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Spiego a Kratos il calendario

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla casa e dopo aver fatto vedere a Kratos alcune foto di case , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul calendario e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul calendario – Il calendario è un sistema adottato dall’uomo per suddividere, calcolare e dare un nome ai vari periodi di tempo. Questi nomi vengono definiti date del calendario.

 

Il termine calendario identifica inoltre lo strumento materiale utilizzato per illustrare tale sistema di calcolo cronologico (ad esempio un calendario a muro o da scrivania).

 

Più in generale, il termine calendario è anche usato per denotare una lista di eventi stabiliti o pianificati in maniera dettagliata.

 

Quasi tutti i calendari si basano su alcune unità di tempo fondamentali:

 

 la settimana, di sette giorni;

 

 il mese, di circa quattro settimane;

 

 l’anno, in genere di dodici mesi.

 

Ciascuna nazione adotta un proprio calendario ufficiale per definire le festività e identificare le date in modo univoco:

 

 La maggior parte dei paesi del mondo occidentale, nonché le organizzazioni sovranazionali come l’ONU, ma non la maggior parte della popolazione mondiale, adotta il calendario gregoriano.

 

 Alcuni paesi musulmani adottano il calendario islamico.

 

 La Cina e la maggior parte dei paesi orientali adottano il calendario cinese.

 

 l’India adotta il calendario nazionale indiano.

 

 La Thailandia adotta il proprio calendario.

 

 Israele adotta il calendario ebraico.

 

Diversi altri calendari sono stati usati, ufficialmente o no, in passato. Alcuni di essi rimangono in uso soprattutto per motivi religiosi o liturgici; ad esempio le Chiese ortodosse utilizzano il calendario giuliano.

 

Astronomia

 

 Le unità di tempo fondamentali su cui si basano i calendari sono ricavate dall’osservazione del Sole e della Luna:

 

 la settimana corrisponde alla durata di una singola fase lunare tra le quattro principali;

 

 il mese corrisponde alla durata di un ciclo completo di fasi, cioè a quattro settimane;

 

 l’anno corrisponde alla durata di un ciclo di stagioni, cioè a un periodo di rivoluzione della Terra intorno al Sole (non esattamente a causa della precessione degli equinozi).

 

Poiché però un anno solare non corrisponde a un numero intero di mesi lunari (il rapporto è di circa 12.3683), i calendari seguono in genere o l’uno o l’altro dei due cicli. Essi si distinguono quindi in:

 

 calendari solari: sono basati sulla durata dell’anno solare, o anno tropico, di circa 365 giorni. In questi calendari le stagioni iniziano sempre nelle stesse date (queste date tuttavia possono spostarsi molto lentamente nell’arco dei secoli), ma i mesi non seguono esattamente il ciclo delle fasi lunari. Esempi di calendari solari sono il calendario gregoriano e il calendario giuliano.

 

 calendari lunari: sono basati sulla durata del mese lunare, di circa 29 giorni e mezzo. In questi calendari il mese inizia sempre con la Luna nuova, ma la data d’inizio delle stagioni si sposta in avanti da un anno all’altro (in media di circa 11 giorni). Un esempio è il calendario islamico.

 

 calendari lunisolari: sono sincronizzati sia con la durata dell’anno tropico, che con quella del mese lunare. Per poter mantenere questa sincronia, occorre alternare anni di 12 e di 13 mesi (vedi Ciclo metonico). In questi calendari la data d’inizio delle stagioni si sposta in avanti o indietro da un anno all’altro, ma si mantiene sempre vicina (entro 12-13 giorni) ad una data fissa. Un esempio è il calendario ebraico.

 

 

 

Anche la durata media di una fase lunare non è esattamente di sette giorni (precisamente è di circa 7.3826 giorni): per questo motivo le fasi non iniziano sempre lo stesso giorno della settimana.

 

Intercalazione

 

 I calendari basati su eventi astronomici necessitano periodicamente di intercalare nell’anno periodi di tempo extra per mantenere la sincronizzazione con l’evento astronomico di riferimento.

 

Alcuni tipi di intercalazione calendariale ben noti sono il giorno aggiuntivo introdotto negli anni bisestili, il tredicesimo mese intercalare introdotto periodicamente nei calendari lunisolari (quali quelli ebraico e cinese), e il secondo intercalare aggiunto periodicamente al tempo segnato dagli orologi atomici.

 

I principali calendari

 

 Calendario babilonese

 

 Calendario balinese

 

 Calendario berbero

 

 Calendario celtico

 

 Calendario cinese

 

 Calendario copto

 

 Calendario curdo

 

 Calendario C&T

 

 Calendario ebraico

 

 Calendario egizio

 

 Calendario etiopico

 

 Calendario giapponese

 

 Calendario giuliano

 

 Calendario gregoriano

 

 Calendario hindu

 

 Calendario nazionale indiano

 

 Calendario islamico

 

 Calendario maya

 

 Calendario mongolo

 

 Calendario olocenico

 

 Calendario persiano

 

 Calendario rivoluzionario francese

 

 Calendario rivoluzionario sovietico

 

 Calendario romano

 

 Calendario somalo

 

 Calendario tuareg

 

 Calendario Rose

 

 Antico calendario bulgaro

 

Numerazione degli anni

 

 Per distinguere i vari anni tra loro, si usa assegnare a ciascuno di essi un numero progressivo.

 

 

 

Nel calendario gregoriano e in quello giuliano la numerazione attualmente in uso inizia dalla data di nascita di Gesù calcolata nel VI secolo dal monaco Dionigi il Piccolo. Gli anni successivi a tale data sono denominati dopo Cristo, in sigla d.C.; gli anni precedenti avanti Cristo, in sigla a.C. Non esiste l’anno zero: l’1 d.C. segue immediatamente l’1 a.C. Gli astronomi usano tuttavia, per semplicità di calcolo, una numerazione che comprende lo zero (corrispondente all’1 a.C.) e in cui gli anni precedenti all’1 a.C. sono indicati da numeri negativi.

 

In tempi passati si sono usati sistemi di numerazione basati su altri eventi storici: i più diffusi sono stati quelli che facevano riferimento alla fondazione di Roma e all’inizio dell’impero di Diocleziano.

 

Altri calendari usano una numerazione loro propria: per esempio quello ebraico inizia dalla creazione del mondo (calcolata in base alla Bibbia), quello islamico dall’Egira.

 

Per evitare il riferimento alla religione cristiana, si sta diffondendo, soprattutto nei Paesi Anglosassoni, l’uso di sostituire le locuzioni Prima di Cristo (a.c.) e Dopo Cristo (d.c.) con le equivalenti: Ante Era Volgare (a.e.v.) ed Era Volgare (e.v.).

 

Primo giorno dell’anno

 

 Durante il Medioevo, tutti gli stati e le città dell’Europa occidentale seguirono il calendario giuliano, ma si differenziarono riguardo al giorno d’inizio dell’anno: tra le differenti date adottate vi furono il 25 marzo, il giorno di Pasqua, il 1º settembre. La numerazione degli anni variava di conseguenza, per cui lo stesso giorno poteva corrispondere in diversi paesi ad anni diversi.

 

In seguito, a partire dalla promulgazione del calendario gregoriano (1582), progressivamente si ritornò alla data del 1º gennaio, originariamente fissata da Gaio Giulio Cesare, e oggi adottata universalmente.

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Foto della casa visto da Kratos

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Spiego a Kratos la casa

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla noce , gli dissi – adesso ti spiego tutto sulla casa e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla casa – Per casa si intende una qualunque struttura utilizzata dall’uomo per ripararsi dagli agenti atmosferici e per compiere azioni fondamentali per la vita quali dormire, mangiare… Essa generalmente ospita uno o più nuclei famigliari e talvolta anche animali. Può in parte corrispondere al concetto di unità abitativa coniato dal Movimento moderno in architettura ed è stato nella storia il primo elemento fabbricato, che è andato ad incidere sull’ambiente naturale realizzando l’ambiente costruito proprio dei paesi e delle città. La grotta è la prima forma di casa riparata, scavata nella roccia in seguito a fenomeni d’erosione, soprattutto marina, fluviale o glaciale e di altre specie.

 

La tenda, invece, accompagna fin dal suo apparire il nomadismo dell’uomo ed esiste tuttora in forme assai varie.

