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Foto dello Zucchero visto da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos lo zucchero

Dopo aver detto a Kratos tutto sul petalo di un fiore e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora una foto sul petalo di un fiore , gli dissi – adesso ti spiego cos’ e lo zucchero e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sullo zucchero – Lo zucchero , la cui formula chimica è C12H22O11, è la denominazione comune del disaccaride saccarosio, composto organico della famiglia dei carboidrati, che costituisce il più comune dei glucidi. Il termine zucchero è ancora talvolta utilizzato per indicare, in generale i glucidi o idrati di carbonio.

 

Lo zucchero è usato principalmente nell’alimentazione e costituisce un alimento facilmente assimilabile apportando circa 17 KJ (4 chilocalorie) per grammo. Attualmente si ricava estraendolo dalla barbabietola da zucchero e dalla canna da zucchero; in appositi stabilimenti, chiamati zuccherifici, dal processo di estrazione si ricava lo zucchero grezzo, formato da cristalli di colore giallastro dal quale, attraverso una successiva raffinazione, si ottiene lo zucchero raffinato o zucchero bianco.

 

La parola italiana “zucchero” deriva dal termine arabo sukkar.

 

La storia dello zucchero: diffusione in Europa

 

La prima forma di zucchero di cui si ha notizia è quello di canna da zucchero, che rimase per molti secoli l’unico tipo disponibile. Si ritiene che sia stato portato dagli abitanti delle isole polinesiane in Cina e in India. Qui i persiani di Dario I trovarono, nel 510 a.C., coltivazioni di un vegetale da cui si ricavava uno sciroppo denso e dolcissimo. Fatto asciugare in larghe foglie produceva cristalli che duravano a lungo, dalle spiccate proprietà energetiche. I persiani portarono le piante con loro e ne estesero la coltivazione al Medio Oriente.

 

Nel 325 a.C. Alessandro Magno portò la notizia che nei territori orientali si trovava un “miele che non aveva bisogno di api”. Furono però gli arabi, presso cui era già in uso nel VI secolo d.C., che ne estesero la coltivazione nei loro territori.

 

Nell’XI secolo i Genovesi e i Veneziani, presero ad importare modeste quantità di ciò che veniva chiamato sale arabo che le crociate resero ancora più diffuso. Federico II di Svevia provvide a far coltivare la canna da zucchero in Sicilia (ove era già stata introdotta dagli arabi), ma lo zucchero restò per molto tempo una spezia rara e preziosa, venduta dagli speziali e dai farmacisti a carissimo prezzo come medicina in uso per sciroppi, impacchi ed enteroclismi.

 

Solo i ricchi potevano permettersi di usarlo come dolcificante anche se il suo più antico surrogato, il miele, non era certo prodotto in quantità tali da poter comparire sulla tavola della popolazione come un dolcificante di tutti i giorni.

 

Con la scoperta dell’America gli spagnoli introdussero la coltivazione della canna da zucchero a Cuba e nel Messico, i portoghesi in Brasile, inglesi e francesi nelle Antille, in quei territori cioè dell’America centrale e meridionale che ancora oggi ne sono tra i maggiori produttori. Poiché lo zucchero delle Americhe era migliore e meno costoso, le coltivazioni spagnole e italiane scomparirono, insieme ai traffici con i territori arabi.

 

Nacque un fiorente traffico di importazione che rese il prodotto, per quanto di lusso, più comune. Questo diede una spinta notevole all’arte culinaria, permettendo la nascita della pasticceria europea come arte autonoma anche grazie al connubio di zucchero con cacao, con latte e con caffè.

 

Nel 1575 l’agronomo francese Olivier de Serres osservò che un ortaggio comunissimo ed ampiamente coltivato, prevalentemente ad uso foraggio, la barbabietola (Beta vulgaris), se cotto produce uno sciroppo simile a quello della canna da zucchero, molto dolce. L’osservazione rimase tuttavia lettera morta e lo zucchero di canna rimase l’unico disponibile ancora per molto tempo. Nel giro di un secolo, tra il 1640 e il 1750, il consumo della sostanza triplicò, incentivando il fenomeno della tratta degli schiavi dall’Africa che venivano catturati e deportati per lavorare nelle piantagioni.

