Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Presentazione Storia

Foto della Tigre visto da Kratos

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Parlare con Kratos Presentazione Racconto Storia

Spiego a Kratos la tigre

Dopo aver detto a Kratos tutto sul succo di frutta e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora , gli dissi – adesso ti spiego la tigre e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla tigre – La tigre (Panthera tigris, Linnaeus 1758) è un mammifero della famiglia dei felidi. Con un peso che può arrivare fino a 300 kg, la tigre è il più grande dei cosiddetti “grandi felini” che costituiscono il genere Panthera (tigre, leone, giaguaro, leopardo e leopardo delle nevi), ed è l’unico felide moderno a raggiungere le dimensioni dei più grandi felidi preistorici. È un cosiddetto predatore alfa, ovvero si colloca all’apice della catena alimentare, non avendo predatori in natura, a parte l’uomo. Oltre che dalle dimensioni notevoli, è caratterizzata dalla particolare colorazione del mantello striato che serve a “spezzare” otticamente la figura dell’animale; il disegno del mantello varia leggermente da sottospecie a sottospecie. Vi sono tuttavia delle varianti al colore del mantello, principalmente nella sottospecie nominale Panthera tigris tigris (tigre indiana “del Bengala”), la più comune tra queste è quella con strisce nere su sfondo bianco. La parola «tigre» deriva dal latino tigris, che trae origine dal greco antico τίγρις, che a sua volta proviene dal persiano e significa «freccia», in riferimento alla velocità dell’animale; tale vocabolo è all’origine anche del nome del fiume Tigri.

 

Col nome Felis tigris, è stata una delle molte specie descritte per la prima volta nel XVIII secolo da Linneo nella sua opera Systema Naturae.

 

La denominazione scientifica, Panthera tigris, si presume derivi dal greco pan- («tutti») e theron («bestia»), ma è più probabile un’origine asiatico/orientale, con il significato di «animale giallo» o «bianco-giallo».

 

In zoologia, il termine «tigre» è stato utilizzato per estensione per definire molte specie di grandi felini maculati o a strisce: ad esempio, i termini «tigre d’America», «tigre della Guyana» e «tigre nera» in passato sono stati utilizzati per indicare il giaguaro (Panthera onca), chiamato ancora in molti paesi del Sudamerica e dell’America centrale «El tigre». «Gatto tigre» è anche un nome alternativo del gatto giaguaro, noto inoltre con il nome scientifico di Leopardus tigrinus.

 

Molti altri animali hanno un nome composto dalla parola «tigre», dovuta alla caratteristica striatura che li contraddistingue, come lo squalo tigre, la tigre della Tasmania, la zanzara tigre e il serpente tigre.

 

Anche nel campo dei minerali si riscontra l’utilizzo del nome, come per l’occhio di tigre, una pietra semipreziosa della famiglia dei quarzi.

 

Il nome viene anche utilizzato in alcune espressioni per indicare una persona aggressiva: ad esempio, si dice che un uomo feroce e spietato sia come una tigre o possa essere «geloso come una tigre». Al contrario, si parla di «tigre di carta» per descrivere qualcosa di spaventoso in apparenza, ma innocuo nella realtà.

 

Morfologia ed anatomia

 

La tigre è il felino selvatico più grande che esista in natura ed è anche uno dei più grandi predatori terrestri. Le dimensioni della tigre variano notevolmente da una sottospecie all’altra; infatti, una tigre di Sumatra di sesso maschile non pesa più di 140 kg per 2,3 metri di lunghezza, mentre una tigre siberiana può raggiungere i 300 kg per 3,3 metri di lunghezza. Anche l’altezza al garrese della tigre è molto variabile a seconda della sottospecie, da 85 cm a un metro, così come anche la sua lunghezza totale, con la coda, da 2 a 3,7 metri, ed il peso, che può variare dai 65 ai 300 kg.

 

Le orecchie della tigre, arrotondate, hanno la superficie esterna di colore nero con una macchia bianca al centro. Le pupille sono rotonde; il colore dell’iride varia dall’oro al verde, ma a volte può essere anche azzurro. Il naso è di colore rosa, caratterizzato a volte dalla presenza di macchie nere. Le vibrisse (i cosiddetti «baffi») sono molto folte e poste su un muso corto. La fronte è arrotondata. Il collo è coperto da un pelo fitto ed una pelle più spessa, soprattutto nei maschi. I canini della tigre sono tra i più lunghi tra tutti i felini e possono raggiungere una lunghezza di circa dieci centimetri. Come in tutti i membri del genere Panthera, l’osso ioide è parzialmente ossificato e permette all’animale di ruggire.

 

Organi sensoriali

 

La tigre può fare affidamento su due sensi sviluppatissimi, l’udito e la vista. Gli occhi, che le consentono di osservare anche il più piccolo movimento della preda prescelta, sono strutturati secondo le esigenze di un predatore notturno; grazie alla particolare conformazione dell’occhio, è in condizione di sfruttare i più tenui raggi di luce e di muoversi con disinvoltura nelle tenebre notturne.

 

Origini ed evoluzione

 

 I più antichi resti di un felino simile alla tigre sono quelli della Panthera palaeosinensis, trovati in Cina e a Giava. Questa specie era presente nel primo Pleistocene (circa 2 milioni di anni fa), ed era di dimensioni più piccole rispetto alla tigre moderna.

 

I più antichi resti fossili di vere e proprie tigri sono datati fra 1,6 e 1,8 milioni di anni fa, trovati a Giava e appartenenti ad una sottospecie, oggi estinta, chiamata tigre di Trinil (P. tigris trinilensis) e visse per circa 1,2 milioni di anni, sempre nel territorio di Giava.

 

Non è noto con certezza quale sia la regione d’origine della tigre, certamente essa si diffuse durante il Pleistocene in gran parte dell’Asia, inclusa la Beringia (da cui però non transitò nelle Americhe), l’India, Sumatra, Giava e Bali. Fino all’Olocene le tigri furono diffuse anche nel Borneo. Sono state trovate tracce di fossili anche in Giappone e sulle isole del Borneo.

 

Albero filogenetico

 

 L’Albero filogenetico comprendente la “Panthera tigris” appartenente al genere Panthera

 

Panthera

 

Panthera leo – Leone

 

Panthera pardus – Pantera o leopardo

 

Panthera onca – Giaguaro

 

Panthera tigris – Tigre

 

Panthera uncia – Leopardo delle nevi

 

Sottospecie

 

Sulla base dell’analisi morfologica e filogenetica (mediante analisi molecolare) sono state distinte nove differenti sottospecie di tigre.

 

La tabella comparativa riportata più sotto, evidenzia le differenze di taglia e peso tra esemplari adulti divisi per sesso delle diverse sottospecie. Per alcune di queste, come la Panthera tigris altaica, questi valori sono stati ridimensionati successivamente (Mazák, 1983; Miquelle (in Thapar, 2004); Matthiessen & Hornocker, 2001; Prynn, 2002).Sottospecie Peso (kg) Lunghezza totale (m)

 

 [esclusa la coda] Lunghezza cranica (mm)

 

 (esistenti) (maschi) | (femmine) (maschi) | (femmine) (maschi ) | (femmine)

 

 Panthera tigris altaica 180-306 | 100-167 2,7-3,3 | 2,4-2,75 341-383 | 279-318

 

 Panthera tigris amoyensis 130-175 | 100-115 2,3-2,65 | 2,2-2,4 318-343 | 273-301

 

 Panthera tigris corbetti 150-195 | 100-130 2,55-2,85 | 2,3-2,55 319-365 | 279-302

 

 Panthera tigris jacksoni 100-120 | 80-100 – | – 200-237 | 180-200

 

 Panthera tigris sumatrae 100-140 | 75-110 2,2-2,55 | 2,15-2,3 295-335 | 263-294

 

 Panthera tigris tigris 180-258 | 100-160 2,7-3,1 | 2,4-2,65 329-378 | 275-311

 

 (estinte) (maschi) | (femmine) (maschi) | (femmine) (maschi ) | (femmine)

 

 Panthera tigris balica 90-100 | 65-80 2,2-2,3 | 1,9-2,1 295-298 | 263-269

 

 Panthera tigris sondaica 100-141 | 75-115 2,48 | — 306-349 | 270-292

 

 Panthera tigris virgata 170-240 | 85-135 2,7-2,95 | 2,4-2,6 316-369 | 268-305

 

 FONTE: Vratislav Mazák, 1981

 

 (in K. Nowell, P. Jackson, Wild Cats. Status Survey and Conservation Action Plan, IUCN/SSC Cat Specialist Group, Gland 1996, p. 56).

 

Estinte

 

 Tre di queste si sono estinte nel XX secolo, la tigre del Caspio, la tigre di Giava e la tigre di Bali, e purtroppo un’altra sottospecie rischia di entrare in questa lista, la tigre della Cina meridionale. Le maggiori cause sono da imputarsi al fatto che la tigre è sempre stata vista come una minaccia per l’uomo, considerandola un animale nocivo da perseguitare. Un caso molto simile è sicuramente quello del lupo, con il quale ha in comune la fama di animale cattivo e feroce.

 

P. tigris virgata (estinta)

 

P. tigris sondaica (estinta)

 

P. tigris balica (estinta)

 

 La tigre del Caspio (Panthera tigris virgata), (Illiger 1815).

 

 Era diffusa in Anatolia, Caucaso, Kurdistan, Iran, Afganistan e in gran parte dell’Asia Centrale fino alla Mongolia. Questa sottospecie era tra tutte quella diffusa più ad occidente ed era inoltre una delle più grandi, rivaleggiando per imponenza con la tigre siberiana.

 

 L’ultimo avvistamento in natura avvenne intorno ai primi anni Settanta e non esistevano esemplari in cattività.

 

 La sua estinzione è stata attribuita alla caccia diretta contro la tigre ed alla caccia verso le sue prede, nonché alla costante distruzione del suo habitat.

 

 La tigre di Giava (Panthera tigris sondaica), (Temminck 1844).

 

 Era diffusa in Indonesia e più precisamente nell’isola di Giava, caratterizzata da una taglia, per effetto del ridotto areale, più piccola rispetto alle specie continentali, era ampiamente diffusa sino al XIX secolo.

 

 Dichiarata ufficialmente estinta nel 1994 (Gratwicke, 2007).

 

 Le maggiori cause dell’estinzione furono la distruzione del suo habitat naturale, della caccia da parte dell’uomo e del declino del numero delle sue prede (IUCN, 2007). Negli anni ’70 erano rimasti pochissimi esemplari all’interno del Parco nazionale di Meru Betiri, ma nel 1980, secondo il WWF e lo IUCN, la popolazione era scesa sotto i 5 esemplari. Nonostante un, ormai tardivo, piano di salvataggio e di conservazione della tigre di Giava, non vi furono più avvistamenti.

 

 La tigre di Bali (Panthera tigris balica), (Schwarz 1912).

 

 Era diffusa in Indonesia e più precisamente nell’isola di Bali, era la tigre con la taglia più piccola.

 

 Considerata estinta dal 1937.

 

 Le maggiori cause dell’estinzione furono attribuite, dato anche il piccolo e limitato habitat che aveva a disposizione (isola di bali), all’aumento della popolazione umana che comportò una forte deforestazione allo scopo di ottenere nuove superfici coltivabili, oltre che una vera e propria “persecuzione” della tigre, che incuteva timore nelle popolazioni locali. Il 27 settembre del 1937 fu abbattuto l’ultimo esemplare, una femmina.

 

Viventi

 

 Tra le sottospecie ancora viventi, si distinguono per essere le più grandi per dimensione, la tigre del Bengala (P. tigris tigris) e la tigre siberiana (P. tigris altaica), i cui esemplari maschi possono raggiungere i 3,5 m di lunghezza totale comprensiva della coda e arrivare a pesare fino a 280 kg (per quanto mediamente il loro peso si assesti su valori inferiori).

 

 La tigre reale del Bengala o indiana (Panthera tigris tigris) (Linneaus 1758).

 

 Sopravvive in poco più di 4000 esemplari ed è di gran lunga la sottospecie più consistente. È caratterizzata dalla possibile colorazione bianca a strisce nere, denominata tigre bianca. Luogo di principale diffusione è l’India, dove trova riparo soprattutto nelle foreste di mangrovie del delta del Gange, in quell’intrico di banchi sabbiosi, isole e isolotti che è conosciuto con il nome di “Sundarbans”, ma è presente anche nel Bangladesh, in Birmania e in alcune zone del Nepal. Tra le prede selvatiche preferite vi sono, cervi, cinghiali, gaur e bufali.

 

 La tigre siberiana o tigre dell’Amur (Panthera tigris altaica) (Temminck 1844).

 

 Risulta essere la più grande in stazza tra le sottospecie, caratterizzata da testa massiccia, pelo di un arancione chiaro, molto spesso e lungo, con striature ben distanziate fra loro, di color marrone anziché nero e zampe posteriori robuste e tozze, tutte caratteristiche fisiche frutto dell’adattamento alle rigide temperature del proprio habitat (foresta boreale e foresta temperata). Le prede principali sono l’alce e il cinghiale. A rischio critico di estinzione, non ne sopravvivono più di 300-400 esemplari adulti (IUCN 1996, Siberian Tiger Project, 2005). Nota particolare è la convivenza con il Canis lupus communis sottospecie di lupo grigio che vive nella Russia, con il quale sono in competizione nella caccia delle prede, studi hanno confermato che ove vi è una diminuzione di esemplari di tigre il numero di lupi cresce, mentre nelle zone dove la tigre è reintrgrata il numero di lupi diminuisce.

 

 La tigre della Cina meridionale (Panthera tigris amoyensis) (Hilzheimer 1905).

 

 Dotata di un manto liscio con striature nere, corte e larghe molto più distanziate fra loro rispetto alle altre sottospecie, un tempo era comune in tutta la parte orientale del Paese ma oggi è avvistabile soltanto nella provincia dell’Hunan.

 

 La tigre della Cina meridionale viene considerata come la tigre «basale», la sottospecie da cui si sono evolute tutte le altre tigri.

 

 È stata recentemente classificata come una delle 10 specie animali più minacciate del mondo, in quanto il numero dei suoi esemplari allo stato libero è stato valutato in non più di 80 unità, se non addirittura inferiore. Per questo si conosce molto poco della sua biologia e comportamento in natura. Una notizia promettente, per la sopravvivenza di questi esemplari, è arrivata nel 2007, quando l’Amministrazione Forestale della provincia cinese dello Shaanxi, ha confermato l’avvistamento di tigri sulle montagne Qinling, presenza che mancava da più di un ventennio.

