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Foto della Gomma da Cancellare visto da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos la gomma da cancellare

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla gomma da masticare e dopo avergli fatto vedere alcune cose , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla gomma da cancellare e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla gomma da cencellare – La gomma per cancellare è uno strumento di cancelleria in gomma, naturale o sintetica, atto a rimuovere meccanicamente inchiostri o tracce di grafite da supporti di scrittura o disegno.

 

Si divide in più tipi, dipendentemente dal tipo di tratto da rimuovere:

 

 Gommapane, a mescola morbidissima, per disegno ornato a carboncino o matita morbida, o per la rimozione di impronte di grafite;

 

 per matita, a mescola morbida;

 

 per penna, a mescola dura, abrasiva;

 

 a rondella ottagonale, per macchine per scrivere, estremamente abrasiva.

 

Con l’avvento delle penne a sfera ad inchiostro cancellabile negli anni ottanta, sembrava che l’uso della gomma per cancellare dovesse avere un nuovo impulso. Tuttavia il crescente uso del correttore a “bianchetto” e dei correttori a nastro, legato anche all’uso sempre più diffuso del computer, sta riducendo sempre più l’impiego di questo strumento. In ogni caso le gomma per cancellare continua tuttora ad essere utilizzata e, assieme agli altri oggetti per la scrittura quali per esempio la matita od il temperino, viene in genere riposta e custodita in un astuccio.

 

In italiano si usa anche la locuzione ” gomma da cancellare “, legata ad un uso arcaico della proposizione “da” (vedi macchina per scrivere).

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Foto della Gomma da masticare visto da Kratos

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Spiego a Kratos l’ orologio da tasca

Dopo aver detto a Krato tutto quello che c’ e da sapere sulla minigonna e dopo avergli fatto vedere qualche foto ,  io dissi a Kratos – adesso ti spiego l’ orologio da tasca e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sull’ orologio da tasca – L’orologio da tasca, comunemente chiamato in gergo “cipolla” o “orologio a cipolla”, è un tipo di orologio di piccole dimensioni, adatto per essere tenuto in tasca, particolarmente diffuso prima dell’avvento dell’orologio da polso nella seconda metà del XIX secolo.

 

Solitamente è dotato di una catenella ed il quadrante è protetto da un coperchio. La cassa può essere realizzata in metalli preziosi e artigianalmente lavorata. Anche il quadrante può essere decorato, smaltato o rifinito elegantemente in altri modi.

 

 Questi orologi sono soventemente oggetto di collezionismo. La possibilità di realizzare orologi portatili si ebbe solamente dopo l’invenzione del sistema a bilanciere, dell’alimentazione a molla e di opportuni scappamenti nel XV secolo.

 

Si dice che Enrico VIII d’Inghilterra tenesse un orologio da tasca appeso al collo con una catena. Questi orologi avevano solamente la lancetta delle ore, infatti la lancetta dei minuti sarebbe stata inutile a causa della estrema imprecisione del meccanismo.

 

Nella seconda metà del XIX secolo la miniaturizzazione e la produzione in serie dei componenti permise di realizzare orologi da tasca compatti e precisi. Questi orologi ebbero una notevole diffusione in un’ampia gamma di modelli fino agli quaranta del XX secolo, quando iniziarono a diffondersi gli orologi da polso meccanici prima ed elettronici poi.

Spiego a Kratos la gomma da masticare

Dopo aver detto a Kratos tutto sull’ orologio da tasca e dopo avergli fatto vedere una foto di un prtezioso orologio da tascino , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ era da sapere sulla gomma da masticare e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla gomma da masticare – La gomma da masticare, detta anche gomma americana, è un prodotto dolciario assolutamente particolare, in quanto a differenza di tutti gli altri, come dice il nome stesso, non deve essere mangiato, ma soltanto masticato.

 

La parola inglese “chewing gum” ha subìto uno spontaneo processo di italianizzazione diverso da regione a regione, divenendo di volta in volta cingoma o cingomma, ciunga, ciuinga, ciuinghino, gigomma, gingomma, gomma, cingom, cincingomma, ciringomma, sciangomma, cevingum, cinciùm. Altrettanto usati, seppur non derivati direttamente dalla parola chewing gum sono, ad esempio, cicca, cicles, cicolo, caucciù, masticante, mastica, tiramastega, ciga, masticozza. Le prime tracce di un simile uso della gomma naturale risalgono ai Maya, i quali masticavano abitualmente palline di gomma. Chicle è infatti il nome nahuatl della pianta (Manilkara chicle) dalla quale si estrae.

 

 

 

La nascita della moderna gomma da masticare si deve a William Semple, il quale brevettò la prima ricetta il 28 dicembre 1869. Le prime palline di gomma da masticare vennero messe in vendita nel New Jersey nel 1871, ma erano molli e senza sapore.