 

 La capanna, che compare nel Neolitico, implica già un progetto di architettura primitiva; il tipo più elementare è un riparo costruito con rami piegati ad arco e fissati al terreno per le due estremità e quindi ricoperti di frasche: è il tipo detto ad alveare. Il tipo cupoliforme, invece, è più complesso ed è usato tutt’oggi da molti popoli. I materiali variano secondo il clima e la cultura del popolo: dal feltro dei Mongoli alla pelle di bufalo dei Sioux al ghiaccio per gli igloo degli Inuit.

 

Un tipo particolare di abitazione, anch’esso risalente al Neolitico, è costituito dalle palafitte, ovvero da case di legno innalzate su piattaforme infisse nell’acqua su alti pali, allo scopo di difesa in ambienti acquitrinosi e paludosi.

 

L’uso del legno per le abitazioni è comunque tipico delle aree boschive settentrionali ed estremo orientali, mentre l’uso del mattone contraddistingue le aree meridionali e orientali.

 

La costruzione con muri di argilla, ciottoli e pietre a blocchi cominciò alla fine del Neolitico, nelle grandi civiltà d’oriente. Qui iniziarono ad essere costruite case la cui struttura rimarrà immutata nel corso dei secoli. Sono prevalentemente abitazioni ad uno o più piani, con il tetto a forma di terrazza che serve a raccogliere l’acqua piovana.

 

Attualmente in Giappone le case sono strutturate per i frequenti terremoti, per questo sono leggerissime e mobili. La semplicità dell’arredamento, inoltre, esprime il distacco tra il nucleo familiare ed il mondo esterno, garantendo alla casa un significato di luogo ideale e di riposo..

 

Soluzioni abitative odierne

 

Casa monofamiliare destinata ad ospitare un solo nucleo famigliare e può essere o

 

 casa isolata se circondata da uno spazio verde privato. Questa tipologia abitativa richiede un considerevole sviluppo di strade e condutture per i servizi ed è caratteristica delle aree a densità abitativa molto bassa. Un esempio è il maso.

 

 casa a schiera se costituite dall’aggregazione di alloggi unifamiliari, ciascuno dei quali ha due lati in comune con gli alloggi contigui e dispone di due fronti liberi, l’ingresso e il giardinetto privato, e generalmente si dipana su due piani.

 

La Palazzina plurifamiliare è un condominio consistente in un fabbricato solitamente libero da ogni lato, costruito su aree piuttosto ristrette, con 2-6 appartamenti per piano e con un numero variabile di piani solitamente 3-6. Caratteristico di questa tipologia abitativa sono i cortili interni o le chiostrine sulle quali si affacciano i vani di servizio. Questa soluzione abitativa si è diffusa nelle prime fasce periferiche delle grandi città nel secondo dopoguerra, non sempre con effetti positivi. Difatti questa soluzione abitativa spesso dà luogo a edifici isolati ma vicinissimi gli uni dagli altri, senza i servizi pubblici e le aree verdi.

 

Casa a torre è un particolare tipo di condominio isolato a sviluppo verticale le cui origini nascono dalla necessità di diradare nel verde gli edifici pur mantenendo alta la densità abitativa. Questa soluzione abitativa fu promossa soprattutto dagli architetti razionalisti nella prima metà del ’900 perché offriva maggior superficie libera di suolo per uso pubblico e gli alloggi erano dotati di migliori condizioni di illuminazione e aerazione. La casa a torre può superare i 30 metri e presenta un numero variabile di appartamenti per piano.

 

Casa in linea è un impianto strutturale variabile che dipende dal numero di piani, che possono essere oltre dieci, da quello dei corpi scala e dal numero di alloggi per piano (da due fino a quattro e più). Il corpo di fabbrica ha generalmente dimensioni costanti lungo l’asse trasversale e può crescere indefinitamente lungo l’asse longitudinale. Questo tipo di soluzione abitativa è detta “a stecca” quando l’asse longitudinale è rettilineo, “a crescent” quando tale asso è curvo, “ad angolo” quando segue assi di aggregazione ortogonali. Nel migliore dei casi tali costruzioni sono ubicate nel verde e dotate di scuole, servizi commerciali e per il tempo libero.

 

Spazi interni e aggregazione

 

 Le moderne case sono dotate di più spazi interni adibiti a specifiche funzioni. Tra i principali:

 

 l’ingresso è la stanza in cui si apre la porta di entrata;

 

 il salotto o soggiorno è la stanza accogliente e di dimensioni relativamente ampie in cui si sta abitualmente nel tempo libero;

 

 la cucina è la stanza adibita alla preparazione a alla cottura dei cibi. È detta cucina abitabile qualora è abbastanza grande da poter consumare in lei i pasti (altrimenti vi è la sala da pranzo). In Italia la cucina molto spesso è utilizzata alla stregua del salotto diventando la stanza principale in cui si soggiorna;

 

 la sala da pranzo stanza destinata al consumo dei cibi;

 

 il disimpegno o corridoio di servizio è il locale della casa che consente l’accesso ad altri locali della casa;

 

 il bagno è la stanza destinata all’igiene personale ed è dotata dei necessari apparecchi igienici. Spesso per questioni di economicità e spazio il bagno ricopre anche il ruolo della lavanderia, dotandosi degli apparecchi necessari al lavaggio dei capi di vestiario;

 

 la lavanderia è la stanza adibita al lavaggio e trattamento dei capi di vestiario;

 

 la camera da letto è la stanza destinata al riposo e al recupero notturno e può essere “matrimoniale” se adibiti a letto matrimoniale, “doppia” se adibiti a due letti singoli o “singola” se adibita a un solo letto singolo. Si chiama “camera degli ospiti” se adibiti esclusivamente al pernottamento degli ospiti;

 

 il balcone, la terrazza o la loggia negli appartamenti sono tesi a sopperire all’assenza di un giardino.

 

Servizi e sistemi

 

 L’interno della casa può usufruire dei servizi di erogazione di acqua, luce e gas ed altri servizi attraverso rispettivamente:

 

 impianto idraulico;

 

 impianto elettrico (illuminazione e utilizzo di apparecchiature elettriche quali gli elettrodomestici);

 

 impianto a gas (caldaia + tubature per ottenere riscaldamento, acqua calda, energia termica per cucina);

 

 impianto di ricezione televisiva (antenna + cavo coassiale)

 

 impianto di telefonia fissa.

 

Storia

 

 Nel IV secolo a.C. iniziano a diffondersi tipi di case che rispecchiano la formazione della famiglia come nucleo autonomo. Sin dal Medioevo troviamo tipi di abitazione monolocale. Di solito sono addossate l’un l’altra a formare quasi degli isolati. Prende così piede un modello abitativo esteso: dalla Mesopotamia all’Egitto, da Creta alla Grecia.

 

Adeguandosi all’ambiente sociale e climatico, l’abitazione mesopotamica si sviluppa intorno ad un cortile interno scoperto, dal quale si accede ai vari ambienti. Le zone sono ben distinte: al piano terreno si svolge la vita degli uomini, al piano superiore risiedono le donne e i servi.

 

L’antico Egitto invece trovò soluzioni di abitazioni collettive in case comuni a terrazze, costruite con mattoni grezzi e paglia, costituenti talora veri e propri quartieri.

 

Per quanto riguarda la casa romana, derivata dalla casa greca e da quella etrusca, era distribuita intorno ad uno o due cortili (atrium e peristilium) e si divideva in una parte adibita alla vita privata e in una parte aperta alla vita pubblica.

 

Con il Medioevo torna ad affermarsi l’abitazione unifamiliare, connessa anche con le attività produttive (magazzini, botteghe) situate generalmente al piano terra.

 

Ad esigenze di difesa e di vita comunitaria rispondevano anche i monasteri comparsi nell’alto Medioevo, fondati sulla compresenza delle abitazioni (le celle dei monaci organizzate intorno al chiostro), della vita sociale e della preghiera (refettorio e chiesa) e dell’attività lavorativa, soprattutto agricola. Intorno ad essi ben presto si formarono piccole comunità di abitanti.

 

Nel Rinascimento, seguendo le tendenze culturali dell’epoca, la casa si configurò su modello di quella romana, con cortili di forma rettangolare o quadrata; la residenza comune si mantenne di tipo unifamiliare e mista a funzioni commerciali.

