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2016 Aesop Daniel Saintcall Dominatore di Poteri Jade Black Mutaforme Presente The Flame in the Flood Universing

The Flame in The Flood – Aesop imparare a sopravvivere in mare

Dopo aver aiutato la piccola Aesop a capire cosa per restare viva, ma sopratutto l’ avevo aiutato con il lupo e con il vomito, lei mi chiese aiuto venendo vicino a me la mattina presto- non te ne andare. Resta qui con me mi devi aiutare a creare una nave. Tu sai la zona come me e sai che per andare in altre parti di questo mondo, io devo usare la nave. Mi devi dare una mano a farla e poi mi aiutare a capire come modificarla e cosi io posso sopravvivere qui. Lo dovevo fare visto che durante la notte avevo chiuso gli occhi e li avevo visto che sarebbe successo una cosa del genere o che la piccola Aesop era venuta accanto a me e però non avevo potuto vedere il resto della mia visione. Ma quello non mi stupì visto che capì che la persona che avevo davanti a me non era la piccola Aesop ma era la mutaforme Jade Black e che aveva deciso di andare in avanti visto che lei voleva uccidere l’ orso che aveva ucciso suo fratello. Io la notte ero andato a vedere se tutto era apposto che non mi sono accorto, ma adesso si visto che una piccola scout come lei sapeva anche creare e modificare una nave. Io la guardai negli occhi e non guardai da altre parte – tu sei la mutaforme che ha cercato di uccidere l’ orso e invece ha fatto finta di essere stata uccisa dall’ orso. Lo sento dall’ odore che porti e quindi ti dico che tu dovresti stare attenta a questa cosa che vuoi fare. Jade non si trasformo davanti a me, ma resto con quell’aspetto e poi si avvicino a me – allora mi vuoi dare una mano oppure devo supporre che tu sia qui solo per dirmi che questa cosa è solo una grande pazzia. Allora te ne puoi andare via. Io ero li fermo – veramente se mi lasci parlare ti dico di si. Dissi alla mutaforme Jade tutto quello che c’ era da sapere sulle navi , ma prima di dirle tutto la guardai dritto negli occhi – prima dimmi dove si trova la piccola Aesop. Jade mi portò da lei e io la vidi che stava dormendo vicino al suo cane e vicino a un albero  poi mi guardo in faccia – quando tu eri via io le ho versato un pò di aranciata e li dentro ci ho messo una pillola che l’ha fatta dormire. Si risveglia tra un ora e poi sarà tutto ok. Ora dimmi tutto quello che devo sapere sulle navi e anche come renderle migliori e sopratutto come sopravvivere alla rapidi. Io mi misi vicino a Jade che la feci da insegnante e lei capi tutto subito. Ma lei era solo concentrata sulla vendetta che non guardo un onda e quella la portò giù in mare e io andai li sotto a prenderla. La piccola Aesop sa molto bene come modificare una nave o crearla visto che in questo posto tanto tempo fa lo ha imparato e se lo ricorda a memoria. Mentre la piccola Aesop più tardi è andata dove doveva andare senza morire, invece Jade si trova dall’ altra parte con me e sta sputando molta acqua.

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Ada Knight Daniel Saintcall Dominatore di Poteri Foto

Sunset Overdrive

Doveva essere una festa normale dove tutti possono bere una bevanda energetica ma invece questa festa diede inizio alla Apocalisse . Il nostro eroe prima di essere un eroe era una persona che buttava le lattine dentro un bidone dei rifiuti . Tutto stava andava bene quando poi una persona che aveva bevuta una lattina di questa bevanda prima inizio a vomitare sul nostro eroe e poi si trasformo in un vero zombie . Prima ce ne era solo uno ma poi alla fine tutti non solo nella festa ma anche in altre parti della città si erano trasformati in questi mostri . Ci furono esplosioni in tutta la città e dopo 17 giorni la città si era trasformata in una città post apocalittica cioè il posto dove non ti vorresti trovare affatto ma ci sei e non ci puoi fare niente o almeno provare a liberare la tua città da questo casino .

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2012 Bere Bevanda Dr Alyssa Saintcall Foto Frullato Frullato al Mirtillo Racconto Ricordi

Come mia sorella ha conosciuto il frullato al mirtillo

Frullato al mIrtillo provato da mia sorella Alyssa e dalla sua amica Marta .

Mia sorella un giorno era un ‘ uscita con la sua amica Marta una ragazza della stessa età di mia sorella , molta bella e carina , alta un metro e sessantacinque , capelli rosso corvini . Quel giorno Marta era vestita con una maglietta rosso corvini perché voleva fare l’ abbinamento di colore con i suoi bei capelli molto lunghi , jeans molto lunghi e delle scarpe bianche , invece mia sorella era vestita con una maglietta perché pure lei voleva fare l’ abbinamento di colore con i suoi capelli ,i jeans molto lunghi e delle scarpe bianche . Loro erano al bar e avevano deciso di provare qualcosa di nuovo , cioè il frullato al mirtillo . Allora andarono vicino al bancone e dissero – possiamo avere due frullati al mirtillo . Dopo un po’ di attesa arrivarono due frullati al mirtillo sia Marta che mia sorella iniziarono a berlo ed era molto buono .

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2012 Aqua Bevanda Caffè Computer Database Foto Informazioni Kratos Me Mondi Fantastici Mondo Pandora Parlare con Aqua Parlare con Kratos Parlare con Pandora Presentazione Racconto Storia Tempo

Dico a Kratos , a Pandora ed Aqua altre cose sul caffè

Pandora mi chiese < Marcello , quanti tipi di caffè esistono ? > e risposi < esistono molti tipi di caffè , il caffè normale , quello decaffeinato , il caffè alla nocciola , caffè al ginseng e molti altri tipi di caffè . Oltre a questo le persone per esempio dentro il caffè ci mettono lo zucchero e con un piccola cucchino e con quel cucchiaino  mischiano il caffè con lo zucchero , cioè lo mettono dentro il caffè e lo iniziano a girare e poi lo bevono > e Pandora disse < grazie Marcello > e io dissi a Pandora < se hai bisogno di altro chiedi pure a me > .

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2012 Aqua Bere Bevanda Buona Colazione Caffè Colazione Foto Kratos Mondo Pandora

Foto del Caffè di Kratos , di Pandora e di Aqua

Una tazza di caffè preparato con la moka.

