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Foto dei paesaggi visti da Kratos

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Spiego a Kratos il paesaggio

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla strada e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora la strada , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul paesaggio e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul paesaggio – Il paesaggio è la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche; ed è imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto. Il termine paesaggio deriva dalla commistione del francese paysage con l’italiano paese. Tradizionalmente, infatti, il suo significato si legava in particolar modo alla pittura e al realismo di certe vedute paesistiche.

 

Il paesaggio, oltre ad essere oggetto di studio in differenti ambiti di ricerca, è esposto a significati talmente ampi, variegati e molteplici, da rendere arduo qualsiasi tentativo di circoscrizione. A seguire, ne sono illustrate le principali accezioni.

 

L’accezione percettiva e la Convenzione Europea del Paesaggio

 

 « “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle persone, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni »

 

 (Convenzione europea del paesaggio, versione ufficiale in inglese del Consiglio d’Europa, Articolo 1, traduzione non ufficiale)

 

Bisogna altresì considerare che la traduzione italiana non ufficiale del testo inglese e francese della Convenzione europea del paesaggio è piuttosto sfortunata, in quanto all’art.1 non coglie il senso di paesaggio contenuto nella Convenzione, ma lo assimila al preconcetto di “paesaggio” come “bellezza naturale” della L.1497/1939 italiana. Il paesaggio non è una “determinata parte di territorio” come si evince dalla traduzione non ufficiale (è sufficiente leggere la versione inglese o francese come fonte, il senso di “determinata parte” non c’è). Anche se nella versione francese il testo dice “une partie de territorie”, l’azione di determinazione è effettuata dalla percezione della popolazione, che è un processo successivo. Non esistono “determinate parti” perché in base alla Convenzione tutto è e può essere paesaggio. È comunque il motivo per cui la traduzione italiana rimane “non ufficiale”, in attesa di revisione. Pertanto nel frattempo è preferibile una traduzione come la seguente: « Zona o territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici) »

 

 (da A.Giordano, Per codice di progetto del paesaggio, in Frames. Frammenti di architettura e paesaggio, 2006, Libreria Internazionale Cortina, Padova)

 

Attualmente si riconosce il paesaggio come bene culturale a carattere identitario, frutto della percezione della popolazione. Da questo punto di vista il paesaggio è un prodotto sociale e non rappresenta un bene statico, ma dinamico. In base a queste caratteristiche, in quanto determinato dal carattere percettivo (almeno in base a questa accezione di paesaggio), il paesaggio è sempre relazionato all’azione dell’uomo. In particolar modo la percezione del paesaggio è frutto di un’interazione tra

 

 la soggettività umana

 

 i caratteri oggettivi dell’ambiente (antropico o naturale)

 

 i mediatori socio-culturali (legati al senso di identità riconosciuto da una società su un determinato tipo di ambiente. Ad esempio, per rendere più comprensibile: la società occidentale, o almeno parte di essa, si identifica nell’ambiente montano e lo considera come un paesaggio, meritevole di rappresentazione verosimile; così non era nel Medioevo. In parte allo stesso modo per quanto riguarda il mare).

 

In questo senso il paesaggio non coincide con la realtà materiale (quindi con il territorio), in quanto l’azione dei mediatori socio-culturali e della soggettività umana determinano un effetto di produzione di senso. In altre parole: il paesaggio comprende sia la realtà, che l’apparenza della realtà. Da questo punto di vista il paesaggio è anche un potente linguaggio: non esiste un paesaggio senza rappresentazione di esso, ed è attraverso questo passaggio che la società manifesta le proprie aspirazioni e partecipa al processo di scambio (statico o dinamico) dei mediatori socio-culturali.

 

“Il paesaggio non è soltanto qualcosa da costruire o tutelare, ma […] qualcosa da riconoscere, percepire, ascoltare e descrivere. […] Il paesaggio è l’ipostasi della storia nel territorio. Ciò che è stato in etica, in estetica, in architettura, in filosofia, in progresso o decadenza, in carestia o abbondanza, in guerra o in pace, in storia o mito, in momenti di intensa religiosità o di agnosticismo, è scritto nel profilo paesaggistico e tutto interpretabile qualora la cultura, come un demiurgo, intervenga e soccorra per illuminazione”( da G. Andreotti, “Paesaggi culturali. Teoria e casi di studio”, Milano, Unicopli, 1996).

 

La concezione di paesaggio percettivo si è modificata nel corso del tempo, fino a giungere alla suesposta definizione del 2000. Nell’accezione di inizio secolo (codificata in Italia dalla L. 1497/1939 sulla “protezione delle bellezze naturali”), il paesaggio era legato a caratteri di bellezza e valore, esclusivi di porzioni determinate di territorio, legati a delimitati scorci e vedute panoramiche: le cosiddette “bellezze da cartolina”. È comunque un’accezione piuttosto sentita ancora oggi, anche se piuttosto parziale e non corrispondente al reale meccanismo di produzione del senso di “paesaggio”.

 

Precedentemente e successivamente il concetto ha avuto molte altre definizioni, legate comunque ad aspetti parziali del senso di “paesaggio percettivo”, come ad esempio l’associazione col “pittoresco”. Il senso di “paesaggio” è più vicino a quello di “territorio” (che ha un senso ben diverso) o all’accezione “scientifica” del termine (vedi punto seguente), in quanto viene ristretto al discorso della “sintesi del visibile del contesto naturale e delle attività” ed alla pura visione del mondo materiale.

 

Civiltà paesaggistiche ed evoluzione storica del concetto di paesaggio

 

 Il concetto di paesaggio nella cultura occidentale è piuttosto moderno e non è sempre esistito. La sua evoluzione inoltre è strettamente interrelata con l’evoluzione del senso assegnato alla natura. Piuttosto importante la lettura di A. Berque in tal senso, che fa coincidere all’esistenza di civiltà paesaggistiche la nascita di una concezione di paesaggio. Perché una società sia paesaggistica devono essere soddisfatti i seguenti criteri:

 

 esistenza ed uso del paesaggio

 

 esistenza di una letteratura sui paesaggi e sulla loro bellezza

 

 esistenza di rappresentazioni pittoriche dei paesaggi

 

 esistenza di giardini

 

In base a queste considerazioni la prima società paesaggistica mondiale fu la Cina. Il mondo occidentale difatti almeno fino al ’500 non possedeva contemporaneamente questi elementi.

 

Esistono comunque posizioni diverse sull’introduzione del concetto di paesaggio all’interno della società Occidentale. Una scuola di pensiero vorrebbe far coincidere tale introduzione con un brano del Petrarca, la Lettera in cima al Monte Ventoso, in cui compare una descrizione estetizzante della natura. È comunque una posizione criticabile, in quanto la descrizione del Petrarca è simbolica, e non si scosta di per sé dalle modalità di rappresentazioni letterarie della natura tipiche del Medioevo.

 

Lo studio del paesaggio non può essere compartimentato all’interno di una disciplina specifica, ma deve presupporre un approccio olistico. Un approccio di studio al paesaggio deve necessariamente essere di tipo integrato, sia che si perseguano analisi sulla qualità percettiva del paesaggio, sia che si intendano perseguire analisi scientifiche sugli elementi ecologici, considerando tutti gli elementi (fisico-chimici, biologici e socio-culturali) come insiemi aperti e in continuo rapporto dinamico fra loro.