 

Immutata restò la situazione nell’età barocca finché, a partire dalla fine del XVIII secolo, cominciarono a sorgere case plurifamiliari su più piani, in risposta alle richieste di una popolazione urbana in continuo aumento. Con la rivoluzione industriale, poi, si pose frontalmente il problema dell’abitabilità per le grandi masse affluite nella città.

 

La prima città dove, nel corso dell’Ottocento, si afferma un tipo di abitazione proletaria è Londra, con i cosiddetti slums: tristemente famosi per le scarse condizioni igieniche essi altro non erano che modesti monolocali su un unico piano che servivano in pratica da dormitori.

 

Il problema abitativo nella società di massa fu affrontato nei primi decenni del Novecento dagli architetti del Modernismo. Grazie al cemento armato è possibile costruire abitazioni che variano in rapporto alla necessità. Da qui anche l’interesse per la prefabbricazione, che consente la variabilità degli spazi ma anche l’allestimento veloce. Essa risolve anche, in parte, la richiesta di case a prezzo economico ma spesso si trova a fare i conti con un’innegabile incompatibilità ambientale con ecosistemi e paesaggi.

 

La “casa” in psicologia e scienze sociali

 

 La casa non è solo il luogo fisico costruito e abitato dagli uomini. Essa è anche una rappresentazione simbolica spesso utilizzata in psicologia. Infatti, ad un livello psicologico profondo, la casa va a costituirsi come le fondamenta stesse della vita psichica di un individuo, per cui “essere a casa” equivale a “essere integri a livello psicologico”. Questo utilizzo metaforico della “casa” è stato impiegato da Renos K. Papadopoulos per l’analisi e il trattamento dei rifugiati, i quali si trovano a essere tutti indistintamente accomunati, più che da un trauma, dall’abbandono doloroso della propria casa e dal tentativo di recuperarla. Secondo le parole di Papadopoulos, «la casa non è soltanto un luogo, ma anche il fascio di sentimenti associato a esso.» Ed essendo, inoltre, il posto dove gli opposti vengono fatti coesistere e dove sono mantenuti in equilibrio, ovvero contenuti, la “casa” va a definirsi come la matrice stessa della soggettività. L’azione simbolica realizzata dalla “casa” sulla vita psichica degli individui si riflette anche su quella sociale, andando a rappresentare un costrutto chiave che riunisce, e in parte sovrappone, tre campi: oltre che quello intrapsichico, anche quello interpersonale e quello sociopolitico. Di conseguenza, quando si perde la “casa” si perdono o si frammentano anche le sue funzioni organizzatrici e contenitrici e ciò può portare alla frantumazione dei tre livelli: individuale-personale, familiare-coniugale e socio-economico/culturale-politico. È questa destrutturazione che nei rifugiati porta, secondo l’analisi di Papadopoulos, al disorientamento nostalgico.

 

 

 

Un’altra funzione importante della casa è quella di fornire una base coerente alla storia delle famiglie. Una storia che non ha valore obiettivo ma che ordina e rende coerente tutti i momenti che gli individui hanno vissuto, da quelli peggiori a quelli migliori. In questo modo essi sono resi intelligibili, comprensibili e danno, agli attori di quegli stessi eventi, un senso di continuità e di prevedibilità. « Quando la gente perde la propria casa e diventa rifugiata s’infrange proprio quella continuità ed è precisamente quella dimensione che l’assistenza terapeutica ai rifugiati dovrebbe favorire.»

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Spiego a Kratos la noce

Dopo aver detto a Kratos tutto sui cocktail e dopo aver fatto vedere alcune foto di alcuni cocktail , gli dissi – adesso ti spiego tutto sulla noce e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla noce – Una noce può essere sia un seme che un frutto.

 

Definizione botanica

 

Una noce in botanica, è la parte centrale di una drupa, con un seme (raramente due) in cui l’ovario diventa molto duro (consistente come una pietra e legnosa), una volta raggiunta la maturazione, dove il seme rimane protetto dal guscio. Molte noci derivano dal carpello dove vi rimangono rinchiuse finché non raggiungono la maturità. Le noci sono prodotte da molte famiglie di piante, tra cui le Fagales. Non tutte le noci però sono commestibili; alcune invece, sono talmente piccole da non essere adatte per il consumo umano; altre ancora, ad esempio quelle prodotte dalla quercia del tannino (Lithocarpus densiflorus), sono molto amare e richiedono un intensivo processo di lisciviazione prima di diventare commestibili.

 

 Ordine delle Fagales

 

 Famiglia Juglandaceae

 

 Noce, Juglans Cinerea (Juglans)

 

 Carya, pecan (Carya)

 

 Noce ala (Pterocarya)

 

 Famiglia Fagaceae

 

 Castagna (Castanea)

 

 Faggio (Fagus)

 

 Quercia (Quercus)

 

 Frutto di Pietra, Quercia del Tannino (Lithocarpus)

 

 Famiglia delle Betulaceae

 

 Ontano (Alnus)

 

 Betulla (Betula)

 

 Nocciolo, Nocciolo Lungo (Corylus)

 

 Carpino (Carpinus)

 

Definizioni culinarie e denominazioni

 

Una noce in cucina è una categoria meno restrittiva rispetto a quella botanica, il termine infatti può essere attribuito a molti semi che in realtà noci non sono. Ogni grosso, oleoso seme che abbia un guscio e venga usato in cucina, assume erroneamente la qualifica di noce. Poiché le noci generalmente hanno un contenuto oleoso, sono abbastanza costose e molto caloriche. Un grosso numero di semi sono commestibili per l’uomo e possono essere usati sia cotti, tostati o crudi come semplici snack, o pressati per ottenere olii da utilizzare in cucina e nella cosmesi. Per lo stesso motivo, le noci (o generalmente i semi) rappresentano una fonte di nutrimento per la fauna molto importante. Questo alimento assume un’elevata importanza per animali quali gli scoiattoli che immagazzinano noci e ghiande all’interno degli alberi in autunno da utilizzare durante la stagione invernale.

 

Alcuni frutti e semi che sono effettivamente noci nella tradizione culinaria ma non nella botanica:

 

 Mandorla che è la parte commestibile della drupa.

 

 Noce del Brasile che è il frutto di una capsula.

 

 Aleurites moluccana (che viene utilizzata per produrne olio) è un seme.

 

 Anacardo è un seme.

 

 Noce di cocco che è una drupa fibrosa.

 

 Ippocastano è una capsula.

 

 Noce macadamia è un seme prodotto dalla (Macadamia integrifolia).

 

 Gevuina avellana, originaria del Cile, è coltivata per il suo seme commestibile in Cile e Nuova Zelanda, relazionata con Macadamia, anche propria di clima temperato.

 

 Arachide è un legume e un seme.

 

 Pinolo è il seme di alcune specie di pino (conifere).

 

 Pistacchio è una drupa.

 

Per aprire il gheriglio intero, è sufficiente lasciare le noci a bagno in acqua salata per una notte, quindi schiacciare il guscio con precauzione.

 

Noci o semi

 

Come precedentemente accennato, il termine noce è sovente utilizzato per indicare semi, ma noci e semi non sono la stessa cosa. È pur vero che una noce è un seme, ma non è vero che tutti i semi sono noci. Un seme è situato nel frutto, e può esservi rimosso. Una noce è un residuo dell’ovario, che è sia seme che frutto, dal quale non può essere separato.

 

Allergia alle noci

 

 L’allergia alimentare alle noci è un problema relativamente comune tra gli individui, e spesso può causare seri problemi. Per le persone allergiche ingerire o entrare in contatto anche con piccole quantità di prodotto (soprattutto se presente in preparazioni industriali non dichiarate) può causare fatali shock anafilattici.

 

L’allergia alle arachidi è la più comune; studi effettuati, hanno dimostrato che alcune allergie alle arachidi possono essere causate dall’utilizzo delle stesse nel cibo per neonati; infatti se viene somministrato a un bambino che non è in grado di digerirle completamente, il corpo reagisce contro questo alimento. Comunque non c’è alcuna connessione (reazione crociata) tra l’allergia alle arachidi con quella alle noci, infatti coloro che sono allergici alle prime, non è detto siano allergici anche alle noci.