 

 La tigre indocinese (Panthera tigris corbetti) (Mazák 1968).

 

 La popolazione, poco più di un migliaio di esemplari, attualmente è distribuita prevalentemente in Birmania, Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam. Le tigri indocinesi vivono nelle profondità delle foreste dei terreni collinari e montuosi, la maggior parte delle quali sono situate lungo i confini tra i vari Paesi. In precedenza alcune di queste tigri si trovano nel territorio malese, ed in seguito ad uno studio genetico, a partire dal 2004 sono state classificata come una sottospecie di tigre separata (Panthera tigris jacksoni), di conseguenza il numero reale delle tigri indocinese è di molto diminuito rispetto a quello stimato in precedenza. Nel territorio cinese la tigre è praticamente sparita, infatti nel 2009 l’ultimo esemplare conosciuto in Cina è stato ucciso e mangiato dagli abitanti dei villaggi nei dintorni del villaggio di Mengla.

 

 La tigre malese (Panthera tigris jacksoni) (Shu-Jin Luo Et al 2004).

 

 Ultima tra le sottospecie identificate e riconosciute ufficialmente, infatti gli esemplari di questa sottospecie, in passato erano classificati come tigri indocinesi (Panthera tigris corbetti), ma recenti studi genetici (2004) hanno invece chiarito che si tratta di una sottospecie a se stante. Il nome è stato scelto in onore dello zoologo Peter Jackson (ex presidente del Cat Specialist Group della IUCN).

 

 La tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae) (Pocock 1929).

 

 È caratterizzata dall’essere la più piccola tra tutte le sottospecie ancora esistenti, vive appunto sull’isola indonesiana di Sumatra. La popolazione selvatica è stimata tra i 400 e i 500 animali i quali vivono soprattutto nei parchi nazionali dell’isola. Come per le “cugine” indonesiane ormai estinte, la tigre di Bali e di Giava, il rischio di estinzione è altissimo e classificato come critico.

 

Variazione colore del mantello

 

Tigri bianche

 

 Le tigri bianche sono conosciute da molto tempo, infatti il primo di questi felini bianchi fu scoperto verso il 1820.

 

Queste tigri non sono considerate delle vere albine e sono caratterizzate da strisce nere o marroni ed occhi azzurri/blu con il naso color rosa.Infatti, questi esemplari, sono affetti da leucismo. Questa variazione di colore è considerata una mutazione causata da un gene recessivo chiamato chinchilla oppure color inhibitor, presente in altri mammiferi, tra i quali i gatti domestici e i conigli.

 

Questa particolare colorazione è presente solo nella sottospecie Panthera tigris tigris (tigre del Bengala), l’unica ad avere il gene recessivo che può dare il colore bianco. Anche se, nel Como zoo in Minnesota, una coppia di Panthera tigris altaica (tigri siberiane / dell’Amur) fratelli tra loro, ha dato alla luce un cucciolo che presentava una colorazione bianca a strisce nere. Le due tigri, catturate in natura, sono state classificate da alcuni esperti come due esemplari di Panthera tigris altaica, per altri invece come incroci tra tigri di razza del Bengala e Siberiana. Questi esemplari e la loro prole sono stati fatti accoppiare con altre tigri di pura razza Siberiana, dando alla luce cuccioli con la tipica colorazione della tigre, ma anche esemplari di color bianco, tipico delle tigri bianche.

 

Tigri bianche senza strisce

 

 Denominate anche (Stripeless / senza strisce) (snow white tigers / tigri neve bianca) derivano da un’ulteriore modifica genetica che ha “rimosso” la maggior parte delle strisce che normalemnte caratterizzano la tigre bianca, rendendo l’animale di un colore somigliante al bianco puro, ciò però non le rende delle vere albine.

 

I primi avvistamenti di tali esemplari privi di strisce o perlomeno molto poco visibili, sono avvenuti nel 1820 e descritti da scrittori e naturalisti, quali: Georges Cuvier, Richard Lydekker, Hamilton Smith, Edwin Landseer e John George Wood.

 

Tigri arancioni

 

 Le tigri “Golden” (Panthera tigris tigris) (chiamata anche Tiger Golden Tabby o strawberry tiger) sono una variazione di colore estremamente rara della tigre del Bengala, causata da un gene recessivo. Attualmente tali tigri si trovano solo in stato di cattività all’interno di Zoo o Riserve Naturali. Come per la tigre bianca, la sua differente colorazione non genera una nuova specie. La colorazione è dovuta al gene “wide band”, mentre per la tigre bianca è dovuto al colore inibitore (gene chinchilla albinistic).

 

Le Tigri Golden tabby hanno pelliccia color oro molto chiaro, gambe di un bianco pallido e strisce di color arancio debole. La loro pelliccia tende ad essere molto più spessa del normale rispetto ad altre tigri.

 

Come le loro “cugine” tigri bianche, tutte le tigri dorate hanno una parentela principalmente con quelle del Bengala, ma sono geneticamente “incrociate” con i geni della tigre dell’Amur o di altre sottospecie.

 

Attualmente le tigri Golden, vengono “utilizzate” anche per la riproduzione e perpetrazione della Tigre Bianca, infatti incrociando una tigre gold con una tigre bianca, i cuccioli saranno di tigre bianca. Nel 1970 una coppia di tigri arancioni eterozigoti, di nome Sashi e Ravi, hanno avuto 13 cuccioli (Alipore Zoological Gardens), di cui 3 erano bianchi a strisce nere.

 

Tigri blu

 

 La tigre maltese, o tigre blu, è una forma di colorazione non provata della tigre, segnalata in gran parte dalla provincia cinese di Fujian. Si dice che abbiano una pelliccia blu scuro a righe grigie.

 

Intorno al 1910, Harry Caldwell, un missionario americano e cacciatore, si imbatterono, presumibilmente, in una tigre blu al di fuori Fuzhou. La sua ricerca è raccontata nel suo libro Blue Tiger (1924), e dal suo compagno di caccia Roy Chapman Andrews nel suo Camps & Trails in Cina (1925, capitolo VII).

 

Diversi autori ne parlano nei loro trattati, ma non è stata ancora provata la trasmissione di questo carattere, cioè non è geneticamente codificato e come tale si ritiene che le tigri di colore blu o nero descritte dagli autori H. R. Caldwell, 1924; J. C. Caldwell, 1954; Pocock, 1929, 1939; Stonor, 1964; in diverse opere, possano essere degli esemplari cromaticamente aberranti.

 

 Nel 1924 l’inglese B. Caldwell descrisse una tigre azzurra, uccisa presso Foukien, in Cina. Questo animale melanico aveva un pelame grigio-azzurro, molto scuro.

 

Tigri nere

 

 Come per la Tigre blu non esistono reali prove dell’esistenza di questo tipo di colorazione, anche se è stata parecchie volte segnalata l’esistenza di tigri nere, somiglianti a pantere nere, nella giungla di Travancore.

 

Vari avvistamenti di tigri nere sono stati dettagliati in “The Wildlife of India” da parte di PE Gee, uno di questi risale nel settembre del 1895, quando pare sia stata avvistata una tigre di color nero, fatta dal colonnello S. Capper, la tigre scomparve nella giungla. La presenza di leopardo nero nel settore e la difficoltà di giudicare accuratamente le sue dimensioni rende questo un rapporto discutibile.

 

Nel marzo del 2009 in Sri Lanka è stato trovato un felino morto, in una trappola di un bracconiere, somigliante alle descrizioni degli avvistamenti della tigre nera, restano dubbi sul fatto che essa sia realmente una tigre nera o semplicemente che possa trattarsi di una Panthera pardus kotiya dello Sri Lanka.

 

Un saggio sulle tigri nere è stato presentato da parte dello zoologo Britannico Dr. Karl Shuker nel suo libro “Mystery Cats of the World”.

 

Ibridi

 

In cattività si sono verificati alcuni casi di incrocio fra leoni e tigri, l’accoppiamento tra un esemplare di leone maschio ed uno di tigre femmina dà origine ad un ibrido detto Ligre, mentre l’incrocio tra una leonessa ed un esemplare di tigre maschio dà origine al Tigone.

 

Distribuzione e habitat

 

Distribuzione sul territorio

 

Tempo fa, i territori occupati dalla tigre ricoprivano l’intera Asia, dalla Turchia fino alla costa orientale della Russia. Nel XX secolo le tigri sono mano a mano scomparse dalle zone a sud-ovest e in tutta la zona centrale dell’Asia, nonché dalle due isole indonesiane di Giava e Bali (causando la relativa estinzione di due sottospecie) e da vaste aree del Sud-Est e Asia orientale. Ormai le tigri hanno perso il 93% del loro areale.

 

Attualmente gli stati in cui è presente in natura sono tredici: Bangladesh, Bhutan, Birmania, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Laos, Malesia, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam, probabilmente vi sono presenti degli esemplari anche in Corea del Nord, ma non vi sono prove recenti a conferma.

 

Sanderson et al. nel 2006 ha lavorato alla stesura di una mappa mondiale che ben definisse l’attuale areale della tigre e le eventuali zone in cui l’animale potrebbe vivere e svilupparsi. Queste aree, denominate “Tiger Conservation Landscapes” o più semplicemente con l’acronimo TCL sono definibili come delle aree in cui vi è un habitat tale, da consentire la vita e la conservazione di almeno cinque esemplari di tigre

 

Sono state delineate 76 aree TCL, per una superficie totale di 1.184.911 km², di varie dimensioni, dalla più grande in Russia, con i suoi 269.983 km²al alla più piccola da 278 km² in India. Va considerato però che la reale superficie media delle aree è al di sotto dei 10.000 km² (circa 61 TCL). Gli studiosi Rabinowitz, Karanth e Nichols hanno individuato, come aree “migliori”, quelle situate nelle zone centrali, in quanto ricche di prede.

 

Tuttavia, il reale territorio adatto alla sopravvivenza della tigre è inferiore alla superficie totale indicata dai TCL, in quanto la maggior parte di essi contengono zone in cui la tigre non può più vivere, in quanto si trovano al di fuori dei territori delle aree protette e delle riserve naturali.

 

Bisogna anche segnalare che non è impossibile che l’esistenza delle tigri possa avvenire al di fuori dei TCL, anzi si sono documentati più di 500 casi, però, sempre secondo gli studi effettuati, si tratta di aree considerate troppo piccole per sostenere una popolazione a lungo termine.

 

Habitat

 

 La tigre occupa più di duecento diversi tipi di habitat, che possono svariare dalle foreste pluviali tropicali ai boschi di conifere e betulle nell’oriente russo, attraverso le mangrovie della foresta di Sundarbans.

 

Questo dimostra un’elevata adattabilità, caratterizzata dalla capacità di affrontare una svariata gamma di condizioni climatiche, che comprende zone completamente opposte tra loro, come quelle umide e calde ad aree estremamente rigide e nevose dove le temperature possono essere le più basse -40 gradi Celsius.

 

Fino al 2008 si credeva che la tigre potesse vivere fino ad un’altezza pari a 3000 metri, ma nel Bhutan, sono stare trovate e fotografate tracce di impronte di tigri che hanno dimostrato che questo predatore possa arrivare ad abitare in territori che si trovano tra i 3700 ed i 4300 metri. Nel 2010 alcuni reporter della BBC hanno scoperto, attraverso delle telecamere nascoste, che la tigre del Bengala si può spostare e permanere fino ai 4000 metri di altezza. Le cause di questo “spostamento”, ad elevate altitudini, possono essere imputate al riscaldamento globale ed alla pressione esercitata da parte dell’uomo, anche se esiste la possibilità che la tigre già naturalmente avesse vissuto a tali altezze ma semplicemente non fosse mai stata osservata finora.

 

 Gli ambienti sopra descritti adatti alla tigre, presentano tre caratteristiche di valore primario:

 

 abbondanza di fonti d’acqua;

 

 un’elevata presenza di vegetazione alta che conferisce una buona zona di caccia ed un buon riparo;

 

 La presenza di prede da cacciare per sopravvivere.

 

Tutti i tipi di foresta costituiscono un buon habitat per la tigre del Bengala. Oltre a quelle di mangrovie, già menzionate, sul delta del Gange, essa popola le umide foreste di alberi sempreverdi dell’Assam, quelle decidue del Nepal e quelle spinose dei Ghati occidentali. Ma il predatore si sente a proprio agio anche nelle giungle ricche di alta vegetazione, nel folto delle distese di bambù, nelle paludi e nelle boscaglie.

 

In Birmania la tigre predilige le fitte foreste subequatoriali, mentre quelle malesi e indonesiane mostrano un ottimo adattamento alla foresta pluviale. Gli esemplari della sottospecie siberiana si spostano, invece, lungo il bacino dell’Amur preferendo le foreste montane non abitate dall’uomo. Per proteggersi nei periodi più freddi, sviluppano uno strato isolante di grasso sul ventre e sui fianchi.

 

 Biologia

 

Riproduzione

 

 L’accoppiamento fra tigri può verificarsi un qualsiasi periodo dell’anno, ma generalmente è più comune che avvenga tra il mese di novembre ed il mese di aprile. Per questo gli accoppiamenti sono molto frequenti e caratterizzati dall’essere molto rumorosi. Va però considerato che il periodo di ciclo estrale della femmina dura pochi giorni, nei quali l’accoppiamento si intensifica in modo da aumentare le possibilità di fertilizzazione ed è caratterizzato dal fatto di essere breve ma ripetuto più e più volte al giorno.

 

L’accoppiamento non è caratterizzato da un’iniziale corteggiamento da parte del maschio, anzi è proprio la femmina che segnala la sua presenza con ripetuti gemiti e ruggiti accompagnato dall’emanazione di odori tipici che fanno recepire al maschio il suo stato di fertilità. Successivamente ha inizio il corteggiamento, mediante contatti, come il mordersi il muso vicendevolmente e con sfregamenti continui. Quando la femmina è pronta, assume la posizione tipica dei felini durante l’accoppiamento: si siede con le zampe anteriori distese e quelle posteriori piegate, il maschio si posiziona dietro di lei montandola e penetrandola, durante l’eiaculazione tende ad afferrare con le fauci la femmina per il collo. Una volta terminato l’accoppiamento, seguito generalmente un breve periodo di riposo, la tigre femmina si libera da sotto il maschio, girandosi anche con scatti violenti contro il suo “compagno”. Come tutti i felini, il pene è ricoperto da aculei che servono ad indurre l’ovulazione della femmina durante la penetrazione. Questi aculei potrebbero provocare dolori alla femmina, il che spiegherebbe il suo comportamento violento alla fine del rapporto.

