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Foto dei tortellini visti da Kratos

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Spiego a Kratos i tortellini

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla pasta e dopo avergli fatto vedere alcune foto sulla pasta , gli dissi – adesso ti spiego tutto sui tortellini e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sui tortellini – I tortellini sono una pasta all’uovo ripiena, originaria di Bologna e Modena .

 

 

 

Origini

 

 

 

Il nome di tortellino (in bolognese turteléin, in modenese turtlèin) deriva dal diminutivo di tortello, dall’italiano torta.

 

 L’odierno tortellino è verosimilmente l’erede relativamente recente di una lunga progenie nata in un ambiente povero per “riciclare” la carne avanzata dalla tavola dei nobili ricchi. Nel libro “L’economia del cittadino in villa” di Vincenzo Tanara del 1664 si descrivono dei tortellini “cotti nel burro”. Ancora nel 1842 il viaggiatore e bibliografo francese Antoine-Claude Pasquin (detto Valery, 1789-1847) annotava un ripieno di «sego di bue macinato, tuorli d’uovo e parmigiano», ben più rozzo dell’attuale.

 

 

 

Al giorno d’oggi è possibile reperire tortellini confezionati in ogni parte del mondo, soprattutto dove le comunità italiane hanno una certa importanza. I tortellini confezionati “freschi” hanno normalmente una durata di sette settimane.

 

 

 

I tortellini in brodo sono spesso serviti nel menu di Natale.

 

 

 

Leggenda

 

 

 

Sull’origine di questo piatto esistono diverse leggende. Una tra queste fa nascere questo piatto a Castelfranco Emilia ad opera del proprietario della locanda Corona, il quale, sbirciando dal buco della serratura della stanza di una nobildonna sua ospite e rimasto tanto colpito dalla bellezza del suo ombelico, volle riprodurlo in una preparazione culinaria.

 

 

 

Un’altra variante della storia trae spunto dalla “Secchia rapita” del Tassoni e racconta di come ai quei tempi, una sera dopo una giornata di battaglia tra bolognesi e modenesi, Venere, Bacco e Marte trovarono ristoro presso la locanda Corona. La mattina seguente Marte e Bacco si allontanarono dalla locanda lasciando Venere dormiente; questa, al risveglio, chiamò qualcuno e il locandiere che accorse la sorprese discinta e rimase tanto impressionato dalle sue splendide forme che tornato in cucina con ancora in testa ciò che aveva visto, strappò un pezzo di sfoglia, lo riempì e ripiegò dandogli la forma dell’ombelico della dea.

 

 

 

Denominazioni

 

 

 

I ravioli in Romagna vengono chiamati tortelli. I tortellini emiliani in Romagna vengono comunemente chiamati cappelletti anche se questi ultimi si differenziano sia per forma che per ripieno. I cappelletti emiliani in Romagna vengono chiamati tortelli.

 

 

 

Le ricette

 

 

 

Il 7 dicembre 1974 la Confraternita del Tortellino (sorta di WWF del vessillo della cucina bolognese e della cucina modenese) e l’Accademia Italiana della Cucina, depositarono presso la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bologna la ricetta del ripieno dei tortellini, che prescrive, dentro a una sfoglia di farina e uova di 6/10 di mm, un ripieno preparato con lombo di maiale, prosciutto crudo, mortadella di Bologna, Parmigiano-Reggiano, uova e noce moscata.

 

 

 

I tortellini, secondo la tradizione bolognese, vanno cotti e mangiati rigorosamente in un buon brodo di carne di cappone o di gallina.

 

 

 

Un’altra ricetta possibile, sebbene non tradizionale (ma comunque abbastanza diffusa), li vede cotti in un brodo che può essere più povero (di dado, ad esempio) e conditi con la panna. È da evitare la cottura dei tortellini in acqua, poiché in questo caso buona parte del gusto del ripieno si diluisce e si perde nella stessa, rendendo molto meno gustosa la pietanza. Non è difficile trovare anche altre preparazioni e varianti (differenti da quella tradizionale) come ad esempio i tortellini al ragù, anche se in questo caso il ragù stravolge il sapore del ripieno del tortellino.

 

 

 

Valeggio sul Mincio ha una sua produzione di tortellini, che si differenzia poco da quelli emiliani. L’uso è di mangiarli asciutti con burro o panna, senza il brodo. Sono inseriti nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali del Veneto.

 

 

 

In Romagna il tortellino emiliano è chiamato comunemente cappelletto, si chiude in maniera diversa, si serve in brodo ed è ripieno di solito di solo formaggio. Nella zona della bassa mantovana a confine con il reggiano i tortellini, nelle feste più importanti e nelle famiglie di origine contadina, vengono cotti in un buon brodo di gallina o cappone e poi serviti in una scodella con poco brodo con l’aggiunta del Lambrusco (vino rosso frizzante): questa variante tradizionale è chiamata “Bevr’in vin”. Nell’alta Romagna forlivese ci sono anche i tortelli sulla lastra, simili ai crescioni e di forma quadrata (ripieni di zucca e patate con poca salsiccia o a volte di erbe), a differenza dei crescioni veri e propri che sono a mezzaluna, come una piadina ripiegata e ripiena, cucinati in tutta la Romagna. Nella provincia di Lucca si fanno dei tortelli più grandi che hanno forma rotonda (due strati di pasta di circa 1 o 2 mm) con ripieno formato da carne (vitello e/o maiale, talvolta salsiccia, pane raffermo ammollato, bietola, uovo, pepe e noce moscata) conditi con ragù o sugo di pomodoro; durante la stagione della caccia è possibile trovare nei ristoranti una variante con cinghiale.

 

 

 

Un’altra variante è il timballo di tortellini, che si ottiene dalla cottura al forno dei tortellini con mozzarella, formaggio, sugo di pomodoro e altri condimenti a scelta (uovo, funghi, melanzane, ecc.).

 

 

 

Similmente ai ravioli, vi sono anche versioni di tortelli fritti e dolci, ripieni di marmellata, ricotta o cioccolata.

 

 

 

All’estero, dove sono molto conosciuti e considerati simbolo del Bel Paese, vengono utilizzati spesso per preparazioni che vorrebbero essere italiane ma che più nulla hanno di tradizionale, come nelle immagini seguenti.

 

 

 

Riconoscimenti

 

 

 

La regione Emilia-Romagna ha registrato fra i prodotti agroalimentari tradizionali italiani il Tortellino, il cui disciplinare di produzione vale per la provincia di Modena e il Tortellino di Bologna, il cui disciplinare si applica alla provincia di Bologna.