 

Benefici nutrizionali

 

Alcuni studi epidemiologici hanno rivelato che le persone che consumano noci abitualmente corrono meno rischi di subire cardiopatie coronariche. Recentemente alcuni studi clinici hanno dimostrato che il consumo di varie tipologie di noci, quali ad esempio le mandorle e le Juglans, può diminuire le concentrazioni del colesterolo LDL. Inoltre le noci contengono sostanze che hanno effetti cardio-protettivi.

 

Oltre ai benefici cardiaci, le noci generalmente hanno un bassissimo indice glicemico (GI). Conseguentemente, i dietologi si raccomandano affinché le noci siano incluse nelle diete prescritte ai pazienti con deficienze di insulina (diabete); inoltre sono ricche di sali minerali e di vitamine B.

 

 Usi terapeutici

 

 In passato il noce è stato molto utilizzato nel trattamento degli eczemi cronici, dell’artrite urica, attualmente le sue foglie, assunte per via orale (infuso, decotto, tisana), sono ancora ritenute utili nelle malattie del ricambio quali diabete, gotta e obesità; la pianta favorisce la diuresi, stimola la funzione epatica ed è utile nelle affezioni reumatiche e nel rachitismo.

 

Per uso esterno è utilizzato contro le infiammazioni delle vie genitali femminili; gli impacchi del decotto delle foglie sono efficaci contro la congiuntivite, le dermatosi.

 

L’olio di mallo di noce esercita una funzione protettiva contro i raggi solari, grazie alla presenza dello juglone.

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Foto dei Cocktail visto da Kratos

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Spiego a Kratos i Cocktail

Dopo aver detto a Kratos tutto sul vino e dopo aver fatto vedere qualche foto a Kratos , gli dissi – adesso ti spiego tutto sui cocktail e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sui cocktail – Un cocktail è una bevanda, un drink, che si ottiene in genere con una miscela di diversi distillati e/o liquori, con l’eventuale aggiunta di altri ingredienti come zucchero, frutta, ghiaccio, bevande non alcoliche, spezie e aromi. Per estensione, vengono chiamati cocktail anche bevande non alcoliche ottenute dalla miscela di diversi ingredienti (cocktail analcolico).

 

Storia La parola cocktail appare per la prima volta nell’edizione del 16 maggio 1806 del Balance and Columbian Repository che ne dava la seguente definizione:

 

(IT)

 

 « Il “Cocktail” è una bevanda stimolante, composta di diverse sostanze alcoliche alle quali viene aggiunto dello zucchero, dell’acqua e dell’amaro. »

 

 (Balance and Columbian Repository )

 

La prima pubblicazione di una guida che includesse ricette di cocktail è del 1862: How to Mix Drinks; or, The Bon Vivant’s Companion, del professor Jerry Thomas. Oltre alla lista delle solite bevande con mix di liquori, vi erano scritte 10 ricette che erano chiamate “Cocktails”. L’ingrediente che differenziava i “cocktails” dalle altre bevande in questo compedio era l’uso degli amari, anche se questo tipo di ingrediente non si trova oramai quasi più nelle ricette moderne.

 

 

 

Durante il Proibizionismo negli Stati Uniti (1919-1933), quando il consumo di alcool era illegale, i cocktail erano comunque bevuti negli “speakeasies”. Durante questo periodo la qualità dei liquori era scadente rispetto ai periodi precedenti, per questo motivo i baristi tendevano a mescolare i liquori con altri ingredienti. Proprio durante questo periodo si fanno risalire le prime vere raccolte di ricette per cocktail dell’era moderna, soprattutto in Europa, con le 900 recettes de cocktail di Torelli nel 1927 a cura di Torelli (un barman di Parigi) e il The Sailoy Cocktail inglese del 1931. Anche cinema e letteratura hanno contribuito al successo dei cocktail.

 

Etimologia

 

 L’etimologia del termine cocktail non è chiara, esistono tuttavia diverse ipotesi sulla sua origine:

 

 potrebbe derivare dai termini inglesi cock (gallo) e tail (coda), forse dovuto al fatto che verso il 1400 nelle campagne inglesi si beveva una bevanda variopinta ispirata ai colori della coda del gallo da combattimento

 

 potrebbe derivare dal termine francese coquetier, un contenitore francese per uova che veniva usato a New Orleans per servire liquori durante il XIX secolo

 

 potrebbe essere una distorsione dal latino [aqua] decocta, cioè acqua distillata.

 

 potrebbe derivare dalla leggenda che narra di una nave di ricchi inglesi che approdando in Sud America, festeggiavano bevendo liquori europei e succhi tropicali mescolati con una colorata piuma di gallo.

 

Classificazione

 

 La classificazione viene fatta in base a:

 

 Struttura

 

 Capacità

 

 Temperatura di servizio

 

 Momento di consumo

 

Quest’ultima risulta la più utilizzata ed è divisa in:

 

 Pre dinner

 

 After dinner

 

 Tutte le ore.

 

Pre dinner

 

 Vengono serviti come aperitivi, dal latino aperire (aprire); molti sono caratterizzati dalla proprietà di stimolare la salivazione e, di riflesso, l’appetito. Salvo eccezioni sono caratterizzati dalla prevalenza di aromi amareggianti.

 

In Italia vengono spesso supportati da stuzzichini di contorno.

 

After dinner

 

Serviti dopo cena non devono essere confusi come dei digestivi ma come finale morbido a un pasto, caratterizzati da:

 

 Presenza decisa di alcool

 

 Presenza di liquori e creme

 

 Presenza olfattiva e gustativa complessa

 

Any Time

 

Si servono in ogni momento, sono caratterizzati da:

 

 Presenza di base alcolica

 

 Aggiunta di soft drink

 

 Utilizzo di addolcitori (glucosi o saccarosi).

 

Tipologie

 

 Le tipologie di cocktail che troviamo sono:

 

 Short, se serviti nelle coppette da cocktail

 

 Medium se serviti in tumbler bassi o old fashioned

 

 Long drinks se serviti in tumbler alti o altri bicchieri di alta capacità (in genere i long-drink si caratterizzano per la presenza di succhi di frutta o bevande sodate).

 

Categorie

 

 Sono riconosciuti diversi tipi di categorie tra cui:

 

 After dinner (digestivo)

 

 Pre dinner (aperitivo)

 

 Analcolici

 

 Cobbler

 

 Collin

 

 Cup

 

 Dark drink

 

 Egg-nogg

 

 Exotic

 

 Fizz

 

 Flip

 

 Grog

 

 Linno Linno

 

 Julep

 

 Short drink

 

 Sparkling

 

 Mist

 

 Pousse-caffè

 

 Zombie.

 

Preparazione

 

 Tre sono le fasi di preparazione di un cocktail

 

 La base

 

 Il colorante

 

 L’aromatizzante

 

La base

 

 La base è l’elemento intorno al quale si costituisce il cocktail, di solito si tratta di un distillato bianco che dà struttura alla bevanda.

 

Struttura Distillato

 

 Neutra Vodka

 

 Rum light

 

 Rum industriale

 

 Parzialmente caratterizzata Bourbon Whisky

 

 Scotch Whisky

 

 Cachaça

 

 Rum agricolo

 

 Fortemente caratterizzata Gin

 

 Tequila

 

 Rum invecchiati.

 

Il colorante

 

Il colorante è l’elemento che arricchisce il ventaglio olfattivo e gustativo, liquori o creme sono generalmente quelli più usati che danno profumo e gusto. I coloranti in realtà non colorano il cocktail, ma lo aromatizzano.

 

 Grado zuccherino Liquore

 

 180 g/l Cointreau

 

 Bénédictine

 

 Galliano

 

 Grado zuccherino Crema

 

 220 g/l Baileys

 

 Rum Cream

 

 Tia Maria

 

 Crema limone

 

L’aromatizzante

 

L’aromatizzante migliora il colore e la piacevolezza della bevanda, è un soft drink come cola, tonica, sciroppi, frutta. Nel cocktail ne influenza l’aspetto visivo e il gusto.