 

Con l’ascesa di Napoleone si intensificarono i contrasti tra Francia e Inghilterra, che portarono ad un blocco delle importazioni inglesi (decreto di Berlino, 1806). Lo zucchero di canna, che giungeva in Europa via mare, sparì in breve tempo dagli scaffali dei negozi, poiché gli inglesi reagirono al blocco sequestrando a loro volta le navi dirette a porti francesi o dei loro alleati aderenti al blocco (in un secondo tempo si “limitarono” a costringere queste navi a passare da porti inglesi e pagare una forte tassa sul carico). Sulla spinta della necessità gli europei si adoperano per trovare un’alternativa. Nel 1747 il chimico tedesco Andreas Sigismund Marggraf era riuscito a dimostrare la presenza di saccarosio dalle barbabietole e alcuni decenni dopo il suo allievo Franz Karl Achard ideò un processo industriale idoneo: è a lui che si deve il primo zuccherificio industriale sorto in Slesia nel 1802. Per espressa volontà di Napoleone, la produzione di zucchero da bieta fu incoraggiata in tutti i territori sotto il suo controllo e furono aperti altri stabilimenti in Francia, grazie anche ai perfezionamenti apportati dall’imprenditore francese Benjamin Delessert al procedimento di Achard. Dopo il Congresso di Vienna lo zucchero di canna tornò a circolare, ma l’espansione di quello da barbabietola fu irreversibile. Il costo inferiore lo rese disponibile via via a più ampie fasce della popolazione, cambiando considerevolmente le abitudini alimentari dell’Europa. In Italia, negli anni ’80, l’industria zuccheriera, per contrastare la concorrenza crescente dei dolcificanti, diede luogo a una massiccia campagna pubblicitaria in cui si collegava l’utilizzo dello zucchero allo sviluppo cerebrale, ma senza alcun fondamento scientifico.

 

 Chimica

 

I biochimici classificano gli zuccheri come carboidrati relativamente semplici. Il termine “zuccheri” include monosaccaridi, disaccaridi, trisaccaridi e gli oligosaccaridi contenenti 1, 2, 3 e 4 o più unità di monosaccaridi rispettivamente. Gli zuccheri contengono aldeidi (-CHO) oppure chetoni (C=O) dove ci sono doppi legami carbonio-ossigeno e ciò li rende reattivi. Gli zuccheri più semplici (monosaccaridi) seguono la regola di conformazione (CH2O)n, dove n è compreso tra 3 e 7. Un’eccezione da menzionare è il deossiribosio in cui, come suggerisce il nome, manca un atomo di ossigeno. Tutti i saccaridi con più di un anello nella loro struttura sono il risultato di due o più monosaccaridi che si sono uniti attraverso legami glucosidici con la risultante perdita di una molecola d’acqua (H2O) per legame. Gli zuccheri possono anche essere usati come monomeri per creare biopolimeri come ad esempio la cellulosa, che è fatta di glucosio, o il DNA, che usa il deossiribosio come scheletro. Lo zucchero da cucina ha una solubilità in acqua di circa 2.000g/L a 20°.

 

 

 

Produzione e commercio

 

 Secondo i dati al 2005 del Ministero dell’Agricultura statunitense, i principali produttori sono:

 

 per lo zucchero di barbabietola l’Europa a 25 (21,6 milioni di tonnellate), gli Stati Uniti d’America (4.0), la Russia (2,5) e l’Ucraina (1,85);

 

 per lo zucchero di canna il Brasile (27,1 milioni di tonnellate), l’India (20,3), la Cina (8,7), il Messico (5,6), l’Australia (5,3), la Thailandia (4,8).