 

Le tecniche di produzione furono migliorate da Semple e da altri al fine di ottenere un prodotto più consistente e con maggior sapore, decretandone una grande diffusione nell’ultimo decennio del secolo.

 

Nel corso del XX secolo s’è affermato l’uso di gomme sintetiche (poliisobutilene) al posto del chicle, anche se quest’ultimo viene ancora usato da alcune compagnie.

 

Le proprietà elastiche sono state anche migliorate per mezzo di additivi. In particolare, per incrementare la viscosità, viene impiegata la gomma di xanthano, dotata di proprietà addensanti. I chewin-gum sono fonti di inquinamento, in quanto aderiscono alla superficie sulla quale vengono gettati (ad esempio strade), inoltre per la loro rimozione vengono utilizzati prodotti chimici o particolari sistemi di fresatura. Osservando i marciapiedi e tutti i camminamenti pedonali, soprattutto delle grandi città, si osservano macchie nere che deturpano i manti stradali e sono dovute alle innumerevoli gomme gettate incurantemente in terra dai masticatori. Si ottiene dalla lavorazione di un impasto di gomma base, zucchero, additivi e aromi. La presenza dello zucchero nella gomma da masticare potrebbe favorire la carie, ma in commercio ne esistono varietà senza zucchero, sostituito da dolcificanti come l’aspartame o lo xilitolo. Quest’ultimo, secondo i produttori, essendo un potente antibatterico, avrebbe addirittura la capacità di prevenire la carie.

 

Contenuto alimentare:

 

 Carboidrati: 75

 

 Calorie: 300

 

 Proteine: 0

 

 Acqua: 2,6

 

 Grassi: 0.

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Foto dell’ Orologio da Tasca visto da Kratos

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Spiego a Kratos l’ orologio da tasca

Dopo aver detto a Krato tutto quello che c’ e da sapere sulla minigonna e dopo avergli fatto vedere qualche foto ,  io dissi a Kratos – adesso ti spiego l’ orologio da tasca e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sull’ orologio da tasca – L’orologio da tasca, comunemente chiamato in gergo “cipolla” o “orologio a cipolla”, è un tipo di orologio di piccole dimensioni, adatto per essere tenuto in tasca, particolarmente diffuso prima dell’avvento dell’orologio da polso nella seconda metà del XIX secolo.

 

Solitamente è dotato di una catenella ed il quadrante è protetto da un coperchio. La cassa può essere realizzata in metalli preziosi e artigianalmente lavorata. Anche il quadrante può essere decorato, smaltato o rifinito elegantemente in altri modi.

 

 Questi orologi sono soventemente oggetto di collezionismo. La possibilità di realizzare orologi portatili si ebbe solamente dopo l’invenzione del sistema a bilanciere, dell’alimentazione a molla e di opportuni scappamenti nel XV secolo.

 

Si dice che Enrico VIII d’Inghilterra tenesse un orologio da tasca appeso al collo con una catena. Questi orologi avevano solamente la lancetta delle ore, infatti la lancetta dei minuti sarebbe stata inutile a causa della estrema imprecisione del meccanismo.

 

Nella seconda metà del XIX secolo la miniaturizzazione e la produzione in serie dei componenti permise di realizzare orologi da tasca compatti e precisi. Questi orologi ebbero una notevole diffusione in un’ampia gamma di modelli fino agli quaranta del XX secolo, quando iniziarono a diffondersi gli orologi da polso meccanici prima ed elettronici poi.

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Foto della minigonna vista da Kratos

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Spiego a Kratos la minigonna

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla polo e dopo avergli fatto vedere una foto , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla minigonna e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla minigonna – La minigonna, generalmente detta mini, è un tipo di gonna con l’orlo inferiore che arriva molto sopra le ginocchia (lunghezza variabile a seconda dei modelli, nei primi 10/15 cm o più sopra la linea delle ginocchia, successivamente anche più corti), mostrando quindi parte della coscia. Può essere aderente (eventualmente con spacco centrale o laterale) o meno ed è realizzata in vari tessuti (jeans, similpelle, cotone, PVC, ecc.). Il termine mini è stato poi applicato anche ai vestiti che scoprono le gambe come le minigonne, nati nello stesso periodo, definiti mini-abiti, anche se spesso i media usano termini come “donna/ragazza in minigonna” per entrambi i tipi di abbigliamento.

 

Generalmente la sua ideazione viene indicata come opera della stilista britannica Mary Quant (ma la vera origine è dibattuta e contesa da altri stilisti) e divenne popolare dagli anni sessanta, per cui da molti è stata considerata uno dei simboli della Swinging London. Durante i suoi decenni di esistenza è stata più volte dichiarata morta sia da critici di moda che da diversi stilisti ma, seppur con diverse variazioni nella sua diffusione, il capo è rimasto in uso in molti paesi del mondo ininterrottamente dal momento della sua creazione ad oggi. A partire dalla fine del XIX secolo i primi movimenti femministi iniziarono a ritenere le gonne portate allora troppo scomode: queste erano costituite da tessuti pesanti, lunghe fino a terra o poco meno, e spesso indossate sopra a sottovesti altrettanto lunghe. Con l’aprossimarsi alla fine del secolo la femminista francese Hubertine Auclert arrivò a creare la Lega per le gonne corte, raccogliendo la rivendicazione di molte donne per un abbigliamento più comodo, che potesse garantire una maggiore autonomia di movimento.