 

Si dovrà inoltre tenere conto della multidisciplinarietà e della trasversalità dello studio, cercando di superare l’artificiosa compartimentazione fra le diverse discipline. Diversi possono essere gli strumenti adottati per lo studio del paesaggio, fra essi negli ultimi anni sta acquisendo sempre maggiore importanza l’utilizzo di banche dati georiferite basate su tecnologie GIS/SIT. Con tale strumento è possibile acquisire, archiviare ed elaborare dati relativi al paesaggio ricavando informazioni utili alla sua gestione integrata, finalizzata sia alla conservazione (o geoconservazione) che alla valorizzazione.

 

Alla precedente definizione percettivo-formale ed estetica di paesaggio, che è la più diffusa, va per completezza affiancata (e non sostituita) la definizione scientifica derivante dalle scienze naturali. Essa studia e valuta il paesaggio in quanto oggetto in sé, e non come percezione di un soggetto esterno.

 

L’approssimazione scientifica al paesaggio, e la sua conseguente definizione, è assai poco conosciuta e condivisa, poiché viene impiegata nella stretta cerchia dei naturalisti e in particolare dagli ecologi del paesaggio, ma viene poi palesemente chiamata in causa quando dal registro teorico-descrittivo si passa a quello strettamente operativo, laddove, cioè, si richiedono studi e valutazioni facenti capo a discipline che indagano sulle diverse “componenti” del paesaggio medesimo: geologia, botanica, ecologia, storia, urbanistica, ecc.

 

L’approssimazione scientifica ai problemi del paesaggio ed al paesaggio in quanto problema, nasce dagli studi di Alexander von Humboldt, che chiamò “paesaggi” degli insiemi di elementi naturali e umani comprendenti terre, acque, piante e animali, intuendo la presenza di una “logica” che ne sottendeva l’organizzazione, i legami reciproci ed il perenne divenire. Occorrerà attendere, però, la nascita dell’Ecologia del paesaggio (Carl Troll, 1939) ed i successivi studi, per avere delle formulazioni definenti più complete. In questa sede se ne propongono alcuni esempi in ordine cronologico (alcune sono abbreviate):

 

 Brückner, 1898: “Il paesaggio, oltre che una sintesi, è un programma.”

 

 Enciclopedia Sovietica, 1939: ” Il paesaggio è un porzione naturalmente delimitata della superficie terrestre, le cui componenti naturali formano un insieme di interrelazioni e interdipendenze”.

 

 Szava-Kovats, 1960: ” Tutto ciò che v’è sull’involucro terrestre, tutto, nella sua esistenza e interferenza, costituisce il paesaggio”.

 

 Sestini, 1963: “Il paesaggio è la complessa combinazione di oggetti e fenomeni legati fra loro da mutui rapporti funzionali, sì da costituire una unità organica”.

 

 Valerio Giacomini, 1967-72: “Il paesaggio è una costellazione di ecosistemi. Esso coincide inoltre con il processo evolutivo della biosfera i cui significati intimi appartengono alle leggi naturali che governano il divenire vitale”.

 

 Forman e Godron, 1986: “Un paesaggio è una parte eterogenea di una regione, composta da un’aggregazione di ecosistemi interagenti che si ripete in ogni punto con forme simili”. (riferita ai paesaggi zonali)

 

 Naveh, 1990 “Il paesaggio è un’unità ecologica e culturale, spaziale e temporale e, parafrasando Troll, è la complessiva entità spazio-temporale della sfera vitale dell’uomo”.

 

 Ingegnoli, 1992: “Il paesaggio è un sistema di ecosistemi”.

 

 Romani, 1994: “Il paesaggio è l’insieme eterogeneo di tutti gli elementi, i processi e le interrelazioni che costituiscono l’ecosfera, considerato nella sua struttura unitaria e differenziata, ecologico-sistemica e dinamica, che lo identifica con un processo evolutivo nel quale si integrano le attività della natura e quelle dell’uomo, nella loro dimensione storica, materiale, culturale e spirituale, nonché la visione e la percezione che hanno del P. sia il singolo che le collettività”.

 

I più recenti studi di ecologia del paesaggio mettono in evidenza il fatto che la concezione scientifico-oggettiva e quella percettivo/estetica- soggettiva del paesaggio siano strettamente complementari e che la loro integrazione in una concezione unitaria è già iniziata grazie ai contributi di altre discipline coinvolte a pieno titolo nello studio del paesaggio: la teoria dei sistemi, la teoria della forma (Gestaltheorie), la teoria della percezione, la teoria dell’informazione e della comunicazione (Claude Shannon), la cibernetica (Norbert Wiener), la teoria della complessità (Ilya Prigogine et al.). È a questo punto importante notare come coloro che con il termine “paesaggio” intendono solo l’immagine, l’aspetto visibile e formale (e anche estetico, beninteso) del territorio, in generale non ammettono che tale termine possa avere significati diversi, seppur in contesti diversi. Al contrario, chi sposa l’accezione scientifica del paesaggio non esclude mai la componente percettivo-estetica, poiché, di fatto, essa è determinante sia ai fini di una conoscenza realmente complessiva, sia in quanto essa è sovente la prima causa di alterazioni e modifiche (positive o negative) del paesaggio stesso, e al medesimo tempo di provvedimenti tutelativi o valorizzativi. La componente percettiva appare quindi pienamente inserita nel processo evolutivo dell’assetto paesaggistico di un territorio.

 

Il paesaggio e la scala di aggregazione della materia vivente

 

 Quando nel 1935 l’inglese Tansley definì compiutamente l’ecosistema, ci si chiese se tale entità biologica costituisse il vertice della scala di aggregazione della materia vivente, o se vi fosse un’entità superiore e definitiva. In tale “scala” ogni entità è “maggiore”, per struttura e funzioni, della semplice somma degli elementi del livello inferiore che la compongono. Fu appunto Carl Troll che, nel 1939, dall’esame di alcune serie storiche di foro aeree, notò che gli ecosistemi mostravano una tendenza ad aggregarsi in configurazioni unitarie (denominate principalmente Macchie, Isole e Corridoi). Ricordando la dizione di Alexander von Humboldt, Troll chiamò tali formazioni “paesaggi”, e comprese che sarebbe occorsa una nuova disciplina per studiarne caratteri e proprietà: l’ecologia del paesaggio. Ma nel frattempo era scoppiata la guerra ed i suoi studi ripresero solo negli anni ’50.

 

La scala di aggregazione della materia vivente poté quindi essere così completata (dall’elemento più semplice al più complesso):

 

 (protoplasma)

 

 Cellule

 

 Tessuti

 

 Organi

 

 Organismi – Individui

 

 Popolazioni

 

 Associazioni – Comunità

 

 Ecosistemi

 

 Paesaggi – suddivisibili in:

 

 Paesaggi locali o zonali

 

 Paesaggi regionali (nel senso di bio-regione)

 

 Paesaggio globale o Ecosfera

 

Le analisi del paesaggio. Caratteri e contenuti

 

 Considerato quanto sin qui detto circa la “natura” del paesaggio, il suo studio deve comprendere una fase analitica (disaggregativa) e una fase di sintesi (riaggregativa). Le analisi della prima fase debbono essere necessariamente:

 

 Transdisciplinari, e non solo interdisciplinari.

 

 Sistemiche. Essendo il paesaggio un sistema, non si può eludere la Teoria dei sistemi viventi per studiarlo. Poiché però le analisi dei sistemi sono assai poco esperite e comunque assai complesse, nella prassi comune ci si può limitare ad analisi relazionali.

 

 Dinamiche. Essendo il paesaggio un processo evolutivo e non un’entità costante nel tempo, il suo studio deve partire dal passato e proiettarsi nel più attendibile futuro, almeno quello che le tendenze attuali suggeriscono.