 

Significativo l’exploit del Brasile, che è passato da un tasso medio annuo di aumento della produzione del 2,23% (1960-1990) all’8,1% (1990-2006); l’Europa produce solo 288 migliaia di tonnellate di zucchero di canna, gli Stati Uniti 2,8 milioni di tonnellate.

 

Il commercio internazionale è piuttosto sviluppato: il totale di importazioni ed esportazioni è leggermente inferiore al 65% della produzione. I principali esportatori sono il Brasile (17 milioni di tonnellate), l’Europa (7,2), l’Australia (4,3) e la Thailandia (2,9). Gli Stati Uniti, che importano 2,8 milioni di tonnellate, esportano solo 159.000 tonnellate.

 

Nel 2002 si è aperta una vertenza internazionale sullo zucchero. L’Australia, il Brasile e la Thailandia hanno contestato presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio il sostegno accordato dall’Europa ai produttori nazionali, che consente loro di vendere a prezzi inferiori ai costi di produzione. L’OMC ha riconosciuto la fondatezza delle accuse , ma le trattative per addivenire ad una soluzione sono ancora in corso.

 

Ruolo nell’alimentazione

 

 In Italia il consumo annuo pro capite di zucchero è di circa 24 kg, più basso della media europea che è di circa 32 kg. Un consumo eccessivo di zucchero è considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra le probabili cause di

 

 Carie

 

 Diabete

 

 Obesità

 

La stessa organizzazione consiglia pertanto di non aggiungere lo zucchero ai cibi che già contengono altre tipologie di zuccheri e carboidrati: pane, frutta, pasta e latte già ne contengono in quantità sufficiente per il fabbisogno umano che, secondo i nutrizionisti, ammonta in circa 90 g di zuccheri totali al giorno; tale quantità è apportata in gran parte attraverso la normale alimentazione. Un eccesso di zuccheri nell’organismo, non immediatamente utilizzati come fonte di energia, ne provoca la conversione in glicogeno il quale viene depositato nelle cellule dei muscoli scheletrici e del fegato per poter essere ritrasformato, quando necessario, in glucosio.

 

Alternative

 

Vi sono diverse alternative allo zucchero sia naturali che di sintesi. Il principale è senz’altro il miele, utilizzato almeno dalla preistoria, nonché sciroppi ricavati da alberi come l’acero o da cereali e frutta, contenenti principalmente fruttosio. Un dolcificante naturale è anche la stevia. Esistono molti dolcificanti di sintesi come lo xilitolo ed il sorbitolo, entrambi di origine naturale e adatti per i soggetti diabetici, o completamente artificiali come l’acesulfame.

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Foto del Petalo visto da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos il petalo

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla plastica e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora alcune foto sulla plastica , gli dissi – adesso ti spiego tutto petalo e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul petalo – Petalo è il nome che si dà ad una foglia che ha subito nel tempo una metamorfosi e che, riunita ad altre, forma l’insieme della corolla di un fiore. Nel loro insieme, i petali, oltre ad avere diverse profumazioni, sono la parte più bella e vistosa del fiore.

 

La parte ristretta del petalo – quella innestata nel ricettacolo della corolla – è detta unghia, mentre la parte più larga, che si espande all’esterno, ha il nome di lamina o lembo. Alla base del petalo si trova spesso il nettario, la ghiandola che secerne il nettare. I petali, una volta riuniti in corolla, sono la parte più bella e vistosa del fiore.

 

Il petalo può avere forme e colori svariati (quelli verdi si dicono petali sepaloidi); al tatto si presenta vellutato (grazie alla presenza della papilla) e fine; può essere tuttavia anche carnoso oppure sottilissimo; alcuni hanno margini dentellati e sfrangiati, altri sono lisci; può essere di forma irregolare o regolare.

 

Nel loro insieme i petali hanno una funzione di protezione per stami e pistilli (le parti fertili del fiore) e sono inoltre, con il loro profumo, un’attrazione per gli insetti i quali, poggiandosi all’interno della corolla e succhiando il nettare, provvedono all’impollinazione dando vita al processo di moltiplicazione della specie.