 

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2012 Bere Bevanda Buona Colazione Caffè Colazione Curiosità Dialoghi Dominatore di Poteri Mondo Parlare con Aqua Parlare con Kratos Parlare con Pandora Presentazione Racconto Storia

Faccio provare a Pandora , a Kratos e ad Aqua il caffè

Dopo alcuni giorni io dissi a Kratos , a Pandora ed ad Aqua < oggi vi farò provare il caffè > e Kratos disse < speriamo che sia buona > . Dopo averlo fatto versai il caffè in tre tazze e lo portai a Kratos , a Pandora ed Aqua , con calma preserò in mano la tazza contente il caffè e lo iniziarono a berlo con molta calma . Finito il caffè mi dissero < molto buono come bevanda > , e io dissi < questa bevanda la bevono soprattutto gli adulti , ma non bevetela troppa seno la notte non dormite troppo > e Kratos mi disse < grazie per l’ avvertimento > .

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Spiego a Kratos il vino

Dopo aver detto a Kratos quello che gli avrei spiegato oggi , gli dissi – adesso ti spiego tutto sul vino e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sul vino – Il vino è una bevanda alcolica fermentata, ottenuta esclusivamente dalla fermentazione (totale o parziale) del frutto della vite, l’uva (sia essa pigiata o meno), o del mosto.

 

 

 

Il vino si può ottenere da uve appartenenti alla specie Vitis vinifera o provenienti da un incrocio tra questa specie e altre specie del genere Vitis, come ad esempio la Vitis labrusca, la Vitis rupestris, ecc.; in Italia per la produzione di vino possono essere usate solo uve appartenenti alla specie Vitis vinifera.

 

La terminologia relativa al vino utilizza molti vocaboli in lingua francese; per alcuni di essi esistono i corrispondenti termini in italiano, mentre per altri è possibile usare solo i termini francesi.

 

Con tale bevanda si può dar vita anche ad un nobile distillato, che se invecchiato per almeno 12 mesi in legno, prende il nome di Brandy..

 

Etimologia

 

Il termine “vino” ha origine dal verbo sanscrito vena (“amare”), da cui deriva anche il nome latino Venus della dea Venere. Lo stesso termine sanscrito deriva da una radice proto indoeuropea *win-o- (cf. l’ittita: wiyana, il licio: Oino, l’antico greco ονος – oînos, il greco eolico ϝοίνος – voinos). Dal termine latino vinum, anche attraverso la rielaborazione delle lingue celte, ebbero luogo molte delle denominazioni nelle altre lingue.

 

Storia del vino

 

Nel Valdarno Superiore, intorno a Montevarchi (AR), sono stati ritrovati in depositi di lignite, reperti fossili di tralci di vite (Vitis Vinifera) risalenti a 2 milioni di anni fa. Diversi ritrovamenti archeologici dimostrano che la Vitis vinifera cresceva spontanea già 300.000 anni fa. Studi recenti tendono ad associare i primi degustatori di tale bevanda già al neolitico; si pensa che la scoperta fu casuale e dovuta a fermentazione naturale avvenuta in contenitori dove gli uomini riponevano l’uva. Le più antiche tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute sulle rive del Mar Caspio e nella Turchia orientale.

 

Un calice di vino racconta millenni di storia umana. Gli studiosi che nel corso del XX secolo hanno cercato di scoprire quanto la terra nasconde alla vista degli uomini si sono imbattuti casualmente nella più antica giara di vino mai rinvenuta. Nel 1996, infatti, una missione archeologica americana, proveniente dall’Università della Pennsylvania e diretta da Mary Voigt, ha scoperto nel villaggio neolitico di Hajji Firuz Tepe, nella parte settentrionale dell’Iran, una giara di terracotta, della capacità di 9 litri, contenente una sostanza secca proveniente da grappoli d’uva. La notizia, riferita da Corriere Scienza del 15 ottobre 2002, aggiunge che i reperti rinvenuti risalgono al 5100 a.C., quindi a 7000 anni fa, ma gli specialisti affermano che il vino è stato prodotto per la prima volta, forse casualmente, tra 9 e 10000 anni fa nella zona del Caucaso. Sembra infatti che il primo vino sia stato prodotto del tutto per caso (come è avvenuto per il pane lievitato) per la fermentazione accidentale di uva dimenticata in un recipiente.

 

È comunque accertato che la produzione su larga scala di vino è iniziata poco dopo il 3000 a.C., quindi circa 5000 anni fa.

 

I primi documenti riguardanti la coltivazione della vite risalgono al 1700 a.C., ma è solo con la civiltà egizia che si ha lo sviluppo delle coltivazioni e di conseguenza la produzione del vino.

 

La Bibbia (Genesi 9,20-27) attribuisce la scoperta del processo di lavorazione del vino a Noè: successivamente al Diluvio Universale, avrebbe piantato una vigna con il cui frutto fece del vino che bevve fino ad ubriacarsi. Gesù Cristo ha scelto il vino come specie sotto cui, nel sacramento dell’Eucarestia, si cela il Suo sangue “per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per molti in remissione dei peccati”.

 

L’Impero Romano dà un ulteriore impulso alla produzione del vino, che passa dall’essere un prodotto elitario a divenire una bevanda di uso quotidiano. In questo periodo le colture della vite si diffondono su gran parte del territorio, e con l’aumentare della produzione crescono anche i consumi.

 

Ad ogni modo il vino prodotto a quei tempi era molto differente dalla bevanda che conosciamo oggi.

 

A causa delle tecniche di conservazione (soprattutto la bollitura), il vino risultava essere una sostanza sciropposa, molto dolce e molto alcolica. Era quindi necessario allungarlo con acqua e aggiungere miele e spezie per ottenere un sapore più gradevole.

 

Con il crollo dell’Impero Romano la viticoltura entra in una crisi dalla quale uscirà solo nel medioevo, grazie soprattutto all’impulso dato dai monaci benedettini e cistercensi. Nella stessa Regola, Benedetto afferma: « Ben si legge che il vino ai monaci assolutamente non conviene; pure perché ai nostri tempi è difficile che i monaci ne siano persuasi, anche a ciò consentiamo, in modo però che non si beva fino alla sazietà. »

 

Gian Battista Vico intravvide nella concezione medioevale del vino come genere di prima necessità un carattere della barbarie di quest’epoca.

 

Proprio nel corso del medioevo nasceranno tutte quelle tecniche di coltivazione e produzione che arriveranno praticamente immutate fino al XVIII secolo, quando ormai la produzione ha carattere “moderno”. Ciò grazie alla stabilizzazione della qualità e del gusto dei vini, nonché all’introduzione delle bottiglie di vetro e dei tappi di sughero.

 

Nel XIX secolo l’oidio e la fillossera, malattie della vite provenienti dall’America, distruggono enormi quantità di vigneti. I coltivatori sono costretti a innestare i vitigni sopravvissuti sopra viti di origine americana (Vitis labrusca), resistenti a questi parassiti, e ad utilizzare regolarmente prodotti fitosanitari come lo zolfo.

 

Nel novecento invece si ha, inizialmente da parte della Francia, l’introduzione di normative che vanno a regolamentare la produzione (origine controllata, definizione dei territori di produzione, ecc.) che porteranno a un incremento qualitativo nella produzione del vino a scapito della quantità.