 

 Il periodo di gestazione è di circa 93-114 giorni (3-4 mesi) e nella cucciolata normalmente, vengono alla luce circa 2÷4 cuccioli (si è registrato un massimo di sette) con un intervallo delle nascite di circa 10-20 minuti, caratterizzato dal fatto che ad ogni parto, la madre mangia il cordone ombelicale, l’amnios e la placenta Il peso si aggira intorno al 1 kg ciascuno (750 ÷ 1600 grammi). Una caratteristica dei cuccioli appena nati è la totale cecità e la completa impotenza nel compiere grandi movimenti, di conseguenza non sono in grado di difendersi da soli. Sono infatti le femmine ad occuparsi di loro nei primi giorni di vita, nascondendo la prole al riparo in tane, solitamente create in fitti cespugli e in fessure rocciose. Anche l’allevamento è a totale carico della madre, infatti l’esemplare maschio che dopo l’avvenuto accoppiamento si allontana, generalmente, non assume alcun ruolo nella vita di un cucciolo.

 

Si è addirittura riscontrato come esemplari maschi, che non siano riusciti ad accoppiarsi, abbiano ucciso dei cuccioli per rendere la femmina nuovamente ricettiva e potersi accoppiare con lei generando una propria prole, in quanto le tigri femmine sono in grado di tornare “in calore” e fertili entro 5 mesi dal parto se i cuccioli della cucciolata precedente sono andati persi. Anche per questo il tasso di mortalità dei cuccioli di tigre è piuttosto elevato, circa la metà non sopravvive oltre i due anni di vita.

 

La femmina di tigre, in condizioni normali, torna in uno stato fertile dopo venti mesi dal precedente parto, fino ad un’età di 14 anni, oltre la quale le tigri non possono più riprodursi.

 

Primi anni di vita

 

 Generalmente all’interno della cucciolata si crea la presenza di un esemplare dominante sui fratelli, che tende solitamente ad essere maschio, ma può essere anche di sesso femminile. Questo cucciolo generalmente domina i suoi fratelli durante la vita passata insieme, come nel gioco e nel momento della nutrizione e tende anche ad essere più attivo, lasciando le cure e la protezione offerte dalla madre prima rispetto agli altri.

 

I cuccioli vengono allattati dalla madre per il primo mese ed oltre di vita, infatti non lascerà toccar loro la carne cacciata per se stessa fino a che non abbiano compiuto i 40 giorni di vita, con uno svezzamento definitivo intorno ai due mesi.

 

I primi movimenti e attività che i cuccioli svolgono, che consistono nel “gioco” tra di loro e con la madre, avvengono dopo il primo mese.

 

A 8 settimane dalla nascita, i cuccioli sono pronti a seguire la madre al di fuori della tana che li proteggeva e dalla quale non erano mai usciti. Nonostante questo non si avventurano a “viaggiare” con la madre all’interno del proprio territorio, restando nei pressi della tana pronti a rientrare in caso di pericolo.

 

I cuccioli raggiungono una vera e propria indipendenza circa dopo i 18 mesi di età, ma nonostante questo non abbandoneranno la madre prima dei 2-2 ½ anni. Le femmine raggiungono la maturità sessuale intorno ai 3-4 anni, mentre i maschi all’incirca verso i 4-5 anni.

 

Comportamento

 

 Non molto si sa sulle abitudini della tigre allo stato selvatico. I rari studi fin qui effettuati si riferiscono soprattutto alla sottospecie più comune, quella del Bengala. È comunque noto che questo felino, a differenza del leone, raramente si trova in spazi aperti. Le sue maggiori garanzie di successo nella caccia risiedono, infatti, nella possibilità di inseguire furtivamente la preda per poi tenderle l’agguato nel momento più opportuno. In un territorio privo di alberi il suo sgargiante mantello si staglierebbe in modo troppo evidente, mettendo sull’avviso gli altri animali; esso si confonde invece molto bene con l’ambiente nel folto della giungla o nel sottobosco in prossimità di pozze d’acqua.

 

Le tigri, animali solitari, sono di norma poco disponibili a dividere il proprio territorio con altri simili. Sono stati osservati, tuttavia, occasionali incontri che non si sono conclusi con una lotta e anche casi di spartizione di una preda. È stato pure osservato che i maschi hanno un più spiccato senso di territorialità: essi tollerano le intrusioni delle femmine assai più di quelle compiute da rappresentanti dello stesso sesso, mentre le femmine sono più predisposte alla condivisione con esponenti di entrambi i sessi.

 

esemplare di Panthera tigris immersa nell’acqua

 

Le tigri marcano il territorio graffiando gli alberi, spruzzando le piste battute con urina e secrezioni prodotte da ghiandole anali e anche depositando le proprie feci in luoghi ben evidenziati. Questi segnali forniscono informazioni sul detentore del territorio e inoltre mettono sull’avviso i maschi al riguardo di femmine in calore.

 

Come tutti i predatori, la tigre cerca di risparmiare al massimo le proprie energie per impiegarle nella caccia. Perciò trascorre anche l’80% del tempo riposando o dormendo. Si muove all’alba o, preferibilmente, con le luci del crepuscolo per poi cacciare, se necessario, l’intera notte. Complice l’oscurità, può percorrere grandi distanze camminando lungo i letti dei ruscelli, i sentieri e anche le strade battute dall’uomo. Quando avvista la preda, striscia in avanti tenendo il corpo quasi a livello del suolo per evitare di essere scorta. Le strisce del mantello si rivelano in quei momenti molto utili per confondere la sua immagine con le ombre proiettate dall’erba alta.

 

Il possesso di un’area è particolarmente importante per la femmina, che soltanto se ha la certezza di muoversi in un ambiente ben conosciuto e ricco di prede, può crescere i suoi piccoli con relativa tranquillità. Il problema si pone soprattutto quando essi non possono ancora seguirla nella caccia: in questa situazione, infatti, la madre deve trovare cibo a poca distanza dalla tana, così da poter tornare e allattare la prole a intervalli regolari. La progressiva crescita dei figli le consentirà poi spostamenti sempre più lunghi, ma comunque l’impegno di alimentare a sufficienza se stessa e i cuccioli resta sempre molto gravoso per la madre. Il territorio di un maschio è abitualmente tre o quattro volte più grande rispetto a quello di una femmina, e ciò si spiega col fatto che la sua pulsione riproduttiva lo stimola all’incontro con più femmine in estro.

 

Le tigri compiono, all’interno dei loro territori, percorsi anche molto lunghi; questi itinerari sono disseminati di tane e nascondigli in cui riposare.

 

Diversamente dal leone e dal leopardo, la tigre non ha l’abitudine di salire sugli alberi.

 

Diversamente da altri felini, la tigre è molto attratta dall’acqua, ed è facile, quando il clima è caldo, vederla immersa in fiumi o ruscelli. Nuotatrice capace di percorrere lunghe distanze, insegue le prede anche nelle grandi pozze d’acqua, da cui riemerge tenendo in bocca l’animale appena ucciso. La forza dimostrata nell’effettuare questi trasporti è sorprendente. Può trascinare in un luogo sicuro, dove cibarsi con tranquillità, un maschio di bufalo indiano del peso di circa 900 kg.

 

Predazione e dieta

 

 La tigre ha un fabbisogno alimentare di 3-4 tonnellate di carne all’anno. Abitualmente caccia da sola. In casi eccezionali, però – come è già stato rilevato – si sono visti due esemplari cooperare all’abbattimento di una preda molto grande.

 

L’attività ha inizio di preferenza all’imbrunire. Il felino percorre, lento e silenzioso, i sentieri del proprio territorio, fermandosi talvolta per fiutare od osservare qualche traccia di possibili prede. Taluni esemplari sembrano compiere un preciso percorso, già ben delineato da marcature precedenti. La ricerca di cibo è comunque irta di difficoltà. Si è calcolato che su oltre 20 tentativi di agguato solo uno si conclude positivamente.

 

La tigre, dopo aver avvistato la preda, si nasconde nell’erba alta per avvicinarla quanto più è possibile senza farsi scorgere. Perché il suo attacco abbia possibilità di successo, deve trovarsi in un raggio d’azione che non superi i 10-20 metri. Quando il momento appare opportuno, il felino balza come una molla addosso all’animale facendo leva sulle potenti zampe posteriori.

 

Una tigre siberiana (Panthera tigris altaica) a caccia di un cervo

 

Spesso la sua stessa mole è sufficiente a far cadere a terra la preda, che viene subito artigliata con le zampe anteriori. Successivamente la tigre affonda i denti all’altezza delle prime vertebre del collo della vittima, in prossimità del cranio. Le zampe posteriori, saldamente appoggiate al terreno, le danno il giusto equilibrio per scuotere con violenza la testa dell’animale, provocando in breve la rottura della colonna vertebrale.

 

In taluni casi, la tigre attacca frontalmente puntando alla gola della preda; i denti affilati recidono vitali vasi sanguigni e anche se la giugulare non viene lesa, il felino ha forza sufficiente per trattenere la vittima nella sua morsa finché non muore per soffocamento.

 

Cacciatrice dalla enorme forza, la tigre è in grado di uccidere anche animali grandi quattro o cinque volte la sua taglia, lacerando loro i tendini all’altezza delle ginocchia con le sue zampe anteriori, per renderli impotenti. Successivamente si abbatte sul loro dorso uccidendoli nel modo già descritto. Altrimenti usando la sua forza li getta a terra e li uccide. Sono stati documentati molti casi di tigri che hanno gettato al terreno bufali e gaur sei volte il loro peso.

 

Dopo averla uccisa, la tigre trascina la carcassa della preda in un luogo isolato, lontano da animali spazzini come avvoltoi e sciacalli, e di preferenza in prossimità dell’acqua. Essa è solita cominciare il pasto dai quarti posteriori squarciando la pelle con gli artigli e i denti affilati e passandovi poi sopra la lingua rasposa. Un adulto di tigre del Bengala può divorare anche 30 kg di carne in una volta sola. In seguito sentirà il bisogno di dissetarsi. Se la preda non è ancora totalmente consumata, il predatore seppellisce i resti sotto un cumulo di foglie e ritorna sul luogo diverse notti di seguito per completare il pasto. Durante questo periodo, non si allontana mai troppo dalla carcassa per difenderla dagli altri animali affamati. La voracissima tigre si nutre di qualsiasi parte della preda, compresi polmoni, reni e altri organi interni; a differenza di altri felini, continua a ripulire la carcassa anche quando la carne, con il passare dei giorni, incomincia a imputridire.

 

Una tigre (Panthera tigris amoyensis) che si ciba di un Bos frontalis

 

La femmina di tigre, impegnata a portare cibo ai piccoli, li sorveglia durante il pasto e mangia soltanto quando essi sono sazi. Si è calcolato che una madre deve uccidere una volta ogni cinque-sei giorni, raggiungendo una quota annua di 60-70 prede, mentre una femmina priva di cuccioli soltanto una volta ogni otto giorni, non superando il numero annuo di 40-50 uccisioni. I cuccioli imparano a cacciare osservando la madre. La loro iniziazione comincia fin dalle prime settimane, attraverso i modelli di comportamento suggeriti dal gioco.

 

La tigre tenta di evitare durante la caccia ferimenti che potrebbero renderla invalida (probabilmente in modo istintivo), ma se riesce a raggiugnere una preda, può ingaggiare lotte sanguinose, data anche la scarsa percentuale di agguati che riescono. Gli orsi labiati e i cinghiali si difendono furiosamente e talvolta hanno ucciso il predatore. In genere non caccia animali più grandi dei gaur, ma può arrivare ad attaccare rinoceronti ed elefanti adulti se necessario. La lotta con questi ultimi può durare una notte intera e c’è un solo caso certificato di uccisione, con altri possibili. I primi invece subiscono attacchi molto più di frequente. È stato documentato un caso di uccisione anche di un coccodrillo di considerevoli dimensioni, abbattuto però sulla terraferma.

 

Attacchi contro l’uomo

 

 La tigre è il felino con la più alta reputazione di “mangiatrice di uomini”, particolarmente nel territorio indiano. Ciò non significa che l’uomo sia parte integrante della loro dieta, tuttavia può accadere che si verifichino degli attacchi da parte di alcuni esemplari nei confronti di persone, non necessariamente legati alla vera e propria caccia in cerca di cibo, ma più semplicemente perché si sentono minacciate o per difendere il loro territorio. Quindi, è da considerare come prima causa degli attacchi, l’invasione dell’areale da parte dell’uomo che nel corso degli anni ha sensibilmente ridotto l’habitat naturale della tigre, che unito ai cambiamenti climatici ha sempre più portato la tigre a contatto con l’uomo generando automaticamente, vista l’incompatibilità naturale tra di essi, scontri mortali . Dall’inizio del XX secolo, le vittime umane si sono di molto abbassate, nonostante tutto nel 1950, si sono rilevate all’incirca 5.000 decessi l’anno causati da attacchi di tigre.

 

Quindi vengono identificate come “mangiatrici di uomini”, solo quegli esemplari che considerano l’uomo come preda e lo attaccano per nutrirsi e che sono in grado di trasmettere e far accettare il sapore della carne umana, che normalmente non rientra nella loro “dieta”, ai piccoli e perpetuare una linea di mangiatrici di uomini.

 

Uno dei casi più celebri di “tigre mangiatrice di uomini” è sicuramente la Tigre di Champawat, così denominata in quanto occupava il territorio nel distretto della città di Champawat dopo essere stata cacciata dal Nepal. Questo esemplare, secondo le testimonianze tra le quali quella di Jim Corbett che la uccise nel 1907, aveva ucciso non meno di 438 persone in otto anni.