 

Stile

 

 Lo stile del barman può essere:

 

 improvvisato

 

 classico

 

 flair bartender

 

Il primo si riferisce a un barman “casalingo”; il secondo a un barman compito come potrebbe esserlo quello di un albergo a cinque stelle; l’ultimo a un modello di bartender americano, il cui scopo è far da bere a un buon livello “divertendosi” con simpatici movimenti, che possono risultare coreografici a occhi inesperti, ma anch’essi finalizzati alla costruzione del cocktail. Il flair, sostanzialmente, si distingue in 2 tipologie: il Working Flair e l’Exhibition Flair. Il primo è quello caratterizzato da pochi ma essenziali movimenti, più che altro pratici e finalizzati alla preparazione di uno o più cocktail simultaneamente e, al contempo, distrarre e intrattenere il cliente. L’Exhibition, come dice la parola stessa, è un’esibizione vera e propria, dove i riflettori sono puntati sul barman per alcuni minuti: il bartender esegue veri e propri numeri acrobatici con le bottiglie per giungere alla fine alla realizzazione di un cocktail. Esistono competizioni su scala mondiale di questa disciplina.

 

Ricette

 

 Fino ad un decennio fa, gli ingredienti erano indicati in decimi (alcuni anche in terzi, come l’Alexander): ciò permetteva di realizzare le quantità necessarie in base al numero dei consumatori. Poi si è passato ai centilitri (cl), che permette un dosaggio preciso.

 

Nella tecnica definita “americana” gli ingredienti sono indicati in once (oz): anche questo permette di avere dosi più precise per ogni drink.

 

Attualmente l’AIBES ha iniziato ad usare la linea di ricette indicate in centilitri affiancata a quella decimale.I motivi del lento abbandono della notazione decimale vanno ricercati nella sua imprecisione e nel fatto che ogni bicchiere ha una capacità differente, e senza conoscerla a priori è impossibile realizzare un cocktail perfetto utilizzando il sistema in decimi, mentre il sistema in once e in cl non crea problemi di questo tipo. Inoltre con il sistema in decimi bisogna sempre indicare anche DOVE il cocktail verrà servito, mentre con il sistema in cl o in oz non è necessario indicare il bicchiere (anche se viene fatto comunque lo stesso nel ricettario). Le varie associazioni di barman, tra cui la Federazione Italiana Barman, l’Associazione Italiana Barman e Sostenitori, l’Associazione Italiana Bartender & Mixologist, si sono adeguate con le misure indicate in cl, in linea con le ricette dell’IBA.

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Foto del Vino visto da Kratos

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Spiego a Kratos il vino

Dopo aver detto a Kratos quello che gli avrei spiegato oggi , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul vino e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul vino – Il vino è una bevanda alcolica fermentata, ottenuta esclusivamente dalla fermentazione (totale o parziale) del frutto della vite, l’uva (sia essa pigiata o meno), o del mosto.

 

 

 

Il vino si può ottenere da uve appartenenti alla specie Vitis vinifera o provenienti da un incrocio tra questa specie e altre specie del genere Vitis, come ad esempio la Vitis labrusca, la Vitis rupestris, ecc.; in Italia per la produzione di vino possono essere usate solo uve appartenenti alla specie Vitis vinifera.

 

La terminologia relativa al vino utilizza molti vocaboli in lingua francese; per alcuni di essi esistono i corrispondenti termini in italiano, mentre per altri è possibile usare solo i termini francesi.

 

Con tale bevanda si può dar vita anche ad un nobile distillato, che se invecchiato per almeno 12 mesi in legno, prende il nome di Brandy..

 

Etimologia

 

Il termine “vino” ha origine dal verbo sanscrito vena (“amare”), da cui deriva anche il nome latino Venus della dea Venere. Lo stesso termine sanscrito deriva da una radice proto indoeuropea *win-o- (cf. l’ittita: wiyana, il licio: Oino, l’antico greco ονος – oînos, il greco eolico ϝοίνος – voinos). Dal termine latino vinum, anche attraverso la rielaborazione delle lingue celte, ebbero luogo molte delle denominazioni nelle altre lingue.

 

Storia del vino

 

Nel Valdarno Superiore, intorno a Montevarchi (AR), sono stati ritrovati in depositi di lignite, reperti fossili di tralci di vite (Vitis Vinifera) risalenti a 2 milioni di anni fa. Diversi ritrovamenti archeologici dimostrano che la Vitis vinifera cresceva spontanea già 300.000 anni fa. Studi recenti tendono ad associare i primi degustatori di tale bevanda già al neolitico; si pensa che la scoperta fu casuale e dovuta a fermentazione naturale avvenuta in contenitori dove gli uomini riponevano l’uva. Le più antiche tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute sulle rive del Mar Caspio e nella Turchia orientale.

 

Un calice di vino racconta millenni di storia umana. Gli studiosi che nel corso del XX secolo hanno cercato di scoprire quanto la terra nasconde alla vista degli uomini si sono imbattuti casualmente nella più antica giara di vino mai rinvenuta. Nel 1996, infatti, una missione archeologica americana, proveniente dall’Università della Pennsylvania e diretta da Mary Voigt, ha scoperto nel villaggio neolitico di Hajji Firuz Tepe, nella parte settentrionale dell’Iran, una giara di terracotta, della capacità di 9 litri, contenente una sostanza secca proveniente da grappoli d’uva. La notizia, riferita da Corriere Scienza del 15 ottobre 2002, aggiunge che i reperti rinvenuti risalgono al 5100 a.C., quindi a 7000 anni fa, ma gli specialisti affermano che il vino è stato prodotto per la prima volta, forse casualmente, tra 9 e 10000 anni fa nella zona del Caucaso. Sembra infatti che il primo vino sia stato prodotto del tutto per caso (come è avvenuto per il pane lievitato) per la fermentazione accidentale di uva dimenticata in un recipiente.

 

È comunque accertato che la produzione su larga scala di vino è iniziata poco dopo il 3000 a.C., quindi circa 5000 anni fa.

 

I primi documenti riguardanti la coltivazione della vite risalgono al 1700 a.C., ma è solo con la civiltà egizia che si ha lo sviluppo delle coltivazioni e di conseguenza la produzione del vino.

 

La Bibbia (Genesi 9,20-27) attribuisce la scoperta del processo di lavorazione del vino a Noè: successivamente al Diluvio Universale, avrebbe piantato una vigna con il cui frutto fece del vino che bevve fino ad ubriacarsi. Gesù Cristo ha scelto il vino come specie sotto cui, nel sacramento dell’Eucarestia, si cela il Suo sangue “per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per molti in remissione dei peccati”.

 

L’Impero Romano dà un ulteriore impulso alla produzione del vino, che passa dall’essere un prodotto elitario a divenire una bevanda di uso quotidiano. In questo periodo le colture della vite si diffondono su gran parte del territorio, e con l’aumentare della produzione crescono anche i consumi.

 

Ad ogni modo il vino prodotto a quei tempi era molto differente dalla bevanda che conosciamo oggi.

 

A causa delle tecniche di conservazione (soprattutto la bollitura), il vino risultava essere una sostanza sciropposa, molto dolce e molto alcolica. Era quindi necessario allungarlo con acqua e aggiungere miele e spezie per ottenere un sapore più gradevole.

 

Con il crollo dell’Impero Romano la viticoltura entra in una crisi dalla quale uscirà solo nel medioevo, grazie soprattutto all’impulso dato dai monaci benedettini e cistercensi. Nella stessa Regola, Benedetto afferma: « Ben si legge che il vino ai monaci assolutamente non conviene; pure perché ai nostri tempi è difficile che i monaci ne siano persuasi, anche a ciò consentiamo, in modo però che non si beva fino alla sazietà. »

 

Gian Battista Vico intravvide nella concezione medioevale del vino come genere di prima necessità un carattere della barbarie di quest’epoca.

 

Proprio nel corso del medioevo nasceranno tutte quelle tecniche di coltivazione e produzione che arriveranno praticamente immutate fino al XVIII secolo, quando ormai la produzione ha carattere “moderno”. Ciò grazie alla stabilizzazione della qualità e del gusto dei vini, nonché all’introduzione delle bottiglie di vetro e dei tappi di sughero.

 

Nel XIX secolo l’oidio e la fillossera, malattie della vite provenienti dall’America, distruggono enormi quantità di vigneti. I coltivatori sono costretti a innestare i vitigni sopravvissuti sopra viti di origine americana (Vitis labrusca), resistenti a questi parassiti, e ad utilizzare regolarmente prodotti fitosanitari come lo zolfo.