 

 

 

La regione Veneto ha invece inserito nell’elenco i tortellini di Valeggio sul Mincio.

 

 

 

Informazi sui Tortellini

 

 

 

Luogo d’origine Italia

 

 Regioni Emilia-Romagna

 

 Veneto

 

 Zona di produzione Modena, Bologna

 

 Dettagli

 

 Categoria primo piatto

 

 Riconoscimento P.A.T.

 

 Settore pasta.

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Foto della pasta vista da Kratos

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Spiego a Kratos la pasta

Dopo aver detto a Kratos tutto sull’ umidità e dopo avergli fatto vedere una foto sull’ umidità , gli dissi – adesso ti spiego tutto sulla pasta e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla pasta – Il termine pasta, come sineddoche di pastasciutta, può anche indicare un piatto dove la pasta alimentare sia l’ingrediente principale, accompagnato da una salsa, da un sugo o da altro condimento.

 

 

 

La storia della pasta

 

 

 

Origine

 

 

 

La leggenda

 

 

 

Che sia stato Marco Polo al ritorno dalla Cina nel 1295 ad aver introdotto in Occidente la pasta è solo una leggenda. Tale leggenda è nata negli Stati Uniti sul Marconi Journal (pubblicato da una associazione di industriali con lo scopo di rendere la pasta familiare ai consumatori Americani e favorita dai circoli governativi impegnati a sostenere la coltivazione del grano duro).

 

 

 

A sostegno della tesi c’era che, tra le meraviglie del mondo descritte nel Milione, parlando del reame di Fansur, Marco Polo scrive che Qui à una grande maraviglia, che ci àn farina d’àlbori, che sono àlbori grossi e ànno la buccia sottile, e sono tutti pieni dentro di farina; e di quella farin[a] si fa molti mangiar di pasta e buoni, ed io più volte ne mangiai a cui, nelle note alla prima versione italiana, Giovan Battista Ramusio aggiunge che la farina purgata et mondata, che rimane, s’adopra, et si fanno di quella lasagne, et diverse vivande di pasta, delle quali ne ha mangiato più volte il detto Marco Polo, et ne portò seco alcune a Venezia, qual è come il pane d’orzo, et di quel sapore….

 

 

 

Pertanto gli americani, come dice Giuseppe Prezzolini, «non hanno esitato a prender il testo del Ramusio, han dato una spintarella… e l’han fatto diventare la prova» dell’importazione dalla Cina degli spaghetti.

 

 

 

La storia

 

 

 

Il vocabolo pasta viene dal termine păsta(m), dal greco πάστα con significato di ‘farina con salsa’ che deriva dal verbo pássein cioè ‘impastare’. Si attesta a partire dal 1310[5] anche se a cercare le origini della pasta, chiamata con altri nomi, si può tornare indietro fin quasi all’età neolitica (circa 8000 a.C.) quando l’uomo cominciò la coltivazione dei cereali che ben presto imparò a macinare, impastare con acqua e cuocere o seccare al sole per poterli conservare a lungo. La pasta è infatti un cibo universale di cui si trovano tracce storiche in tutto il continente euroasiatico. Acquisisce una posizione particolarmente importante in Italia e in Cina dove si sviluppano due prestigiosi filoni di tradizione gastronomica che si completano a vicenda ma di cui rimane difficile stabilire i rapporti proprio per la complessità dei percorsi intermedi.« Chi mai fosse tra i ghiottoni

 

 L’inventor dei maccheroni

 

 Vi son dispute infinite

 

 Né decisa è ancor la lite »

 

 ( G. Columbro, Le muse familiari, in «Molini d’Italia», n. 4, 1984)

 

 

 

La testimonianza più antica, databile intorno ai 4000 anni fa, è data da un piatto di spaghetti di miglio rinvenuti nel nord-ovest della Cina presso Lajia sotto tre metri di sedimenti. L’invenzione cinese viene tuttavia considerata indipendente da quella occidentale perché all’epoca i cinesi non conoscevano il frumento caratteristico delle produzioni europee e arabe.

 

 In verità possiamo trovare tracce di paste alimentari già tra gli Etruschi, Arabi, Greci e Romani.

 

 

 

Chiara la testimonianza per gli Etruschi fatta a Cerveteri dalla tomba della Grotta Bella, risalente al IV secolo a.C., dove alcuni rilievi sono a raffigurare degli strumenti ancora oggi in uso per la produzione casalinga della pasta come spianatoia, matterello e rotella per tagliare.

 

 

 

Per il mondo greco e quello latino numerose sono le citazioni fra gli autori classici, fra cui Aristofane e Orazio, che usano i termini làganon (greco) e laganum (latino) per indicare un impasto di acqua e farina, tirato e tagliato a strisce. Queste lagane, ancora oggi in uso nel sud d’Italia (da cui anche laina), considerate inizialmente cibo dei poveri, acquisiscono tanta dignità da entrare nel quarto libro del De re coquinaria del leggendario ghiottone Apicio. Egli ne descrive minuziosamente i condimenti tralasciando le istruzioni per la loro preparazione, facendo supporre che fosse ampiamente conosciuta.

 

 

 

Per gli Arabi, Ziryab, musicista, ma anche appassionato gastronomo del IX secolo d.C., descrive impasti di acqua e farina assimilabili alle paste.Ne Il diletto per chi desidera girare il mondo o Libro di Ruggero pubblicato nel 1154, Al-Idrisi, geografo di Ruggero II di Sicilia, descrive Trabia, un paese a 30 km da Palermo, come una zona con molti mulini, dove si fabbricava una pasta a forma di fili chiamata itrya (dall’arabo itryah che significa “focaccia tagliata a strisce”), che veniva spedita con navi in abbondanti quantità per tutta l’area del Mediterraneo sia musulmano sia cristiano dando origine ad un commercio molto attivo. Questa è la prima testimonianza scritta sulla pasta che poi entrerà nella storia.

 

 

 

Evoluzione

 

 

 

La più importante novità del Medioevo per la costituzione della moderna categoria di pasta, fu l’introduzione di un nuovo metodo di cottura e di nuove forme. Il sistema della bollitura, usato nell’antichità solo per pappe o polente di diversi cereali, sostituì il passaggio al forno dove invece le antiche lagane erano poste direttamente con il condimento come liquido di cottura.