 

 Valutative. Appare fondamentale, per qualunque uso si faccia delle analisi stesse, conoscere di un paesaggio almeno due parametri di valutazione:

 

 il Valore (rispetto a diversi criteri dipendenti dalle discipline secondo le quali si analizza)

 

 la Vulnerabilità (rispetto a possibili interferenze). In assenza di una seppur minima valutazione rispetto a questi due parametri le analisi restano delle semplici “letture” non utilizzabili.

 

Date le numerose componenti del paesaggio, le precedenti analisi debbono essere condotte in seno alle diverse discipline che indagano le “componenti” stesse. Ciò senza dimenticare l’unitarietà del paesaggio medesimo e le strette interazioni fra componenti. Tali discipline, coinvolte nello studio paesaggistico, sono, in prima approssimazione:

 

 Geografia umana

 

 Climatologia

 

 Idrologia e idrografia

 

 Geologia

 

 Geomorfologia

 

 Pedologia

 

 Botanica

 

 Zoologia

 

 Ecologia

 

 Antropologia

 

 Storia

 

 Sistema insediativo umano

 

 Agronomia

 

 Urbanistica

 

 Ecologia del paesaggio

 

 Economia

 

 Teoria della percezione

 

 Estetica

 

 Semiologia

 

 Psicologia ambientale

 

 Teoria e psicologia della forma

 

 Teoria dei sistemi

 

 Teoria dell’informazione e della comunicazione

 

 Cibernetica

 

 Teoria della complessità

 

Principali testi di riferimento: Farina A. Il paesaggio cognitivo, Angeli, Milano, 2006 – Romani V. Il paesaggio. Percorsi di studio, Angeli, Milano, 2008.

 

Il paesaggio nella geografia umana

 

 Nell’ambito della lettura paesaggistica, la geografia umana privilegia gli aspetti culturali, simbolici ed emotivi. In quest’ottica, il paesaggio risulta percepito, inevitabilmente, attraverso modalità esclusive e personali: all’analisi oggettiva, dunque, è affiancato uno sguardo sul territorio del tutto individuale.

 

Le ricerche geografiche degli ultimi decenni del XX secolo hanno messo in luce l’impossibilità di definire in modo univoco il paesaggio: esistono più nozioni e tutte meritevoli d’attenzione. È opportuno riconoscere la specificità di ogni approccio, per esaltarne la diversità, in quanto ciascuno consente di cogliere una delle tante facce del paesaggio. Di fronte alla varietà di definizioni, concetti e teorie maturate in seno a questo tema, diviene imprescindibile porre dei punti fermi: ossia, stabilire una compresenza di elementi oggettivi e soggettivi, affinché la lettura di un paesaggio risulti corretta e completa.

 

Testi di riferimento: Zerbi M.C., I paesaggi della geografia, Giappichelli, Torino, 1993. Andreotti G., “Riscontri di geografia culturale”, Artimedia, 1994.

 

Fino dall’arte bizantina i pittori e gli artisti in generale riservavano una parte delle loro opere alla descrizione dello spazio e del paesaggio in cui si svolgevano le azioni. Si trattava di accenni molto sintetici, e sempre legati a una particolare funzione descrittiva, non semplici decorazioni. Tra le rappresentazioni più famose del paesaggio nel medioevo c’è l’affresco dell’Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, di Ambrogio Lorenzetti, dove però la vasta descrizione della città e della campagna è legata all’allegoria degli effetti che una saggia politica dei governanti può portare.

 

Soprattutto nelle grandi scene ad affresco gli artisti cominciarono gradualmente a dedicare una maggiore attenzione alla rappresentazione del paesaggio. In Italia solo con l’arrivo dell’influenza della miniatura francese e della pittura fiamminga si arrivò però a un salto di qualità, con gli scorci paesistici sempre più curati, in modo da evidenziare i soggetti in primo piano e rendere la composizione più monumentale, con il ricorso a scorci suggestivi e di ampio respiro.

 

La nascita del paesaggio come genere autonomo risale alla seconda metà del Quattrocento, quando Leonardo da Vinci datò un disegno sul paesaggio dell’Arno nel 1478. A questo isolato esempio seguì nel 1494 la serie di acquerelli di Dürer legati alla rappresentazione del paesaggio alpino durante il suo primo viaggio dalla Germania all’Italia.

 

Per assistere al debutto del paesaggio autonomo in pittura si dovette aspettare ancora qualche decennio, quando la scuola danubiana sviluppò uno stile in cui le figure erano ormai rimpicciolite e ridotte a un semplice pretesto per raffigurare una natura palpitante e misteriosa. Il primo paesaggio noto come soggetto indipendente in pittura è il Paesaggio con fiume di Albrecht Altdorfer, risalente al 1518 circa. Una tale rivoluzione non è però spiegabile senza la menzione della nuova percezione del mondo, ampliato nei confini, vasto e vario, dovuta al fiorente sviluppo, proprio nelle città tedesche, della cartografia, che registrava le scoperte geografiche nel Nuovo Mondo e nell’Oriente.

 

« Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto. »

 

 (Jorge Luis Borges)

 

 « La vostra anima è un paesaggio scelto »

 

 (Paul Verlaine)

 

 « C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso,fino ai suoi fluidi contorni,ed è a casa. »

 

 (Tratto da Il Danno di Josephine Hart)

 

«Il paesaggio è il riflesso degli stati d’animo dell’osservatore che lo modifica nell’immaginario psicologico» (Giuliana Andreotti, Paesaggi culturali, 1996, p. 51)

 

Il paesaggio interiore è il riflesso dello sguardo sul mondo di ogni singolo individuo: è una visione puramente soggettiva, legata indissolubilmente all’esistenza, ai ricordi e alle emozioni connesse ad un paesaggio. Il paesaggio esterno, oggettivo e tangibile che appare ai nostri sensi è sempre mediato da un paesaggio interno, nascosto e mutevole. Il nostro vissuto è plasmato dalla presenza costante di quel paesaggio, fatto di persone, di cose, di immaginari, sempre vivo nel dispiegarsi dell’esperienza. Il legame affettivo tra persone è certamente determinante ed irrinunciabile, ma lo è altrettanto quello con le entità significanti del proprio paesaggio: l’orizzonte del mare, l’odore di un quartiere, una strada particolarmente significativa. L’indagine sul paesaggio interiore mira ad analizzare quei profondi legami che uniscono intimamente i luoghi alla personalità e al vissuto. Il concetto di paesaggio interiore è traducibile col termine anglosassone Inscape, (punto di vista interno), usato per la prima volta dal poeta irlandese Gerard Manley Hopkins, per definire quel complesso di caratteristiche che conferiscono unicità ed esclusività ad un’esperienza individuale, risultando, così, differente da qualsiasi altra.

 

Testi di riferimento: Barbisio C.G., La rappresentazione del paesaggio, Tirrenia Stampatori, Torino, 1999; Lando F., (a cura di) Fatto e Finzione. Geografia e Letteratura, Etaslibri, Milano, 1993; Andreotti G., Paesaggi culturali. Teoria e casi di studio, Unicopli, Milano, 1996: Andreotti G., Alle origini del paesaggio culturale. Aspetti di filologia e genealogia del paesaggio, Unicopli, Milano, 1998

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Foto della strada vista da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos la strada

Dopo aver detto a Kratos tutto sul messaggio , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto sulla strada e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla strada – La strada è una porzione di territorio, generalmente nastriforme, utilizzata dall’uomo per facilitare lo spostamento di persone e merci fra due luoghi.

 

Può essere una semplice pista battuta o può presentare varie forme di pavimentazione, dal lastricato al moderno asfalto.

 

È facile intuire come la strada (così come sopra definita) sia stata con buona probabilità una diretta conseguenza dell’invenzione della ruota.