 

Nel novecento invece si ha, inizialmente da parte della Francia, l’introduzione di normative che vanno a regolamentare la produzione (origine controllata, definizione dei territori di produzione, ecc.) che porteranno a un incremento qualitativo nella produzione del vino a scapito della quantità.

 

 Enologia

 

 L’enologia è lo studio del vino in generale. Essa si occupa della viticoltura, della vinificazione, dell’affinamento (compresa la conservazione in cantina) e della degustazione.

 

Il nome deriva dal greco oinos (vino) e logos (studio).

 

Classificazione dei vini

 

 I vini possono essere classificati sia in funzione del vitigno (varietà di vite utilizzata per la produzione) che in funzione della zona di produzione.

 

 I vitigni più famosi e diffusi nel mondo (i cosiddetti “Vitigni internazionali” o “Alloctoni”) sono fra i rossi il Cabernet-Sauvignon, il Cabernet franc, il Merlot, il Pinot noir, lo Zinfandel e il Syrah; tra i bianchi il Sauvignon, lo Chardonnay, il Muscat ed il Riesling.

 

Le zone di produzione nel mondo sono:

 

 in Italia: il Veneto; il Piemonte; la Toscana; il Trentino-Alto Adige; l’Emilia-Romagna; il Lazio; il Molise; l’Oltrepò Pavese e la zona a nord-est di Milano in Lombardia; il Friuli-Venezia Giulia; le Marche; l’Abruzzo; la Sicilia; la Sardegna; la Puglia; l’Umbria; la Calabria; la Campania; la Liguria; la Basilicata e la Valle d’Aosta;

 

 in Francia: la Gironda, tra la provincia di Bordeaux, il Lesparre-Médoc e Libourne; la Borgogna; la Champagne; l’Alsazia; la valle della Loira e la Turenna; la valle del Rodano; la Giura e la Savoia; la Linguadoca-Rossiglione; e una zona tra la Provenza e la Corsica;

 

 in Germania: attorno al fiume Reno; a sud-ovest di Coblenza, lungo la Mosella; lungo il Neckar vicino a Stoccarda; vicino Würzburg, lungo il Meno; la valle della Nahe; l’Assia Bergstraße;

 

 in Spagna: la zona della Rioja e la Navarra; la Catalogna; la zona dello Sherry intorno a Jerez de la Frontera; la Ribera del Duero;

 

 in Portogallo: la zona di Porto con il Minho e il Douro; la zona tra Beira Alta e Beira Litorale; l’isola di Madeira;

 

 in Libano: soprattutto la Valle della Beqa’;

 

 in California: le Napa; Mendocino; e Sonoma valleys; più a nord tra l’Alameda e le montagne di Santa Cruz e lungo il fiume di Salinas; ma anche negli Stati di Oregon, Idaho e Washington;

 

 in Argentina: nelle province di Mendoza, San Juan, La Rioja, Salta, Rio Negro, Cordoba ecc;

 

 in Cile;

 

 nella zona del Tokaj tra Slovacchia e Ungheria;

 

 in Siria: nell’Aleppo, nell’Homs e nel Damasco;

 

 in Cipro;

 

 in Australia: nel Victoria e in Tasmania; in alcune zone del Nuovo Galles del Sud; in Australia Meridionale (attorno ad Adelaide; lungo il fiume Margaret River e altrove;

 

 in Nuova Zelanda;

 

 in Sudafrica, al sud;

 

 nell’Austria orientale;

 

 nella Repubblica Ceca: la Moravia;

 

 in Croazia;

 

 in Grecia: in Macedonia, nel Peloponneso del sud e a Creta;

 

 in Messico, soprattutto nello stato di Sonora;

 

 in Brasile: in San Paolo; Santa Catarina; e nel Rio Grande do Sul;

 

 nel Salto, in Uruguay;

 

 in Perù: nell’Ica;

 

 in Algeria: nella provincia di Orano

 

 in Cina;

 

 in India;

 

 in Giappone;

 

 in Romania: nella Regione Est – Moldova, Cotnari, Regione del Sud – Craiova;

 

 in Moldavia: nella Regione Centrale e Sud del paese (Orhei, Stefan Voda, Ialoveni, Hincesti, Comrat):Chateau Vartelly, Purcari, Milestii Mici, Cricova, Vitis Hincesti, Tomaj, ecc.

 

Legislazione comunitaria

 

 Nell’Unione Europea la produzione e la classificazione dei vini sono disciplinate da appositi regolamenti comunitari e dalle relative norme nazionali applicative.

 

La regolamentazione comunitaria divide i vini in due grandi categorie:

 

 Vini da tavola

 

Vini prodotti nella Comunità Europea utilizzando le uve autorizzate, e che non sono sottoposti ad un particolare disciplinare di produzione.

 

 Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VQPRD)

 

Vini prodotti nella Comunità Europea nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione che definisce i tipi di uva che si possono utilizzare, la zona di produzione, il grado alcolico, l’invecchiamento ed altri parametri.

 

I Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate comprendono inoltre le seguenti sottocategorie:

 

 Vini Liquorosi di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VLQPRD)

 

 Vini Spumanti di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VSQPRD)

 

 Vini Frizzanti di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VFQPRD)

 

Legislazione italiana

 

 In Italia in esecuzione della legge n. 116 del 1963, fu emanato il D.P.R. 930/1963 che disciplina le caratteristiche produttive dei vari vini, distinguendoli in:

 

 vini da tavola

 

 vini da tavola con indicazione geografica

 

 vini da tavola con indicazione del vitigno e geografica

 

 vini di qualità prodotto in regione determinata (VQPRD)

 

 vini a denominazione di origine controllata (DOC)

 

 vini a denominazione di origine controllata e garantita (DOCG).

 

I vini speciali (aromatizzati, liquorosi, mistelle, spumanti) hanno trovato regolamentazione con il D.P.R. n. 162 del 1965.

 

Le necessarie correzioni al D.P.R. 930/1963 furono apportate con la nuova L. n. 164 del 1992, nel tentativo di creare una sorta di verticale della qualità per consentire ai V. migliori di essere più chiaramente identificati.

 

Vengono così identificati:

 

 vini da tavola

 

 vini da tavola con indicazione geografica tipica (IGT)

 

 vini da tavola con denominazione d’ origine protetta (DOP)

 

 vini di qualità prodotti in regione determinata (VQPRD)

 

 vini a denominazione semplice (DOS)

 

 vini a denominazione di origine controllata (DOC)

 

 vini a denominazione di origine controllata e garantita (DOCG)

 

 vini di qualità prodotti in regione determinata (VQPRD, DOC, DOCG) con indicazione della sottozona (comune, frazione, fattoria, podere, vigna).

 

Idonei disciplinari di produzione dei V. DOC e DOCG stabiliscono le condizioni da rispettare per rientrare in quelle precise caratteristiche produttrice a garanzia del livello qualitativo:

 

 la denominazione di origine

 

 i terreni di produzione dell’uva

 

 la resa massima per ettaro

 

 il minimo titolo alcoolometrico

 

 le caratteristiche fìsico-chimiche.

 

Tutta la produzione di tali vini è sottoposta a controllo delle caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche nell’arco di tutta la produzione e, per i DOCG, anche per l’imbottigliamento. Apposite commissioni di esperti giudicano poi il prodotto e lo promuovono o meno.

 

Attualmente le DOC sono oltre 260 (in progressivo aumento), da cui discendono oltre 1500 sottodenominazioni.

 

Le DOCG sono attualmente:

 

 Barolo, Barbaresco, Roero, Dolcetto d’Asti, Dolcetto di Dogliani Superiore, Gattinara, Ghemme, Asti, Brachetto d’Acqui, Freisa d’Asti, Gavi o Cortese di Gavi, Grignolino del Monferrato, Grignolino d’Asti, Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato Superiore, Dolcetto di Diano d’Alba, Ovada, Malvasia di Casorzo d’Asti, Moscato d’Asti, Nebbiolo d’Alba, Ruchè di Castagnole Monferrato (Piemonte)

 

 Franciacorta, Valtellina superiore, Sforzato della Valtellina, Oltrepò Pavese Metodo Classico, Moscato di Scanzo (Lombardia)

 

 Bardolino Superiore, Soave Superiore, Recioto di Soave, Amarone della Valpolicella, Recioto di Gambellara, Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, Prosecco Colli Asolani, Piave Malanotte (Veneto)

 

 Ramandolo, Colli Orientali del Friuli Picolit (Friuli Venezia Giulia)

 

 Albana di Romagna (Emilia-Romagna)

 

 Brunello di Montalcino, Chianti, Chianti classico, Vino Nobile di Montepulciano, Vernaccia di San Gimignano, Carmignano, Morellino di Scansano (Toscana)

 

 Montefalco Sagrantino, Torgiano Rosso Riserva (Umbria)

 

 Conero Riserva, Vernaccia di Serrapetrona spumante, Verdicchio di Matelica, Verdicchio dei Castelli di Jesi (Marche)

 

 Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane (Abruzzo)

 

 Cesanese del Piglio (Lazio)

 

 Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Taurasi (Campania)

 

 Cerasuolo di Vittoria (Sicilia)

 

 Vermentino di Gallura (Sardegna).