 

 Enologia

 

 L’enologia è lo studio del vino in generale. Essa si occupa della viticoltura, della vinificazione, dell’affinamento (compresa la conservazione in cantina) e della degustazione.

 

Il nome deriva dal greco oinos (vino) e logos (studio).

 

Classificazione dei vini

 

 I vini possono essere classificati sia in funzione del vitigno (varietà di vite utilizzata per la produzione) che in funzione della zona di produzione.

 

 I vitigni più famosi e diffusi nel mondo (i cosiddetti “Vitigni internazionali” o “Alloctoni”) sono fra i rossi il Cabernet-Sauvignon, il Cabernet franc, il Merlot, il Pinot noir, lo Zinfandel e il Syrah; tra i bianchi il Sauvignon, lo Chardonnay, il Muscat ed il Riesling.

 

Le zone di produzione nel mondo sono:

 

 in Italia: il Veneto; il Piemonte; la Toscana; il Trentino-Alto Adige; l’Emilia-Romagna; il Lazio; il Molise; l’Oltrepò Pavese e la zona a nord-est di Milano in Lombardia; il Friuli-Venezia Giulia; le Marche; l’Abruzzo; la Sicilia; la Sardegna; la Puglia; l’Umbria; la Calabria; la Campania; la Liguria; la Basilicata e la Valle d’Aosta;

 

 in Francia: la Gironda, tra la provincia di Bordeaux, il Lesparre-Médoc e Libourne; la Borgogna; la Champagne; l’Alsazia; la valle della Loira e la Turenna; la valle del Rodano; la Giura e la Savoia; la Linguadoca-Rossiglione; e una zona tra la Provenza e la Corsica;

 

 in Germania: attorno al fiume Reno; a sud-ovest di Coblenza, lungo la Mosella; lungo il Neckar vicino a Stoccarda; vicino Würzburg, lungo il Meno; la valle della Nahe; l’Assia Bergstraße;

 

 in Spagna: la zona della Rioja e la Navarra; la Catalogna; la zona dello Sherry intorno a Jerez de la Frontera; la Ribera del Duero;

 

 in Portogallo: la zona di Porto con il Minho e il Douro; la zona tra Beira Alta e Beira Litorale; l’isola di Madeira;

 

 in Libano: soprattutto la Valle della Beqa’;

 

 in California: le Napa; Mendocino; e Sonoma valleys; più a nord tra l’Alameda e le montagne di Santa Cruz e lungo il fiume di Salinas; ma anche negli Stati di Oregon, Idaho e Washington;

 

 in Argentina: nelle province di Mendoza, San Juan, La Rioja, Salta, Rio Negro, Cordoba ecc;

 

 in Cile;

 

 nella zona del Tokaj tra Slovacchia e Ungheria;

 

 in Siria: nell’Aleppo, nell’Homs e nel Damasco;

 

 in Cipro;

 

 in Australia: nel Victoria e in Tasmania; in alcune zone del Nuovo Galles del Sud; in Australia Meridionale (attorno ad Adelaide; lungo il fiume Margaret River e altrove;

 

 in Nuova Zelanda;

 

 in Sudafrica, al sud;

 

 nell’Austria orientale;

 

 nella Repubblica Ceca: la Moravia;

 

 in Croazia;

 

 in Grecia: in Macedonia, nel Peloponneso del sud e a Creta;

 

 in Messico, soprattutto nello stato di Sonora;

 

 in Brasile: in San Paolo; Santa Catarina; e nel Rio Grande do Sul;

 

 nel Salto, in Uruguay;

 

 in Perù: nell’Ica;

 

 in Algeria: nella provincia di Orano

 

 in Cina;

 

 in India;

 

 in Giappone;

 

 in Romania: nella Regione Est – Moldova, Cotnari, Regione del Sud – Craiova;

 

 in Moldavia: nella Regione Centrale e Sud del paese (Orhei, Stefan Voda, Ialoveni, Hincesti, Comrat):Chateau Vartelly, Purcari, Milestii Mici, Cricova, Vitis Hincesti, Tomaj, ecc.

 

Legislazione comunitaria

 

 Nell’Unione Europea la produzione e la classificazione dei vini sono disciplinate da appositi regolamenti comunitari e dalle relative norme nazionali applicative.

 

La regolamentazione comunitaria divide i vini in due grandi categorie:

 

 Vini da tavola

 

Vini prodotti nella Comunità Europea utilizzando le uve autorizzate, e che non sono sottoposti ad un particolare disciplinare di produzione.

 

 Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VQPRD)

 

Vini prodotti nella Comunità Europea nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione che definisce i tipi di uva che si possono utilizzare, la zona di produzione, il grado alcolico, l’invecchiamento ed altri parametri.

 

I Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate comprendono inoltre le seguenti sottocategorie:

 

 Vini Liquorosi di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VLQPRD)

 

 Vini Spumanti di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VSQPRD)

 

 Vini Frizzanti di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VFQPRD)

 

Legislazione italiana

 

 In Italia in esecuzione della legge n. 116 del 1963, fu emanato il D.P.R. 930/1963 che disciplina le caratteristiche produttive dei vari vini, distinguendoli in:

 

 vini da tavola

 

 vini da tavola con indicazione geografica

 

 vini da tavola con indicazione del vitigno e geografica

 

 vini di qualità prodotto in regione determinata (VQPRD)

 

 vini a denominazione di origine controllata (DOC)

 

 vini a denominazione di origine controllata e garantita (DOCG).

 

I vini speciali (aromatizzati, liquorosi, mistelle, spumanti) hanno trovato regolamentazione con il D.P.R. n. 162 del 1965.

 

Le necessarie correzioni al D.P.R. 930/1963 furono apportate con la nuova L. n. 164 del 1992, nel tentativo di creare una sorta di verticale della qualità per consentire ai V. migliori di essere più chiaramente identificati.

 

Vengono così identificati:

 

 vini da tavola

 

 vini da tavola con indicazione geografica tipica (IGT)

 

 vini da tavola con denominazione d’ origine protetta (DOP)

 

 vini di qualità prodotti in regione determinata (VQPRD)

 

 vini a denominazione semplice (DOS)

 

 vini a denominazione di origine controllata (DOC)

 

 vini a denominazione di origine controllata e garantita (DOCG)

 

 vini di qualità prodotti in regione determinata (VQPRD, DOC, DOCG) con indicazione della sottozona (comune, frazione, fattoria, podere, vigna).

 

Idonei disciplinari di produzione dei V. DOC e DOCG stabiliscono le condizioni da rispettare per rientrare in quelle precise caratteristiche produttrice a garanzia del livello qualitativo:

 

 la denominazione di origine

 

 i terreni di produzione dell’uva

 

 la resa massima per ettaro

 

 il minimo titolo alcoolometrico

 

 le caratteristiche fìsico-chimiche.