 

Si è riscontrato che la perdita o rottura dei canini, denti essenziali alla tigre per uccidere le sue prede, è un fattore che può spingere la tigre, che solitamente è in grado di attaccare anche animali molto più grossi di lei, verso prede più piccole e deboli, come anche gli essere umani. Questo fatto, fu notato da Jim Corbett dopo l’uccisione della Tigre di Champawat e confermata successivamente dalla testimonianza di Pierre Pfeffer, che riportò di una tigre ferita alla mascella da un colpo di fucile, che iniziò a nutrirsi di carne umana.

 

Al Sundarbans, grande foresta di mangrovie che si trova nel delta del fiume Gange e si estende su regioni appartenenti al Bangladesh e allo stato del Bengala Occidentale in India, appartengono le ultime “mangiatrici di uomini” che tra il 1948-1986, hanno ucciso più di 800 persone, ed attualmente ci sono attacchi che causano all’incirca cinquanta vittime ogni anno.

 

Sono stati adottati diversi metodi per evitare di subire attacchi e proteggere le persone che abitano e lavorano vicino o addirittura all’interno del territorio (areale) delle tigri, uno dei quali è l’indossare una maschera sul retro della testa, metodo che par essere efficace in quanto le tigri hanno l’abitudine di sferrare i loro attacchi alle spalle e questa maschera ingannerebbe la tigre sulla reale posizione della persona.

 

Rischio d’estinzione e minacce

 

 Nonostante le misure a tutela della conservazione della specie, attualmente tutte le sottospecie di tigre sono da considerarsi in pericolo d’estinzione. Si tratta di un processo in accelerazione a partire dagli ultimi due secoli. Fino alla metà del 1700, gli esemplari di questa specie erano numerosi e si spostavano agevolmente in ogni parte dell’Asia, costituendo i propri territori ovunque vi fosse abbondanza di prede. La loro popolazione complessiva superava la cifra di 100.000 unità, di cui 40.000 erano nelle giungle indiane.

 

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la situazione incominciò a cambiare radicalmente. Le armi da fuoco, divenute più efficienti, misero gli esponenti delle classi agiate nella condizione di fare della caccia alla tigre uno sport elitario. Contemporaneamente, l’infittirsi dei rapporti commerciali con l’Europa provocò la forte richiesta sul mercato di legname di pregio, come per esempio il mogano, che cresce nelle foreste indiane.

 

La caccia indiscriminata alla tigre da parte dell’uomo, dovuta in particolar modo al bracconaggio per il commercio delle pelli, alle credenze della medicina tradizionale cinese ed alla paura che l’animale incute per la fama di “mangiatrice di uomini”, il tutto aggravato dalla costante riduzione del suo habitat naturale, hanno portato ad una diminuzione drastica del numero di esemplari in natura. Nel 2006 una stima mondiale ha portato in evidenza che gli esemplari in natura si aggirerebbero tra i 3.402 e i 5.140, mentre gli ultimi rilevamenti pongono il numero intorno ai 3.200 esemplari.

 

Caccia alla tigre

 

 « “Possiamo affermare che ci vuole un sacco di polvere e piombo per la caccia alla tigre. […] Propongo quindi di utilizzare un fucile a doppia canna, calibro diciotto millimetri, con una pallottola cilindrico-conica, leggermente forata nella parte posteriore. ” »

 

 (A. Thomas-Anquetil, 1866.)

 

Caccia alle tigri con elefanti. Thomas Williamson, 1808

 

La tigre è stata considerata il trofeo di caccia per eccellenza nel corso del XIX secolo e del XX secolo, causando una forte diminuzione del numero degli esemplari in natura, da una stima risulta che, nel corso degli anni 1950-1960, più di 3.000 tigri sono state uccise per il solo scopo di farne un trofeo. La caccia alla tigre era diventata uno vero e proprio sport popolare tra i colonizzatori britannici dell’Asia, i Maharaja e gli aristocratici statunitensi. Questa caccia indiscriminata era “supportata” dal fatto che la tigre era considerata, causa credenze popolari, un animale estremamente pericoloso, delle volte un vero e proprio mostro mangiatore di uomini e di conseguenza un predatore da uccidere, portando al suo cacciatore gloria ed onori.[99] Nel tardo XIX secolo, alcuni cacciatori iniziarono a preoccuparsi del numero di esemplari di tigre, un esempio fu quando, il capitano delle guardie del Bengala riferì, nel 1882, che in due settimane di caccia alle tigri riuscirono a trovare ed uccidere solo due o tre esemplari rispetto alle decine che si trovavano in precedenza nello stesso lasso di tempo.

 

Le tecniche di caccia erano numerose, da quella a piedi con l’utilizzo di esche, quella con branchi di cani, quella a cavallo o con cammelli, oppure utilizzando tecniche come appiccando piccoli incendi per dirigere le tigri in determinate zone o quella di provocare la cecità all’animale attraverso apposite miscele diluite nell’acqua ove erano solite abbeverarsi, anche se la metodologia più diffusa era quella della caccia con gli elefanti.

 

In tempi più recenti la caccia alla tigre è dovuta al continuo avanzamento della presenza dell’uomo all’interno dell’habitat naturale, con coltivazioni, villaggi ed allevamenti, invadendo sempre più il territorio di caccia della tigre e non esistando ad ucciderne esemplari che avessero cacciato ed ucciso bestiame e cani o si fossero semplicemente avvicinati a quelli che ormai erano diventati territori abitati.

 

Bracconaggio

 

 

 

Verso la fine del XX secolo, visto l’avvento dei divieti per la caccia alla tigre grazie ai primi progetti di salvaguardia della specie (ultimo tra questi il divieto cinese del 1996), iniziò a formarsi un commercio illegale sulla tigre che diede vita ad un vero e proprio bracconaggio da parte di cacciatori di frodo. Nei primi anni del 1990 il bracconaggio era sostenuto soprattutto per il commercio delle ossa in favore della Medicina tradizionale cinese (Nowell, 2000) e nonostante le azioni per contrastarlo, anche a livello internazionale, tale commercio illegale persiste (Nowell, 2007). Vi sono altri fattori che alimentano la caccia di frodo e sono principalmente il commercio illegale di pelli, denti ed artigli (Pastore e Magnus, 2004; Ng e Nemora 2007).

 

Distruzione dell’habitat

 

Essendo la tigre una specie di animale che necessita di grandi spazi per poter vivere e riprodursi, è molto sensibile anche al minimo cambiamento dell’habitat in cui vive e la sua continua diminuzione è una delle principali cause che hanno portato la tigre al rischio d’estinzione.Tutto questo è principalmente causato dall’Uomo e dalla sua costante crescita demografica, considerata in Aasia una vera e propria esplosione demografica, che ha interessato aree che in precedenza offrivano alla tigre ampi spazi ove vivere. La conseguenza è stata una costante distruzione delle foreste, anche mediante grossi incendi. La deforestazione oltre all’aver limitato lo spazio fisico a disposizione della tigre, ha comportato uno squilibrio nella biodiversità delle aree, dando il via ad una drastica diminuzione delle prede ed ad un elevato rischio di contatto con l’uomo, che trasformando quello che era foresta in campi agricoli ed il relativo avanzamento delle aree urbanizzate era definitivamente entrato nella nicchia ecologica della tigre e di altre specie di animali.

 

Medicina tradizionale asiatica

 

 In Asia, i miti e credenze popolari, che spesso vogliono che parti di animali possano essere utilizzate come cura per malattie, hanno portato la medicina tradizionale a produrre farmaci con ossa di tigre, anche se la loro reale efficacia non sia mai stata provata. Nonostante ciò, resta molto diffusa questa credenza, soprattutto in Cina, dove molte persone hanno la convinzione che la tigre, oltre a queste pseudo-proprietà medicinali ed antidolorifiche, abbia anche poteri afrodisiaci. Tutto questo ha contribuito ad accelerare il rischio di scomparsa della specie.

 

 Negli ultimi anni, anche grazie a controlli, il traffico di ossa di tigre è diminuito sia in India sia in Russia. In Cina è stato vietato, a partire dal 1993, nella Farmacopea di utilizzare ossa di tigre. A Taiwan, il 59% delle farmacie sul territorio vendeva e preparava “farmaci” contenenti ossa di tigre, dai primi anni ’90 il numero è iniziato a calare fino ad arrivare al di sotto dell’1% nel 2009. Mentre in Birmania, Cambogia, Indonesia, Laos e Vietnam, la lotta contro il bracconaggio è molto debole e di conseguenza il mercato continua.

 

 Alcuni proprietari di aziende in Cina, vorrebbero poter vendere le ossa e le pelli di tigri morte in cattività.Però il WWF ritiene, che questa pratica di sfruttamento degli animali di allevamento, non aiuterebbe a far diminuire il bracconaggio degli animali selvatici, anzi comporterebbe un aumento dei allevamento indiscriminato di tigri con il solo scopo di poterle sfruttare una volta morte, per questo l’organizzazione mondiale per la conservazione della natura promuove campagne per impedire, l’allevamento in cattività di tigri a scopo mercantilistico (commercio di pelli e ossa).

 

Nemici in natura

 

 Essendo un predatore alfa, non ha predatori in natura che possano direttamente minacciarla e di conseguenza la tigre ha pochi nemici naturali.

 

 Tuttavia a volte si è riscontrato che degli orsi maschi hanno ucciso degli esemplari di cuccioli di tigre.

 

 Altri rari casi di attacco verso una tigre si sono riscontrati da parte di branchi di cani rossi selvatici indiani (Cuon alpinus), che, attaccando in gruppo, grazie ad una particolare tecnica di caccia a volte riescono ad avere la meglio su animali di taglia molto superiore della loro.

 

Conservazione della specie

 

 La continua riduzione del numero di esemplari in natura ha inserito la tigre all’interno delle specie a rischio d’estinzione. Per contrastare ed evitare l’estinzione si sono venuti a creare nel tempo vari progetti, Governativi e non (OGN), a salvaguardia ed alla conservazione della specie Panthera tigris. Attualmente, con il supporto di IUCN[113] molte delle iniziative, collaborano attraverso un programma denominato Save The Tiger Fund (STF).

 

Per consentire una migliore salvaguardia della specie si sono costituite delle riserve naturali, distribuite nei territori caratterizzati da un habitat tale, da consentire alla tigre una buona sopravvivenza in natura. Attualmente si contano ventitré riserve sul territorio Indiano, tre parchi nazionali in Nepal, diciannove in Thailandia, quattordici aree protette in Vietnam, cinque riserve nell’isola Sumatra, tre riserve in Russia ed una in Cina.

 

Progetto Tigre (India)

 

 Nel 1972, il governo indiano ha preso una decisione che si è rivelata forse determinante per la salvaguardia della specie: quella di condurre un’indagine sulla situazione degli esemplari superstiti. Ne è emerso un numero estremamente basso, pari a solo 1800 tigri. La stessa indagine, condotta sull’intero areale asiatico della specie, ha consentito di apprendere che le sottospecie di Bali e del Caspio si erano ormai estinte e la medesima sorte era probabilmente toccata alla sottospecie di Giava. Migliore la situazione nell’isola di Sumatra, in cui si era registrata la presenza di 600 esemplari, e in Indocina, dove la popolazione era stata valutata nel numero di circa 2000 esemplari. Assai limitato, ma relativamente stabile, appariva il numero degli appartenenti alla sottospecie siberiana, abitatrice di un ambiente meno sottoposto allo sfruttamento da parte dell’uomo.

 

Dopo questi rilevamenti, si è imposto il ricorso a misure drastiche per tutelare gli esemplari superstiti. Il governo indiano ha preso per primo l’iniziativa, e il 1º aprile del 1973 ha dato il via al Progetto Tigre (“Project Tiger”) vietando la caccia alla tigre e l’esportazione delle sue pelli e accogliendo successivamente l’invito, proveniente dalle grandi organizzazioni protezionistiche, di istituire riserve che costituissero zone di rifugio e di ripopolamento della specie. Il progetto governativo prese sempre più corpo, finanziato grazie anche a una raccolta di fondi a livello internazionale promossa dal WWF.

 

 

 

Indira Gandhi, in quell’epoca primo ministro, si interessò personalmente alla costituzione di un comitato per il coordinamento fra tutti gli Stati dell’India.[122] L’esempio fu seguito da altri Paesi, che realizzarono riserve naturali entro i confini del Bangladesh, del Nepal e del Bhutan.

 

Dal 4 settembre del 2006 il progetto fa parte della National Tiger Conservation Authority (NTCA) (Un organismo di diritto del il Ministero dell’Ambiente e delle Foreste, Governo dell’India).

 

Salvare la Tigre Cinese (Cina)

 

 Il Save China’s Tigers (SCT) nasce dalla necessità di evitare l’estinzione della tigre della Cina meridionale (Panthera tigris amoyensis).

 

 Nel 1998, quando ormai rimanevano non più di 30 esemplari allo stato selvatico e 60 in cattività, iniziano a formarsi i primi gruppi e progetti a salvaguardia della tigre, culminato con l’istituzione ufficiale a Pechino il 26 novembre del 2002, che in collaborazione con il Centre of the State Forestry Administration of China ed il Chinese Tigers South Africa Trust, porterà all’attuale progetto di salvaguardia e reintroduzione in natura della tigre della Cina meridionale. Il progetto ha permesso la costruzione di una riserva naturale in Cina ed una in Sudafrica, ove gli animali possano riprodursi in sicurezza e successivamente reintrodotti in natura nel loro habitat naturale nel territorio cinese.

 

La speranza ed obbiettivo del progetto è che dall’anno 2010 (anno cinese della tigre), i primi esemplari di tigre nati e cresciuti all’interno della riserva sudafricana, possano essere rimessi in libertà.

 

Progetti WWF

 

 Il WWF (World Wildlife Fund), la più grande organizzazione mondiale per la conservazione della natura, fin dagli anni ’70 è attivo per la salvaguardia della tigre, attraverso proprie iniziative o a supporto di altre già esistenti.

 

Nel 2002 ha steso un piano di conservazione della durata di 8 anni

 

Dal 2010 (anno cinese della tigre) ha varato il progetto Tx2: Double or nothing[128], che mira a raddoppiare il numero di animali presenti in natura entro il 2022 (data in cui ricorrerà il prossimo anno cinese della tigre), puntando soprattutto nel contrastare il bracconaggio, la distruzione dell’habitat, il commercio illegale di pelli ed alla protezione ed implementazione dei fondi di sostegno nonché alla collaborazione con i governi degli stati interessati.