 

 

 

Apparvero le paste forate e quelle ripiene; l’invenzione della pasta secca a lunga conservazione, attribuita generalmente agli arabi bisognosi di provviste per i loro spostamenti nel deserto, fu invece la novità che più influì nelle abitudini alimentari e nei commerci. Fu nel Medioevo che sorsero le prime botteghe per la preparazione professionale della pasta che dalla Sicilia, impregnata di cultura araba parallelamente al Levante spagnolo, già a metà del XIII secolo si installarono anche a Napoli e Genova, città che avranno poi grande partecipazione nell’evoluzione e nel successo delle paste alimentari. In un secondo tempo aprirono anche in Puglia e in Toscana e nel XIV secolo vennero costituite le prime corporazioni di pastai. La tecnica dell’essiccazione permise alla pasta di affrontare lunghi percorsi via mare o all’interno del continente per i quali si specializzarono i commercianti genovesi. Anche la Liguria divenne luogo di produzione di paste secche mentre l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto rimarranno legati all’uso della pasta fresca che tuttora persiste.

 

 

 

Oltre a croseti (pasta corta) e ancia alexandrina (pasta lunga), nel trecentesco Liber de coquina viene spiegato molto dettagliatamente il modo di fare lasagne e si consiglia di mangiarle con “uno punctorio ligneo”, un attrezzo di legno appuntito. In effetti, mentre nel resto d’Europa per mangiare si useranno le mani fino al XVII-XVIII secolo, in Italia si ebbe una precoce introduzione della forchetta più comoda per mangiare la pasta scivolosa e bollente introdotta nel sistema alimentare.

 

 

 

Solo nel quattrocentesco Libro de arte coquinaria di Maestro Martino si trovano le prime indicazioni tecniche per la preparazione dei “vermicelli”, “maccaroni siciliani” (per la prima volta il termine indica pasta corta forata) e “maccaroni romaneschi” (tipo tagliatelle). Le ricette dell’epoca prevedevano che la pasta fosse servita come contorno ad altre vivande e specialmente con la carne. Questo gusto, insieme a quello per la pasta scotta, si trova ancor oggi fuori dall’Italia dove invece nel ’600 Giovanni del Turco comincia a consigliare una cottura più breve che lasci i maccheroni “più intirizzati e sodi”. Classico anche l’abbinamento con formaggio grattugiato, mai scardinato, neanche dall’abbinamento col pomodoro sperimentato e attestatosi tra fine ’700 e primi ’800.

 

 

 

Alla fine del XVI secolo comparvero i primi pastifici a conduzione familiare nella città di Gragnano, favorita da particolari condizioni climatiche, come una leggera aria umida che permetteva la lenta essiccazione dei “maccaroni”. Con la crisi del settore tessile, dalla metà del XVII secolo la maggior parte dei gragnanesi venne impiegata nell’industria pastaia per la quale furono costruiti ben 30 mulini ad acqua, i ruderi dei quali si possono ammirare nella “valle dei mulini”. La produzione della pasta, in particolare dei “maccaroni”, rese famosa nel mondo Gragnano che nell’Ottocento conobbe la sua epoca d’oro. La via Roma e la piazza Trivione, con i maccheroni appesi ad essiccare, diventarono così il centro della città.

 

 

 

Nel Settecento i primi rudimentali macchinari per la produzione industriale resero il costo della pasta accessibile anche ai meno abbienti che fino ad allora ne erano rimasti privati.

 

 

 

La produzione dei maccaroni aumentò ancora dopo l’Unità d’Italia. I pastifici gragnanesi si aprirono ai mercati di città come Torino, Firenze e Milano e la produzione di pasta raggiunse quindi l’apice. Gragnano addirittura ottenne l’apertura di una stazione ferroviaria per l’esportazione dei maccheroni che la collegava a Napoli e quindi all’intero Paese. Il 12 maggio 1885, all’inaugurazione erano presenti nientemeno che il re Umberto I e sua moglie, la regina Margherita di Savoia . Successivamente i pastifici si ammodernarono. Arrivò l’energia elettrica e con questa i moderni macchinari che sostituirono gli antichi torchi azionati a mano.

 

 

 

Negli anni ’80 del secolo scorso, grazie all’apporto di giovani chef italiani, furono introdotte nuove tecniche di lavorazione della pasta riguardanti la sua colorazione con prodotti naturali. Tra queste va annoverata la tecnica dell’ estrusione multipla e della murrina.

 

 

 

La pasta nella cultura e nella società

 

 

 

La pasta entra anche nell’immaginario collettivo diventando sinonimo di tradizione e semplicità. Gli italiani nel mondo saranno riconosciuti, e si riconosceranno, come “mangiamaccheroni”. Gli ambienti, i fenomeni e le atmosfere che girano intorno ad un piatto di pasta entreranno prima nella letteratura e poi nel cinema offrendo lo spunto per molti capolavori.

 

 

 

Già nel XIV secolo nel Decameron  di Giovanni Boccaccio si fa leva sull’immaginario goloso dei lettori parlando di pasta, cibo già diffuso e comune nel Medioevo, che qui diventa simbolo di abbondanza alimentare. « …una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva… »

 

 (G.Boccaccio Decameron VIII 3)

 

 

 

Nel XVI secolo i maccheroni, divenuti sinonimo del popolo ignorante che se ne nutriva, danno il nome ad un genere letterario che è quello della poesia maccheronica ed all’impasto linguistico con cui è scritta cioè il latino maccheronico, per cui, uno degli esponenti di spicco sarà Teofilo Folengo.

 

 

 

Nel 1835 Giacomo Leopardi, componendo i Nuovi Credenti, non si fa scrupolo ad attaccare duramente il popolo napoletano spiritualista beffandosi del suo amore per i maccheroni. Egli è nell’ultima fase della sua poetica dove appare più sicuro della sua concezione materialistica del mondo e più deciso a sostenerla contro la fede del suo tempo nella provvidenza cristiana e nel progresso politico e tecnico. Suscita la reazione dei napoletani, i quali però, più che le tesi filosofiche, pensano a difendere proprio l’amore per la pasta. Senza badare al Dialogo di Tristano e di un amico già pubblicato nel 1832, dove Leopardi scagiona il suo pessimismo imputato unicamente alla sua malattia, Gennaro Quaranta nella poesia Maccheronata, risponde così: « E tu fosti infelice e malaticcio, o sublime Cantor di Recanati,

 

 che bestemmiando la Natura e i Fati, frugavi dentro te con raccapriccio.

 

 Oh mai non rise quel tuo labbro arsiccio, né gli occhi tuoi lucenti ed incavati,

 

 perché… non adoravi i maltagliati, le frittatine all’uovo ed il pasticcio!