 

In epoca greca si costruivano strade lastricate con solchi longitudinali come sede per le ruote dei carri (sorta di binari di pietra). I romani abili ingegneri svilupparono tecniche sulle quali si fonda ancora la nostra tecnica delle costruzioni stradali.

 

Il termine deriva infatti da strata ossia strati, in quanto la posa di strati di materiale adeguato forniva alle strade romane le loro caratteristiche tecnologiche.

 

Una strada si presenta con una sua geometria longitudinale, planimetrica e altimetrica; la definizione di tale geometria rappresenta il progetto della strada. Lo studio della geometria di una strada comprende oltre allo studio del suo asse anche quello della sua sezione trasversale. Fino a 25 anni fa la strada, dal punto di vista planimetrico, si considerava composta da tratti rettilinei opportunamente raccordati da curve quasi sempre circolari e dal punto di vista altimetrico, composta da tratti a pendenza (longitudinale) costante, detti “livellette”, anch’essi raccordati con curve circolari. Oggi il discorso si è rovesciato. Planimetricamente, la si considera composta da una successione di curve a raggio costante e rettifli, raccordati da curve a raggio variabile (clotoide), mentre altimetricamente le livellette sono raccordate da curve paraboliche. Il progetto della sezione trasversale consiste nella scelta del “tipo di strada” (come appresso indicato). I dati di input del progetto stradale provengono da specifici ambiti come la meccanica della locomozione, l’analisi del traffico, e altre di carattere socio-economico e ambientale.

 

Problemi geologici nella progettazione stradale

 

 Un’importanza preponderante occupano nella progettazione stradale considerazioni di tipo geologico, dal momento che problemi relativi a questo ambito possono in alcuni casi spingere il progettista a modificare radicalmente il tracciato inizialmente scelto a causa di problemi anche gravi di questa natura. Per questo motivo è anche necessario, durante la progettazione, verificare con uno studio geologico e geotecnico la fattibilità dell’opera.

 

I problemi più comunemente riscontrabili sono quelli relativi ai possibili cedimenti a causa delle scarse caratteristiche portanti dei terreni sottostanti, pericolo di frane nelle zone circostanti il tracciato (compreso il rischio di innescarle in corso d’opera), e dissesti idrogeologici in generale. In generale i fattori di instabilità relativi alla realizzazione ed alla manutenzione di una strada si suddividono in:

 

 fattori geologici, che comprendono tutte le caratteristiche geologiche dei terreni attraversati con le relative problematiche in caso di portanza non sufficiente o di presenza di discontinuità tali da rappresentare un rischio di cedimento;

 

 fattori idrogeologici, dal momento che la presenza di acqua nel sottosuolo può rappresentare un notevole problema diminuendo le caratteristiche di resistenza del terreno, o in presenza di materiali che rigonfiano a contatto con l’acqua l’alternanza di presenza (eventi piovosi) ed assenza (periodi secchi) di acqua nel terreno può portare alla fratturazione dello stesso e/o della strada. Questo fenomeno può presentarsi anche a causa del ciclo gelo/disgelo, che provoca appunto un aumento e diminuzione rispettivamente del volume del terreno;

 

 fattori idrologici, dal momento che le acque piovane determinano un’azione potenzialmente dannosa sia in caso di ruscellamento che di moto incanalato; nel primo caso si ha un’azione erosiva estesa e, in caso di eventi piovosi di forte intensità, si può avere un abbattimento delle caratteristiche portanti tali da provocare lo scivolamento della sede stradale; nel secondo caso si ha solo l’azione erosiva che tuttavia, essendo concentrata, è di notevole entità e può generare dissesti.

 

Tuttavia è possibile anche realizzare una strada attraversando zone in cui ci sono problemi di questo tipo, naturalmente costruendo in parallelo delle opere in grado di salvaguardare l’integrità del tracciato. In caso di passaggio in versanti a rischio frana, ad esempio, si possono realizzare interventi protettivi e preventivi quali reti paramassi, chiodature, rimboschimento, opere drenanti.

 

Generalmente le strade sono usufruibili gratuitamente (escludendo i finanziamenti pubblici utilizzati per la costruzione e per la manutenzione). Soprattutto le grandi strade a carreggiate separate come le autostrade o particolari ponti come il ponte di Øresund sono accessibili mediante il pagamento di un costo definito pedaggio.

 

In Italia una strada può essere classificata sia in base a criteri tecnici che a criteri amministrativi.

 

A sua volta il Codice della Strada individua, in base alle caratteristiche tecniche di costruzione, le seguenti categorie di strade:

 

Strada extraurbana o urbana a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico invalicabile, ciascuna con almeno due corsie di marcia, eventuale banchina pavimentata a sinistra e corsia di emergenza o banchina pavimentata a destra, priva di intersezioni a raso e di accessi privati, dotata di recinzione e di sistemi di assistenza all’utente lungo l’intero tracciato, riservata alla circolazione di talune categorie di veicoli a motore e contraddistinta da appositi segnali di inizio e fine; deve essere attrezzata con apposite aree di servizio ed aree di parcheggio, entrambe con accessi dotati di corsie di decelerazione e di accelerazione.

 

Strada extraurbana principale, la Variante Aurelia

 

Strade fuori dal centro abitato, che mettono in comunicazione le varie città.

 

 Strada extraurbana principale (tipo B)

 

Strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico invalicabile, ciascuna con almeno due corsie di marcia e banchina pavimentata a destra, priva di intersezioni a raso, con accessi alle proprietà laterali coordinati contraddistinta dagli appositi segnali di inizio e fine, riservata alla circolazione dl talune categorie di veicoli a motore; per eventuali altre categorie di utenti devono essere previsti opportuni spazi. Deve essere attrezzata con apposite aree di servizio, che comprendano spazi per la sosta, con accessi dotati di corsie di decelerazione e di accelerazione.

 

 Strada extraurbana secondaria (tipo C)

 

Strada ad unica carreggiata con almeno una corsia per senso di marcia e banchine.

 

Strada urbana

 

Strade presenti nei centri abitati e dintorni.

 

 Strada urbana di scorrimento (tipo D)

 

Strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali estranee alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate.

 

 Strada urbana di quartiere (tipo E)

 

Strada ad unica carreggiata con almeno due corsie, banchine pavimentate e marciapiedi; per la sosta sono previste aree attrezzate con apposita corsia di manovra, esterna alla carreggiata.

 

 Altri tipi

 

Strade meno frequenti e meno usate nel linguaggio comune.

 

 Strada locale (tipo F)

 

Strada urbana od extraurbana non facente parte degli altri tipi di strade.

 

 Itinerario ciclopedonale (tipo F-bis)

 

Strada locale, urbana, extraurbana o vicinale, destinata prevalentemente alla percorrenza pedonale e ciclabile e caratterizzata da una sicurezza intrinseca a tutela dell’utenza debole della strada.

 

 Strada di servizio

 

Strada affiancata ad una strada principale (autostrada, strada extraurbana principale, strada urbana di scorrimento) avente la funzione di consentire la sosta ed il raggruppamento degli accessi dalle proprietà laterali alla strada principale e viceversa, nonché il movimento e le manovre dei veicoli non ammessi sulla strada principale stessa.

 

Nomenclatura in Italia

 

 Le strade in Italia sono identificative dalle sigle alfanumeriche A-n, SS-n, SR-n, SP-n, RA-n e NSA-n (dove n è un numero). Le strade all’interno dei nuclei o centri abitati sono identificate da un nome (ad esempio via Po).