 

Sono stati anche identificati i dieci problemi più gravosi alla base della minaccia d’estinzione della tigre, suddivisi per tipologia ed aree geografiche di interesse, che comprendo, oltre alle varie nazioni asiatiche dove la tigre vive, ma anche Europa e Stati Uniti. Infatti, il vecchio continente, risulta essere uno tra i più grandi consumatori di Olio di palma, che per essere prodotto necessità di convertire alla coltivazione di palme aree ecologicamente importanti come zone di foresta pluviale habitat primario della tigre.Mentre gli Stati Uniti sarebebro colpevoli di avere presenti sul proprio territorio numerosi esemplari in cattività non più reinseribili in natura.

 

La tigre nella cultura popolare

 

Mitologia, leggenda e religione

 

 La tigre ha un occupa una posizione importante nella mitologia e nell credenze in Asia. In particolare, nella religione induista, Shiva, il dio della distruzione, è raffigurato con una pelle di una tigre. Mentre Durga, dea delle diciotto braccia, monta una tigre in combattimento.

 

In India, la tigre è il simbolo della regalità e del potere divino, mentre in tutta la penisiola indocinese e nell’isola di Sumatra rappresenta il castigo divino.

 

Secondo il antico calendario lunare cinese, la “Tigre ( Hu)” è uno dei 12 segni dell’astrologia cinese che rappresentano gli anni del calendario. È anche tradizionalmente una delle quattro grandi creature delle costellazioni cinesi, chiamata la Tigre Bianca dell’Ovest (西方白虎, Xī Fāng Bái Hǔ) è associata all’ovest e all’autunno.

 

L’importanza di questo animale per il popolo cinese, la si nota anche nella fatto che esso viene consederato il “Re degli animali”, mentre nella cultura occidentale è solitamente il leone ad avere quel “titolo”.

 

Vi sono anche molte leggende con protagonista la tigre, come quella del principe Sa Chui che sacrificò la sua vita per sfamare una tigre e i suoi cuccioli, facendosi divorare da essi. Oppure l’usanza di apporre immagini di tigri bianche all’interno delle abitazioni per tener lontani e proteggerle dai topi e dai serpenti.

 

Arti marziali

 

 Nelle arti marziali, principalmente in quelle asiatiche (cinesi e giapponesi), la tigre è presente sotto forma di simbolo, ideologia e stili tecnici.

 

Nel Wushu (le arti marziali cinesi), la tigre simboleggia particolari tecniche e stili di combattimento, in particolare nello Xiangxingquan o stile imitativo, categoria di stili di arti marziali che riproduce i movimenti degli animali. Nella fattispecie troviamo: l’Huquan (虎拳, Pugilato della Tigre), Il Tanglonghushi (螳螂虎式, Tanglang Hu Shi, Stile della mantide religiosa e della tigre) e L’Heihuquan (黑虎拳, Pugilato della Tigre Nera).

 

Nel karate, la tigre è il simbolo di forza e coraggio, lasciato in eredità dal Maestro Gichin Funakoshi fondatore dello Stile Shotokan al gruppo Shotokai.

 

Arte

 

 Come il leone, anche la tigre è sempre stata un soggetto molto diffuso in tutte le forme di arte figurativa, nella pittura, nella scultura, in architettura, in letteratura, nella musica e nei Film.

 

La prime rappresentazioni di tigre, giunte ai giorni nostri, sono i mosaici degli antichi romani ove il felino rappresentava un punto di riferimento durante le festività (Ludi Romani) nelle lotte dei circhi romani.

 

Un classico esempio di utilizzo come soggetto della tigre è il monumentale dipinto di Rubens la Caccia alla tigre, che ha ispirato successivamente molti altri pittori e le opere di Rousseau. L’animale è stato inoltre inserito nei dipinti di molti altri artisti come Delacroix, Charles Lapicque, Salvador Dali e Géricault. Grazie alla presenza sul territorio la tigre è anche fortemente rappresentata nell’arte cinese, giapponese ed indiana.

 

Sport

 

 La tigre viene spesso utilizzata come simbolo e mascotte in ambito sportivo:

 

 Hodori (stilizzazione di una Tigre dell’Amur) fu il nome della mascotte ufficiale dei Giochi della XXIV Olimpiade in Corea del Sud (Seoul);

 

 Compare nell’emblema di numerose associazioni sportive, come per la Nazionale di calcio della Corea del Sud (le Tigri Asiatiche) ed in altre squadre di club, l’australiana Richmond Football Club e l’inglese Hull City Association Football Club ma è presente in altri numerosi sport, ad esempio nel rugby con Leicester Tigers, nel Cricket per la Nazionale di cricket del Bangladesh e nel baseball con i Detroit Tigers oltre altri numerori sport;

 

 Viene anche utilizzata come nickname da alcuni atleti, come il pugile tedesco Dariusz Michalczewski e il capitano della Nazionale di cricket dell’India, Mansoor Ali Khan Pataudi.

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Presentazione Storia

Foto del Succo di Frutta visto da Kratos

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Parlare con Kratos Presentazione Racconto Storia

Spiego a Kratos il succo di Frutta

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla frutta e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora la frutta , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul succo di frutta e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul succo di frutta – Con succo di frutta si intende il risultato della spremitura o della riduzione in puré di frutti diversi. I succhi di frutta come arance o mele sono molto comuni ed il loro consumo è cresciuto negli ultimi anni a causa delle loro qualità nutritive. I succhi possono essere concentrati e richiedere quindi l’aggiunta di acqua, e hanno un preciso livello di purezza, che in alcuni Paesi è per legge del 100%. Per la produzione di succhi di frutta si usano tecniche come l’evaporazione, essiccazione e pastorizzazione.

 

In Bulgaria e altri paesi per succo si intende un estratto dolcificato di frutta, mentre la versione naturale è detta nettare; in altri paesi, come la Norvegia, la Russia, i due termini hanno significati reciprocamente opposti.

 

Fra i succhi più popolari ci sono quelli di mela, arancia, arancia rossa, mandarino, pera, pesca, pompelmo, ananas, pomodoro, ribes, albicocca, uva, melograno e limone.

 

Anche se vi vengono spesso assimilati, non fanno parte dei cosiddetti soft drink.

 

Caratteristiche merceologiche

 

 Il termine succo di frutta fa in genere riferimento a due aree:

 

 I succhi densi (nettari: pera, pesca, albicocca, ecc.)

 

 I succhi liquidi (succhi al 100%: ananas, arancia, tropicale, pompelmo, ecc.)

 

Il succo di frutta al 100% è concepito più come una bevanda che come un alimento; il nettare al contrario è percepito come elemento nutrizionale.

 

I succhi di frutta veri e propri sono bevande di frutta al 100%, senza aggiunta di altri zuccheri al di fuori di quelli naturali della frutta (fruttosio). Essi sono ottenuti da un concentrato ricavato dall’eliminazione fisica di una parte dell’acqua che costituisce il succo.

 

I prodotti ottenuti da succo di frutta concentrato devono riportare per legge la dicitura “a base di succo concentrato”.

 

Il nettare (che può essere anche denominato succo o polpa) è un prodotto ottenuto mediante l’aggiunta di acqua o zuccheri alla purea di frutta (eventualmente concentrata) o, infine, ad una miscela di questi prodotti.

 

La denominazione “succo e polpa” può venire usata se la materia di partenza è purea di frutta, concentrata o non concentrata (per purea di frutta si intende il prodotto ricavato setacciando la parte commestibile dei frutti interi o pelati, senza eliminare il succo).

 

Si può affermare che entrambi i prodotti sono ottenuti attraverso trattamento a caldo (pastorizzazione) tuttavia, nei succhi concentrati, il prodotto si ottiene aggiungendo la stessa proporzione d’acqua estratta al momento della concentrazione, avvenuta prima del trasporto, e senza aggiunta di zuccheri. È ammesso l’uso di acido citrico (per acidificare ed esaltare il gusto del prodotto) e l’acido ascorbico (vitamina C), che svolge una funzione antiossidante e di mantenimento del colore del frutto.

 

Accanto a queste varietà, negli ultimi anni sono andate prendendo sempre più piede le cosiddette “bevande funzionali”, contenenti diverse vitamine (ad esempio i succhi ACE o i BCE), fibre vegetali, cereali o sali minerali (magnesio, calcio ed altri).

 

Tutti i tipi di succhi di frutta subiscono un processo di pastorizzazione che rende superfluo l’uso di conservanti, effettuato a temperature diverse a seconda del tipo di frutto (per esempio, maggiore per pesche e minore per agrumi).

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Presentazione Storia

Foto della Frutta visto da Kratos e Pandora

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Parlare con Kratos Presentazione Racconto Storia

Spiego a Kratos la Frutta

Dopo aver detto a Kratos tutto sull’ interruttore e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora una foto di un interruttore , gli dissi – adesso ti spiego tutto sulla frutta e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla frutta – Con la parola frutta si raggruppano comunemente vari tipi di frutti commestibili compresi alcuni che non sono propriamente frutti, come le pomacee, ed escludendone altri come i pomodori principalmente in base al tipo di uso che se ne fa nell’alimentazione.

 

Esiste una grande varietà di alberi da frutto: in tutte le regioni si coltivano le pomacee (mele e pere) e le polpose (pesche, albicocche, prugne, ciliegie e susine); nelle regioni a clima mediterraneo si coltivano anche gli agrumi (limoni, arance e mandarini) e la frutta in guscio (noci, nocciole e mandorle).

 

I tempi di maturazione sono diversi e questo fatto permette di avere polpose in estate, agrumi in inverno, pomacee nelle stagioni intermedie.

 

Usi

 

Molta frutta, sia fresca che secca, è usata commercialmente come cibo, mangiata fresca o in marmellate e confetture o altri tipi di conserve. Spesso la frutta è anche un ingrediente per vari piatti, specialmente i dolci. Se fresca, in genere, viene mangiata a fine pasto, anche se questa è più che altro solo un’abitudine comune. Infatti, gli esperti consigliano di consumarla sempre prima dei pasti. È consigliabile inoltre sostituire la merenda pomeridiana con della frutta fresca. Il consumo di frutta, nei Paesi mediterranei, è tradizionalmente più alto rispetto ai Paesi più nordici. C’è da dire però che il consumo di tale alimento non è mai abbastanza, e sarebbe buona norma abbondare, variando quotidianamente, a vantaggio della nostra salute. Infatti, è provato scientificamente che un abbondante consumo di frutta (e verdura) fresca, riduca notevolmente l’insorgere di numerose malattie. In genere i frutti che riescono a fornire la maggior quantità di vitamina C sono l’arancia e i suoi derivati (mandarino, mandarancio, clementina, ecc.)

 

Composizione della frutta

 

 La composizione chimica dei frutti dipende dal tipo di frutta e la sua maturazione.

 

 Acqua: Più di 80% e il 90% della composizione del frutto è l’acqua. A causa di questa elevata percentuale di acqua e aromi di sua composizione, il frutto è molto rinfrescante.

 

 Carboidrati: Tra il 5% e il 18% della frutta è costituita da carboidrati. Il contenuto può variare dal 20% nella banana fino al 5% nel melone, anguria e fragole. Altri frutti hanno una media di 10%. Il contenuto di carboidrati può variare a seconda delle specie e anche a seconda del momento della raccolta. I carboidrati sono di solito gli zuccheri semplici come fruttosio, saccarosio e glucosio, lo zucchero, facilmente digeribile e rapidamente assorbito. Nel frutto acerbo troviamo, amido, in particolare nel maturazione banane si trasforma in zuccheri semplici.

 

 Fibra: Circa il 2% del frutto è di fibre alimentari. I componenti di fibre vegetali che possiamo trovare nella frutta sono prevalentemente pectina e emicellulosa. La buccia del frutto è quella con la più alta concentrazione di fibre, ma anche dove si può trovare qualche traccia di contaminanti, quali insetticidi, che sono difficili da rimuovere se non con la pelatura del frutto. Le fibre solubili come la pectina gelificante o la forma di miscele di acqua viscoso. La viscosità dipende dal frutto da cui proviene e il grado di maturazione. Pectine pertanto svolgere un ruolo importante nella consistenza del frutto.

 

 Vitamine: Come carotene, vitamina C , vitamine del gruppo B. Secondo il contenuto di vitamine possono fare due grandi gruppi di frutta:

 

Ricco di vitamina C, contenenti 50 mg/100. Questi agrumi sono anche meloni, fragole e kiwi. Ricco di vitamina A: sono ricchi di carotenoidi, come albicocche, pesche e susine. Sali minerali: come verdura, frutta sono ricchi di potassio, magnesio, ferro e calcio. I minerali sono sempre importanti, ma soprattutto durante la crescita per ossificazione. Il minerale di potassio più importante. Quelli che sono più ricchi di potassio sono la frutta di pietra come l’albicocca, ciliegia, prugna, pesca, ecc.

 

 Calorie: Il potere calorifico è determinata dalla sua concentrazione di zucchero, compresi tra il 30-80 kcal/100 g. Come abbiamo frutto di grassi, come avocado che ha un 16% di grassi e di cocco che finisce per avere fino al 60%. Avocado contiene acido oleico che è un acido grasso, monoinsaturi, ma la noce di cocco è ricca di grassi saturi come l’acido palmitico. Avendo un alto valore di lipidi hanno un elevato valore energetico di 200 Kilocalorías/100grammi. Ma la maggior parte dei frutti sono a basso contenuto calorico rispetto al suo peso.

 

 Proteine e Grassi: composti azotati come proteine e lipidi sono scarse nella parte commestibile di frutti, mentre importanti nei semi di alcuni di loro. Così il contenuto di grasso varia tra lo 0,1 e lo 0,5%, mentre la proteina può essere compreso fra 0,1 e 1,5%.

 

 Profumi e Pigmenti: Il frutto contiene acidi e altre sostanze aromatiche che, insieme con elevato contenuto di acqua dei frutti rende questo rinfrescante. Il sapore di ogni frutto è determinata dal loro contenuto di acidi, zuccheri e altri aromi. L’ acido malico predomina nella mela, l’ acido citrico in arance, limoni e mandarini e acido tartarico in uva. Pertanto coloranti, aromi e astringente composti fenolici, anche in concentrazioni molto basse, un influsso determinante sulla frutta accettazione organolettiche.

