (Eoacanthocefali)

Phylum Gnathostomulida (Gnatostomulidi)

] Non assegnato

Phylum Pentastomida (Pentastomidi o Linguatulidi)

Deuterostomi

 

Phylum Chaetognatha (Chetognati o Sagittoidei)

Phylum Hemichordata (Emicordati)

Phylum Echinodermata (Echinodermi)

Subphylum Eleutherozoa (Eleuterozoi)

Superclasse Asterozoa (Asterozoi)

Asteroidea (Asteroidei o Stelle di mare)

Somasteroidea (Somasteroidei)

Superclasse Cryptosyringida (Cryptosyringidi)

Echinoidea (Echinoidei o Ricci di mare)

Holothuroidea (Oloturoidei od Oloturie o Cetrioli di mare)

Ophiuroidea (Ofiuroidei od Ofiure o Stelle serpentine)

Subphylum Pelmatozoa (Pelmatozoi)

Crinoidea (Crinoidei o Crinoidi o Gigli di mare)

Phylum Chordata (Cordati)

Subphylum Urochordata (Urocordati o Tunicati)

Subphylum Cephalochordata (Cefalocordati)

Subphylum Vertebrata (Vertebrati)

Infraphylum Agnatha (Agnati o Pesci senza mascelle)

 

Cephalaspida (Cefalaspidi) 

Branchiostoma lanceolatum

Heterostraci (Eterostraci)

Anaspida (Anaspidi) †

Infraphylum Gnathostomata (Gnatostomi)

Chondrichthyes (Condroitti o Pesci cartilaginei)

Osteichthyes (Osteitti o Pesci ossei)

Amphibia (Anfibi)

Reptilia (Rettili)

Aves (Uccelli)

Mammalia (Mammiferi)