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Foto delle Materie Plastiche viste da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos la plastica

Dopo aver detto a Kratos tutto sul bicchiere e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora alcune foto per quanto riguarda i bicchieri , gli dissi – adesso ti spiego tutto sulla plastica e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla plastica – Sono dette materie plastiche quei materiali artificiali con struttura macromolecolare che in determinate condizioni di temperatura e pressione subiscono variazioni permanenti di forma. Si dividono in termoplastici, termoindurenti ed elastomeri. Le gomme, pur avendo chimicamente e tecnologicamente molti aspetti in comune con le materie plastiche, non sono normalmente considerate tali.

 

 Termoplastiche: sono dette termoplastiche quelle materie plastiche che acquistano malleabilità, cioè rammolliscono, sotto l’azione del calore.

 

In questa fase possono essere modellate o formate in oggetti finiti e quindi per raffreddamento tornano ad essere rigide. Questo processo, teoricamente, può essere ripetuto più volte in base alle qualità delle diverse materie plastiche.

 

 Termoindurenti: sono un gruppo di materie plastiche che, dopo una fase iniziale di rammollimento dovute al riscaldamento, induriscono per effetto di reticolazione tridimensionale; nella fase di rammollimento per effetto combinato di calore e pressione risultano formabili.

 

Se questi materiali vengono riscaldati dopo l’indurimento non ritornano più a rammollire, ma si decompongono carbonizzandosi.

 

 Elastomeri: la loro caratteristica principale è una grande deformabilità ed elasticità; possono essere sia termoplastici che termoindurenti.

 

Nella chimica, le materie plastiche sono generalmente il risultato della polimerizzazione di una quantità di molecole base (monomeri) per formare catene anche molto lunghe. Si parla di omopolimeri se il monomero è unico, copolimeri se il polimero è ottenuto da due o più monomeri diversi, e di leghe polimeriche se il materiale è il risultato della miscelazione di due monomeri che polimerizzano senza combinarsi chimicamente.

 

Un materiale plastico è in genere composto da molecole polimeriche di diversa lunghezza, per cui è necessario conoscere la distribuzione dei pesi molecolari per determinare le proprietà chimico-fisiche del materiale plastico in esame.

 

Le materie plastiche si ottengono dalla lavorazione del petrolio.

 

Sviluppo storico

 

 Di seguito vengono riportate (in ordine cronologico) alcune tappe dello sviluppo delle materie plastiche.

 

 1855: il chimico svizzero Georges Audemars produce in laboratorio il rayon.

 

 1860: lo statunitense John Wesley Hyatt scopre la celluloide.

 

 1909: il chimico belga-statunitense Leo Hendrik Baekeland produce la bachelite.

 

 1920: il chimico tedesco Hermann Staudinger ipotizza la struttura macromolecolare delle materie plastiche.

 

 1926: Waldo Semon della B.F. Goodrich introduce l’uso dei plastificanti per la sintesi del polivinilcloruro (PVC).

 

 1928: viene sviluppato il polimetilmetacrilato (PMMA).

 

 intorno agli anni venti e trenta: vengono commercializzate le resine ureiche.

 

 1935: Wallace Hume Carothers della DuPont sintetizza il nylon.

 

 1937: vengono messe in commercio le resine polistireniche.

 

 1938: viene sintetizzato il politetrafluoroetilene (o PTFE, brevettato e commercializzato come Teflon nel 1950).

 

 1941: viene prodotta la prima fibra poliestere, il Terylene.

 

 1941: viene sintetizzato il poliuretano da William Hanford e Donald Holmes.

 

 1953: il chimico tedesco Karl Ziegler sintetizza il polietilene (PE).

 

 1954: il chimico italiano Giulio Natta produce il polipropilene isotattico (commercializzato con il nome Moplen).