 

Durante la prima guerra mondiale si iniziò a diffondere l’uso dei pantaloni tra le donne che lavoravano in fabbrica al posto dei mariti partiti per il fronte, ed al termine di questa la lunghezza delle gonne si accorciò rapidamente, nell’ambito di una forte evoluzione della moda femminile (questo stile divenne noto come flapper): negli anni venti i vestiti indossati dalle giovani donne arrivavano in alcuni casi sopra il ginocchio, ma erano ancora ampiamente diffuse gonne più lunghe. In risposta a questi primi timidi cambiamenti negli Stati Uniti vennero varate leggi per regolare la lunghezza minima delle gonne.

 

La rivoluzione nel vestiario e in generale nel look femminile continuò comunque ad avanzare anche dopo la guerra: la stilista Coco Chanel, tra le protagoniste di questa fase, individuava proprio la lunghezza dei capelli e della gonna tra i principali parametri di questo cambiamento. Nei modelli presentati da Chanel, molto più semplici come disegno rispetto alla moda precedente, si abbandona l’uso dei corsetti e la gonna si riduce fin sotto il ginocchio, impiegando per questa anche il tessuto Jersey (di lana e seta), ritenuto fino ad allora caratteristico delle classi più proletarie. L’uso di una minore quantità di tessuto impiegato e il disegno semplice, che gli permette di adattarsi facilmente a più taglie, assicura a questo tipo di vestiario lanciato da Chanel una più facile diffusione commerciale.

 

Indumenti simili a minigonne iniziano a fare la loro comparsa, seppur in campi che esulano l’abbigliamento di tutti i giorni, come nel caso delle uniformi ginniche: durante i Giochi della VII Olimpiade del 1920 la tennista francese Suzanne Lenglen indossò un abito prodotto dallo stilista Jean Patou in cui la gonna arrivava fino al ginocchio, mentre pochi anni dopo, nei II Giochi olimpici invernali del 1928, fu la quindicenne pattinatrice norvegese Sonja Henie ad indossare per prima in quello sport un abbigliamento dotato di gonna corta, che permetteva una maggiore libertà di movimento alle atlete.

 

Anche nel mondo dello spettacolo si diffondono abiti corti che scoprono le gambe e non solo: la ballerina e cantante Josephine Baker si esibisce durante gli anni ’20 in costume che la lascia quasi in topless munito di un corto gonnellino composto da un casco di banane (ideato da un giovanissimo Paul Seltenhammer), mentre diverse attrici come Marilyn Monroe e Ava Gardner si fanno fotografare in posa con abiti muniti di corti gonnellini. Nel mondo della danza invece il alcune versioni di tutù erano arrivate a scoprire le gambe, sopra il ginocchio o anche completamente, fin dalla fine del XIX secolo.

 

 Origine e la prima diffusione

 

 L’origine della minigonna è generalmente accreditata nel 1963 (o in altre fonti nel 1965) per opera della stilista britannica Mary Quant, che fu ispirata dall’automobile Mini e che a partire dalla fine degli anni ’50 aveva iniziato a proporre abiti sempre più corti. Il nome inglese del nuovo capo di abbigliamento era mini-skirt.

 

La paternità non è però condivisa da tutti i critici e storici della moda: in Francia per esempio il designer francese André Courrèges è spesso citato come inventore della mini-jupe (aveva presentato degli abiti che terminavano sopra il ginocchio a partire dalla sua collezione del 1964), mentre altri autori (come la giornalista Marit Allen, firma in quegli anni dell’edizione britannica di Vogue), citano lo stilista e costumista John Bates (suoi alcuni degli abiti di Diana Rigg nella serie The Avengers). Lo stilista austriaco natualizzato californiano Rudi Gernreich (già noto per aver presentato negli Stati Uniti nel 1964 un costume da bagno pensato per il topless) viene presentato dalla stampa della seconda metà degli anni ’60 come uno degli anticipatori che, con i suoi modelli, hanno alzato sensibilmente sopra il ginocchio l’orlo delle gonne vendute nel mercato statunitense. La nascita della minigonna, seppur non come abito da indossare normalmente, è attribuita anche a Helen Rose, che produsse alcune gonne molto corte per i costumi di scena (in parte ispirati alle tuniche romane) dell’attrice Anne Francis nel film di fantascienza Il pianeta proibito (Forbidden Planet), girato nel 1956, quasi un decennio circa prima della nascita ufficiale dell’indumento.