 

Tutta la produzione di tali vini è sottoposta a controllo delle caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche nell’arco di tutta la produzione e, per i DOCG, anche per l’imbottigliamento. Apposite commissioni di esperti giudicano poi il prodotto e lo promuovono o meno.

 

Attualmente le DOC sono oltre 260 (in progressivo aumento), da cui discendono oltre 1500 sottodenominazioni.

 

Le DOCG sono attualmente:

 

 Barolo, Barbaresco, Roero, Dolcetto d’Asti, Dolcetto di Dogliani Superiore, Gattinara, Ghemme, Asti, Brachetto d’Acqui, Freisa d’Asti, Gavi o Cortese di Gavi, Grignolino del Monferrato, Grignolino d’Asti, Barbera d’Asti, Barbera del Monferrato Superiore, Dolcetto di Diano d’Alba, Ovada, Malvasia di Casorzo d’Asti, Moscato d’Asti, Nebbiolo d’Alba, Ruchè di Castagnole Monferrato (Piemonte)

 

 Franciacorta, Valtellina superiore, Sforzato della Valtellina, Oltrepò Pavese Metodo Classico, Moscato di Scanzo (Lombardia)

 

 Bardolino Superiore, Soave Superiore, Recioto di Soave, Amarone della Valpolicella, Recioto di Gambellara, Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, Prosecco Colli Asolani, Piave Malanotte (Veneto)

 

 Ramandolo, Colli Orientali del Friuli Picolit (Friuli Venezia Giulia)

 

 Albana di Romagna (Emilia-Romagna)

 

 Brunello di Montalcino, Chianti, Chianti classico, Vino Nobile di Montepulciano, Vernaccia di San Gimignano, Carmignano, Morellino di Scansano (Toscana)

 

 Montefalco Sagrantino, Torgiano Rosso Riserva (Umbria)

 

 Conero Riserva, Vernaccia di Serrapetrona spumante, Verdicchio di Matelica, Verdicchio dei Castelli di Jesi (Marche)

 

 Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane (Abruzzo)

 

 Cesanese del Piglio (Lazio)

 

 Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Taurasi (Campania)

 

 Cerasuolo di Vittoria (Sicilia)

 

 Vermentino di Gallura (Sardegna).

 

Nelle DOC e DOCG, inoltre, può esservi una “sottozona” che delimita, specialmente nella DOCG, la zona ristretta di produzione del vino.

 

Vini da tavola

 

Questa categoria identifica i vini prodotti con uve autorizzate, senza dover rispettare particolari disciplinari di produzione; solitamente si tratta dei vini da tavola “veri e propri”, cioè quelli generici di qualità più modesta, che possono riportare sull’etichetta la sola indicazione “Vino da tavola” ed il nome o la ragione sociale dell’imbottigliatore; facoltativamente possono riportare l’indicazione del colore (bianco, rosato, rosso), ma non i vitigni utilizzati o l’anno di produzione. Tuttavia la dicitura vino da tavola non è sempre sinonimo di “scarsa” qualità ma semplicemente di non appartenenza ad alcun disciplinare di produzione. Non è quindi raro trovare vini da tavola di grande qualità e prestigio.

 

Vini ad Indicazione Geografica Tipica (IGT)

 

 Per indicazione geografica tipica dei vini si intende il nome geografico di una zona utilizzato per designare il prodotto che ne deriva.

 

Questa categoria comprende i vini da tavola prodotti in determinate regioni o aree geografiche (autorizzate per legge), talvolta secondo un generico disciplinare di produzione; essi possono riportare sull’etichetta, oltre all’indicazione del colore, anche l’indicazione del o dei vitigni utilizzati e l’annata di raccolta delle uve.

 

La menzione IGT può essere sostituita dalla menzione Vin de pays per i vini prodotti in Valle d’Aosta, e dalla menzione Landwein per i vini prodotti nella provincia di Bolzano.

 

Generalmente in questa categoria rientrano i vini da tavola di qualità più elevata.

 

È opportuno precisare inoltre che nelle due categorie sopra descritte si possono trovare anche vini di elevatissima qualità; la loro collocazione tra i “Vini da tavola” o tra gli IGT è dovuta sia a scelte commerciali, sia all’impossibilità, per la loro composizione (vitigni utilizzati), di rientrare nei disciplinari dei vini di qualità delle zone di produzione.

 

Vini a Denominazione di Origine Controllata (DOC)

 

 Per denominazione di origine dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata; esso viene utilizzato per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani.

 

La categoria dei vini DOC comprende i vini prodotti in determinate zone geografiche nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione (approvato con decreto ministeriale).

 

Tali vini, prima di essere messi in commercio, devono essere sottoposti in fase di produzione ad una preliminare analisi chimico-fisica e ad un esame organolettico che certifichi il rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare; il mancato rispetto dei requisiti ne impedisce la messa in commercio con la dicitura DOC.

 

Il primo vino italiano ad avere il riconoscimento della DOC, è stato il vino Marsala con il decreto legge del 12 luglio 1963, n. 930, ma vi fu anche uno specifico decreto legge risalente al 15 ottobre 1931, relativo alla delimitazione del territorio di produzione..

 

Vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG)

 

 La categoria dei vini DOCG comprende i vini prodotti in determinate zone geografiche nel rispetto di uno specifico disciplinare di produzione (approvato con decreto ministeriale).

 

Le DOCG sono riservate ai vini già riconosciuti DOC da almeno cinque anni che siano ritenuti di particolare pregio, in relazione alle caratteristiche qualitative intrinseche, rispetto alla media di quelle degli analoghi vini così classificati, per effetto dell’incidenza di tradizionali fattori naturali, umani e storici e che abbiano acquisito rinomanza e valorizzazione commerciale a livello nazionale ed internazionale.

 

Tali vini, prima di essere messi in commercio, devono essere sottoposti in fase di produzione ad una preliminare analisi chimico-fisica e ad un esame organolettico che certifichi il rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare; l’esame organolettico inoltre deve essere ripetuto, partita per partita, anche nella fase dell’imbottigliamento, per i vini DOCG è infine prevista anche un’analisi sensoriale (assaggio) eseguita da un’apposita Commissione; il mancato rispetto dei requisiti ne impedisce la messa in commercio con la dicitura DOCG.

 

Le DOCG e le DOC sono le menzioni specifiche tradizionali utilizzate dall’Italia per designare i VQPRD (vini di qualità prodotti in regioni determinate).

 

Alcuni di tali vini possono anche fregiarsi delle diciture “Classico”, “Riserva” o “Superiore”.

 

 La specificazione “Classico” indica un vino prodotto in una zona di origine più antica nell’ambito della stessa DOCG o DOC.

 

La qualificazione di “Riserva” è attribuita ai vini che vengono sottoposti ad un periodo di invecchiamento più lungo rispetto a quello previsto dal disciplinare.