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Presentazione Storia

Foto dell’ Interruttore visto da Kratos e Pandora

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Parlare con Kratos Presentazione Racconto Storia

Spiego a Kratos l’ interruttore

Dopo aver detto a Kratos tutto sul pane e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pane molte foto sul pane , gli dissi – adesso ti spiego tutto sull’ interruttore e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sull’ interruttore – L’interruttore è un dispositivo elettrico o anche un dispositivo elettronico wireless in grado di interrompere un circuito elettrico.

 

Quando l’interruttore è configurato in modo da consentire il passaggio di corrente si definisce chiuso, quando invece il passaggio è interdetto si definisce aperto (è l’opposto della terminologia usata in idraulica).

 

Introduzione

 

 mossi per entrare in contatto o per essere separati. Dispositivi più complessi possono agire contemporaneamente su più circuiti, per esempio per interrompere contemporaneamente le tre linee nel sistema trifase. Ogni contatto di un circuito separato è chiamato polo. Alcuni interruttori hanno una configurazione complessa di contatti, in cui per esempio quando un contatto viene aperto viene chiuso in contemporanea (con la solita manovra) un altro circuito. In questo caso si ha un deviatore o un commutatore. In altri modelli il ritorno alla posizione precedente dopo l’intervento dell’operatore viene effettuata da una molla comandata da un pulsante. In genere i punti di contatto sono rivestiti con metalli nobili quali il platino allo scopo di proteggerli dall’ossidazione che potrebbe dare origine a giunzioni inaffidabili e pericolosi surriscaldamenti, i contatti di elevata qualità sono realizzati in argento, metallo ad elevatissima conducibilità elettrica.

 

 Il sezionatore è un dispositivo elettrico in grado di aprire un circuito in modo certo e visibile. L’apertura del sezionatore è possibile effettuarla solo a vuoto (nessun carico collegato). Il sezionatore non è in grado di aprire un circuito in condizioni ordinarie (sotto carico) ed in condizioni di guasto (sovraccarichi o corto-circuiti).

 

Ogni interruttore è caratterizzato dalle seguenti proprietà:

 

 Tensione nominale: è la massima tensione sopportabile tra i contatti in posizione aperta. È determinata anche in base all’isolamento del dispositivo rispetto all’ambiente esterno.

 

 Corrente massima nominale: è la massima intensità di corrente elettrica che può attraversare l’interruttore senza danneggiarlo in seguito al surriscaldamento prodotto per effetto Joule.

 

 Potere di interruzione nominale: è la corrente massima che il dispositivo è in grado di interrompere e dopo l’interruzione è ancora in grado di proteggere il circuito. Per correnti superiori i contatti potrebbero non essere in grado di aprirsi.

 

 Grado di protezione IP: indica il livello di protezione verso il contatto con oggetti o col corpo umano e contro l’acqua. Nonostante le caratteristiche dichiarate dal costruttore, al pari dei relè, se è stato progettato in economia, la sua vita operativa può essere di breve durata, o per incollaggio dei contatti o per avvenuto isolamento degli stessi.

 

Da un punto di vista costruttivo un interruttore è estremamente diverso a seconda che debba operare a bassa, media o alta tensione, e anche in funzione della corrente nominale gestita. Si passa dai piccolissimi interruttori presenti all’interno di dispositivi elettronici, fino ai mastodontici interruttori delle stazioni elettriche di alta tensione.

 

Per gli apparecchi destinati all’impiantistica domestica in bassa tensione si usa una classificazione in base alla configurazione dei contatti:

 

 Interruttore semplice unipolare: è l’interruttore usato principalmente per i punti luce, in quanto opera solamente sul polo fase;

 

 Interruttore deviatore: è un dispositivo unipolare che consente di comandare un punto luce da due parti di una stanza;

 

 Interruttore invertitore: utilizzato quando si vuole comandare un punto luce da più parti di una stanza, invertendo il segnale (per far ciò sono necessari due deviatori più il numero di invertitori rimanente per ottenere il numero di comandi desiderato);

 

 Interruttore bipolare: interrompe sia la fase che il neutro.

 

Lo spegnimento d’arco

 

 All’apertura di un contatto e fino al raggiungimento di una certa distanza tra le parti, esiste un periodo in cui il campo elettrico presente può superare il valore di rigidità dielettrica dell’aria o comunque del mezzo in cui i contatti sono immersi. In questo momento si può innescare un arco voltaico che si può mantenere anche ad un successivo aumento della distanza tra i contatti.

 

 Nel momento in cui un circuito con presente un carico induttivo viene aperto, per effetto dell’autoinduzione si genera ai capi dell’interruttore una tensione superiore a quella di esercizio (sovratensione).

 

 Per effetto dell’arco il flusso di corrente non viene interrotto, venendo a mancare lo scopo dell’interruttore, ma soprattutto la temperatura del plasma causa il danneggiamento del dispositivo. Per questo motivo è importante provvedere ad una quanto più rapida possibile estinzione dell’arco.

 

Le tecniche impiegate per estinguere l’arco sono principalmente le seguenti:

 

Estinzione in aria

 

In interruttori con formazione di archi modesti l’estinzione si ottiene con un rapidissimo allungamento dell’arco in normale aria atmosferica. La forma dei contatti può essere configurata per sfruttare le forze elettrodinamiche prodotte dalla corrente per accelerare la separazione. In alcuni modelli si impiegano delle camere di estinzione oppure baffi divergenti dai due contatti, in cui l’arco viene trasferito dopo l’innesco, spinto dal calore generato dal plasma verso le parti più larghe e quindi stirato fino ad esaurimento.

 

Soffiatura pneumatica

 

Lo spazio compreso fra i contatti viene investito da un potente getto di aria che soffia via gli ioni dell’arco. La pressione può essere fornita da un pistone azionato da una molla, precaricata dal movimento della leva di chiusura dell’interruttore.

 

Soffiatura magnetica

 

La zona di contatto è sottoposta ad un forte campo magnetico che per effetto della forza di Lorentz devia gli ioni dalla loro traiettoria nell’arco. Il campo viene spesso prodotto da un solenoide che può essere percorso dalla stessa corrente da interrompere…

 

Immersione in fluido dielettrico

 

I contatti vengono immersi in un fluido isolante che presenta una rigidità dielettrica elevata, ed ha l’effetto di raffreddare rapidamente il plasma per conduzione e convezione. Viene impiegato olio minerale oppure esafluoruro di zolfo (SF6). Quest’ultimo ha la proprietà, se scaldato ad alta temperatura, di decomporsi in zolfo e fluoro, che cattura gli elettroni dell’arco.

 

Tipi di interruttori, deviatori e relè

 

 Sigla ed abbreviazioni Significato

 

 della

 

 sigla Nome

 

 inglese Nome

 

 americano Descrizione Simbolo

 

 SPST Singolo polo, singolo contatto (Single Pole, Single Throw) One-way Two-way È un semplice interruttore on-off: agendo sull’interruttore i due contatti possono essere connessi e disconnessi tra di loro.

 

 SPDT Singolo polo, doppio contatto (Single Pole, Double Throw) Two-way Three-way Semplice deviatore con un contatto (COM, Common) che può essere connesso o con L1 o con L2.

 

 SPCO

 

 SPTT, c.o. Deviatore con posizione centrale stabile (Single Pole, Centre Off o Single Pole, Triple Throw) Simile al SPDT. Il contatto SPCO/SPTT presenta un’altra posizione stabile centrale non collegata dagli altri due terminali.

 

 DPST Doppio polo, singolo contatto (Double Pole, Single Throw) Double pole Double pole Questo interruttore equivale a due SPST controllati da un singolo meccanismo.

 

 DPDT Doppio polo, doppio contatto (Double Pole, Double Throw) Equivalente a due SPDT controllati da un solo meccanismo meccanico.

 

 DPCO Deviatore con posizione centrale stabile (Double Pole, Centre Off or Double Pole, Triple Throw) Equivale a due DPDT. Presenta un’ altra posizione stabile centrale non collegata.

 

 Intermediate switch (interruttore intermedio) Four-way switch (interruttore a 4 vie) Deviatore del tipo DPDT con connessioni interne per applicazioni in cui si debba scambiare tra loro le due connessioni in ingresso/uscita: le connessioni presenti all’esterno sono solo quattro (internamente vi sono sei connessioni tra i due deviatori). Detto anche invertitore.

 

Interruttori speciali

 

A rottura forzata

 

 Se la chiusura di un interruttore avviene in condizione di circuito guasto (in cortocircuito) o sovraccarico, è possibile che, a causa della intensa corrente circolante prima che il contatto sia perfettamente stabilito, le due parti si “incollino”. Nel momento in cui si debba aprire il circuito la saldatura rappresenta un ostacolo. A volte la normale forza di separazione dei contatti può essere sufficiente a rompere la saldatura, altre volte no.

 

 Dove l’affidabilità di apertura di un circuito sia di importanza inderogabile, si usano degli accorgimenti costruttivi studiati per assicurare la rottura di eventuali saldature, evidenziando nel contempo il problema. In genere si utilizza una parte mobile (bilanciere) alle cui estremità siano presenti due distinti contatti, verso le due estremità della linea. I contatti sono tenuti chiusi da una molla. Nella manovra di apertura un albero eccentrico solleva il bilanciere da un punto non centrato rispetto al bilanciere stesso, in modo che l’apertura agisca solamente sul contatto più vicino. L’altro contatto opera come un semplice fulcro. Se il primo contatto è incollato si solleverà il secondo, facendo cardine sul primo. La torsione agisce rompendo la saldatura e ripristinando la situazione normale.

 

Di sicurezza

 

Gli interruttori di sicurezza sono usati per prevenire situazioni di pericolo su circuiti e macchinari. Per esempio nei vani corsa degli ascensori sono presenti interruttori di sicurezza, detti di fine corsa per bloccare il motore in caso di emergenza. Nei macchinari industriali devono essere presenti interruttori che fermino immediatamente i motori se viene aperto o smontato un elemento che possa essere causa di infortuni. È evidente che questi dispositivi devono avere una affidabilità elevata e costante nel tempo.

 

Automatici

 

In questi interruttori la manovra è eseguita automaticamente in base al verificarsi di determinati eventi predefiniti (tipicamente condizioni di guasto nelle linee o nei carichi protetti). Normalmente l’intervento automatico opera in una sola direzione, per esempio l’apertura del contatto, mentre l’operazione opposta (ripristino) viene compiuta manualmente (o attraverso un sistema di attuazione elettromeccanico) da un operatore ovvero da un sistema di supervisione e controllo (es. PLC SCADA che esegue una strategia di ripristino dei carichi). Sono esempi di questa categoria l’interruttore magnetotermico, l’interruttore con sganciatore di protezione elettronico, l’interruttore termico e l’interruttore differenziale. Nei sezionatori automatici degli elettrodotti il ripristino viene effettuato trascorso un tempo prefissato dall’apertura.

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Presentazione Racconto Storia

Foto del Pane visto da Kratos e Pandora

Categorie
Computer Database Foto Mondo Oggetti Panorama Parlare con Kratos Presentazione Racconto Storia

Spiego a Kratos il Pane

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla nutella e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora alcune foto riguardati la nutella , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul pane e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul pane – Il pane (dal latino panis) è un prodotto alimentare ottenuto dalla lievitazione e successiva cottura in forno di un impasto a base di farina di cereali e acqua, confezionato con diverse modalità, arricchito e caratterizzato sovente da ingredienti prettamente regionali.

 

Ha un posto fondamentale nella tradizione mediterranea come componente primaria dell’alimentazione, al punto che il termine stesso può diventare sinonimo di cibo o di nutrimento, non necessariamente fisico. Nella cucina più antica si usava il termine cumpanaticum per indicare ogni preparazione che poteva accompagnarsi al pane, sottolineando il suo ruolo fondamentale.

 

In Italia la legge ne stabilisce chiaramente le caratteristiche e le eventuali denominazioni con il Decreto del Presidente della Repubblica n.502 del 30 novembre 1998 che modifica la Legge n.580 del 4 luglio 1967.

 

Il pane può anche essere non lievitato, detto perciò azzimo, soprattutto nel caso sia da conservare per lunghi periodi. Tale è ad esempio il biscotto del marinaio, detto anche “galletta”, cibo di lunga durata (anche mesi) tipico della marineria a vela; anche diversi pani regionali italiani sono azzimi.

 

Il pane non lievitato è diffuso in diversi paesi medio-orientali.

 

Storia

 

 Il pane era noto all’homo erectus, veniva preparato macinando fra due pietre dei cereali con acqua, cuocendo poi l’impasto su una pietra rovente.

 

Intorno al 3500 a.C. gli Egizi scoprirono la fermentazione, un impasto lasciato all’aria cotto il giorno dopo, risultando un pane più soffice e fragrante. Per gli Egizi il pane non era solo una fonte di cibo ma anche di ricchezza.

 

Gli Ebrei mangiano pane azzimo, “Matzah”, in occasione della commemorazione dell’esodo dall’Egitto: l’uso del pane non lievitato è simbolo dell’accingersi a intraprendere il viaggio, data la rapidità della preparazione e la ottima possibilità di conservazione di tale tipo di pane. In ricordo dell’Ultima cena di Gesù Cristo il pane azzimo viene utilizzato nell’Eucarestia da molte confessioni religiose cristiane.

 

Dall’Egitto l’arte della panificazione passò in Grecia. I greci divennero ottimi panificatori, producevano più di 70 qualità. Inserirono alle ricette basi ingredienti come latte, olio, formaggio, erbe aromatiche e miele. Furono anche i primi a preparare il pane di notte.

 

Il pane nel mondo

 

 Il pane di frumento è il pane dei paesi occidentali, quindi dell’Europa temperata e della relativa diffusione etnica verso le Americhe delle popolazioni di origine europea. È la più importante fonte di carboidrati della dieta.

 

Nei paesi freddi nord europei è spesso diffuso il pane di segale, cereale molto più resistente del frumento al freddo e soprattutto adatto ad estati brevi; il pane di segale ha sapore più grezzo del pane di frumento, ma è molto ricco di proteine. La vulnerabilità della segale alla segale cornuta è una delle cause del Fuoco di sant’Antonio

 

In America l’alimentazione corrispondente da carboidrati di base, prima della conquista europea, era data soprattutto dal granturco o mais Zea mays, in varietà e preparazioni ad alta capacità nutritiva; nelle zone di montagna era ed è presente la Quinoa (Chenopodium quinoa), (pur questa non essendo a rigore un cereale).