 

 Questi dibattiti per la paternità non sono comunque anomali, è da ricordare infatti, come già detto, che simili capi di vestiario erano effettivamente già stati impiegati in precedenza, per esempio per le divise delle sportive o per gli abiti da spiaggia lanciati nei primi anni ’60 che terminavano alcuni centimetri sopra alle ginocchia, ed era comunque da diversi decenni che gli abiti e le gonne stavano divenendo sempre più corti. La stessa Mary Quant affermerà che:(FR)

 

 « Ni moi, ni Courrèges n’avons eu l’idée de la minijupe. C’est la rue qui l’a inventée. » (IT)

 

 « Né io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna. E’ stata la strada ad inventarla. »

 

 (Mary Quant)

 

Se le primissime minigonne presentate da Mary Quant, per essere definite tali, dovevano aver in lunghezza che le facesse arrivare a due pollici sopra il ginocchio (circa 5,1 cm), nell’arco di un anno erano generalmente considerate tali quelle che arrivavano a scoprire almeno quattro pollici sopra il ginocchio (circa 10,2 cm). La lunghezza diminuì ancora, ma non in maniera uniforme: se per la moda londinese di fine anni ’60 poteva essere accettabile una gonna che arrivava a ben 7/8 pollici (circa 17,8/20,3 cm) sopra il ginocchio, nello stesso periodo a New York la lunghezza tipo non scopriva più di 3/4 pollici (circa 7,6/10,2 cm). Le dimensioni della minigonna in Inghilterra furono anche al centro di un caso di “evasione fiscale”: il sistema di tassazione di allora prevedeva un’imposta indiretta sull’acquisto solo per gli abiti per adulti, considerando tali quelli di lunghezza superiore ai 24 pollici (circa 61 cm), esentandone quelli per bambini; le minigonne, pur essendo abiti per ragazze e donne adulte, con le loro lunghezze variabili tra i 13 e i 20 pollici (circa 33 e 50,8 cm), risultavano nella fascia non tassata.

 

Il periodo di forte rinnovamento sociale che portava ad una ricerca di discontinuità con il passato tra i più giovani, la facilità di produzione (e l’economicità nei modelli più semplici) di questo capo di vestiario, garantirono un forte interesse da parte dei media, degli stilisti ed esperti di moda, che a loro volta contribuirono ad aumentarne la diffusione sia nell’abbigliamento quotidiano che nella moda più elitaria. Il già citato André Courrèges incluse per esempio una minigonna, meno aderente e portata con stivaletti (i Go-go boots), per la sua collezione Mod della primavera estate del 1965, introducendola quindi nella cosiddetta alta moda, mentre tra i primi stilisti a vestire nelle sfilate le modelle con delle minigonne vi fu il suo connazionale Pierre Cardin.

 

Diversi fotografi come Helmut Newton o Richard Avedon immortalarono nelle loro opere le più famose modelle del momento (Twiggy, Jean Shrimpton, ecc..) in foto che evidenziavano le loro gambe lasciate in vista da minigonne o abiti molto corti. La stessa Jean Shrimpton fu al centro di un piccolo scandalo mediatico relativo alla nuova moda: il 30 ottobre del 1965, durante un tour promozionale sponsorizzato dal Victoria Racing Club e da un produttore locale di tessuti, si presentò all’ippodromo Flemington Racecourse di Melbourne, dove si svolgeva il Victoria Derby, con un mini abito (realizzato da Colin Rolfe) che lasciava scoperte le gambe per una decine di centimetri sopra il ginocchio. Oltre a questo, a causa della giornata particolarmente calda, era senza calze, né guanti, né cappello (tre degli accessori considerati quasi obbligatori dalla moda tradizionale del momento). La reazione dei media fu particolarmente critica verso questo tipo di abbigliamento e il caso divenne noto come The Miniskirt Affair. Le foto della Shrimpton, circondata da donne più anziane e vestite in maniera tradizionale, ampiamente diffuse dai media a corredo della notizia, ben evidenziavano il contrasto tra la vecchia e la nascente e nuova moda. In televisione e al cinema la minigonna divenne sempre più presente, come nella serie classica di Star Trek (1966/69), in cui il produttore Gene Roddenberry decise di renderla parte integrante delle divise dell’equipaggio femminile dell’astronave, a rimarcare come quell’indumento, al tempo ancora non completamente accettato dalla visione conservatrice della società, nel futuro pensato per la serie avrebbe potuto avere una diffusione ben più ampia.

 

Non tutti gli stilisti però apprezzarono la gonna, che ricevette diverse critiche: per esempio Chanel, nonostante il suo contributo dato alla rivoluzione dello stile femminile che farà da apripista a questo capo di vestiario, la considerava indecente, citando il parere di Christian Dior (morto alcuni anni prima) che riteneva il ginocchio la parte pià brutta del corpo.