 

La dicitura “Superiore” è attribuita ai vini che hanno una gradazione alcolica più elevata rispetto a quella prevista dal disciplinare.

 

Tipi di vino

 

I vini si differenziano tra loro per il sistema di vinificazione (vini normali e speciali) e per le proprietà organolettiche: colore, profumo, gusto e retrogusto; altri parametri concorrono a definire le caratteristiche di un vino: alcol, acidità, sapidità, sensazione di astringenza (dovuta ai tannini). I vini possono essere differenziati in vini tranquilli, vini frizzanti e spumanti, a seconda del fatto che siano in grado o meno di sprigionare anidride carbonica all’apertura delle bottiglie. Costituisce ulteriore distinzione il contenuto in zuccheri non fermentati del vino (secco, semisecco, dolce…)

 

Inoltre ogni vino è caratterizzato da una temperatura di servizio (temperatura ideale per la consumazione) e da abbinamenti ottimali con determinate pietanze.

 

Vini normali

 

Si intendono per vini normali quei vini immessi al consumo dopo aver subito il solo processo di vinificazione (quindi senza interventi tecnici successivi o aggiunte di altri componenti).

 

 Vino bianco

 

 Il vino bianco si presenta all’aspetto di colore giallo in varie tonalità (dal verdolino all’ambrato, passando per il paglierino e il dorato); è generalmente caratterizzato da profumi floreali e fruttati, e va consumato ad una temperatura di servizio compresa fra 8 °C e 14 °C; al gusto prevalgono le sensazioni di freschezza e acidità, anche se con l’aumentare della temperatura di servizio potrebbero presentarsi sgradevoli sensazioni di amaro. Gli accoppiamenti ottimali sono con le pietanze a base di pesce, molluschi, crostacei, verdure e carni bianche, ed in generale con piatti di cottura rapida e sughi poco strutturati.

 

 Vino rosato

 

 Il vino rosato si presenta all’aspetto di colore tra il rosa tenue, il cerasuolo e il chiaretto; è generalmente caratterizzato da profumi fruttati, e va consumato ad una temperatura di servizio compresa fra 10 °C e 14 °C; al gusto prevalgono le sensazioni di leggera acidità, di aromaticità e di lieve corposità. Gli accoppiamenti ottimali sono con pietanze gustose a base di pesce, paste asciutte con sughi delicati, salumi leggeri.

 

 Vino rosso

 

 Il vino rosso si presenta all’aspetto di colore rosso in varie tonalità (dal porpora al rubino fino al granato e all’aranciato); è generalmente caratterizzato da un’ampia varietà di profumi (fiori, frutta, confettura, erbe, spezie) e da una più o meno elevata sensazione di morbidezza, corposità e tannicità; va consumato ad una temperatura di servizio compresa fra 14 °C e 20 °C. Gli accoppiamenti ottimali sono con le carni rosse, la cacciagione, i formaggi, e tutte le pietanze basate su cotture prolungate e sughi strutturati.

 

 Vino novello

 

 Si ottiene mediante macerazione carbonica. Ha un colore intenso e forti aromi secondari o fermentativi. Non può essere immesso sul mercato prima del 6 novembre di ogni anno e se ne consiglia un consumo nei primi sei mesi perché poco stabile. Un accoppiamento ottimale e tipico del vino novello è con le castagne, e conseguentemente con gli alimenti a base di farina di castagne, come necci e castagnaccio.

 

 Vino passito Per approfondire, vedi la voce Vino passito.

 

 

 

Ottenuto da uve appassite lavorate come per una normale vinificazione. L’appassimento può avvenire in maniera naturale sulla pianta (eseguendo dunque la vendemmia tardivamente) oppure artificialmente ponendo l’uva su dei graticci sui quali viene insufflata aria calda, oppure per effetto della cosiddetta muffa nobile, ovvero la Botritys Cinerea, che attacca gli acini formando una coltre superficiale che fa evaporare l’acqua contenuta nell’acino, aumentando così la concentrazione degli zuccheri.

 

 Vin ruspo

 

 Viene fatto con una miscela di vino di Carmignano DOCG attraverso una fermentazione breve la quale toglie leggermente il colore rosso delle bucce di uva. Viene spesso confuso dai non addetti con il vino rosé, o rosato, e come questo si serve a temperature dell’ordine dei 10 °C 14 °C.

 

Vino barricato

 

Il vino barricato viene lasciato invecchiare in botti di legno, con particolare riferimento al legno di rovere che si ottiene dalle querce, ma anche di robinia, ciliegio ed altre essenze. Questo procedimento consente al vino di invecchiare lentamente mediante un processo di ossidoriduzione che avviene tramite le fibre lignee: esso dà al vino un aroma più intenso, un odore di tostato e al gusto sarà più equilibrato e più morbido. Il legno cede al vino i tannini idrolizzabili (che sono più morbidi di quelli condensati), polimeri delle catechine presenti nella buccia degli acini e nei vinaccioli), e sentori speziati (es. vaniglia) ed eterei che conferiranno al vino un prezioso bouquet. Le botti di rovere più prestigiose per le loro performance sono le barrique francesi di 225 litri, fabbricate esclusivamente con legni di rovere provenienti dalla foresta di Allier. Il fatto di potere contare su legni che provengono storicamente dagli stessi alberi, consente agli enologi di potere stabilire diversi parametri per l’invecchiamento dei vini. Va segnalato che è diventata prassi comune da parte di produttori vinicoli assai commerciali l’aggiungere al vino trucioli di legno per conferire al vino gusto ed aromi di legni: numerosi enologi ritengono che si tratti di una manovra posticcia che non può assolutamente dare al vino trattato le caratteristiche di un vero invecchiamento in botti di legno pregiato. Infatti si ritiene che l’effetto dei trucioli sia principalmente quello di dare al vino sentori di tostatura senza però contribuire all’evoluzione aromatica che si raggiunge grazie ai particolari equilibri ossidoriduttivi che si vengono a determinare nelle barrique. Inoltre in queste ultime sono presenti le fecce nobili le quali sono la base dell’evoluzione aromatica del vino e in parte della sua stabilizzazione.

 

Vini speciali

 

 Si intendono per vini speciali quelli che dopo il processo di vinificazione e prima di essere immessi al consumo vengono sottoposti ad ulteriori interventi tecnici o all’aggiunta di altri componenti.

 

I vini speciali sono:

 

 Vino spumante: In seguito ad una vinificazione tradizionale come per un normale vino bianco, viene aggiunto il cosiddetto Liquer de Tirage ovvero lieviti, monosaccaridi (zucchero di canna) e minerali, al fine di provocare una rifermentazione che può avvenire in bottiglia (Metodo champenoise o Classico) o in autoclave (metodo Charmat o Martinotti)

 

 Vino liquoroso

 

 Vino aromatizzato.