 

 Ma se tu avessi amato i Maccheroni più de’ libri, che fanno l’umor negro,

 

 non avresti patito aspri malanni…E vivendo tra i pingui bontemponi

 

 giunto saresti, rubicondo e allegro, forse fino ai novanta od ai cent’anni… »

 

 

 

Anche Gioachino Rossini che si autodefiniva “Pianista di terza classe ma primo gastronomo dell’universo” amava la pasta che si faceva spedire direttamente da Napoli tanto che nel 1859 in una lettera ad un amico si lamenta del ritardo di un carico firmandosi “Gioacchino Rossini Senza Maccheroni”.

 

 

 

Nel 1930 Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto della Cucina Futurista, auspica una vera e propria crociata contro gli spaghetti, accusando la pasta di uccidere l’animo nobile dei napoletani. Ne propone addirittura l’abolizione che, a parere suo e di Benito Mussolini ispiratore della polemica, avrebbe liberato l’Italia dal costoso grano straniero e favorito l’industria italiana del riso.

 

 La questione si risolve però rapidamente con un Marinetti immortalato nel ristorante Biffi di Milano nell’atto di mangiare un bel piatto di spaghetti. Immancabile segue una derisione popolare che usa soprattutto questa frase: “Marinetti dice Basta, messa al bando sia la pasta. Poi si scopre Marinetti che divora gli spaghetti.”

 

 

 

Numerosi i film che riguardano il mondo pasta, o semplicemente ci giocano. Sono Roma città aperta di Roberto Rossellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, la commedia Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta portata al cinema da Totò, I soliti ignoti con Totò e Vittorio Gassman, Un americano a Roma con Alberto Sordi e Adua e le sue compagne con Marcello Mastroianni, poi C’eravamo tanto amati, Maccheroni, La cena, Gente di Roma tutti di Ettore Scola e anche Roma e La voce della luna di Federico Fellini.

 

 

 

Nel 1957 la BBC trasmette in televisione un documentario molto serio sulla Raccolta primaverile degli spaghetti dove si diceva che, nel clima favorevole di alcune zone d’Italia, crescessero sugli alberi. Il programma, pure se non come quello su La guerra dei mondi di Orson Welles, è molto convincente e alcuni telespettatori si mettono alla ricerca delle fantastiche piantine producendo conseguenze esilaranti.

 

 

 

Gli spaghetti hanno ispirato l’immagine del Flying Spaghetti Monster, dio di una religione parodistica, il Pastafarianesimo, creata per protestare nel 2005 contro la decisione del consiglio per l’istruzione del Kansas, di insegnare il creazionismo affiancato all’evoluzionismo nei corsi di scienze. Il Mostro di Spaghetti Volante è rappresentato come una massa di spaghetti con due tentacoli dotati di occhi, due polpette e delle “appendici pastose”. I seguaci si fanno quindi chiamare “Pastafariani” giocando sul termine Rastafariani e rivendicano di essere stati toccati da una “Sua Spaghettosa Appendice”.

 

 

 

Pasta all’italiana

 

 

 

La pasta alimentare conforme alla legge e alle tradizioni locali è un alimento tipico italiano. « …il nostro più che un popolo è una collezione. Ma quando scocca l’ora del pranzo, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della Penisola si riconoscono italiani… Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un uguale potere unificante. L’unità d’Italia, sognata dai padri del Risorgimento, oggi si chiama pastasciutta »

 

 (C. Marchi, Quando siamo a tavola, Rizzoli, 1990)

 

 

 

In Italia la pasta secca, che costituisce i tre quarti dei consumi totali, è ottenuta dalla trafilazione, laminazione e conseguente essiccamento di impasti preparati esclusivamente con semola o semolato di grano duro (di cui il 60% nazionale è prodotto in Capitanata) ed acqua. La legge ne stabilisce chiaramente le caratteristiche e le eventuali denominazioni con il Decreto del Presidente della Repubblica n.187 del 9 febbraio 2001.

 

 L’altro quarto dei consumi è rappresentato dalla pasta fresca, per cui, oltre ad un più elevato livello di umidità e di acidità, è previsto anche l’impiego del grano tenero e la sfogliatura dell’impasto in alternativa alla trafilazione.

 

 Il 27 settembre 2006, alla camera dei deputati è stata presentata una proposta di legge per l’istituzione di un Festival nazionale itinerante della pasta italiana.

 

 

 

Con 28 kg annui pro capite, l’Italia da sempre si trova al primo posto nella graduatoria mondiale per il consumo di pasta, a grande distanza dal Venezuela che è secondo consumandone solo la metà. Il 37% dei consumi italiani avviene al nord (24 kg pro capite), il 23% al centro (28 kg pro capite) e il 40% (34 kg pro capite) al sud.

 

 

 

L’Italia, con 3.191.505 tonnellate per l’anno 2005[20], detiene anche il primato della produzione mondiale, seguita dagli Stati Uniti con 2.000.000 di tonnellate e dal Brasile con 1.000.000. Le esportazioni assorbono circa il 50% della produzione italiana e sono in continua crescita sia per l’aumento della richiesta nei mercati tradizionali (Germania, Francia, Regno Unito, USA etc.), sia per l’allargamento dei mercati verso l’est europeo ed orientale (Russia, Polonia, Cina, India etc.).

 

 

 

Pasta secca

 

 

 

Le paste alimentari prodotte industrialmente e destinate al commercio, secondo la legge italiana, possono essere solo di acqua e sfarinati di grano duro nei tipi e con le caratteristiche riportate nella tabella sottostante, dove il grado di acidità è espresso dal numero di centimetri cubici di “soluzione alcalina normale” occorrente per neutralizzare 100 grammi di sostanza secca.Tipo e denominazione Umidità massima % Ceneri min. (%) Ceneri max. (%) Proteine min. (%) (azoto x 5,70) Acidità massima in gradi

 

 Pasta di semola di grano duro 12,50 – 0,90 10,50 4

 

 Pasta di semolato di grano duro 12,50 0,90 1,35 11,50 5

 

 Pasta di semola integrale di grano duro 12,50 1,40 1,80 11,50 6

 

 

 

Tutte le paste contenenti ingredienti diversi sono considerate paste speciali e devono essere messe in commercio con la dicitura “pasta di semola di grano duro” completata dalla menzione dell’ingrediente utilizzato e, nel caso di più ingredienti, di quello o di quelli caratterizzanti.

 

 

 

Pasta all’uovo

 

 

 

Qualora nella preparazione dell’impasto siano utilizzate uova, la pasta speciale deve rispondere ad ulteriori requisiti. La pasta all’uovo deve essere prodotta esclusivamente con semola e uova intere di gallina, prive di guscio, per un peso complessivo non inferiore a duecento grammi di uovo (corrispondente a 4 uova) per ogni chilogrammo di semola.