 

Altri alimenti americani ricchi di carboidrati ma diversi dai cereali quindi sostanzialmente inadatti alla preparazione del pane erano (ed ancora sono) quelli derivati dalla patata, dall’Ulluco e dall’Oxa (od Oca). La citazione è dovuta dato che l’uso di tali ultimi alimenti è del tutto sostitutiva al pane, rende quindi inutile l’alimentazione a base di pane.

 

In Africa e nelle zone calde del sud-ovest asiatico (paesi arabi) spesso è usato il pane di miglio o di sesamo, in precise località africane è presente il pane di Teff. L’uso di tali cereali è giustificata dal fatto che questi trovano in quelle regioni le condizioni ottimali di coltivazione.

 

Nel sud est asiatico (India, Cina, Giappone) esiste l’uso di fare “il pane” (o meglio derivati ricchi di carboidrati più o meno analoghi al pane) con il riso, anche in questo caso per precisi motivi climatici che inducono la coltivazione di questo cereale.

 

Definendo la tipologia di questi “tipi di pane” occorre dire che raramente questi corrispondono al concetto di pane che noi conosciamo. Spesso ne è impossibile la “lievitazione” come noi la intendiamo (formazione di una massa soffice) che è possibile solo con l’equilibrio di carboidrati, proteine ed oli della farina di frumento in presenza di acqua e lieviti. Si hanno invece pani in forme e contenuto diversi, di forma piatta o di panetti solidi compatti o cremosi o gelatinosi, lievitati o non lievitati, ovvero fermentati da batteri acidificanti o trasformati da miceti.

 

Le fermentazioni sono spesso complesse, sorrette da sostanze aggiunte (erbe, fermenti, semi, legumi, proteine da carni o pesce) sulla base di ricette tradizionali gelosamente conservate; le fermentazioni (diversamente dalla lievitazione) hanno una maggiore funzione di arricchimento nutritivo o organolettico, oppure di passaggio di componenti nutritivi importanti (come i derivati di carni o pesce) in un cibo di notevole conservabilità (spesso le fermentazioni acide sono ottimi conservanti).

 

Questo è molto importante in luoghi e situazioni dove i nutrimenti pregiati possono essere molto rari, o non sempre disponibili, ed i sistemi di conservazione molto preziosi in ambienti difficili. Il “pane” quindi diventa solo una base di partenza di un prodotto spesso molto più complesso.

 

Un elemento importantissimo, ed ad oggi non ancora valorizzato, è l’esame critico dei rendimenti (definibili “notevoli”) delle sole trasformazioni, la batterica o la micetica (e non la saccaromicetica) in termini di arricchimento (aumento) in vitamine e proteine, partendo sostanzialmente da semplici carboidrati.

 

Anche la panificazione del Mondo Occidentale, inteso quello che utilizza il frumento, ha la sua “fermentazione arricchente pregiata” nell’uso del Lievito naturale; purtroppo tale fermentazione anche se è ancora ben possibile in ambito domestico o se è utilizzata per produrre pani di alta qualità, non è possibile che venga economicamente utilizzata a produrre il normale pane commerciale. La fermentazione con lievito naturale infatti è lenta, e comporta procedimenti biologici naturali più delicati e complessi di quelli di una sola reazione bio-chimica, utilizzata quasi solo a far diventare il pane soffice.

 

La qualità del pane

 

Nel mondo occidentale la maggiore evoluzione delle tecnologie panificatorie si è avuta grazie all’avvento di sistemi industriali moderni di molitura e spartizione delle frazioni farinose del frumento, (detto anche più comunemente “grano”).

 

La molitura (macinazione) tradizionale non separava accuratamente tutti i prodotti della macinazione del grano, in particolare non separava le parti oleose e proteiche dai semplici carboidrati (amidi).

 

La conservazione nel tempo di queste farine era limitata poiché essendo queste ricche in proteine, oli e vitamine, queste ultime parti rischiavano nel tempo di alterarsi ed irrancidire. Quindi il sistema tradizionale ovviava a tale fatto con la molitura del grano in moderate quantità, a preparare solo il prodotto per il consumo a breve o medio termine.

 

È da dire peraltro che la conservazione in grandi quantità e per tempi molto lunghi delle farine non era una esigenza molto sentita. Il sistema della macinazione era diffuso in ogni città e spesso in ogni villaggio, in ogni mese dell’anno a preparare il necessario per il mese successivo, senza alcun problema. La conservazione di magazzino si faceva facilmente con la materia prima, il frumento in grani, dato che questo si conserva piuttosto bene e quindi resta sempre a disposizione per essere man mano macinato.

 

Le componenti oleose e proteiche erano però quelle che davano (e danno ancora in alcuni pani tradizionali) aroma e fragranza al pane, fornendo quelle caratteristiche che costituiscono il pane “buono”, che spesso si sono perse nel pane corrente.

 

Con la tecnologia industriale attuale invece la separazione delle frazioni è rigorosa. I vantaggi merceologici sono ovvi, sotto forma della aumentata possibilità di conservazione delle farine (che sono quindi composte pressoché totalmente da amido), questo è vantaggioso per i trasporti su lunghe distanze e soprattutto nella possibilità di conservare le farine in condizioni anche non ottimali per tempi molto lunghi, senza avere perdite.

 

In questa maniera le altre frazioni più “instabili” della molitura sono messe da parte ed alimentano filiere produttive, spesso molto rimunerative, separate dalla panificazione: sono infatti dirottate a preparare prodotti dietetici, oli cosmetici, ecc.

 

Il pane però prodotto dalle farine così ottenute non avrebbe elevate qualità, sarebbe insipido e privo di nutrienti pregiati, di fatto costituito solo da amidi impoveriti, quindi è necessaria l’aggiunta di grassi vegetali, grassi animali, maltizzati, ecc. per raggiungere livelli accettabili di caratteristiche organolettiche. Non si ha peraltro certezza sulla natura e qualità di tali ripristini.

 

Anche le farine “integrali” dal commercio, nel senso corretto del termine, non sono affatto integrali, (perlomeno nel senso di costituzione completa del contenuto); sono solo la parte midollare (solo amido) del chicco con aggiunta della crusca (che è la parte legnosa e fibrosa esterna), ottima quest’ultima per la sua non digeribilità e per le note attività di promuovere, come sostanza inerte, la motilità intestinale. Mancano però le parti ricche, quelle corticali, con i minerali, gli oli e le vitamine, gli aromi, ed inoltre le parti del germe, ricco di proteine.

 

Ragionando su tabelle di dati circa il contenuto del seme di grano (o di altri cereali), in proteine, vitamine, amidi semplici e complessi ecc., cautelativamente conviene per ora considerare quei dati come non necessariamente attinenti al contenuto delle farine, né tanto meno del pane, salvo che sia specificatamente certificato.

 

D’altra parte la consuetudine di classificare (di fatto) le farine solo con la designazione “0″, “00″ (zero, doppio zero, a indicare la finezza, cioè durata, della macinazione), è quasi comparabile ad andare a definire le caratteristiche di un vino guardando la forma della bottiglia.

 

La preziosità di alcuni pani tradizionali regionali è proprio legata a questa differenza rispetto ai prodotti industriali, che non è solo di sapore; è noto che l’abuso di carboidrati raffinati (zuccheri e farine) impoveriti negli altri componenti equilibranti è una delle concause delle malattie glicemiche che costituiscono una importante patologia dell’epoca attuale.

 

 Le ricette

 

Le ricette più diffuse prevedono pressappoco l’impiego di due parti di farina di frumento e una di acqua, in parte freschi e in parte provenienti da un impasto precedente (lievito naturale o cosiddetta pasta madre); ne esistono tuttavia innumerevoli varianti in base al tipo di farine usate in aggiunta, oppure in sostituzione, di quella di frumento (ad esempio di mais o segale, ma anche derivata da legumi come la soia), oppure ancora per tipo di condimenti.

 

Quasi sempre al preparato per il pane viene aggiunto del sale durante la stessa fase di preparazione, eccetto alcuni tipi prodotti in Toscana, nelle Marche ed in Umbria (notoriamente privi di questo condimento). « Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui »

 

 (Dante Alighieri nel XVII canto del Paradiso)

 

Ugualmente possono essere aggiunti anche olio, burro, strutto e altri grassi.

 

Inoltre in tempi recenti è sempre più diffusa l’abitudine di sostituire il lievito naturale con il lievito di birra che permette una lavorazione e una lievitazione più rapide.

 

Una volta preparato l’impasto, il pane veniva avvolto in un panno e lasciato lievitare per due o tre giorni in un posto fresco e asciutto. Con la stessa modalità avveniva per alcune settimane la conservazione del pane morbido appena sfornato.

 

Numerosi i tipi di pane riconosciuti in Italia come Prodotti agroalimentari tradizionali, o con D.O.P. o I.G.P..

 

 Lavorazione e commercializzazione

 

 Il D.P.R. 30 novembre 1998, N. 502 che disciplina la lavorazione prevede, fra le altre cose, IVA al 4% per il pane normale e quello speciale prodotto con l’aggiunta di burro, olio di oliva, strutto, latte, zibibbo, uve passe, fichi.

 

 Con altri ingredienti, IVA al 10%.

 

 L’umidità del pane destinato al commercio secondo la legge italiana l’art. 16 della Legge 4.7.67 n. 580 (così modificato dall’art. 22, comma 2, del D.L.vo 27.1.92, n. 109) dice: Il contenuto in acqua del pane a cottura completa qualunque sia il tipo di sfarinato impiegato nella produzione del medesimo, con la sola eccezione del pane prodotto con farina integrale, per il quale è consentito un aumento del 2 per cento, è stabilito in base alla pezzatura  ezzature Umidità massima %

 

 Sino a 70 grammi 29

 

 da 100 a 250 grammi 31

 

 da 300 a 500 grammi 34

 

 da 600 a 1.000 grammi 38

 

 Oltre 1.000 grammi 40

 

Per le pezzature di peso intermedio, tra quelle sopra indicate, il contenuto massimo in acqua è quello che risulta dalla interpolazione fra i due valori limite.

 

Le caratteristiche analitiche del pane devono identificarsi coi tipi di farina con i quali il pane è stato prodotto. È tollerata una maggiorazione di 0,05 sul contenuto in ceneri, rispetto a quello degli sfarinati impiegati nella produzione del pane.

 

Sino al 2006 le aperture di nuovi impianti (panifici) per la produzione del pane erano regolate dalle camera di commercio che rilasciavano una licenza di esercizio. Col Decreto Bersani l’impianto di un nuovo panificio, il trasferimento o la trasformazione di panifici esistenti sono soggetti ad una “Dichiarazione di inizio attività”.

 

Il pane è uno degli alimenti, insieme al caffè sui quali esiste il maggiore margine di guadagno.

 

Consumo

 

 La riorganizzazione della filiera alimentare, la costituzione di grandi sistemi distributivi dominanti e l’eliminazione degli anelli distributivi intermedi, risultano un modo potenziale per contenere i prezzi al consumo, ma la adozione di grandi sistemi integrati e dominanti rende però maggiormente possibile la istituzione di cartelli di monopolio che sottraggono al consumatore il controllo del mercato, e quindi ogni influenza virtuosa a sostenere la qualità, ed anche a contenere i prezzi.Consumi di pane in Europa – Fonte: Insee, 1999

 

 Paese Consumo annuale

 

 (kg annui pro capite) Parte della produzione

 

 industriale

 

 (in %)

 

 Germania 84 35

 

 Danimarca 72 51

 

 Austria 70 34

 

 Italia 66 10

 

 Belgio 65 36

 

 Paesi Bassi 60 74

 

 Francia 58 20

 

 Norvegia 58 ?

 

 Spagna 57 20

 

 Inghilterra 37 77

 

Tecniche di preparazione

 

 Non esiste un metodo unico per la preparazione del pane.

 

Vengono riconosciuti tre principali metodi: diretto, semidiretto e indiretto.

 

 Metodo diretto: consiste nell’impasto di tutti gli ingredienti in un’unica fase.

 

 Semidiretto: consiste nell’impasto di tutti gli ingredienti in un’unica fase aggiungendo il lievito o la pasta di riporto ( è un pezzo di pasta lievitata il giorno precedente).

 

 Indiretto: prevede due fasi, nella prima si prepara un preimpasto di acqua, lievito e farina chiamato biga o Poolish in base alla proporzione degli ingredienti che ne determina la consistenza; nella seconda si aggiunge al preimpasto, lasciato fermentare secondo i casi dalle 4 alle 48 ore, tutti gli altri ingredienti.

 

I vantaggi del metodo indiretto sono:

 

 Il gusto e profumo più intensi.

 

 Alveolatura più sviluppata (i buchi nella mollica).

 

 un prodotto più digeribile.

 

 Durata di conservazione più lunga.

 

 Riduzione dei tempi di fermentazione dell’impasto finale.

 

 Migliori caratteristiche strutturali e meccaniche (si ottiene una pasta più facile da lavorare).

 

Gli svantaggi sono:

 

 Maggiori difficoltà di preparazione.

 

 Tempi più lunghi.

 

 Un monitoraggio costante delle temperature.

 

Processi della produzione

 

 I processi principali della produzione del pane sono:

 

 Impasto

 

 L’impasto è quella operazione che permette di amalgamare tutti gli ingredienti di idratare le proteine della farina in particolare la gliadina e la glutenina. Queste due proteine semplici poste a contatto con l’acqua formano un complesso proteico detto glutine che costituisce la struttura portante dell’impasto rappresentata come forza della farina. Si tratta di una sorta di reticolo all’interno della massa di farina e acqua che la rende compatta, elastica e capace di trattenere gli amidi ed i gas della lievitazione che formano così le bolle caratteristiche della struttura spugnosa della mollica. L’impasto si esegue con macchine dette impastatrici. La temperatura dell’impasto, una volta ultimato, è ottimale tra 22 gradi C e 26 gradi C. Le stagioni calde e lavorazioni con macchine automatiche richiedono una temperatura più bassa. La temperatura della pasta viene regolata aumentando o diminuendo la temperatura dell’acqua. Nei mesi più caldi si può arrivare a utilizzare il ghiaccio in scaglie per abbassare la temperatura.