 

Etichetta

 

L’etichetta costituisce una sorta di “Carta d’identità” del vino, in quanto contiene tutti gli elementi necessari per identificare il prodotto a cui si riferisce.

 

Le informazioni che devono essere riportate sull’etichetta sono stabilite sia dalle norme in vigore che dai rispettivi disciplinari di produzione; devono essere riportate le informazioni relative alle analisi chimiche del prodotto, grado alcoolico con tolleranza 0,5% in volume, calcolato a 15 °C, in quanto il volume dell’alcool e dell’acqua variano in modo differenziale al variare della temperatura, indicazione dei solfiti contenuti, capacità del contenitore, comune di produzione, nome ragione sociale e sede dell’imbottigliatore, nome dell’azienda.

 

A partire dalla vendemmia 2005 è diventato obbligatorio anche in Italia indicare la presenza di anidride solforosa o solfiti.

 

 Contenitori

 

Tipi di bottiglie

 

Altri contenitori

 

 Questi sono i principali tipi di contenitori in cui può essere contenuto il vino:

 

 Botte, Barrique, Piece

 

 Bigoncia

 

 Damigiana

 

 Decanter

 

 Flûte

 

 Fiasco

 

 Caraffa

 

 Tanica

 

Produzione

 

 I dieci principali produttori mondiali di uve sono: (anno 2005)Paese migliaia di quintali

 

 Italia 86.200 (13,14%)

 

 Francia 67.785 (10,33%)

 

 USA 63.275 (9,645%)

 

 Spagna 59.258 (9,03%)

 

 Cina 56.000 (8,53%)

 

 Turchia 36.500 (5,56%)

 

 Argentina 28.297 (4,31%)

 

 Iran 28.000 (4,27%)

 

 Cile 22.500 (3,43%)

 

 Australia 20.265 (3,09%)

 

TOTALE 656.134

 

L’evoluzione della produzione di vino nell’Unione Europea nel 2005 e 2006

 

Previsione 2006 (migliaia di ettolitri)

 

 Italia : 52.036

 

 Francia : 51.700

 

 Spagna : 39.301

 

 Germania : 8995

 

 Portogallo : 7390

 

 Grecia : 3908

 

Previsione 2005 (migliaia di ettolitri)

 

 Italia : 60.562

 

 Francia : 52.105

 

 Spagna : 34.789

 

 Germania : 9256

 

 Portogallo : 7266

 

 Grecia : 3997

 

Nel 2003, la produzione mondiale di vino era salita a 269 milioni di ettolitri.

 

I quindici principali produttori erano:Paese milioni di ettolitri

 

 Francia 47,3

 

 Italia 46,8

 

 Spagna 39,5

 

 Stati Uniti 23,5

 

 Australia 12,6

 

 Argentina 12,2

 

 Cina 10,8

 

 Germania 10,2

 

 Sudafrica 7,6

 

 Portogallo 6,8

 

 Cile 5,8

 

 Romania 5,5

 

 Grecia 4,2

 

 Russia 4,1

 

 Ungheria 4,0

 

I dieci principali paesi esportatori di vino sono: (anno 2005)Paese migliaia di ettolitri

 

 Italia 15.100

 

 Spagna 14.439

 

 Francia 13.900

 

 Australia 7019

 

 Cile 4209

 

 USA 3482

 

 Germania 2970

 

 Sud Africa 2818

 

 Portogallo 2800

 

 Moldavia 2425

 

TOTALE 78.729.

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Spiego a Pandora la coca cola

Dopo aver spiegato a Pandora il caffè , gli dissi – adesso ti spiego tutto quello che c’ e sulla coca cola e Pandora disse – ok . Io allora iniziai a dire a Pandora tutto quello che c’ e sulla coca cola – La Coca-Cola (anche nota come Coke soprattutto negli Stati Uniti) è una bevanda industriale analcolica di tipo soft drink, alla quale il caramello che vi è contenuto conferisce un colore scuro.

La bibita deve il suo nome al fatto che nella sua ricetta sono impiegati, tra le altre sostanze, estratti provenienti dalle noci di cola ed estratti dalle foglie della pianta di coca, questi ultimi privati delle sostanze (alcaloidi) psicotrope.

Con lo stesso nome viene spesso indicata anche la casa produttrice della bevanda, The Coca-Cola Company.

Storia del prodotto

 La “Coca-Cola” fu inventata dal farmacista statunitense John Stith Pemberton l’8 maggio 1886 ad Atlanta, inizialmente come rimedio per il mal di testa. Il primo nome che venne dato alla bevanda fu “Pemberton’s French Wine Coca”. Quella di Pemberton era una variazione del cosiddetto “vino di coca” (o Vin Mariani), una miscela di vino e foglie di coca che aveva avuto largo successo in Europa quando era stata creata dal farmacista còrso Angelo Mariani. All’alcol venne sostituito un estratto delle noci di cola, una pianta tropicale reputata non dannosa per la salute. Dall’uso combinato dei due ingredienti principali, la coca e la cola, la bibita acquisì il nome attuale. Quando anche la coca venne bandita (dalla pianta si estrae infatti la cocaina), venne scartato l’alcaloide dagli estratti dalle foglie di coca, mentre la cola (in noci) continuò a essere utilizzata come fonte di caffeina.

Nonostante la scoperta, Pemberton accumulò forti debiti e per appena 550 dollari vendette formula e diritti della Coca-Cola ad Asa Candler, uomo d’affari che aveva intuito il potenziale della bevanda e compreso l’importanza della pubblicità per diffonderla e per sbaragliare la concorrenza.

Dopo la quotazione in borsa dell’azienda nel 1919, la Coca-Cola iniziò la sua diffusione mondiale negli anni venti, trasformandosi in un ‘business’ di grandi dimensioni, gestito dalla The Coca-Cola Company con sede a New York, e che comprende ulteriori bibite (meglio note col nome di bevande gassate) quali la Fanta, la Sprite e altre.

Nel 1927 la Coca-Cola viene importata anche in Italia. Nel 1960 comparve la prima Coca-Cola in lattina, mentre nel 1980 anche quella in bottiglia PET.

La bibita è disponibile nella maggioranza dei luoghi di ristorazione del mondo, ed è la bevanda per eccellenza nei fast-food.

Il marchio è stato più volte indicato da numerose ricerche come il più conosciuto al mondo. La maggior rivale della Coca-Cola è la Pepsi, ma ne esistono moltissime imitazioni.

La Coca-Cola vanta diversi luoghi legati interamente al marchio, tra i quali un museo ad Atlanta, sede della compagnia, e alcuni negozi di merchandising, i World of Coca-Cola di New York e Las Vegas.