 

 Le autostrade italiane, seguono una numerazione unica, anche se gestite da diverse società concessionarie: sono tutte contrassegnate dalla lettera A seguita da un numero (esistono due eccezioni: esistono autostrade con doppia numerazione, ad esempio A8/A26, e brevi autostrade denominate nel modo classico ma seguite dalla sigla dir che sta per diramazione, ad esempio A14 dir). Pertanto un’autostrada con la stessa numerazione può essere gestita da diverse società concessionarie (ad esempio l’A23 è gestita per un tratto da Autovie Venete e per il rimanente tratto da Autostrade per l’Italia).

 

 Le strade statali, regionali o provinciali sono contrassegnate rispettivamente dalle sigle SS, SR e SP seguite da un numero (talvolta oltre al numero può esserci una delle seguente sigle: dir (per diramazione), var (per variante), racc (per raccordo), radd (per raddoppio), bis, ter, quater; ad esempio SS 1 bis). Tuttavia, al contrario delle autostrade dove la sigla rispecchia anche la classificazione tecnica-costruttiva, le SS, le SR e le SP possono avere tratti classificati tecnicamente come strade extraurbane principali (strada di tipo B) altri come strade extraurbane secondarie (strada di tipo C) altri ancora come strade urbane (strade di tipo D e E) pur avendo la stessa numerazione (ad esempio la strada statale 16 ha tratti classificati come strada extraurbana principale altri come strada extraurbana secondaria). Inoltre esistono strade con la stessa numerazione ma con una sigla diversa perché gestite nei diversi tratti o dalla regione o dalla provincia o dallo Stato (per mezzo dell’ANAS). Ad esempio la strada Padana Superiore è contraddistinta dal numero 11 ma dalle diverse sigle SS 11, SR 11 e SP 11 in base ai tratti gestiti o dallo stato o dalla regione o dalla provincia. Le SS, SR e SP nei tratti dove attraversano un centro o nucleo abitato possono essere affiancate da un nome (ad esempio via Roma). Inoltre le SS, SR e SP se attraversano centri abitati con popolazione pari o superiore a 10.000 abitanti sono strade di competenza comunale e quindi urbane (tipo D e E). Se attraversano centri o nuclei abitati con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti sono urbane (tipo D e E) ma la competenza rimane del gestore.

 

 Le strade comunali sono denominate come via, viale, piazza, … seguita da un nome (ad esempio via Adige). Le strade comunali sono categorizzate in base ai nomi (ad esempio via Adige) e molto raramente sono contraddistinte dalla sigla SC (non sempre seguita da un numero). Le strade comunali possono essere classificate dal punto di vista costruttivo-tecnico nei diversi modi (tranne come autostrada). Le SS, SR e SP nei tratti dove attraversano un centro o nucleo abitato possono essere affiancate da un nome (ad esempio via Roma). Le SS, SR e SP se attraversano centri abitati con popolazione pari o superiore a 10.000 abitanti sono strade di competenza comunale e quindi urbane (tipo D e E). Se attraversano centri o nuclei abitati con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti sono urbane (tipo D e E) ma la competenza rimane del gestore.

 

 Infine esistono altre due sigle indicanti le strade italiane: NSA e RA. La prima sigla sta per Nuova Strada Anas e indica tutte quelle strade alle quali non è stata ancora assegnata nessuna numerazione (né A né SS né SR né SP né SC) e pertanto possono essere classificate dal punto di vista costruttivo-tecnico nei diversi modi. RA invece sta per raccordo autostradale e indica alcune strade a carreggiata doppia a due corsie per senso di marcia (classificate tecnicamente come o strada extraurbana principale o strada extraurbana secondaria) che collegano un’autostrada a una città (o località o aeroporto) non direttamente raggiunta dalla rete autostradale principale.

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Spiego a Kratos il messaggio

Dopo aver detto a Kratos tutto sul verbo , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto sul messaggio e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul messaggio – Per messaggio s’intende il testo d’una comunicazione diretta da un mittente a un destinatario. Il più delle volte è uno scritto, cartaceo o telematico. Sono messaggi, per esempio, la lettera, l’e-mail, il SMS e l’MMS, il post, il telegramma, il telefax. Sono messaggi vocali quelli che, parlando al telefono, vengono registrati da una segreteria telefonica. Tutti i messaggi passano per un canale, che varia a seconda del tipo di messaggio (vedi comunicazioni).

 

In politica, si ritrova spesso il termine messaggio per indicare uno scambio d’informazioni ufficiale tra istituzioni o tra istituzioni e opinione pubblica.

 

In informatica, la parola messaggio ha numerosi significati specifici: si veda per esempio i messaggi nella programmazione concorrente e i messaggi nelle reti di computer.

 

Di un messaggio scritto si possono conoscere:

 

 la lingua o il codice in cui è composto. Di solito si procura che sia accessibile al destinatario.

 

 l’autore, che tuttavia spesso non è certo. Di solito si dichiara nella firma; se scrive a mano o a macchina, si può conoscere dalla scrittura. Quando non si dichiara, il messaggio è anonimo; quando è dubbio, si può parlare di testo apocrifo. A volte il messaggio viene da una persona giuridica, nel qual caso può recare la firma di chi ne risponde e, certe volte, di chi lo scrive materialmente. La persona giuridica di solito si dichiara nell’intestazione o nel timbro (vedi lettera).

 

 il momento in cui è stato scritto, o data, se l’autore lo ha indicato o se si può intendere dal contesto.

 

 il mittente, che nei canali telematici si conosce da un numero o da un indirizzo.

 

 il momento in cui è stato inviato o preso in consegna dal vettore: per esempio dal timbro postale o automaticamente, nel caso di dispositivi telematici.

 

 il tramite, detto anche vettore o (se è un privato) latore. I più comuni sono la posta, i server di posta elettronica, i servizî di telefonia fissa o mobile, il telegrafo, il corriere. Vanno ricordati a parte il messo comunale, l’ufficiale giudiziario, i canali diplomatici. Talora il messaggio è lasciato in un posto dove il destinatario lo può ritirare, per esempio una portineria, una segreteria, una cancelleria.

 

 alcuni punti del percorso, quali possono essere i server di posta elettronica o le sedi da cui passa una lettera raccomandata.

 

 il momento in cui viene consegnato o ricevuto: per esempio dal timbro postale, o tramite dispositivi automatici che cambiano a seconda dell’apparecchio telematico o telefonico (vedi in particolare email).

 

 il ricevente, che a volte è anche il destinatario, ovvero un intermediario incaricato di trasmetterlo o di renderlo comprensibile (è il caso della traduzione o della crittografia). Si conosce dall’indirizzo o dal numero di telefono; può essere anonimo, come nel caso d’una cassetta postale.

 

 il destinatario, che, quando non è lo stesso ricevente, spesso è indicato nella formula d’apertura o nel corpo del messaggio. Se il messaggio è diretto a una persona giuridica, può non esser noto l’individuo che se ne occuperà; tuttavia è buona norma dirigerlo a qualcuno, quando se ne conosca il nome o l’incarico.

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Spiego a Kratos il verbo

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla frase , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto sul verbo e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul verbo – Un verbo è una parte del discorso variabile che denota azione (portare, leggere), occorrenza (decomporsi, scintillare), o uno stato dell’essere (esistere, vivere, stare).

 

Di seguito sono elencate le norme della grammatica italiana.

 

Le diverse modalità con le quali può avvenire un’azione vengono rese con i diversi modi verbali, mentre i tempi verbali ne esprimono la collocazione temporale.

 

Sono sette i modi della lingua italiana.

 

no così perché le loro desinenze definiscono sempre una persona (prima, seconda o terza) e un numero (singolare o plurale).