 

Nelle DOC e DOCG, inoltre, può esservi una “sottozona” che delimita, specialmente nella DOCG, la zona ristretta di produzione del vino.

 

Vini da tavola

 

Questa categoria identifica i vini prodotti con uve autorizzate, senza dover rispettare particolari disciplinari di produzione; solitamente si tratta dei vini da tavola “veri e propri”, cioè quelli generici di qualità più modesta, che possono riportare sull’etichetta la sola indicazione “Vino da tavola” ed il nome o la ragione sociale dell’imbottigliatore; facoltativamente possono riportare l’indicazione del colore (bianco, rosato, rosso), ma non i vitigni utilizzati o l’anno di produzione. Tuttavia la dicitura vino da tavola non è sempre sinonimo di “scarsa” qualità ma semplicemente di non appartenenza ad alcun disciplinare di produzione. Non è quindi raro trovare vini da tavola di grande qualità e prestigio.

 

Vini ad Indicazione Geografica Tipica (IGT)

 

 Per indicazione geografica tipica dei vini si intende il nome geografico di una zona utilizzato per designare il prodotto che ne deriva.

 

Questa categoria comprende i vini da tavola prodotti in determinate regioni o aree geografiche (autorizzate per legge), talvolta secondo un generico disciplinare di produzione; essi possono riportare sull’etichetta, oltre all’indicazione del colore, anche l’indicazione del o dei vitigni utilizzati e l’annata di raccolta delle uve.

 

La menzione IGT può essere sostituita dalla menzione Vin de pays per i vini prodotti in Valle d’Aosta, e dalla menzione Landwein per i vini prodotti nella provincia di Bolzano.

 

Generalmente in questa categoria rientrano i vini da tavola di qualità più elevata.

 

È opportuno precisare inoltre che nelle due categorie sopra descritte si possono trovare anche vini di elevatissima qualità; la loro collocazione tra i “Vini da tavola” o tra gli IGT è dovuta sia a scelte commerciali, sia all’impossibilità, per la loro composizione (vitigni utilizzati), di rientrare nei disciplinari dei vini di qualità delle zone di produzione.

 

Vini a Denominazione di Origine Controllata (DOC)

 

 Per denominazione di origine dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata; esso viene utilizzato per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani.

 

La categoria dei vini DOC comprende i vini prodotti in determinate zone geografiche nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione (approvato con decreto ministeriale).

 

Tali vini, prima di essere messi in commercio, devono essere sottoposti in fase di produzione ad una preliminare analisi chimico-fisica e ad un esame organolettico che certifichi il rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare; il mancato rispetto dei requisiti ne impedisce la messa in commercio con la dicitura DOC.

 

Il primo vino italiano ad avere il riconoscimento della DOC, è stato il vino Marsala con il decreto legge del 12 luglio 1963, n. 930, ma vi fu anche uno specifico decreto legge risalente al 15 ottobre 1931, relativo alla delimitazione del territorio di produzione..

 

Vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG)

 

 La categoria dei vini DOCG comprende i vini prodotti in determinate zone geografiche nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione (approvato con decreto ministeriale).

 

Le DOCG sono riservate ai vini già riconosciuti DOC da almeno cinque anni che siano ritenuti di particolare pregio, in relazione alle caratteristiche qualitative intrinseche, rispetto alla media di quelle degli analoghi vini così classificati, per effetto dell’incidenza di tradizionali fattori naturali, umani e storici e che abbiano acquisito rinomanza e valorizzazione commerciale a livello nazionale ed internazionale.

 

Tali vini, prima di essere messi in commercio, devono essere sottoposti in fase di produzione ad una preliminare analisi chimico-fisica e ad un esame organolettico che certifichi il rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare; l’esame organolettico inoltre deve essere ripetuto, partita per partita, anche nella fase dell’imbottigliamento, per i vini DOCG è infine prevista anche un’analisi sensoriale (assaggio) eseguita da un’apposita Commissione; il mancato rispetto dei requisiti ne impedisce la messa in commercio con la dicitura DOCG.

 

Le DOCG e le DOC sono le menzioni specifiche tradizionali utilizzate dall’Italia per designare i VQPRD (vini di qualità prodotti in regioni determinate).

 

Alcuni di tali vini possono anche fregiarsi delle diciture “Classico”, “Riserva” o “Superiore”.

 

 La specificazione “Classico” indica un vino prodotto in una zona di origine più antica nell’ambito della stessa DOCG o DOC.

 

La qualificazione di “Riserva” è attribuita ai vini che vengono sottoposti ad un periodo di invecchiamento più lungo rispetto a quello previsto dal disciplinare.

 

La dicitura “Superiore” è attribuita ai vini che hanno una gradazione alcolica più elevata rispetto a quella prevista dal disciplinare.

 

Tipi di vino

 

I vini si differenziano tra loro per il sistema di vinificazione (vini normali e speciali) e per le proprietà organolettiche: colore, profumo, gusto e retrogusto; altri parametri concorrono a definire le caratteristiche di un vino: alcol, acidità, sapidità, sensazione di astringenza (dovuta ai tannini). I vini possono essere differenziati in vini tranquilli, vini frizzanti e spumanti, a seconda del fatto che siano in grado o meno di sprigionare anidride carbonica all’apertura delle bottiglie. Costituisce ulteriore distinzione il contenuto in zuccheri non fermentati del vino (secco, semisecco, dolce…)

 

Inoltre ogni vino è caratterizzato da una temperatura di servizio (temperatura ideale per la consumazione) e da abbinamenti ottimali con determinate pietanze.

 

Vini normali

 

Si intendono per vini normali quei vini immessi al consumo dopo aver subito il solo processo di vinificazione (quindi senza interventi tecnici successivi o aggiunte di altri componenti).

 

 Vino bianco

 

 Il vino bianco si presenta all’aspetto di colore giallo in varie tonalità (dal verdolino all’ambrato, passando per il paglierino e il dorato); è generalmente caratterizzato da profumi floreali e fruttati, e va consumato ad una temperatura di servizio compresa fra 8 °C e 14 °C; al gusto prevalgono le sensazioni di freschezza e acidità, anche se con l’aumentare della temperatura di servizio potrebbero presentarsi sgradevoli sensazioni di amaro. Gli accoppiamenti ottimali sono con le pietanze a base di pesce, molluschi, crostacei, verdure e carni bianche, ed in generale con piatti di cottura rapida e sughi poco strutturati.

 

 Vino rosato

 

 Il vino rosato si presenta all’aspetto di colore tra il rosa tenue, il cerasuolo e il chiaretto; è generalmente caratterizzato da profumi fruttati, e va consumato ad una temperatura di servizio compresa fra 10 °C e 14 °C; al gusto prevalgono le sensazioni di leggera acidità, di aromaticità e di lieve corposità. Gli accoppiamenti ottimali sono con pietanze gustose a base di pesce, paste asciutte con sughi delicati, salumi leggeri.

 

 Vino rosso

 

 Il vino rosso si presenta all’aspetto di colore rosso in varie tonalità (dal porpora al rubino fino al granato e all’aranciato); è generalmente caratterizzato da un’ampia varietà di profumi (fiori, frutta, confettura, erbe, spezie) e da una più o meno elevata sensazione di morbidezza, corposità e tannicità; va consumato ad una temperatura di servizio compresa fra 14 °C e 20 °C. Gli accoppiamenti ottimali sono con le carni rosse, la cacciagione, i formaggi, e tutte le pietanze basate su cotture prolungate e sughi strutturati.