Logo

 Il celebre logo della Coca-Cola fu creato con scarsa attenzione nel 1886 dal contabile dell’azienda, Frank Mason Robinson, che fece solo alcuni piccoli ritocchi alla scritta, utilizzando come base il carattere Spencerian Script, che in quel tempo, negli Stati Uniti era fra i più comuni e utilizzati. Si lega a questo logo una leggenda metropolitana che si è diffusa piuttosto rapidamente nel mondo: sembra che osservando la scritta Coca-Cola allo specchio sia possibile interpretare l’immagine come una frase in lingua araba che recherebbe un messaggio contro la cultura islamica, “No a Maometto, No alla Mecca”.[senza fonte] In realtà è improbabile che al momento della creazione di questo logo, quando ancora non esisteva la multinazionale The Coca-Cola Company e nessuno si sarebbe aspettato il successo a livello mondiale che la bevanda avrebbe riscosso, si pensasse di inserire un simile messaggio all’interno del celebre logo. Anche il Grand Mufti Sheik Nasser Farid Wassel, importante figura religiosa egiziana, ha commentato questi fatti facendo notare come questo marchio fu scritto in caratteri latini e non arabici più di un secolo fa; è dunque una voce che ha soltanto danneggiato la multinazionale, con un forte calo delle vendite registrato in alcuni paesi islamici.

Per il 100º anniversario della Coca-Cola, nel 1986 è stato creato in Cile, sul fianco di una montagna, il più grande logo Coca-Cola del mondo. Sono state utilizzate circa 70 000 bottiglie di Coca-Cola e la scritta risulta di circa 30 per 120 metri.

Design del contenitore

 La Coca-Cola è famosa per i particolari contenitori che la rendono facilmente distinguibile rispetto alle altre confezioni di bevande analcoliche; in particolare, le frequenti variazioni promozionali nella decorazione delle lattine in presenza di eventi, quali il Natale o eventi sponsorizzati dalla bevanda, hanno reso queste ultime oggetto di collezionismo. Le bottiglie contour, comparse nel 1916, hanno una forma particolare con marchio registrato, probabilmente ispirata alle curve anatomiche dell’attrice Mae West che indossava il particolare abito aderente detto hobble skirt.

Il design del prototipo è stato ideato nel 1915 da Earl R. Dean, della Root Glass Company di Terre Haute, Indiana, che potrebbero essersi ispirati alla forma di un baccello di cacao. Il prototipo venne scartato perché inadatto alle macchine imbottigliatrici; tuttavia ispirò le forme della bottiglia definitiva che entrò in produzione nel 1916. Bottiglie similari, prima in vetro e poi in PET, sono state utilizzate anche dalla concorrente Pepsi, ma dalla forma significativamente diversa per non violare il copyright della The Coca-Cola Corporation.

La forma della famosa bottiglia di Coca Cola viene frequentemente utilizzata per descrivere la parte posteriore della carrozzeria di una vettura di Formula 1 che, vista dall’alto, assomiglia appunto alla famosa bottiglia.

Slogan pubblicitari

 Agenzia pubblicitaria storica della Coca Cola è stata la D’Arcy, che ne curò la pubblicità dal 1906 al 1954 e che ebbe l’idea di impiegare Babbo Natale come testimonial natalizio a partire dal 1931.1886 Drink Coca-Cola

 1904 Delicious and refreshing

 1905 Coca-Cola revives and sustains

 1906 Great National Temperence Beverage

 1908 Good To The Last Drop

 1917 Three Million a Day

 1920 Drink Coca-Cola With Soda, The hit That Saves The Day

 1922 Thirst Knows no season

 1923 Refresh Yourself, There’s Nothing Like It When You’re Thirsty

 1924 Pause and Refresh Yourself

 1925 Six million a day

 1926 Stop At The Red Sign

 1927 Around the corner from everywhere

 1928 A Pure Drink Of Natural Flavors

 1929 The pause that refreshes

 1930 Meet Me At The Soda Fountain

 1932 Ice cold sunshine

 1932 The Drink That Makes Pause Refreshing

 1934 When It’s Hard To Get Started, Start With A Coca-Cola

 1935 All Trails Lead To Ice-Cold Coca-Cola

 1936 Get The Feel Of Wholesome Refreshment

 1937 Stop For A Pause…Go Refreshed

 1938 The best friend thirst ever had

 1938 Anytime Is The Right Time To Pause and Refresh, Pure As Sunlight

 1939 Thirst Stops Here. Makes Travel More Pleasant

 1940 The Package That Gets A Welcome At Home 1941 A Stop That Belongs On Your Daily Timetable

 1942 The only thing like Coca-Cola is Coca-Cola itself. It’s the real thing

 1942 Wherever you are, whatever you do, whereever you may be, when you think of refreshment, think of ice-cold Coca-Cola

 1943 A Taste All It’s Own

 1944 High Sign Of Friendship

 1945 Coke Means Coca-Cola

 1947 Relax With The Pause That Refreshes

 1948 Where there is Coke there is hospitality

 1949 Along The Highway To Anywhere

 1950 Help Yourself To Refreshment

 1951 Good Food And Coca-Cola Just Naturally Go Together

 1952 Coke Follows Thirst Everythere

 1953 Dependable As Sunshine

 1954 For People On The Go

 1955 Americans Prefer Taste

 1956 Feel The Différence, Makes Good Things Taste Better

 1957 Sign of good taste

 1958 Refreshment The Whole World Prefers

 1959 Relax Refreshed With Ice-Cold Coca-Cola

 1959 Make It The Real Meal

 1960 Relax With A Coke, Revive With A Coke

 1961 Coke And Food

 1962 Enjoy That Refreshing New Feeling

 1963 Things go better with Coke

 1964 You’ll Go Better Refreshed 1965 Something More Than A Soft Drink

 1966 Coke… After Coke… After Coke

 1970 It’s the real thing

 1971 I’d like to buy the world a Coke

 1975 Look up America

 1976 Coke adds life

 1979 Have a Coke and a smile

 1982 Coke is it!

 1985 We’ve got a Taste for You (Coca-Cola and Coca-Cola classic) America’s Real Choice world a Coke

 1985 New Coke, The Best Just Got Better!

 1986 Catch the wave (Coca-Cola) Red White & You (Coca-Cola classic)

 1987 Can’t Beat the Feeling

 1988 Can’t beat the Real Thing

 1993 Sempre Coca Cola (Always Coca-Cola)

 2000 Enjoy Coca-Cola

 2001 Life tastes good

 2003 Coca-Cola Real

 2005 Coke Light, Have a great break

 2006 Taste the Coke side of life

 2006 Great taste, Zero sugar

 2007 Make every drop count

 2008 Vivi il lato Coca Cola della vita (Welcome to the Coca-Cola side of life)

 2009 Stappa la felicità (Open Happiness)

 2009 Vivi la musica e accendi l’estate

 2009 The impossible made possible

 2010 Buon appetito con Coca-Cola.

Produzione

 Le foglie della qualità Eritroxylum novogranatense, coltivate legalmente in Perù, sono poi esportate in New Jersey, dove la Stephan Chemical Company, sotto l’egida della DEA, l’ente antinarcotici statunitense, provvede a ottenere l’estratto aromatico privo della componente allucinogena, la cui produzione è interamente acquistata dalla The Coca-Cola Company; si tratterebbe dell’aroma denominato “7X” (o anche merchandise #7, ossia “aroma numero 7″), su cui l’azienda ha sempre mantenuto il più stretto riserbo. Comunque sia, la ricetta completa (e neanche la ricetta in parte) della Coca-Cola non è mai stata rivelata in modo ufficiale. È sicuramente cambiata più volte nel tempo, per allinearsi alle legislazioni nazionali dei vari paesi in cui viene prodotta e/o commercializzata; la formula viene quindi modificata in base al progresso di società e cultura, non esente da operazioni di cost saving, a partire dagli anni novanta.