 

 1963: Ziegler e Natta ottengono il premio Nobel per la chimica come riconoscimento dei loro studi sui polimeri.

 

Caratteristiche

 

 Le caratteristiche vantaggiose delle materie plastiche rispetto ai materiali metallici e non metallici sono la grande facilità di lavorazione, l’economicità, la colorabilità, l’isolamento acustico, termico, elettrico, meccanico (vibrazioni), la resistenza alla corrosione e l’inerzia chimica, nonché l’idrorepellenza e l’inattaccabilità da parte di muffe, funghi e batteri. La plastica si ottiene dalla lavorazione del petrolio.

 

Lo smaltimento dei rifiuti plastici, quasi tutti non biodegradabili, avviene di solito per riciclaggio o per stoccaggio in discariche: bruciando materiali plastici negli inceneritori infatti si possono generare diossine (solo per quanto riguarda i polimeri che contengono atomi di cloro nella loro molecola, come ad esempio il PVC), una famiglia di composti tossici. Queste difficoltà hanno incentivato negli ultimi anni la diffusione della bioplastica, in cui una piccola percentuale di resina è sostituita da farine vegetali quale quella di mais.

 

Aggiunta di cariche

 

Alla base polimerica vengono aggiunte svariate sostanze ausiliarie (“cariche”, additivi e plastificanti) in funzione dell’applicazione cui la materia plastica è destinata. Tali sostanze possono essere plastificanti, coloranti, antiossidanti, lubrificanti ed altri componenti speciali.

 

Tali sostanze hanno quindi la funzione (tra le altre) di stabilizzare, preservare, fluidificare, colorare, decolorare, proteggere dall’ossidazione il polimero, e in genere modificarne le proprietà reologiche (lavorabilità), aspetto e resistenza in funzione dell’applicazione che se ne intende fare.

 

 Lavorazioni delle materie plastiche

 

Molte materie plastiche (nylon, teflon, plexiglas ecc.) si prestano bene a processi di produzione industriale con macchine utensili in modo del tutto analogo ai materiali metallici; per questo vengono spesso prodotte in semilavorati (barre, profilati, lastre eccetera) da cui i prodotti finiti (ad esempio boccole, rulli, anelli, perni, ruote) vengono ricavati con lavorazioni meccaniche.

 

Tra le lavorazioni a cui vengono sottoposte le materie plastiche, si annoverano:

 

 stampaggio per compressione

 

 stampaggio ad iniezione

 

 stampaggio per trasferimento

 

 formatura per estrusione

 

 calandratura

 

 spalmatura

 

 colata

 

 soffiaggio

 

 termoformatura

 

 estrusione in bolla

 

 pultrusione.

 

Stampaggio per compressione

 

Lo stampaggio per compressione è un processo di lavorazione impiegato per le materie plastiche termoindurenti (ma talvolta è utilizzato anche per i termoplastici).

 

Nello stampaggio per compressione il polimero, inizialmente in forma di polvere o pellet (pastiglie),viene sottoposto ad elevate pressioni, e in questa maniera si realizza il processo di reticolazione.

 

Stampaggio ad iniezione

 

 La lavorazione più usata per produrre in serie oggetti in plastica è lo stampaggio ad iniezione. Si fa con speciali presse (dette “presse per iniezione termoplastica”), che fondono i granuli di materia plastica e la iniettano ad alta velocità e pressione negli stampi, dove il polimero, raffreddandosi, assume la geometria voluta.

 

Lo stampaggio per iniezione viene impiegata sia nel caso di materiali termoplastici che termoindurenti.

 

Stampaggio per trasferimento

 

Nello stampaggio per trasferimento il polimero viene portato ad una temperatura tale da rammollirsi e al tempo stesso evitando la reticolazione, che viene svolta successivamente, in uno stampo chiuso in cui la massa rammollita viene trasferita (da cui il nome del processo).

 

Formatura per estrusione

 

 Nella formatura per estrusione il materiale viene spinto grazie ad una vite attraverso un’apertura. La forma finale del polimero (che fluisce in maniera continua) dipende dalla geometria dell’apertura.