 

 Puntatura

 

 L’impasto viene lasciato riposare. I tempi variano a seconda della ricetta e della forza della farina.

 

 Spezzatura e formatura

 

 In questa fase l’impasto viene diviso in pezzi del peso desiderato questa fase viene effettuata a mano o con macchine chiamate spezzatrici o con gruppi automatici che oltre dividere l’impasto creano le forme.

 

 Lievitazione Per approfondire, vedi la voce Fermentazione alcolica.

 

In questa fase le forme del pane raddoppiano o triplicano il volume. Il pane viene adagiato su assi in legno o teglie, il tempo varia a seconda della quantità e del tipo di lievito utilizzato. In questa fase avvengono varie reazioni chimiche che, a partire dagli zuccheri, producono alcol e anidride carbonica che viene trattenuta dal glutine. Durante questa fase il pane può essere coperto con dei teli (in lino o plastica) per evitare la formazione di crosta causata dall’evaporazione dell’acqua dalla superficie. Esistono anche delle celle di lievitazione che permettono di regolare e controllare la temperatura e umidità dell’aria.

 

 Cottura

 

 La cottura è quel processo che attraverso una serie di trasformazioni chimiche, biologiche e fisiche permette di ottenere un prodotto commestibile. La cottura del pane avviene in forni che possono essere principalmente di tre tipi a camere, rotativi e tunnel.

 

 La temperatura di cottura varia da 220 °C a 275 °C e il tempo da 13 a 60 minuti. Indicativamente per pezzature grandi si utilizza una temperatura più bassa e un tempo maggiore. La pasta assorbe calore dalle pareti (irradiazione), dall’aria (convezione) e dalla piastra di cottura (conduzione). L’acqua presente all’interno evapora in superficie questa dilatazione provoca un aumento del volume e l’idratazione della superficie permette di non seccare la crosta. Durante tutto il tempo di cottura la pasta al suo interno non supera mai i 98 °C. Il riscaldamento dell’interno della pasta avviene in modo graduale. Da 30 °C a 40 °C continua la fermentazione dei lieviti e la produzione di zucchero da parte degli enzimi. Da 40 °C a 60 °C avviene la morte dei saccaromiceti e inizia la solidificazione dell’amido. Tra i 60 °C e 80 °C avviene la completa solidificazione dell’amido la cessazione dell’attività enzimatica e la volatilizzazione dell’alcol etilico. Tra i 100 °C e 140 °C in superficie avviene la completa evaporazione dell’acqua che permette la formazione della crosta e la caramellizzazione degli zuccheri che conferiscono alla superficie il colore ambrato.

 

Valori nutritivi

 

 Il pane, la pasta e il riso sono alimenti ricchi di zuccheri (o carboidrati), in una dieta equilibrata i carboidrati dovrebbero fornire il 50-55% delle calorie. Il pane come tutti gli alimenti presi singolarmente non è un alimento completo, è ricco di fibre in particolare quello integrale.

 

COMPOSIZIONE CHIMICA per 100g

 

 Tipo Parte edibile

 

 % Acqua

 

 g Proteine

 

 g Lipidi

 

 g Carboidrati

 

 g Amido

 

 g Zuccheri

 

 solubili

 

 g Fibra totale

 

 g

 

 Pane al malto 100 26,0 8,3 2,4 56,6 27,7 26,1 0

 

 Pane azzimo 100 4,5 10,7 0,8 87,1 77,5 1,9 2,7

 

 Pane di segale 100 37,0 8,3 1,7 45,4 39,5 1,8 4,6

 

 Pane tipo 0 100 31,0 8,1 0,5 63,5 55,9 2,0 3,8

 

 Pane tipo 00 100 29,0 8,6 0,4 66,9 59,1 1,9 3,2

 

 Pane tipo 1 100 34,0 8,9 0,6 59,7 52,3 2,2

 

 Pane tipo integrale 100 36,6 7,5 1,3 48,5 6,5

 

 Pane al latte 100 33,5,0 9,0 8,7 48,2 41,3 2,7 1,9

 

 Pane all’olio 100 30,8 7,7 5,8 57,5 41,3 4,0 3,7

 

VALORE ENERGETICO per 100g

 

 Tipo Parte edibile

 

 % kcal kJ

 

 Pane al malto 100 267 1117

 

 Pane azzimo 100 377 1576

 

 Pane di segale 100 219 915

 

 Pane tipo 0 100 275 1151

 

 Pane tipo 00 100 289 1209

 

 Pane tipo 1 100 265 1108

 

 Pane tipo integrale 100 224 935

 

 Pane al latte 100 295 1234

 

 Pane all’olio 100 299 1249

 

Pani regionali italiani

 

Abruzzo

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Pane casareccio aquilano Sì ? Filone da 1 o 2 kg Provincia dell’Aquila

 

 no foto Pane di Cappella Sì ? Pagnotta del peso di 500 gr. Provincia di Chieti

 

 no foto Pane di mais ? ? pane di farina di mais Regionale in particolare la zona di Teramo

 

Basilicata

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Pane di Matera Sì Sì Forma a cornetto Provincia di Matera

 

 no foto Mescuotte No No Provincia di Potenza

 

 no foto Taralli Sì No taralli secchi preparati con olio e peperoncino Regionale

 

 no foto Pane di Cuddura No No Pane di grano tenero Regionale

 

 no foto Fresella Sì No Mezza ciambella di grano tenero essiccata, da preparare al momento Regionale

 

 no foto Panella (pane) Sì No Pagnotta Regionale

 

 no foto Pannarella Sì No Pane dolce pasquale Matera

 

 no foto Rucculo o Ruccùl Sì No Focaccia condita con olio, aglio e sale Provincia di Potenza

 

 no foto U ficcilatìdd Sì No Pane di grano tenero, lievito naturale, strutto, olio, semi di finocchio Provincia di Matera

 

Calabria

 

 Immagine Tipo Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Fresa o Friselle No No Regionale

 

 no foto Pane a cuddhura No No Regionale

 

 no foto Pane con la giuggiullena No No Pane di farina di grano duro con semi di sesamo Provincia di Reggio Calabria

 

 no foto Pane di castagne No No Pane di farina di castagne e farina di grano tenero Provincia di Cosenza

 

 no foto Pane di patate No No

 

 no foto Pane di Pellegrina No No Pane di grano tenero con crusca Provincia di Reggio Calabria

 

 Pitta No No Pane di farina di grano tenero, forma a ciambella Regionale

 

 no foto Pitta collura No No Pane rituale Umbriatico

 

 no foto Pizzata No No Pane di farina di mais Catanzaro e Nardodipace

 

 no foto Pane pizzata No No Pane di farina di mais Mammola e Comuni montani limitrofi

 

Campania

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Cicenielli (pane) No No

 

 no foto Pagnotta con l’olio No No

 

 no foto Pagnotte Santa Chiara Sì No

 

 no foto Pane di Saragolla Sì No Pane di semola rimacinata del tipo di “saragolla” Provincia di Benevento

 

 no foto Pane cafone No No pane biscotto integrale

 

 no foto Treccia con pancetta No No Pane con pancetta Napoletano

 

 no foto Tarallino di Capri No No

 

 Tòrtano o casatiello Sì No Napoletano

 

Emilia-Romagna

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Coppia Ferrarese Sì Sì Provincia di Ferrara

 

 no foto Gnocco fritto, crescentina Sì No Province di Ferrara, Bologna, Modena, Parma e Piacenza

 

 Piadina Sì No Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e Bologna

 

 Cornetti ferraresi

 

 Gnocco ingrassato

 

 Pane con il bollo Pane di Pavullo

 

 Miseria

 

Friuli Venezia Giulia

 

 Biga

 

 Grispolenta

 

 Pan de Frizze

 

Lazio

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Ciriola romana Sì No Lazio

 

 no foto Pane di Lariano Sì No Lazio

 

 no foto Pane casareccio di Genzano Sì Sì Lazio

 

Pane casareccio

 

 Pane di Lariano

 

 Pane salisanese

 

Liguria

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 Focaccia genovese Sì No i pane piatto (al massimo 2 cm) condito con olio d’oliva e sale grosso Liguria

 

 Carpasina (Pan d’ordiu)

 

 Ciappe

 

 La galletta

 

 Libretto Pane di Chiavari

 

 Pane di Triora

 

 Sardenaira

 

 Schiacciata con polenta

 

 Sciappa

 

Lombardia

 

Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 Rosetta o michetta No No È un tipo di pane soffiato Lombardia

 

 Al panon

 

 Banane di semola

 

 Baule mantovano

 

 Brazzadela

 

 Chizolina

 

 La tera

 

 Lüvadel

 

 Maggiolino

 

 Mantovano Pane di grano saraceno

 

 Pan coi fichi

 

 Pane di Como

 

 Pane di riso

 

 Pane di segale

 

 Pane di zucca

 

 Pavese o Micone o Micca

 

 Stradella

 

Marche

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 Crescia Sì No Tipo di focaccia Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata e Perugia.

 

 Crostoli di Montefeltro

 

 Filone casareccio

 

 Pan nociato

 

 Pane col mosto Pane del marinaio

 

 Pane di Chiaserna

 

 Pane di mais

 

 Pane di Pasqua

 

 Ungaracci

 

Piemonte

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 Grissino Sì No Pane stirato di farina di grano tenero Torino

 

 Biova

 

 Gavasot

 

 Giaco

 

 Grissia monferrina Paisanotte di Druent

 

 Magre a mano

 

 Tirassa

 

 Micha

 

 Rubatà

 

Puglia

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Focaccia barese No No Province di Bari, Barletta-Andria-Trani e Taranto.

 

 Frisella Sì No Tarallo di grano duro cotto al forno Provincia di Lecce, Brindisi, Taranto, Bari e Foggia.

 

 Pane di Altamura Sì Sì Pagnotta dal peso non inferiore a 0,5 kg Altamura, Gravina in Puglia, Poggiorsini, Spinazzola e Minervino Murge

 

 Pettole o pittule Sì No Pasta lievitata molto morbida fritte nell’olio bollente Puglia Basilicata

 

 Pitilla Sì Provincia di Lecce

 

 Puccia Sì No Provincia di Lecce e Brindisi

 

 Puddhrica Sì Provincia di Lecce e Brindisi

 

 Sceblasti Sì No Caratteristico pane condito di Zollino e, sotto nomi diversi, di tutto il Salento Sotto nomi diversi, di tutto il Salento

 

 Tarallo No No Puglia

 

 Pagnotta Pugliese

 

 Pane de Sand’Andonie

 

 Pane di grano

 

 Pane di patate

 

 Pane del gargano

 

 Panettu

 

 Parruozze

 

Pizzi

 

 Pizziangulu

 

 Puddica

 

Molise

 

Pane Spiga

 

 Perruozzo

 

 Polifemo

 

 Turbo

 

SardegnaImmagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 Civraxiu Sì No Pane di semola di grano duro, peso non inferiore a 2 kg. Medio Campidano

 

 Coccoi a pitzus Sì No Pane decorato, di semola di grano duro Sardegna

 

 Pane carasau Sì No conosciuto anche col nome di carta musica Barbagia

 

 Su Pistoccu

 

 no foto Su zichi Sì No Pane circolare in spianate sottili, morbido o croccante. Logudoro

 

 Cavazzas cum belda

 

 Pagnotte di Osilo

 

 Pane de Kojuandos noos

 

 Pane di Villaurbana Pane d’orzo (s’oriattu)

 

 Pan ‘ispeli

 

 Pistoccu

 

 Poddini

 

 Spianata di Ozieri

 

Sicilia

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 no foto Pane di Lentini Sì No Il disciplinare del Presidio Slow Food prevede: semola di grano duro siciliano, acqua, sale marino, lievito madre (crescente) e semi di sesamo sulla crosta. Comuni di Lentini e Carlentini

 

 Cavagneddu

 

 Cucciddati ri carrozza

 

 U Filuni

 

 I uoi

 

 Mafaddà

 

 Pane a birra

 

 Pani ‘ccu criscenti

 

 Pani cà ciciulena (o semino) Pane casareccio Siciliano

 

 Pane di Monreale

 

 Pane del Dittaino

 

 Pane forte

 

 Pane di Castelvetrano

 

 Papalina

 

 Pupi ‘ccu ll’ova

 

 Vastedda

 

Toscana

 

 Manine

 

 Marocca

 

 Pagnotta maremmana

 

 Pane cavallo Pane alle erbe

 

 Pane di Cotone

 

 Pane di Ramerino

 

 Pane toscano (o Sciapo)

 

 Panina unta

 

schiacciata

 

 Trentino-Alto Adige

 

 Chifel

 

 Pagnotta ai 4 tritelli

 

 Pane ai 4 semi

 

 Pane ai semi di lino

 

 Pane al papavero

 

 Pane alle mandorle Pane d’avena

 

 Pane di Merano

 

 Pane di Segale

 

 Pane di segale al cumino

 

 Schiacciata di Aladino

 

 Schiacciatina

 

Pane di molche

 

 Umbria

 

 Brustengolo

 

 Pan Caciato di San Martino

 

 Pane aproteico

 

 Pane di Strettura Pane di Terni

 

 Pane senza lievito di birra

 

 Pani rituali umbri

 

 Ruota umbra

 

Valle d’Aosta

 

 Immagine Tipo, Prodotto agroalimentare

 

tradizionale Riconoscimento DOP/IGP Descrizione Regioni

 

 Michetta No No È un tipo di pane soffiato Valle d’Aosta

 

 Pane barbaria

 

 Pane di grano saraceno

 

 Panet

 

 Papera

 

 Raschie Rubatà

 

 Stirate

 

 Tirassa

 

 Toponin

 

Veneto

 

 Ambrogino

 

 Bastone

 

 Bovolo

 

 Ciabatta

 

 Cioppa o Cioppetta

 

 Focaccia veneta

 

 Monta sù

 

 Pane azzimo

 

 Pan biscotto Panino arabo

 

 Pane di mais

 

 Pane scafetò

 

 Puccia di Cortina

 

 Rosette

 

 Spaccatina

 

 Trionfi

 

 Zaeti

 

 Zoccoletti

 

Altri pani

 

 Pane nero

 

 Focaccia

 

 Pane arabo

 

 Obwarzanek, tipico pane della Polonia

 

 Matzah, pane rituale ebraico

 

 Knäckebröd è un tipico pane croccante svedese

 

 La baguette, è un tipico pane della Francia