 

 Le uova possono essere sostituite da una corrispondente quantità di ovoprodotto liquido fabbricato esclusivamente con uova intere di gallina, rispondente ai requisiti prescritti dal decreto legislativo 4 febbraio 1993, n.65.

 

 Questa pasta deve essere posta in vendita con la sola denominazione pasta all’uovo e deve avere le seguenti caratteristiche: umidità massima 12,50 %, contenuto in ceneri non superiore a 1,10 su cento parti di sostanza secca, proteine (azoto x 5,70) in quantità non inferiore a 12,50 su cento parti di sostanza secca, acidità massima pari a 5 gradi, estratto etereo e contenuto degli steroli non inferiori, rispettivamente, a 2,80 grammi e 0,145 grammi, riferiti a cento parti di sostanza secca. Il limite massimo delle ceneri per la pasta all’uovo con più di 4 uova è elevato mediamente, su cento parti di sostanza secca, di 0,05 per ogni uovo o quantità corrispondente di ovoprodotto in più rispetto al minimo prescritto.

 

 Nella produzione delle paste, delle paste speciali e della pasta all’uovo è ammesso il reimpiego, nell’ambito dello stesso stabilimento di produzione, di prodotto o parti di esso provenienti dal processo produttivo o di confezionamento; è inoltre tollerata la presenza di farine di grano tenero in misura non superiore al 3 per cento.

 

 La pasta prodotta in altri Paesi (soggetti ad altri regolamenti), in tutto o in parte con sfarinati di grano tenero e posta in vendita in Italia, deve riportare una delle denominazioni di vendita seguenti:

 

 pasta di farina di grano tenero, se ottenuta totalmente da sfarinati di grano tenero

 

 pasta di semola di grano duro e di farina di grano tenero, se ottenuta dalla miscelazione dei due prodotti con prevalenza della semola

 

 pasta di farina di grano tenero e di semola di grano duro, se ottenuta dalla miscelazione dei due prodotti con prevalenza della farina di grano tenero..

 

 

 

Pasta fresca

 

 

 

La legge italiana consente la preparazione di paste fresche secondo le prescrizioni stabilite per le secche, eccetto che per l’umidità e l’acidità, che non deve superare il limite di 7 gradi.

 

 

 

Le paste alimentari fresche, poste in vendita allo stato sfuso, devono essere conservate, dalla produzione alla vendita, a temperatura non superiore a +4 °C, con tolleranza di 3 °C durante il trasporto e di 2 °C negli altri casi; durante il trasporto dal luogo di produzione al punto di vendita devono essere contenute in imballaggi, non destinati al consumatore finale, che assicurino un’adeguata protezione dagli agenti esterni e che rechino la dicitura “paste fresche da vendersi sfuse”.

 

 Il consumo del prodotto deve avvenire entro cinque giorni dalla data di produzione.

 

 

 

Le paste alimentari fresche, poste in vendita in imballaggi preconfezionati, devono possedere i seguenti requisiti:

 

 avere un tenore di umidità non inferiore al 24 per cento;

 

 avere un’attività dell’acqua libera (Aw) non inferiore a 0,92 né superiore a 0,97;

 

 essere state sottoposte al trattamento termico equivalente almeno alla pastorizzazione;

 

 essere conservate, dalla produzione alla vendita, a temperatura non superiore a +4 °C, con una tolleranza di 2 °C.

 

 

 

Per facilitare i trasporti ed allungare la conservazione è consentita la preparazione di paste fresche stabilizzate, ossia paste alimentari che abbiano un tenore di umidità non inferiore al 20 per cento, un’attività dell’acqua libera (Aw) non superiore a 0,92 e che siano state sottoposte a trattamenti termici e a tecnologie di produzione che consentano il trasporto e la conservazione a temperatura ambiente.

 

 

 

Negli ultimi anni, inoltre, le industrie alimentari hanno proposto la pasta in vari formati cotti, conditi secondo ricette tradizionali e poi surgelati che, come tali, sottostanno anche alle norme sulla surgelazione. È proposta, sempre precotta ma non surgelata, anche in confezioni sigillate utilizzabili a breve scadenza..

 

 

 

Le variabili della pasta

 

 

 

Forme

 

 

 

Le paste preparate industrialmente, artigianalmente o tradizionalmente in famiglia possono essere distinte, in base alla forma, nelle categorie seguenti:

 

 

 

paste lunghe

 

 a sezione tonda come vermicelli e spaghetti

 

 a sezione forata come bucatini e ziti

 

 a sezione rettangolare o a lente come trenette e linguine

 

 a spessore largo come lasagne e reginette

 

 paste in nidi o matasse

 

 a spessore largo come pappardelle

 

 a spessore ridotto come capellini, tagliolini e fettuccine

 

 paste corte

 

 lunghe come rigatoni, sedani, fusilli, penne e garganelli

 

 medie come pipe, conchiglie, ditali e orecchiette

 

 paste minute o pastine specifiche per minestre come quadrucci, stelline e ditalini

 

 paste ripiene come tortellini, ravioli, agnolotti e cannelloni

 

 paste fantasia di forme assai varie ed insolite

 

 

 

In base al tipo di superficie, le paste si dividono ancora in due categorie:

 

 lisce, apprezzate per la leggerezza

 

 rigate, apprezzate per la capacità di trattenere i sughi

 

 

 

Viene infine considerata la ruvidezza della superficie che aiuta la salsa ad attaccarsi e rende il contatto in bocca più gustoso. Essa cambia in base alla tecnica ed agli strumenti di produzione pertanto si apprezzano le più rugose e porose

 

 pasta fatta a mano (cioè con tavola e matterello)

 

 pasta trafilata al bronzo..

 

 

 

Sapori

 

 

 

Il sapore di una pasta viene dato da un’abile combinazione dei seguenti elementi:

 

 

 

Sfarinati

 

 

 

Oltre alla farina di grano tenero ed alla semola di grano duro che sono le più usate, se ne possono lavorare numerosi altri come quelli di farro, di riso, di orzo, di castagne, di grano saraceno, ecc. Ognuna di queste farine conferirà il proprio carattere incidendo sia nel gusto, sia nella consistenza.

 

 Nella scelta degli sfarinati, è di fondamentale importanza tenere presente il loro contenuto in glutine perché influisce nella tenuta dell’impasto e nella resistenza alla cottura che aumentano proporzionalmente ad esso. Durante la cottura, infatti, le due proteine gliadina e glutenina contenute negli sfarinati si legano all’acqua formando una specie di rete. Le proteine della semola formano una rete a maglie strette imprigionando l’amido che renderebbe collosa la pasta; quelle della farina di grano tenero formano una rete a maglie larghe che più difficilmente trattiene l’amido della pasta che tenderà a scuocere.