 

Questo processo si utilizza per i materiali termoplastici e talvolta per quelli termoindurenti. I tubi in plastica vengono prodotti tramite questo processo.

 

Soffiaggio

 

Utilizzato per produrre corpi cavi (come bottiglie, fustini, bombole) consiste nel dilatare una certa porzione di resina di forma cilindrica con un getto d’aria sotto pressione, fino a farla aderire alle pareti di uno stampo; la produzione di oggetti cilindrici è realizzata facendo precedere la fase di soffiatura da una fase di estrusione per la realizzazione del tubo di alimentazione alla soffiatura. La formatura per soffiatura viene impiegata anche per la produzione dei gusci di certi tipi di casco.

 

Termoformatura

 

Un altro processo che ha una buona applicazione nella produzione di prodotti in plastica è la termoformatura, dove si parte da granuli di polistirolo o polipropilene. Si tratta dell’estrusione di film o di lastre che vengono fatte passare, a temperatura adeguata, in uno stampo nel quale l’oggetto voluto viene forgiato con la pressione dell’aria compressa o dell’aria atmosferica, con attrezzature di produzione molto economiche.

 

Estrusione in bolla

 

Un metodo diffuso per ottenere pellicole di polietilene è l’estrusione in bolla. Consiste nel far passare il polimero scaldato dall’estrusore attraverso una filiera circolare posta in posizione orizzontale. Il film ottenuto è raffreddato e fatto passare attraverso una calandra di traino che chiude il sistema. È anche inserita dell’aria per aumentare il volume del sistema, gonfiando ciò che assomiglia molto ad un pallone. In questo modo si produce il film termoretraibile usato per produrre imballaggi.

 

Pultrusione

 

La pultrusione è un processo continuo che permette di produrre profilati plastici rinforzati da fibre, come ad esempio la fibra di carbonio e la fibra di vetro.

 

Polimeri termoplastici

 

I polimeri termoplastici possono esseri fusi e rimodellati più volte. Hanno una struttura molecolare “a catena aperta”, ovvero presentano un basso grado di reticolazione.

 

Polietilene

 

 Esistono varie tipologie di polietilene. Tra queste abbiamo:

 

 HDPE (polietilene ad alta densità): È resistente agli urti.

 

 Usi: Cosmetici, contenitori per detersivi, tubi per l’acqua e tubi per gas.

 

 LDPE (polietilene a bassa densità): È la plastica più leggera. È sensibile al calore ma resiste agli agenti chimici. Ha un buon isolamento elettrico.

 

 Usi: Sacchetti, imballaggi, pellicole per alimenti.

 

Polistirene

 

 PS (polistirene o, più comunemente, polistirolo): Duro e rigido.

 

 Usi: Scotch per le auto, giocattoli, oggetti d’arredamento.

 

 Polistirene espanso: Resina polistirenica a forma schiumosa; ha bassissimo peso specifico e conducibilità termica; buona elasticità.

 

 Usi: Imballaggi, isolamento termico ed elettrico dei muri

 

Altri polimeri termoplastici

 

Formula di struttura del polietilene tereftalato

 

Formula di struttura del polivinilcloruro

 

 PET (polietilene tereftalato): Consente di ottenere fogli sottili e leggeri. Resistente al calore fino a 250 °C ed impermeabile ai gas.

 

 Usi: Contenitori per liquidi, vaschette per frigo e forno.

 

 PVC (polivinilcloruro o cloruro di polivinile): È la plastica più utilizzata. Ha buone proprietà meccaniche.

 

 Usi: Finestre, serramenti esterni, giocattoli, bottiglie, contenitori, grondaie.

 

 PP (polipropilene): È resistente al calore ed agli agenti chimici. Ha un buon isolamento elettrico.

 

 Usi: Nel settore casalingo, parti di elettrodomestici, imballaggi.