 

Nel 1966 Mary Quant ricevette il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per via dell’improtanza che la minigonna (e in generale lo stile londinese) aveva assunto nel mondo della moda.

 

Nel 1967 l’artista argentino Gustavo Del Rio nella sua Performance di Body Art realizzata a Buenos Aires, “La Obra soy yo”, crea la Minigonna Mascolina.

 

 L’uso della “mini”, che scopriva le gambe, ha reso in questo periodo sempre meno diffuso l’impiego di calze e giarrettiere, a cui venivano preferiti i collant (introdotti sul mercato alla fine degli anni ’50) o, più recentemente, i fuseaux e i leggings. Mary Quant citò proprio la presenza di collant e simili, che rappresentavano un ulteriore copertura per le parti intime femminili, in una sua difesa della minigonna contro le legislazioni che volevano vietarla]:(EN)

 

 « In European countries where they ban mini-skirts in the streets and say they’re an invitation to rape, they don’t understand about stocking tights underneath. » (IT)

 

 « Nelle nazioni europee dove vengono vietate le minigonne nelle strade, dicendo che sono un invito allo stupro, non comprendono l’uso delle calze »

 

 (Alison Adburgham, Mary Quant. Interview with Alison Adburgham, The Guardian, 10 October 1967)

 

L’accorciamento delle gonne si produsse fin dall’inizio anche in quello di altri capi, come i più tradizionali abiti da donna, facendo nascere i mini-abiti, che di fatto univano magliette e maglioni al concetto di minigonna, anche questi spesso indossati con i collant.

 

In parte per massimizzare una sorta di spirito di ribellione, dovuto al poter mostrare liberamente ciò che era considerato scandaloso e volgare (erano gli anni dei movimenti sessantottini), in parte per i dettami di alcuni stilisti che puntavano molto all’effetto pubblicitario di questi scandali, le minigonne in breve si accorciarono drasticamente, fino ad arrivare in alcuni modelli a soli pochi centimetri dalla biancheria intima che copriva i genitali, divenendo anche un simbolo della conquistata libertà sessuale femminile. All’uso sempre più frequente di minigonne e miniabiti si associò, per un breve periodo, anche l’abbandono del reggiseno, che spesso veniva bruciato dalle femministe come segno di protesta e di supporto ad una nuova idea della donna, non legata all’immagine precedente di cui i capi di vestiario tradizionale (abiti lunghi e reggiseno) erano un simbolo.

 

La diffusione della minigonna (e in generale delle mode legate alla Swinning London), partita dai paesi europei del blocco occidentale, da lì passata (seppur non immediatamente) negli Stati Uniti (e dopo alcuni anni in quest’area più o meno tacitamente accettata), non ebbe la stessa facilità di diffusione altrove: in Cina per esempio, dove si era nel pieno della Rivoluzione Culturale, venne considerata uno dei simboli della “depravazione” dell’occidente capitalista, mentre in Australia le gonne rimasero sotto al ginocchio per buona parte degli anni ’60. Anche in diverse nazioni dell’Africa la minigonna venne vista come un simbolo della decadenza del mondo occidentale che avrebbe corrotto i costumi locali. Per quello che riguarda l’Italia, la minigonna inizia a diffondersi nel 1966, ma rimane per diverso tempo un indumento mal visto dall’opinione pubblica, indossato nel chiuso dei locali da ballo, e si registrarono anche casi di ragazze che vennero denunciate, quando la gonna indossata in pubblico era considerata troppo corta. Ci fu anche chi denunciava la minigonna come un passo indietro nella lotta per la parità dei diritti delle donne, essendo un qualcosa che le rendeva solo un oggetto di attrazione sessuale: simili tesi vennero per esempio abbracciate da Nicola Adelfi su La Stampa già nel luglio del 1967, insieme alla previsione di un prossimo forte declino nell’uso dell’indumento e del suo successivo (ma a posteriori mai verificato) “tramonto”. In Francia, sempre nel 1967, anno in cui la moda nazionale riteneva la minigonna corta al massimo fino a 16 cm sopra le ginocchia, la polizia accusò esplicitamente le minigonne di favorire gli atti di violenza sulle donne, stimati in aumento, mentre il ministro dell’istruzione francese Alain Peyrefitte chiese il ritorno dell’uniforme scolastica con gonna lunga, suscitando forti polemiche e contrarietà anche da parte di diversi presidi.

 

Fortemente critica nei confronti del nuovo capo di abbigliamento fu la Santa Sede, in quanto era ritenuto un abito “degradante” nei confronti della donna. Nel giro di pochi anni dalla sua introduzione le autorità vaticane, ufficialmente anche per evitare distrazioni da parte dei fedeli, resero più rigida l’applicazione delle già esistenti norme di ingresso e vietarono di fatto alle donne con la gonna al di sopra del ginocchio l’accesso a diversi edifici della città, tra cui la Basilica di San Pietro e i Musei Vaticani (tra le persone respinte, nell’agosto del 1969, vi fu anche la principessa del Belgio, Paola Ruffo di Calabria).