 

 Indicativo

 

 È il modo della realtà, della sicurezza, della certezza. Ha otto tempi:

 

 Quattro semplici:

 

 Chiamati così perché non hanno bisogno di un verbo ausiliare

 

 presente

 

 imperfetto

 

 passato remoto

 

 futuro semplice

 

 Quattro composti:

 

 Che invece necessitano di un ausiliare

 

 passato prossimo

 

 trapassato prossimo

 

 trapassato remoto

 

 futuro anteriore

 

Congiuntivo

 

 È il modo della possibilità, dei desideri, delle opinioni. Ha quattro tempi:

 

 Due semplici:

 

 presente

 

 imperfetto

 

 Due composti:

 

 passato

 

 trapassato

 

Condizionale

 

 È il modo delle azioni che avvengono a una data condizione. Ha due tempi: il presente, (semplice) e il passato, (composto).

 

 Imperativo

 

 È il modo delle richieste, degli ordini, degli inviti. Ha solo la seconda persona (tu e voi) e un solo tempo, il presente. Alcune grammatiche contemplano un imperativo futuro del tutto identico al futuro semplice dell’indicativo.

 

 Questi modi non permettono di identificare la persona e il numero (fatta eccezione per il participio, in cui si può distinguere il singolare dal plurale).

 

 Infinito

 

 È la forma base del verbo. Si usa in dipendenza da un altro verbo (es.: “Sai guidare una motocicletta? “), ma si può usare anche come verbo principale per indicare ordini, desideri, eccetera (es.: “Uscire, uscire fuori, subito!”). Ne esistono il tempo presente (“riflettere”) e passato (“aver riflettuto”).

 

 Participio

 

 È simile a un aggettivo e, per questo, può indicare il numero e talvolta anche il genere (p. es., il participio mangiata indica un femminile singolare). Si usa con i verbi ausiliari nella costruzione dei tempi composti. Ha due tempi, il presente (“riflettente”) e il passato (“riflettuto”).

 

 Gerundio

 

 Si usa nelle subordinate per esprimere un certo tipo di rapporto con la reggente. Ha due tempi: il presente (“riflettendo”) e il passato (“avendo riflettuto”).

 

in poche parole sono verbi indefiniti (es:sbattendo=verbo sbattere modo gerundio presente indefinito)

 

Ci sono tre modelli diversi per la flessione dei verbi: questi modelli, chiamati coniugazioni, si distinguono dalla vocale tematica (ovvero quella all’inizio della desinenza) dell’infinito presente. Le tre coniugazioni, in italiano, sono:

 

 la prima (-are);

 

 la seconda (-ere), composta per la maggior parte da irregolari;

 

 la terza (-ire);

 

 i verbi essere e avere hanno una coniugazione propria.

 

Ci sono poi verbi la cui classificazione è controversa, come dire e fare; questi appartengono, per l’infinito, rispettivamente alla terza e alla prima, ma la loro coniugazione segue principalmente la seconda.

 

Esistono tre modi di coniugare i verbi:

 

 per esprimere un’azione compiuta dal soggetto, si coniugano i verbi nella forma attiva;

 

 per esprimere un’azione subita dal soggetto, si usa la forma passiva, formata dal verbo essere (o, in certi casi, venire, andare, finire, restare) seguito dal participio passato del verbo;

 

 per esprimere un’azione che è compiuta dal soggetto e che termina sul soggetto stesso, si usa la forma riflessiva, in cui il verbo è preceduto da una delle particelle mi, ti, si, ci, vi. La forma riflessiva a sua volta può essere:

 

 propria: soggetto e complemento oggetto coincidono (“Piero si veste”).

 

 apparente: le particelle mi, ti, si, ci, vi non svolgono la funzione di complemento oggetto, ma di complemento di termine (“Piero si asciuga i capelli” = “Piero asciuga i capelli a sé”, dove “i capelli” è il complemento oggetto e “si” = “a sé” è il complemento di termine).

 

 reciproca: l’azione è compiuta e subita scambievolmente da due soggetti (“Piero e Carlo si salutano” = “Piero saluta Carlo e Carlo saluta Piero”).

 

 Attenzione: alcuni verbi hanno una forma pronominale che è simile a quella riflessiva ma non c’entra affatto: le particelle mi, ti, si, ci, vi fanno parte del verbo stesso. Per esempio, “Piero si pente” non significa “Piero pente sé stesso”: infatti “pentirsi” è un verbo che ha la forma pronominale.

 

Verbi difettivi e verbi sovrabbondanti

 

 I verbi difettivi sono quei verbi che mancano totalmente di alcune voci verbali o di interi tempi. Per esempio:

 

 addirsi (si addice, si addiceva, …)

 

 fervere (ferve, fervono, ferveva, …)

 

 incombere (incombe, incombono, incombeva, …)

 

 solere (suole, sogliamo, solevo, è solito, …)

 

 urgere (urge, urgono, urgeva, urgeranno, …)

 

 vertere (verte, vertono, verteva, verterà, …)

 

 vigere (vige, vigeva, vigerà, vigente, …)

 

 competere (compete, competeva, competerà, competente, …)

 

 tangere (tange, tangeva, tangerà, tangente, …)

 

 soccombere (soccombe, soccombeva, soccomberà, soccombente, …)

 

 dirimere (dirime, dirimeva, dirimerà, dirimente, …)

 

 prudere (prude, prudeva, pruderà, …)

 

 angere (ange, angere).

 

I verbi sovrabbondanti sono quelli che, mantenendo lo stesso significato, hanno due desinenze diverse per l’infinito presente e quindi appartengono a due coniugazioni diverse. Gli esempi più frequenti sono quelli dei verbi starnutare/starnutire o dimagrare/dimagrire. Attenzione: alcuni verbi sono apparentemente sovrabbondanti, perché le due forme hanno significati diversi. Per esempio, arrossare vuol dire “rendere rosso”, mentre arrossire significa “diventare rosso”.

 

Sono predicativi i verbi che hanno un significato autonomo, formando quello che in sintassi viene definito predicato verbale. La maggioranza appartiene a questa categoria.

 

Sono copulativi quei verbi che non hanno un significato autonomo e che lo acquistano solo in presenza di un aggettivo o di un sostantivo. Il verbo copulativo per eccellenza è essere, che, quando viene unito al nome o all’aggettivo (parte nominale), viene definito copula.

 

 “Cristoforo Colombo fu un navigatore”. “Fu un navigatore” viene definito predicato nominale, “fu” è la copula e “un navigatore” è la parte nominale.

 

Anche altri verbi possono essere copulativi (sembrare, apparire, crescere, risultare, diventare, etc.) quando hanno bisogno di un nome o di un aggettivo per completare il loro significato.

 

 “Pierino è diventato grande”. Se dicessi “Pierino è diventato”, ciò non avrebbe senso; la parola “grande” completa il significato, per cui si dice che essa è il complemento predicativo del soggetto.

 

È da notare che secondo alcuni grammatici solo essere è da considerarsi come un copulativo.

 

Sono verbi copulativi anche: “sembrare, parere, diventare, divenire, nascere, vivere, morire, andare, ecc.”

 

Possono inoltre reggere un complemento predicativo del soggetto, ma solo se coniugati nella forma passiva, i verbi:

 

 appellativi: “soprannominare, chiamare, dire, ecc.” (es.: “la città di New York è soprannominata la “Grande Mela” “)

 

 elettivi: “eleggere, creare, nominare, ecc.” (es.: “Mio zio è stato eletto sindaco”)

 

 estimativi: “giudicare, credere, nominare, ecc.” (es.: “L’imputato fu giudicato innocente”)

 

 effettivi: “fare, rendere, ecc.” (es.: “Quell’autore è stato reso celebre dal suo primo romanzo”)

 

C’è un caso particolare, nel quale il verbo essere prende il significato di esistere. Per esempio, nella frase:

 

 “Dio è”

 

Il verbo essere indica che il soggetto (Dio) esiste in quanto persona reale e non ha quindi bisogno di alcun aggettivo o sostantivo.