 

 Vino novello

 

 Si ottiene mediante macerazione carbonica. Ha un colore intenso e forti aromi secondari o fermentativi. Non può essere immesso sul mercato prima del 6 novembre di ogni anno e se ne consiglia un consumo nei primi sei mesi perché poco stabile. Un accoppiamento ottimale e tipico del vino novello è con le castagne, e conseguentemente con gli alimenti a base di farina di castagne, come necci e castagnaccio.

 

 Vino passito Per approfondire, vedi la voce Vino passito.

 

 

 

Ottenuto da uve appassite lavorate come per una normale vinificazione. L’appassimento può avvenire in maniera naturale sulla pianta (eseguendo dunque la vendemmia tardivamente) oppure artificialmente ponendo l’uva su dei graticci sui quali viene insufflata aria calda, oppure per effetto della cosiddetta muffa nobile, ovvero la Botritys Cinerea, che attacca gli acini formando una coltre superficiale che fa evaporare l’acqua contenuta nell’acino, aumentando così la concentrazione degli zuccheri.

 

 Vin ruspo

 

 Viene fatto con una miscela di vino di Carmignano DOCG attraverso una fermentazione breve la quale toglie leggermente il colore rosso delle bucce di uva. Viene spesso confuso dai non addetti con il vino rosé, o rosato, e come questo si serve a temperature dell’ordine dei 10 °C 14 °C.

 

Vino barricato

 

Il vino barricato viene lasciato invecchiare in botti di legno, con particolare riferimento al legno di rovere che si ottiene dalle querce, ma anche di robinia, ciliegio ed altre essenze. Questo procedimento consente al vino di invecchiare lentamente mediante un processo di ossidoriduzione che avviene tramite le fibre lignee: esso dà al vino un aroma più intenso, un odore di tostato e al gusto sarà più equilibrato e più morbido. Il legno cede al vino i tannini idrolizzabili (che sono più morbidi di quelli condensati), polimeri delle catechine presenti nella buccia degli acini e nei vinaccioli), e sentori speziati (es. vaniglia) ed eterei che conferiranno al vino un prezioso bouquet. Le botti di rovere più prestigiose per le loro performance sono le barrique francesi di 225 litri, fabbricate esclusivamente con legni di rovere provenienti dalla foresta di Allier. Il fatto di potere contare su legni che provengono storicamente dagli stessi alberi, consente agli enologi di potere stabilire diversi parametri per l’invecchiamento dei vini. Va segnalato che è diventata prassi comune da parte di produttori vinicoli assai commerciali l’aggiungere al vino trucioli di legno per conferire al vino gusto ed aromi di legni: numerosi enologi ritengono che si tratti di una manovra posticcia che non può assolutamente dare al vino trattato le caratteristiche di un vero invecchiamento in botti di legno pregiato. Infatti si ritiene che l’effetto dei trucioli sia principalmente quello di dare al vino sentori di tostatura senza però contribuire all’evoluzione aromatica che si raggiunge grazie ai particolari equilibri ossidoriduttivi che si vengono a determinare nelle barrique. Inoltre in queste ultime sono presenti le fecce nobili le quali sono la base dell’evoluzione aromatica del vino e in parte della sua stabilizzazione.

 

Vini speciali

 

 Si intendono per vini speciali quelli che dopo il processo di vinificazione e prima di essere immessi al consumo vengono sottoposti ad ulteriori interventi tecnici o all’aggiunta di altri componenti.

 

I vini speciali sono:

 

 Vino spumante: In seguito ad una vinificazione tradizionale come per un normale vino bianco, viene aggiunto il cosiddetto Liquer de Tirage ovvero lieviti, monosaccaridi (zucchero di canna) e minerali, al fine di provocare una rifermentazione che può avvenire in bottiglia (Metodo champenoise o Classico) o in autoclave (metodo Charmat o Martinotti)

 

 Vino liquoroso

 

 Vino aromatizzato.

 

Etichetta

 

L’etichetta costituisce una sorta di “Carta d’identità” del vino, in quanto contiene tutti gli elementi necessari per identificare il prodotto a cui si riferisce.

 

Le informazioni che devono essere riportate sull’etichetta sono stabilite sia dalle norme in vigore che dai rispettivi disciplinari di produzione; devono essere riportate le informazioni relative alle analisi chimiche del prodotto, grado alcoolico con tolleranza 0,5% in volume, calcolato a 15 °C, in quanto il volume dell’alcool e dell’acqua variano in modo differenziale al variare della temperatura, indicazione dei solfiti contenuti, capacità del contenitore, comune di produzione, nome ragione sociale e sede dell’imbottigliatore, nome dell’azienda.

 

A partire dalla vendemmia 2005 è diventato obbligatorio anche in Italia indicare la presenza di anidride solforosa o solfiti.

 

 Contenitori

 

Tipi di bottiglie

 

Altri contenitori

 

 Questi sono i principali tipi di contenitori in cui può essere contenuto il vino:

 

 Botte, Barrique, Piece

 

 Bigoncia

 

 Damigiana

 

 Decanter

 

 Flûte

 

 Fiasco

 

 Caraffa

 

 Tanica

 

Produzione

 

 I dieci principali produttori mondiali di uve sono: (anno 2005)Paese migliaia di quintali

 

 Italia 86.200 (13,14%)

 

 Francia 67.785 (10,33%)

 

 USA 63.275 (9,645%)

 

 Spagna 59.258 (9,03%)

 

 Cina 56.000 (8,53%)

 

 Turchia 36.500 (5,56%)

 

 Argentina 28.297 (4,31%)

 

 Iran 28.000 (4,27%)

 

 Cile 22.500 (3,43%)

 

 Australia 20.265 (3,09%)

 

TOTALE 656.134

 

L’evoluzione della produzione di vino nell’Unione Europea nel 2005 e 2006

 

Previsione 2006 (migliaia di ettolitri)

 

 Italia : 52.036

 

 Francia : 51.700

 

 Spagna : 39.301

 

 Germania : 8995

 

 Portogallo : 7390

 

 Grecia : 3908

 

Previsione 2005 (migliaia di ettolitri)

 

 Italia : 60.562

 

 Francia : 52.105

 

 Spagna : 34.789

 

 Germania : 9256

 

 Portogallo : 7266

 

 Grecia : 3997

 

Nel 2003, la produzione mondiale di vino era salita a 269 milioni di ettolitri.

 

I quindici principali produttori erano:Paese milioni di ettolitri

 

 Francia 47,3

 

 Italia 46,8

 

 Spagna 39,5

 

 Stati Uniti 23,5

 

 Australia 12,6

 

 Argentina 12,2

 

 Cina 10,8

 

 Germania 10,2

 

 Sudafrica 7,6

 

 Portogallo 6,8

 

 Cile 5,8

 

 Romania 5,5

 

 Grecia 4,2

 

 Russia 4,1

 

 Ungheria 4,0

 

I dieci principali paesi esportatori di vino sono: (anno 2005)Paese migliaia di ettolitri

 

 Italia 15.100

 

 Spagna 14.439

 

 Francia 13.900

 

 Australia 7019

 

 Cile 4209

 

 USA 3482

 

 Germania 2970

 

 Sud Africa 2818

 

 Portogallo 2800

 

 Moldavia 2425

 

TOTALE 78.729.

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Dico a Kratos e Pandora quello gli spiego oggi

Il giorno dopo io ,Kratos e Pandora ci svegliammo verso le 6 e con molta calma andammo in asala da pranzo , Kratos e Pandora si misero a sedere ai loro soliti posti , Pandora alla mia sinistra e Kratos davanti a me . Mentre loro si erano seduti vicino a me , io preparavo i cornetti per me , per Kratos , per Pandora e per Marco .Dopo averli fatti  portai il cornetto a Marco e poi andai a fare colazione con Kratos e Pandora e dopo io dissi a Kratos – adesso ti spiego alcune cose e Kratos disse – cosa mi spieghi oggi ? e io risposi alla sua domanda –  oggi ti spiego : vino , cocktail , noci , casa , calendario , cerotto , medicina , giardino e poi ti faccio vedere il mio giardino e poi ti diamo una data di nascita e Kratos disse – ok e se ci sono foto faccele vedere sia a me sia a Pandora e io dissi – certamente .

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Foto dello Zucchero visto da Kratos e Pandora