 

A cercare di contrastare la diffusione delle minigonne non vennero usate solo questioni di morale pubblica per lo scandalo che questa poteva provocare, anche diversi medici iniziarono ad indicare nel nuovo indumento la possibile causa di reumatismi e futuri problemi circolatori. Con l’arrivo della metà degli anni ’70 questa tendenza iniziò però ad invertirsi. Il giornalista britannico Christopher Booker, nel suo libro The Seventies: portrait of a decade (1980), motivò queste modifiche al capo di abbigliamento sia in base al fatto che ormai non era possibile accorciarlo ulteriormente(EN)

 

 « there was almost nowhere else to go … the mini-skirts could go no higher » (IT)

 

 « non c’era quasi più spazio dove spingersi… la minigonna non poteva salire oltre »

 

 (Christopher Booker, The Seventies : portrait of a decade)

 

Altro motivo l’impressione di essere oggetti plasticosi o “‘dolly birds’” che rischiavano di suscitare le ragazze vestite in minigonna e soprabito Mackintosh di PVC (l’accoppiata dettata dalla moda del periodo).

 

Un altro motivo che spinse all’allungamento della gonna furono le proteste del movimento femminista: se in un primo tempo le gonne e la possibilità di vestirsi in maniera sexy (oltre a poter vivere più liberamente le proprie esperienze sessuali) erano sembrate delle novità da indicare come un’evoluzione positiva nella condizione delle donne, col tempo questo abbigliamento rischiava (nell’ottica di alcuni gruppi femministi) di farle considerare solo come degli oggetti sessuali. In quegli anni iniziavano peraltro ad essere poste sotto accusa anche diverse campagne pubblicitarie, che puntavano sulla minigonna per evidenziare l’avvenenza delle modelle, richiamando così l’attenzione su prodotti che non avevano nulla a che fare né con l’abbigliamento, né con l’universo femminile. In pochi anni la minigonna era quindi passata da simbolo delle nuove libertà e della conquistata indipendenza (anche economica) delle donne, indossata a volte in modo volontariamente eccessivo come forma di provocazione, a capo di vestiario da boicottare perché legato alla figura della donna-oggetto.

 

In questo periodo, con l’eclissarsi della minigonna, si diffonde la moda degli short (letteralmente “corto”), spesso di jeans, come quelli indossati dall’attrice Catherine Bach nella serie televisiva Hazzard (1979-1985), che divennero noti proprio come Jeans Daisy-Duke (dal nome del suo personaggio) e degli hot pants (anche questi ultimi vedono tra i loro inventori la stilista Mary Quant): entrambi scoprivano le gambe come, se non più, delle minigonne, ma risultavano più pratici in quanto permettevano una maggiore libertà di movimento, oltre a proteggere e coprire maggiormente la zona intima.

 

Nonostante questo cambio di rotta, la minigonna non sparì mai del tutto, né dalla vita comune, né nel mondo dello spettacolo e della moda. La minigonna (seppur a volta sotto forma di uniforme o costume), proprio per il suo essere comunque un sibolo dell’abbigliamento femminile giovane del tempo, influenzò anche il look delle protagoniste femminili dei nascenti anime robotici (per esempio le opere di Gō Nagai o Yoshiyuki Tomino) e i majokko (ma questi ultimi si diffusero maggiormente nel decennio successivo), fornendo spesso la scusa per inserire nelle storie gag o scenette contenenti ammiccamenti sexy.

 

Con l’avanzare gli anni ’80 la minigonna tornò di moda, seppur con tempistiche e diffusione diversa tra l’Europa e il Nord America, e si diversificò in modelli molto differenti (per tipo di tessuto, taglio, ecc…), pur non raggiungendo mai né una forma così corta, né la diffusione che aveva raggiunto nel suo primo decennio di vita. Tra i modelli che si affermarono vi sono il Rah-rah skirt, non aderente e con una base larga, in grado di coprire meglio le gambe in posizione seduta, ispirato a quello tipico delle cheerleader statunitensi (che a partire dalla fine degli anni ’60 avevano fatto di questo tipo di minigonna una parte integrante delle loro uniformi), e il puffball skirt (nota anche come bubble skirt). Oltre al ritorno della minigonna questo decennio segnò anche il ritorno delle calze, munite di autoreggenti, che come i collant vennero proposte dagli stilisti in vari modelli e materiali, da quelle trasparenti, a quelle colorate, passando per quelle a rete.

 

Tra il 1984 e il  1986 la stilista britannica Vivienne Westwood, che al tempo lavorava in Italia, lanciò un nuovo tipo di minigonna chiamato mini-crini, composta dalla fusione di un tutù da ballo con una struttura rigida derivata dalle crioline usate nell’epoca Vittoriana, ma il suo successo rimase confinato quasi esclusivamente al mondo della moda e dello spettacolo.