 

 

 

Aromi

 

 

 

Si intende il termine in senso molto ampio fino a comprendere tutti gli ingredienti che possono essere mescolati all’impasto rendendolo più saporito. Primo per importanza è l’uovo perché, oltre ad arricchire il sapore, ha la capacità di legarsi alle particelle della farina e di altri ingredienti rendendo l’impasto vischioso, più facile da formare e di maggior consistenza dopo la cottura; subito dopo l’olio extravergine di oliva che all’impasto dà elasticità e plasticità; terzo è il sale che contribuisce a rafforzare la maglia glutinica, pur irrigidendo un po’ l’impasto.

 

 Oltre questi c’è una lunga serie di alimenti tanto vari quanto la fantasia: pangrattato, formaggi, erbe varie secche o fresche tritate a polvere, spezie, peperoncino ecc.

 

 

 

Ripieni

 

 

 

La pasta può essere farcita chiudendo nell’impasto a base di farina un ripieno che potrà essere a base di carne, di formaggi, di verdure o di pesce. Alcune varianti regionali o di alta cucina prevedono anche farcie dolci come marmellate o ricotta debitamente condita, zucchero e scorzetta di limone ed anche succo d’arancia. Il ripieno è un diverso tipo di impasto ottenuto dalla lavorazione appropriata agli ingredienti affinché assumano consistenza cremosa o pastosa, a volte con qualche pezzetto più grosso ma non troppo da bucare la pasta esterna.

 

 

 

Condimenti

 

 

 

Sono vestiti di colore e sapore tagliati su misura per le diverse paste, per le diverse occasioni. Comprendono preparazioni molto diverse tra loro, sia per i componenti sia per le tecniche di cottura: sughi e ragù, besciamelle e vellutate, fondute di formaggi e riduzioni di panna, vegetali crudi o emulsioni di grassi e brodi caratterizzate variamente con un ingrediente distintivo, ecc. A queste si aggiungono elementi più semplici, spesso da unire all’ultimo minuto, come grassi e formaggi. Protagonista indiscusso fra tutti i condimenti è il pomodoro che, entrando a far parte di numerosissime preparazioni, ha contribuito al successo del piatto più famoso della cucina nostrana ed ora ne è considerato il “classico” accompagnamento. Solamente l’olio extravergine di oliva e il parmigiano hanno un’importanza paragonabile per l’uso che se ne fa e per la loro origine tipicamente italiana. Qualunque sia, il condimento deve risultare alla fine giustamente cremoso, non acquoso né troppo asciutto. A tal fine bisogna regolarsi sul formato di pasta, più o meno capace di trattenere e assorbire la salsa, per poter scegliere la tecnica e il tempo di cottura adeguati. Ci sono ovviamente anche dei condimenti dolci da abbinarsi a particolari ripieni (ad es. il miele per le seadas sarde) oppure a caratterizzare una pasta semplice (ad es. i maccheroni con le noci umbri) e perfino a mescolarsi con quelli salati (ad es. in alcuni tipi di timballo siciliani)..

 

 

 

Produzione

 

 

 

Viene prodottae attraverso le seguenti operazioni tecniche:

 

 miscelazione e lavorazione della farina e di altri ingredienti con una sostanza più o meno liquida, come acqua o uovo, che consenta di ottenere un impasto;

 

 frammentazione e formatura di quest’ultimo;

 

 eventuale essiccazione.

 

 

 

Questi stessi passaggi sono alla base delle preparazioni più disparate: molto asciutte come le paste italiane e il cuscus arabo oppure molli come gli spätzle alsaziani e altre paste cinesi quasi liquide che rimangono in forma solo una volta sbollentate.

 

 

 

Produzione casalinga

 

 

 

Pochi sono gli strumenti essenziali legati tradizionalmente alla produzione della pasta: spianatoia, matterello, spatola e coltello.

 

 La spianatoia, una larga tavola di legno senza nodi, avvallamenti o rigature, pur se vietata dalle moderne norme che regolano i pubblici esercizi e sostituita con piani di acciaio, rimane un ottimo strumento per la confezione di paste fresche in quanto il legno toglie umidità agli impasti per non dover eccedere con la farina di spolvero e trasmette la sua rugosità alla sfoglia conferendole un particolare potere di tenuta dei sughi e piacevolezza al tatto difficilmente riproducibile. Il matterello, un cilindro di legno con un diametro di almeno 3–4 cm e diverse lunghezze, viene fatto girare sulla sfoglia o arrotolato nella stessa per assottigliarla. La spatola, in metallo o in plastica, serve a raccogliere l’impasto dalla spianatoia. Il coltello, alto e rettangolare, naturalmente per tagliare. In alternativa a matterello e coltello è possibile aiutarsi a stendere e tagliare la pasta in sfoglia con una macchina apposita.

 

 

 

Oltre questi utensili, per dare agli impasti le forme più disparate, si possono usare pettini, ferri da calza o a sezione quadrata, trafile o quant’altro la fantasia suggerisce. Gli impasti casalinghi prevedono generalmente l’uso delle uova. Indicativamente, per ogni porzione, se ne impasta uno con 100gr. di farina di grano tenero o con 80gr.di semola di grano duro; le dosi vengono dimezzate nel caso della pasta ripiena. Quando si stende la pasta molto sottile col mattarello su una superficie è possibile incorrere nel cosiddetto paradosso della pasta: infatti, se la pasta è umida si incolla facilmente al mattarello o alla superficie, e non si lascia stendere. Se però asciugata con l’aggiunta di farina diventa molto friabile, rischia di creparsi e perdere coesione. Solo l’esperienza può fornire l’esatta percezione tra umidità e asciuttezza per ottenere sfoglie molto sottili col mattarello. La macchina tirapasta permette di ovviare più facilmente a questo problema.

 

 Produzione industriale

 

 

 

I processi principali della produzione della pasta sono:

 

 Macinazione del frumento

 

 Impasto e gramolatura

 

 La semola si impasta con acqua, in modo da legare l’amido ed il glutine; l’impasto viene poi amalgamato e omogeneizzato con una macchina chiamata gramola

 

 Trafilazione

 

 L’impasto viene poi estruso attraverso una trafilatrice, che ne imprime la forma desiderata. Se la trafila è in bronzo, la superficie della pasta risulterà lievemente rugosa, rendendo la pasta più adatta a trattenere sughi e condimenti.