 

 PA – poliammide (nylon): Una fra le prime plastiche scoperte. Resistente all’usura e non infiammabile.

 

 Usi: Ingranaggi, apparecchi radiotelevisivi, abbigliamento.

 

 Resine acriliche: Simili al vetro perché sono trasparenti.

 

 Usi: fusori delle lampade, coperture trasparenti, oggetti d’arredamento.

 

 nitrato di cellulosa e/o celluloide: La prima plastica in assoluto ad essere scoperta. Simile alla madreperla

 

 Usi: pettini, tasti, oggetti che imitano l’avorio.

 

 PLA (acido polilattico): prodotta utilizzando come materia prima il mais, tramite un processo biotecnologico che permette di ottenere capacità produttiva elevata e una gamma di prodotti diversificati;

 

 Usi: contenitori compostabili.

 

Polimeri termoindurenti

 

Possono essere formati una sola volta, perché, se sottoposti al calore una seconda volta, carbonizzano.

 

Resine termoindurenti

 

 Resine fenoliche: Le caratteristiche dipendono dai materiali con cui sono mescolate.

 

 Usi: Settore casalingo, mobili per televisori.

 

 Resine ureiche: Dure e colorate. Hanno buone proprietà meccaniche e sono facilmente lavorabili.

 

 Usi: Spine, prese, elettrodomestici, interruttori.

 

 Resine melamminiche: Buona resistenza alle alte temperature e all’umidità.

 

 Usi: Laminati, settore casalingo, arredamenti, vernici.

 

 Resine epossidiche: Eccellente adesività, resistenza al calore e chimica. Inoltre possiedono buone proprietà meccaniche e sono ottimi isolanti elettrici.

 

 Usi: Vernici, rivestimenti, adesivi e materiali compositi.

 

 Resine poliesteri insature: Sono leggere, facilmente lavorabili e resistenti agli agenti atmosferici.

 

 Usi: Piscine, coperture per tetti.

 

 Resine vilnilestere: Caratteristiche molto simili alle resine poliestere ma dotate di migliori caratteristiche chimiche e meccaniche.

 

 Usi: Manufatti sportivi (canoe, piccole imbarcazioni), serbatoi per uso alimentare.

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Foto del bicchiere visto da Kratos e Pandora

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Spiego a Kratos il bicchiere

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla coca cola e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul bicchiere e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul bicchiere – Il bicchiere è un contenitore per bevande adatto per essere portato alla bocca utilizzando una mano. Il bicchiere è tipicamente realizzato in vetro, ma ne esistono anche in plastica. Esiste una grande varietà di forme per i bicchieri, anche a seconda del tipo di bevanda: classico, da vino rosso, da vino bianco, da alcolici ecc. Ne esistono anche di decorati e di colorati con decorazioni, talvolta in rilievo.

 

Storia del bicchiere in vetro

 

È a partire dal IV secolo a.C. che cominciano ad apparire contenitori di bevande in vetro realizzati da artigiani di Rodi, Alessandria d’Egitto, Sidone, della Siria e dell’Italia. Sono coppe di forma semisferica o conica, con o senza piede, ornate generalmente da costolature e fili. Se già nella tarda età ellenistica il vetro – prima considerato prezioso – è un materiale comune, è però nel I secolo d.C. che i bicchieri possono essere prodotti su larga scala, allorché la scoperta della soffiatura libera e a stampo consente la fabbricazione di oggetti in serie. Sono bicchieri di forma cilindrica o troncoconica, decorati spesso con sfaccettature, gocce, bugne e fili a spirale, che si diffondono in tutte le province dell’impero. Altri tipi di decorazione – come l’incisione a graffito e la pittura a smalto – sono noti fin dal III secolo a.C.

 

Dopo il crollo dell’impero romano le forme tendono a differenziarsi e a costituire tipologie locali. L’ornamentazione si semplifica e si riduce, di norma, all’applicazione di gocce e bugne; scompaiono l’arte dello smalto e quella della mola. Del tutto caratteristici sono i bicchieri franchi, di forma conica o a corno, perlopiù privi di piede, coerentemente con l’uso germanico di affidare ai servi, affinché lo riempiano, il bicchiere vuoto.