 

Durante questo decennio la minigonna, nelle sue varie incarnazioni, iniziò ad essere indossata anche da personaggi pubblici non appartenenti al mondo dello spettacolo, come la principessa Diana, oltre a continuare ad essere impiegata da cantanti ed attrici, che a volte ne fecero una delle loro caratteristiche più identificabili (come il duo pop britannico Pepsi & Shirlie o la cantante Deborah Harry del gruppo statunitense Blondie).

 

Con l’arrivo degli anni ’90 e dei primi anni del 2000, telefilm e serie televisive di origine statunitense, ma di grande successo mondiale e con un target variegato come Friends (1994-2004), Caroline in the City (1995-1999), Sex and the City (1998-2004), Melrose Place (1992-1999) o Ally McBeal (1997-2002) riportarono alla ribalta questo tipo di indumento, indossato spesso in scena dalle attrici protagoniste. Una famosa sequenza del film Basic Instinct (realizzato nell’anno 1992, in cui la protagonista Sharon Stone in realtà indossava un corto tubino), ripetutamente ripresa e/o parodiata da altre pellicole e produzioni televisive, ha diffuso tra il grande pubblico l’idea della minigonna portata senza calze e senza intimo, tematica legata sia all’esibizionismo che al voyeurismo fotografico dell’upskirt (da up “insù” e skirt “gonna”, ovvero il guardare verso l’alto da sotto una gonna), oltre a rilanciare fortemente nell’immaginario collettivo le gambe come zona del corpo femminile usata nella seduzione.

 

In Italia, soprattutto tra le più giovani, ebbe forte influenza l’abbigliamento delle ragazze di Non è la RAI (1991-1995), programma criticato spesso proprio per i costumi di scena, ritenuti eccessivamente ammiccanti per le protagoniste per larga parte ancora adolescenti. Lo stesso regista ed autore, Gianni Boncompagni, aveva precedentemente realizzato alcune edizioni del programma settimanale Domenica In, dove le numerose ragazze in studio indossavano tutte “divise” uguali, rigorosamente comprensive di minigonna. Vero simbolo televisivo della “minigonna italiana” di questo decennio sarà però la più matura Alba Parietti, le cui gambe, messe abilmente in mostra dai costumisti, dagli scenografi e dalla regia di Galagol (Telemontecarlo 1990/91, 1991/92 e 1995/96) e Domenica In (Rai Uno, 1992/93), tramite abiti e gonne cotrissimi ed alti sgabelli, divennero una delle “caratteristiche” più dibattute di questi programmi.

 

In Giappone nascono mode, come lo stile Kogal o il Gothic Lolita, che prevedono l’uso di minigonne di vario tipo, alcune delle quali derivate dall’uniforme scolastica giapponese o dalle gonne “gotiche” portate insieme ad una specie di crinolina.

 

Per quello che riguarda il mondo della moda la gonna è stata sempre presente, seppur con variazioni nella sua lunghezza e nella frequenza della sua presenza nelle linee di vestiario presentate nelle varie collezioni annuali. A metà degli anni ’90 alcuni stilisti (tra cui Valentino) ed alcuni critici di moda, in controtendenza rispetto ai modelli che stavano proponendo la televisione e il cinema, avevano annunciato l’abbandono della minigonna, considerata ormai un indumento del passato, ma già pochi anni dopo questa è tornata prepotentemente sulle passerelle. Nella seconda metà della prima decade degli anni 2000 i pantaloni a vita bassa hanno in parte scalzato la minigonna e gli hot pants dal podio dell’”abito più provocante”, oltre ad attirare su di loro lo stesso tipo di critiche, relative alla supposta volgarità, che negli anni ’60 e ’70 venivano indirizzate alle mini. Nell’abbigliamento di tutti i giorni le minigonne continuano tuttavia ad essere usate diffusamente, anche nei mesi invernali, dove sono sovente abbinate a pantaloni aderenti come i leggings, i fuseaux o collant pesanti. La principale differenza, rispetto ai decenni precedenti, è l’abitudine tra le donne di indossare l’indumento anche sopra i 30 anni, cancellando quindi l’immagine che lo voleva capo di abbigliamento destinato solo alle ragazze più giovani. Con il nuovo secolo le mode provenienti dall’oriente che prevedono l’uso di gonne sopra il ginocchio, come il già citato Gothic Lolita, iniziano a diffondersi anche in occidente, ma in modo marginale, pur divenendo molto note tra i giovani grazie ai protagonisti di anime e manga che vestono seguendo quegli stili. Nel 2005 in Gran Bretagna la catena di grandi magazzini Harvey Nichols effettuò un sondaggio tra i suoi clienti per individuare il capo di vestiario più amato: la minigonna ottenne il primo posto.