 

 Laminazione

 

 (alternativo all’estrusione) L’impasto viene passato attraverso serie di cilindri contrapposti dalla distanza decrescente fino ad ottenere una sfoglia dello spessore desiderato. Tale sistema evita alla pasta la temperatura (80 c° o superiore) e la pressione (10 bar o superiore) cui è sottoposta la pasta nel processo di trafilazione/estrusione.

 

 Essiccamento

 

 A seconda dei tipi la pasta viene essiccata mediante aria calda, con tempi e procedimenti diversi. Per legge l’umidità finale non può superare il 12,5%, partendo da una percentuale di umidità pari a circa il 35%.

 

 Raffreddamento e confezionamento

 

 

 

Valori nutritivi

 

 

 

Le paste alimentari hanno alto contenuto in glucidi sotto forma di amido (circa 80%) e un comunque notevole contenuto in protidi (circa 10%), pure se quest’ ultimi hanno insufficiente contenuto in amminoacidi essenziali. Le carenze nutritive riguardano il contenuto di grassi e quello di vitamine; risulta fortemente squilibrato l’ apporto di minerali per la prevalenza del potassio. Pertanto sarà utile ai fini del Carico di Indice Glicemico, introdurre all’interno del pasto le verdure per le vitamine; carni e legumi per completare l’apporto proteico, si ricordi il pesce per l’apporto di acidi grassi omega 3; i formaggi per i lipidi; gli oli vegetali, fra cui primeggia l’olio d’oliva, per gli acidi grassi insaturi. Le kcal apportate da 100 gr. di pasta si aggirano intorno alle 350, equivalenti a 1487 kJ.

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Foto dell’ umidità vista da Kratos

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Spiego a Kratos l’ umidità

Dopo aver detto a Kratos tutto sulla tenda e dopo avergli fatto vedere una foto , gli dissi – adesso ti spiego tutto sull’ umidità e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sull’ umidità – L’umidità è la misura della quantità di vapore acqueo presente nell’atmosfera (o in generale in una massa d’aria).

 

 

 

Misurazione dei parametri di umidità

 

 

 

Vari sono i parametri significativi:

 

 Umidità assoluta: è la quantità di vapore acqueo espressa in grammi contenuta in un metro cubo d’aria. L’umidità assoluta aumenta all’aumentare della temperatura, l’umidità di saturazione aumenta più che proporzionalmente quindi l’umidità relativa tende a scendere. Quando un abbassamento di temperatura porta a far coincidere l’umidità assoluta con quella di saturazione si ha una condensazione del vapore acqueo e il valore termico prende il nome di temperatura di rugiada. In corrispondenza di questo valore se si ha una superficie fredda si ha la rugiada (brina a valori sotto lo zero), se la condensazione riguarda uno strato sopra il suolo si ha la nebbia.

 

 È un valore poco apprezzabile e per questo si preferisce l’utilizzo dell’umidità specifica.

 

 L’umidità assoluta può essere espressa in termini di peso di acqua per volume di atmosfera o in pressione parziale relativa del vapore rispetto agli altri componenti atmosferici (kg/m3 o Pa).

 

 Umidità specifica: è il rapporto della massa del vapore acqueo e la massa d’aria umida, valore che varia a seconda della pressione e della temperatura.

 

 Umidità relativa: indica il rapporto percentuale tra la quantità di vapore contenuto da una massa d’aria e la quantità massima (cioè a saturazione) che il volume d’aria può contenere nelle stesse condizioni di temperatura e pressione. Alla temperatura di rugiada l’umidità relativa è per definizione del 100%. L’umidità relativa è un parametro dato dal rapporto tra umidità assoluta e l’umidità di saturazione. È svincolato dalla temperatura e dà l’idea del tasso di saturazione del vapore atmosferico, e delle ripercussioni sui fenomeni evapotraspirativi delle colture. Il deficit di saturazione è dato dalla differenza tra umidità assoluta e umidità di saturazione.

 

 Esempio: se una massa d’aria ha una temperatura propria, ad esempio, di 15 °C con una quantità di umidità relativa pari al 50%, affinché tale umidità possa raggiungere il 100% (saturazione) a pressione costante, e, magari depositarsi (condensazione) sarà necessario abbassare la temperatura della massa d’aria, ad esempio, di 5 °C, portarla cioè da 15 °C a 10 °C..

 

 Caratteristiche

 

 

 

La quantità di vapore che può essere contenuta da una massa d’aria decresce al diminuire della temperatura e diventa quasi nulla a -40° (Questo valore coincide nelle scale Celsius e Fahrenheit).

 

 

 

Il quantitativo massimo di umidità contenibile per volume dipende dalla temperatura; si intende per umidità di saturazione o tensione di saturazione il quantitativo massimo di vapore acqueo contenibile a quella temperatura (equilibrio tra molecole che evaporano e molecole che condensano). In situazioni reali la saturazione è influenzata anche dalle caratteristiche dell’acqua evaporante (fase, sostanze disciolte e loro carica, forma della superficie evaporante). Si definisce per questo una temperatura di saturazione adiabatica.

 

Effetti

 

 

 

Questo valore condiziona:

 

 la formazione delle nubi e le precipitazioni;

 

 l’evapotraspirazione del suolo;

 

 lo sviluppo degli organismi viventi (ad esempio, in agrometeorologia, lo sviluppo di parassiti fungini).

 

 

 

Valori

 

 

 

Un valore di umidità relativa pari al 100% non implica che la totalità della massa d’aria sia composta da acqua o vapore, ma che quella massa aria contiene la massima quantità di vapore contenibile in quelle condizioni senza che si abbia condensazione: in queste situazioni la possibilità di precipitazioni è molto elevata.

 

 

 

L’umidità specifica, essendo misurata in g/kg, risulta essere poco immediata nella descrizione della quantità di vapore. Per ottenere il valore in percentuale è sufficiente dividere tale valore per 10 (bisogna prima convertire i grammi in kg e poi moltiplicare per 100).

 

 Umidità nei vari ambienti

 

 

 

Valori bassi di umidità relativa si hanno in corrispondenza di clima caldo secco, per esempio frequente ai Tropici. Normalmente l’umidità relativa è tra il 30% e il 100% alle nostre latitudini. Negli aerei è particolarmente bassa, intorno al 12%.

 

 

 

L’umidità relativa dell’aria in situazioni di benessere varia da 35 a 65%; non dovrebbe mai essere superato il valore di 50% con temperature maggiori di 26 °C.

 

 

 

Strumenti di misurazione

 

 

 

Per poter ricavare l’umidità specifica, si utilizza il nomogramma di Herloffson, che è una cartina con riportati molte griglie di più valori e dal risultato del loro incrocio si ottiene il valore massimo d’umidità specifica per quelle condizioni.