 

 

 

Del periodo che va dall’XI al XIV secolo rimangono scarse testimonianze, sia perché a far uso dei bicchieri di vetro sono solo le classi più elevate, sia perché il cosiddetto «vetro di foresta», ottenuto dalla cenere di felce e faggio, è facilmente soggetto a sgretolarsi.

 

La rinascita dell’arte vetraria inizia nel XV secolo a Venezia, dove si fabbrica un vetro resistente e incolore, detto «cristallino» per la somiglianza col cristallo di rocca. I bicchieri veneziani, di vetro molto sottile, sono di forma cilindrica o a tronco di cono; i calici sono uniti al piede da un nodo. La decorazione a smalti policromi raffigura scene di soggetto religioso, momenti di vita cortese e motivi araldici. I bicchieri di Venezia si diffondono in tutta Europa e dovunque vengono imitati più o meno pedissequamente: è il trionfo, destinato a durare alcuni secoli, di quella che è chiamata, per l’appunto, «façon de Venise».Nel secolo successivo le forme si fanno più complesse, con l’applicazione agli steli dei calici di alette color acquamarina, e le coppe – coniche o a campana, lisce o costolate – sono talora incise alla punta di diamante. Nel Seicento e nel Settecento si impongono forme sempre più elaborate e fantasiose; i gambi, in particolare, si attorcono in nodi ornati di creste e tempestati di foglie e fiori; compaiono steli a forma di serpenti e draghi intrecciati. In Germania, invece, si producono bicchieri di forma semplice e solida e boccali cilindrici di generose dimensioni, smaltati a vivaci colori; tipico dell’area tedesca è inoltre il Römer, bicchiere arcaizzante di color verde decorato con bugne.

 

Nel Settecento, mentre decade la produzione veneziana, si affermano quella inglese, tedesca e boema. In Inghilterra è introdotto un vetro al piombo molto più limpido e resistente. I calici da vino o da birra hanno forme sobrie ed eleganti, illegiadrite dagli alti gambi ornati da fili d’aria e di lattimo variamente intrecciati. Le coppe – ovoidali, a imbuto, a ogiva, a tromba, a campana, a calice di fiore – sono le antenate dirette di quelle moderne. In Germania e in Boemia al vecchio vetro al potassio è aggiunta della calce: se ne ricava un materiale in grado di sopportare indenne intagli profondi. Può così perfezionarsi la tecnica dell’incisione, che approderà a vertici di autentico virtuosismo in Boemia nel XIX secolo.

 

Alla breve stagione dei bicchieri neoclassici, dalle forme semplicissime e dall’ornamentazione sorvegliata e raffinata, segue – dal 1830 – quella degli esuberanti bicchieri Biedermeier, vivacemente colorati e incisi con motivi di caccia, scene di genere, vedute di città, ritratti. È il periodo dei bicchieri-ricordo delle località termali più frequentate. Negli Stati Uniti, intorno al 1820, è inventata la tecnica dello stampaggio a pressa, che consentirà la produzione di massa dei bicchieri e, di conseguenza, il loro uso universale..

 

Tipologie

 

 Balloon (bicchiere)

 

 Beaker

 

 Boccale da birra

 

 Calice da vino

 

 Calice Irish

 

 Cocktail glass

 

 Copita

 

 Coppa da Champagne

 

 Coppetta da cocktail

 

 Doppia coppetta da cocktail

 

 Flûte da champagne

 

 Goblet o calice grande

 

 Highball glass o Highball

 

 Old Fashioned

 

 Mixing glass

 

 Shot

 

 Tazza da latte o da thè

 

 Tazzina da caffè

 

 Tulipe

 

 Tumbler basso

 

 Tumbler medio

 

 Tumbler alto o Collins.

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