 

I verbi essere e avere si usano nella formazione delle voci dei tempi composti di tutti gli altri verbi: in questi casi si dicono verbi ausiliari (perché sono d’ausilio per gli altri verbi).

 

Per i verbi transitivi, bisogna usare sempre l’ausiliare avere (“Io ho ascoltato la musica”, “Piero ha letto il racconto”), mentre i verbi riflessivi e molti intransitivi (specialmente quelli che esprimono un movimento, uno stato in luogo o un cambiamento di stato) vogliono l’ausiliare essere (“Noi siamo andati a Reggio Calabria”). In caso di dubbi, è comunque meglio consultare il dizionario.

 

Sono servili o modali i verbi che, se premessi all’infinito di un altro verbo, gli danno una sfumatura in più e non alterano quindi in alcun modo la frase, lasciando invariato il significato. Letteralmente essi “servono” ad altri verbi per entrare nello specifico. I verbi servili della lingua italiana sono: dovere, potere, volere, sapere, fare, solere.

 

 I verbi fraseologici sono quelli che, posti prima di un verbo all’infinito, ne precisano un aspetto temporale. Qualche esempio: cominciare a, stare per, iniziare a, mettersi a, persistere nel, continuare a, smettere di, finire di, eccetera. Un fraseologico particolare è quello formato dal verbo stare seguito dal gerundio. Essi uniti ad un altro verbo esprimono l’aspetto dell’azione. Si uniscono ad un infinito oppure ad un gerundio con cui formeranno un unico predicato verbale. Essi si dividono in 5 gruppi:

 

1) L’imminenza di un’azione: stare per, accingersi a, essere sul punto di, stare lì lì, ecc.

 

2) L’inizio di un’azione: cominciare a, mettersi a, prendere a,

 

3) Lo svolgimento di un’azione: stare, andare e venire + gerundio

 

4) La durata e la continuità di un’azione: continuare a, insistere a, ostinarsi a + infinito

 

5) La conclusione di un’azione: finire di, cessare di, smettere di + infinito

 

I verbi causativi indicano che l’azione è causata dal soggetto, ma che non la compie lui direttamente. I due causativi della lingua italiana sono fare (“Ci hanno fatto aspettare per cinque ore” dove il soggetto è “loro”, ma l’azione di aspettare è compiuta da “noi”) e lasciare (“Carlo ha lasciato dormire in pace Piero” dove il soggetto è “Carlo”, ma l’azione del dormire è compiuta da “Piero”).

 

I verbi performativi esistono solo alla prima persona singolare del presente indicativo e sono così definiti perché il pronunciarli equivale a compiere l’azione che essi descrivono, ovvero per compiere l’azione che essi descrivono bisogna pronunciarli. “Giuro di aver detto la verità”, “Prometto di venire al più presto”, “Nego ogni cosa” sono tutti esempi di funzione performativa del verbo. È sufficiente cambiare soggetto, “Roberto giura di aver detto la verità”, “Tu prometti, ma non mantieni”, “Voi negate l’evidenza”, o tempo verbale, “Giuravo di aver detto la verità”, per verificare come i verbi giurare, promettere e negare perdano la loro funzione performativa e assumano quella costativa o descrittiva, in quanto dire giura, prometti, negate e giuravo, non serve per compiere l’azione, ma per descriverla (notare che dire “io corro” anche nell’atto del correre mi serve per descrivere l’azione, ma non per compierla). Altri verbi che alla prima persona del presente indicativo assumono funzione performativa sono per esempio: dire, ammettere, affermare, ecc.

 

Un verbo è transitivo quando l’azione “transita” direttamente su qualcosa o qualcuno; in altre parole, quando il verbo può reggere un complemento oggetto.

 

 Il verbo “dirigere”, per esempio, è transitivo perché regge un complemento oggetto come “un’azienda”, “un’orchestra”, “il traffico”, eccetera.

 

 Il verbo “nuotare”, invece, è intransitivo perché non può reggere in alcun modo un complemento oggetto.

 

Alcuni verbi transitivi, in certi casi, possono avere un significato intransitivo.

 

 Possiamo dire: “Piero legge il quotidiano”, ma possiamo dire soltanto: “Piero legge”, per dire che è impegnato nell’attività della lettura.

 

 Analogamente si può dire: “Baglioni canta Questo piccolo grande amore”, ma se togliamo il complemento oggetto, resta “Baglioni canta”, il che significa che l’attività di Baglioni è cantare.

 

Viceversa, alcuni verbi intransitivi possono avere un complemento oggetto (detto complemento oggetto interno) che ha la stessa radice del verbo o che comunque ha una correlazione con esso.

 

 “Ha vissuto una vita intensa.” (“Vivere” e “vita” hanno la stessa radice.)

 

 “Egli pianse lacrime amare.” (Fra “piangere” e “lacrime” c’è un nesso di significato.)

 

 I verbi impersonali sono i verbi che esprimono un’azione che non può essere attribuita a un soggetto preciso e che per questo si usano alla terza persona singolare.

 

Sono propriamente impersonali:

 

 i verbi che indicano condizioni atmosferiche o altri eventi naturali: piove, tuona, grandina, nevica, albeggia, fa caldo, eccetera;

 

 i verbi costruiti dalla particella si e dalla terza persona singolare del verbo in questione: “Si mangia bene da queste parti”, “Solitamente non si studia volentieri”.

 

Altri verbi sono impropriamente impersonali perché il loro soggetto è un’intera proposizione subordinata (soggettiva). Essi sono:

 

 i verbi che indicano necessità, accadimento, apparenza: “Bisogna partire sùbito”, “Accadde che franò la montagna”, “Sembrava che tutto fosse perfetto”.

 

 le locuzioni formate da essere, andare o stare, seguito da un aggettivo (è giusto, è necessario, è bello), da un sostantivo (è ora, è tempo) o da un avverbio (va bene, è male).

 

 i verbi come dire, pensare, suggerire, ritenere, vociferare, credere alla terza persona singolare preceduti dal si e seguiti da una subordinata soggettiva: “Si pensa che gli spinaci siano ricchi di ferro”, “Si vociferava che i Rossi fossero in procinto di traslocare”.

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Spiego a Kratos la frase

Dopo aver detto a Kratos del futuro , io dissi a Kratos – adesso ti spiego cos’ e la frase e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sulla frase – Una frase – dal greco φράσις (“frase, locuzione, espressione; stile; dicitura; modo di parlare”) e φράζω (“io dico”) – è il massimo segmento in cui può essere suddiviso il discorso umano. Una frase si compone di più sintagmi, costituiti a loro volta di fonemi e morfemi, coesi fra loro tramite regole sintattiche. Praticamente ogni enunciato può essere analizzabile come frase.

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Spiego a Kratos il futuro

Dopo aver detto a Kratos tutto quello che c’ era da sapere sul presente , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul futuro e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul futuro – In una concezione lineare del tempo, il futuro è la parte di tempo che ancora non ha avuto luogo; nella concezione relativistica il settore dello spaziotempo nel quale si trovano tutti gli eventi che ancora non sono accaduti dato uno specifico sistema di riferimento. In questo senso il futuro è l’opposto del passato (la parte di tempo, momenti ed eventi, che già sono accaduti) e il presente (la parte di eventi che stanno accadendo proprio ora).