 

 

 

Lo strumento usato per misurare l’umidità relativa si chiama igrometro la cui scala è graduata da 0% a 100%.

 

 

 

Tra gli strumenti per la misurazione dell’umidità atmosferica vi sono:

 

 Igrometro a capello

 

 Igrografo

 

 Psicrometro.

 

 

 

Umidità negli edifici

 

 

 

La presenza di umidità eccessiva nei muri e nell’aria all’interno degli edifici è un fattore di degrado diffuso ed insidioso, in quanto può compromettere le finiture, la stabilità strutturale degli edifici e la vivibilità degli ambienti.

 

 

 

I principali fenomeni che determinano problemi di umidità negli edifici sono:

 

 infiltrazioni: ad esempio dovute alla non integrità della copertura dell’edificio;

 

 capillarità: l’acqua può risalire per capillarità all’interno dei muri dell’edificio, se non adeguatamente protetti, soprattutto nelle zone basamentali;

 

 condensazione: dovuta alla presenza di superfici fredde all’interno dell’edificio (per esempio in corrispondenza di ponti termici o di pareti esterne isolate male) o all’interno di strati isolanti permeabili al vapore posti nelle pareti esterne.

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Foto della tenda vista da Kratos

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Spiego a Kratos la tenda

Dopo aver detto a Kratos tutto sul coppo e dopo avergli fatto vedere alcune foto sul coppo , gli dissi – adesso ti spiego tutto sulla tenda e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla tenda – La tenda è una piccola abitazione che si monta e smonta facilmente.

 

 

 

All’interno è costituita generalmente da un telaio in alluminio, che viene poi ricoperto da teli di tessuto impermeabilizzato. La tenda viene fissata al terreno con la tensione di cavi legati a dei paletti di ferro o di legno piantati nel terreno, chiamati picchetti. All’interno di una tenda si dorme solitamente avvolti in sacchi a pelo.

 

 

 

Essa viene chiamata in vari modi a seconda della forma e della grandezza:

 

 Tenda canadese: molto piccola, contiene al massimo due persone;

 

 Tenda da campo: generalmente usata dai militari;

 

 Tenda da campeggio: usata moltissimo da famiglie, ha una capienza di 5-6 persone o più.

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Foto del coppo visto da Kratos

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Spiego a Kratos il coppo

Dopo aver detto a Kratos tutto sul tappeto e dopo avergli fatto vedere due foto sui tappeti , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul coppo e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul coppo – Il coppo, o tegola curva, localmente detta anche “canale”, prodotto tradizionalmente per stampaggio ed industrialmente per estrusione, deriva geometricamente da una superficie cilindrica tagliata secondo due piani paralleli trasversali all’asse del cilindro e secondo altri due piani secanti lungo una retta normale all’asse del cilindro stesso[senza fonte]. Le dimensioni tipiche, variabili nelle varie tradizioni regionali (coppo veneto, coppo piemontese, ecc.) sono di 45-50 cm di lunghezza per una larghezza di 13-17 cm.

 

 

 

Il fabbisogno per metro quadrato di copertura è piuttosto variabile a causa della misura di sovrapposizione molto flessibile. Tuttavia occorrono circa 28-30 coppi, da disporre inferiormente per file convesse (canali) e superiormente per file concave (coperte), con sormonti di 10 cm circa; ne deriva un peso a metro quadrato di circa 60-66 kg. La pendenza della falda non è in genere inferiore a 30%.

 

 

 

Era largamente usato già dagli antichi romani, ma conosciuto anche da greci ed etruschi. La sua diffusione in epoca storica comprendeva l’Europa meridionale e tutto il Mediterraneo, compreso il mondo arabo.

 

 Rappresenta il tipo di copertura più diffusa in Italia. Ha l’inconveniente di tendere nel tempo a scivolare verso il basso; per assicurare stabilità di posizione, sono in commercio versioni dotate di semplici sistemi che permettono di ancorare insieme un coppo con l’altro.

 

 

 

Disposizioni del manto

 

 

 

Il coppo viene utilizzato tradizionalmente in due diverse disposizioni del manto di copertura:

 

 quella sopra descritta che prevede file parallele alterne, concave e convesse, di coppi, che è diffusa principalmente nell’Italia meridionale e che a volte prende la definizione di “alla diavola”.

 

 la disposizione alternata con gli embrici (tegole piane) diffusa principalmente nell’Italia centrale e che a volte prende la definizione di “alla romana” o alla “fiorentina”. In effetti in Toscana è stata utilizzata in via praticamente esclusiva fino all’avvento di tipologie di tegole più moderne.

 

 

 

Entrambe le disposizioni, consentendo un’ampia tolleranza di sovrapposizione sia longitudinale che trasversale, si adattano anche a coperture di geometria complessa.

 

 

 

Produzione moderna

 

 

 

La produzione moderna presenta modelli innovativi di conformazione complessa, impiegati al posto del coppo tradizionale, finalizzati ad assicurare una maggiore velocità di posa, maggiore stabilità rispetto al vento e vibrazioni, e minore manutenzione. Tra questi, per esempio, la tegola ottenuta concettualmente dall’unione di un coppo di canale ed uno di copertura (in sezione, essendo il susseguirsi di due “U” una concava ed una convessa, è assimilabile ad una “S”). Tali modelli, nelle ristrutturazioni, non consentono tuttavia di rispettare l’aspetto estetico e tipologico precedente e generalmente il loro uso non è consentito nei centri storici.

 

 

 

Sono presenti sul mercato prodotti di varie colorazioni ottenute con diverse qualità di argilla o aggioungendo all’impasto ossidi naturali.

 

 

 

Vengono prodotti anche tegole e coppi smaltati o “antichizzati”, che cercano di imitare l’aspetto delle coperture invecchiate per l’azione del tempo e degli agenti atmosferici..

 

 

 

Tipi particolari

 

 

 

Coppo portoghese

 

 

 

Detto anche tegola portoghese, si tratta di una tegola di forma asimmetrica con una parte convessa, simile al normale coppo, affiancata da una parte piana che corrisponde a quella sulla quale si sovrappone la fila di tegole adiacente. È una versione aggiornata del sistema coppo-embrice, ma in realtà una forma simile risulta utilizzata fin da epoca romana.

 

 

 

Attualmente è prodotto in laterizio ed in cemento e utilizzato al posto del tradizionale sistema coppo-embrice. Quello prodotto in cemento in vari colori, costituisce il sistema di copertura preferito in molte delle nuove costruzioni.