 

Nella moda la gonna ha continuato ad essere diffusa, finendo per accorciarsi ulteriormente (o ad essere nuovamente sostituita dai più corti e meno impegnativi hot pants) nella seconda metà della prima decade del XXI secolo. Gli stilisti e le riviste di moda nelle collezioni 2009 e 2010 (soprattutto per i mesi invernali) propongono queste gonne cortissime anche in abbinamento ad un altro revival della moda dei decenni passati, quello degli stivali alti sopra il ginocchio, detti cuissarde.

 

Negli ultimi anni le minigonne estremamente corte (sotto i 20 cm di lunghezza), rinominate “microgonne” o, ironicamente nel mondo anglosassone, “belt-skirt” (letteralmente “cintura-gonna”), a volte di jeans, come già scritto sono tornate ad essere presenti nelle sfilate, oltre ad essere indossate in scena dalle appartenenti al mondo dello spettacolo, tuttavia rimangono poco diffuse nell’abbigliamento normale, se non quando portate come aggiunta sopra pantaloni, calze coprenti o ai già citati leggings.

 

Dal punto di vista della diffusione, i media hanno riportato come in alcuni casi l’introduzione dell’indumento per l’uso generalizzato in paesi molto tradizionalisti fosse uno dei segnali del cambiamento in atto (come nel caso birmano). Nonostante i quasi 50 anni di vita l’indumento non è ancora accettato in tutte le culture, vietato in diversi paesi islamici, mentre al termine del primo decennio del secolo in alcuni ex paesi sovietici dell’asia centrale, ufficialmente laici ma a maggioranza mussulmana, Tagikistan e Uzbekistan, la minigonna si è ritrovata (per differenti ragioni) ad al centro di proposte di divieto insieme al Hijab, il velo islamico. Anche in paesi europei dove la minigonna aveva ormai raggiunto una diffusione normale, come la Polonia e l’Italia vi sono state diverse proposte di legge e regolamentazioni locali tese a vietare o scoraggiare l’uso dei modelli più corti, perché ritenuti offensivi della morale pubblica o per contrastare la prostituzione da strada. Agli inizi del 2011 il governo dello Sri Lanka, paese a maggioranza buddista, ha annunciato la possibilità di vietare la minigonna nei luoghi pubblici, nell’ambito di una nuova politica di moralizzazione del paese.

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Foto della polo vista da Kratos

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Spiego a Kratos la polo

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla canottiera e dopo avergli fatto vedere sia una canottiera sia maschile sia femminile , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sulla polo e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla polo – La polo, comunemente conosciuta anche come maglietta da tennis o da golf, è una t-shirt dotata di un colletto chiuso da due o tre bottoni, e a volte dotata di un taschino. In alcuni casi i bottoni sono sostituiti da una cerniera, oppure non presenti affatto. Sono di solito realizzate in maglina con lavorazione a piquet di cotone o fibre sintetiche. Nel diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo, si giocava a tennis vestiti con pantaloni, giacca e cravatta. Ovviamente si trattava di un abbigliamento molto poco confortevole per lo sport. Il tennista francese René Lacoste disegnò un nuovo tipo di abbigliamento consistente di una T-shirt (che lui chiamò jersey petit piqué) e che indossò per la prima volta nel 1926. Dal 1927 Lacoste applicò il disegno di un piccolo coccodrillo sulle sue magliette, al punto che i giornali soprannominarono il tennista “l’alligatore”.

 

Nel 1933, dopo essersi ritirato dal tennis professionistico, Lacoste, insieme all’amico André Gillier, cominciò a commercializzare le proprie creazioni in Europa e Nord America. Insieme formarono l’azienda Chemise Lacoste, il cui simbolo distintivo rimarrà negli anni proprio il piccolo coccodrillo cucito sulle magliette.

 

Il nome polo invece deriva dal fatto che i giocatori di polo utilizzassero tradizionalmente una casacca con colletto abbottonato, ma a maniche lunghe, rispetto alla creazione di Lacoste. Questo tipo di divise era stata prodotta dai fratelli Brooks, sin dal 1896. L’azienda dei fratelli Brooks produce tuttora questo tipo di polo.

 

Tuttavia già dagli anni cinquanta il termine polo era stato abbondantemente esteso alle magliette utilizzate per il tennis. Nel 1972 Ralph Lauren (all’epoca Ralph Lifschitz) incluse le sue “polo shirt” come parte importante della sua nuova linea di moda chiamata, appunto, Polo, consacrando definitivamente l’abbinamento del nome con quel tipo di indumento. Nel corso degli anni le polo sono state adottate come divisa ufficiale anche nell’ambito del golf.

 

Al giorno d’oggi l’uso delle polo è diffuso in tutto il mondo occidentale. In particolare, in situazioni/contesti dove non è richiesto un abbigliamento formale, ma dove un abbigliamento totalmente casual potrebbe comunque risultare fuori luogo, l’uso di una polo, a manica corta o a manica lunga, abbinata a dei pantaloni in tessuto è generalmente ritenuta una valida soluzione.