 

Il futuro ha sempre avuto un posto molto speciale nella filosofia ed, in generale, nella mente umana. Questo è ampiamente vero perché gli esseri umani hanno bisogno di una predizione degli eventi che accadranno. È forse possibile sostenere che l’evoluzione del cervello umano è in grande parte uno sviluppo di abilità cognitive necessarie a predire il futuro, per esempio l’immaginazione astratta, la logica e l’induzione. L’immaginazione ci permette di “vedere” un modello plausibile di una certa situazione senza osservarlo davvero. Le ragioni logiche permettono di prevedere conseguenze inevitabili di azioni e situazioni e per questo la logica dà utili informazioni sugli eventi del futuro. L’induzione, invece, permette di associare una causa alle sue conseguenze, una nozione fondamentale per ogni predizione del tempo futuro.

 

Nonostante questi strumenti cognitivi per la comprensione del futuro, il naturale evolversi stocastico di molti processi naturali e sociali hanno reso la previsione del futuro lo scopo, molto ricercato, di molte persone e culture attraverso gli anni. Le figure a cui veniva chiesto di vedere nel futuro, come i profeti e i divinatori, hanno beneficiato di grandi considerazioni e importanza sociale in molte comunità del passato, ma anche del presente. Intere pseudoscienze, come l’astrologia e la chiromanzia hanno avuto origine cercando di aiutare la previsione del futuro. Molto della scienza fisica può essere letto come un tentativo di fare predizioni quantitative ed oggettive sugli eventi.

 

Il futuro forma anche un argomento preminente per la religione. Spesso le religioni rendono infatti profezie sulla vita dopo la morte e anche sulla fine del mondo.

 

Nell’ambito della narrativa, la fantascienza molto spesso descrive degli ipotetici scenari di futuro, prossimo o remoto, o ancora la possibilità di effettuare il viaggio nel tempo per raggiungere epoche future.

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Spiego a Kratos il presente

Dopo aver detto a Kratos tutto sul passato , io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto sul presente e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul presente – Il presente è una delle parti del tempo, assieme al passato e al futuro.

 

 

 

Lo studio del tempo nella storia è stato ed è tuttora oggetto di ricerca soprattutto dalla fisica e dalla filosofia. I più illustri pensatori che hanno discusso sul tempo sono il filosofo Henri Bergson e il fisico Albert Einstein.

 

Per quanto questa asserzione risulti banale in apparenza, in realtà il suo significato risulta assai problematico, proprio per il concetto stesso di parte, la cui naturale collocazione è spaziale. Le parti di una cosa coesistono nella cosa, mentre le parti del tempo non coesistono, ma si alternano, secondo il flusso futuro-presente-passato.

 

 Il presente risulta, ad un rigoroso studio logico e matematico non esistere, in quanto per quanto si voglia delineare e limitare la sua definizione nello spaziotempo di fatto è infinitamente piccola, e quindi non si può misurare. Del presente infatti si può studiare solo il suo intorno (limite) che è formato da un po’ di futuro e da un po’ di passato. Da un futuro ormai molto vicino che passando per l’istante t 0 diventa un passato molto vicino. Il presente diventa una linea adimensionale che separa il passato dal futuro. Il presente non esiste se non diventa subito dopo contenuto della memoria del passato. Il futuro lo immaginiamo possibile con l’esperienza delle cose passate ma diventa reale solo passando per la linea del presente.

 

Tempo = susseguirsi di attimi (istanti t0)

 

 ∑ (t0,t1,t2,t3,t4,…….)

 

 t0

 

(punto) t0——-Δt

 

PASSATO – PRESENTE – FUTURO

 

La conoscenza sperimentale in ogni caso passa dalle capacità cognitive ed intellettuali in ordine al tempo che l’uomo possiede e cioè:

 

 Il passato => la memoria

 

 il presente => la percezione sensoriale

 

 Il futuro => l’immaginazione

 

 Il tempo trascorre in un eterno presente, il presente che noi percepiamo, a prescindere dalle nostre considerazioni spaziotemporali. L’uomo, che necessita di organizzare gli eventi della sua vita ha stabilito un calendario matematico che definisce le consequenzialità e la sequenzialità.

 

Il futuro ed il passato potrebbero essere costruzioni mentali (e non esistere) di cui non abbiamo la percezione sensoriale. Mentre il presente è l’unico presente(vicino) a noi di cui possiamo avere la tangibilità. Il passato per un uomo che non ha memoria non esiste cosi il futuro per un uomo che non ha immaginazione non esiste. Lo studio della memoria collettiva su cui rimane traccia del passato è quella che gli antropologi portano come necessità (causa necessaria) della nascita della scrittura. La necessità di comunicare un evento successo prima a chi viene dopo. La scrittura è una forma di memoria del passato che si rievoca rileggendola nel presente.I due approcci potrebbero sembrare in contrasto tra di loro infatti per la prima non esiste il presente per la seconda non esiste il futuro ed il passato. Lo studio infatti non è dei più semplici per quanto possa sembrare scontato. Gli aspetti fondamentali sono in definitiva due:

 

 il tempo esiste solo in virtù di uno spazio

 

 l’essere dello spazio (e non solo) “è” solo in virtù di un tempo

 

Per presente in termini più divulgativi nella vita di tutti i giorni si intende il momento corrente, inteso come intervallo di tempo che può andare da ore a mesi più vicino al nostro operare quotidiano, in ogni caso immediatamente percepibile.

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Spiego a Kratos il passato

Dopo aver detto a Kratos tutto sulle posate e dopo avergli fatto vedere alcune foto di varie posate ,io dissi a Kratos – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul passato e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti io dissi a Kratos tutto sul passato – Il passato identifica l’insieme degli eventi già accaduti o conosciuti, ovvero quella dimensione del tempo cronologico che riguarda gli intervalli temporali già trascorsi. Esso si contrappone al futuro e si distingue dal presente. Teorie scientifiche (relative ai buchi neri e la velocità della luce) o fantascientifiche (su macchine del tempo) ipotizzano che esso possa essere modificato, o che si possa tornare indietro viaggiando quindi nel tempo, ma la conoscenza attuale ritiene che il passato è ciò che è stato e che mai più sarà; esso non è mai ripetibile né modificabile. Di esso si può avere una visione mnemonica a base di elettro-scariche neurali tramite i ricordi, o una visione materiale solo attraverso fasci di luce (registrazioni su pellicole o fotografie) o di luce antica pervenuta attraverso la percorrenza delle distanze spaziali. Quanto avvenuto nel passato, è da noi saputo tramite le informazioni tramandate dalla conoscenza umana grazie alla scrittura. La notevole distanza, determina la perdita di conoscenza d’avvenimenti lontani, infatti, il passato ha questa caratteristica: oltre a non essere modificabile, quando è molto lontano si perde la sua conoscenza. Il passato avvenuto prima della scrittura, è difficilmente riconoscibile e la scienza si muove su diversi campi per scoprirne i contenuti. Una delle domande che l’uomo si pone sul suo passato è quella della propria origine e della nascita dell’universo; le molteplici teorie non offrono certezze e l’origine dell’uomo rimane un mistero. Il concatenarsi di fattori fisici, chimici, spaziali e temporali ha determinato il nostro presente e l’unica certezza che si ha sempre è il dato di fatto, che tutto ciò che c’è, è frutto di quanto successo prima. Dalla scrittura, l’uomo conserva una discreta conoscenza del passato. La storia dell’uomo e del mondo, racconta di una razza animale intelligente che ha preso il dominio del pianeta terra. Il presente planetario, è quanto causato e determinato dalle azioni passate dell’umanità, oltre dalle erosioni, dagli invecchiamenti, dai movimenti della terra. Il presente universale è quanto causato e determinato dal movimento cosmico.