La formula originale e segreta 7x della Coca-Cola, suppostamente selezionata dai libri di formule del suo inventore, John S. Pemberton, contiene i seguenti ingredienti fondamentali per ogni gallone (4,546 litri): 2.400 gr di zucchero in sufficiente acqua per scioglierlo, 37 gr di caramello, 3,1 gr caffeina, 11 gr di acido fosforico, 1,1 gr di foglie di coca descocainizzate e 0,37 gr di noci di cola. Le istruzioni dicevano di mettere in ammollo le foglie di coca e le noci di cola in 22 gr di alcol al 20%, dopo di che filtrare e aggregare il liquido allo sciroppo. Dopo aggiungere: 30 gr di succo di lime, 19 gr di glicerina, 1,5 gr di estratto di vaniglia, 0,47 gr di essenza di arancia, 0,88 gr di essenza di limone, 0,07 gr di essenza di noce moscata, 0,20 gr di essenza di casi (cannella della Cina), una pizzico di essenza di coriandolo, un pizzico di essenza ricavata dai fiori d’arancio e 0,27 gr di essenza di lime. Per fabbricarla mescolare 4,9 gr. di alcol 95%, aggiungere 2,7 gr d’acqua e lasciar riposare 24 ore a 60 gradi Fahrenheit perché si separi lo strato torbido. Successivamente si filtra la parte chiara del liquido e si aggrega allo sciroppo. Aggiungere sufficiente acqua per preparare un gallone di sciroppo. Infine si mescola un’oncia di sciroppo con acqua carbonata per preparare 6,5 once di bibita.

Composizione

 Ricetta segreta (originale, contenente tutte le quantità esatte dei liquidi):

 Fluido estratto da 3 dramme di Coca dei farmacisti americani

 Acido citrico: 3 once

 Caffeina: 1 oncia

 Zucchero: 30 once (non chiaro, dal testo)

 Acqua: 2,5 galloni

 Succo di lime: 2 e un quarto pinte

 Vaniglia: 1 oncia

 Caramello come colorante aromi 7X: 1, 5 once (utilizzare 2 once di aromi ogni 5 galloni di sciroppo)

 Alcol: 8 once

 Olio d’arancia: 20 gocce

 Olio di limone: 30 gocce

 Olio di noce moscata: 10 gocce

 Coriandolo: 5 gocce

 Neroli: 10 gocce

 Cannella: 10 gocce

Mescolare la caffeina, l’acido e il succo di lime in un quarto d’acqua bollente, aggiungere la vaniglia e l’aroma quando si è raffreddato. Aroma 7X:

 Essenza d’arancia: 80

 Essenza di limone: 120

 Essenza di noce moscata: 40

 Essenza di cannella: 40

 Essenza di coriandolo: 20

 Essenza di neroli: 40

 Alcool: 1 quarto

Lasciare riposare per 24 ore.

Non sono citate le foglie di coca; in loro vece compare il citrato di caffeina. Si tratta comunque di composti facilmente reperibili anche a chi voglia produrre la bevanda nella propria cucina (riportato dalla Coca-Cola Company).

Critiche

 La Coca-Cola è stata oggetto nel tempo di critiche di vario genere. Le principali hanno per oggetto danni alla salute e il mancato rispetto di norme igieniche nelle fasi produttive;

I critici della Coca Cola sono a volte accusati di muoversi da posizioni ideologiche secondo logiche anti-imperialistiche e anti-globalizzazione.

Danni alla salute

 La Coca-Cola è stata accusata di provocare danni alla salute, anche perché, fra i suoi ingredienti, figurano la caffeina ed elevate quantità di zucchero. A causa delle forti dosi di caffeina e di zuccheri semplici (soprattutto caramello), è una bevanda eccitante e molto calorica. L’azienda si difende affermando che la quantità di zuccheri semplici che contiene il suo prodotto è paragonabile a quella di succhi di frutta o altre bevande estive.

Nella versione senza zucchero, come la maggior parte di altre bevande commercializzate, viene usato come dolcificante aspartame, sostanza che, secondo alcuni studi, sarebbe potenzialmente tossica o cancerogena. Inoltre, la miscela di acido fosforico e aspartame è ritenuta fonte di effetti dannosi sul sistema nervoso. La Coca-Cola contiene acido fosforico in una concentrazione di 325 mg/l, che le conferisce caratteristica di corrosività, avendo un valore di pH (circa 2,4) compreso tra quello dell’acido gastrico (pH 1,5) e quello dell’aceto (pH 3,0); inoltre l’acido fosforico lega il calcio, il magnesio e lo zinco nell’intestino diminuendone così il loro assorbimento; in particolare si rischia un’eccessiva perdita di calcio, in quanto vi è anche un’aumentata escrezione urinaria dovuta alle elevate dosi di zucchero presenti nella bevanda. Infine, si sospetta che la bevanda possa creare effetti di dipendenza, dubbio che la The Coca-Cola Company stessa non ha mai contribuito a sciogliere, avendo sempre mantenuto il riserbo sull’elenco degli ingredienti, appellandosi al diritto di protezione del segreto industriale. Tra le motivazioni addotte dell’azienda, quella che gli ingredienti sono già, per legge, presenti in etichetta, anche se non è resa pubblica, dal momento che la legge non lo richiede, l’esatta composizione delle sostanze aromatizzanti che vengono invece comprese sotto la generica indicazione di legge di “aromi naturali”.

Nel maggio 2006, lo stato della California ha accusato la The Coca-Cola Company di aver importato dal Messico e distribuito per almeno quattro anni bottiglie con alto contenuto di piombo nella vernice delle etichette. L’azienda ha respinto le accuse, a differenza della Pepsi che ad un’accusa analoga risalente ad alcune settimane prima preferì pagare una multa da 2,25 milioni di dollari e ritirare dal mercato le confezioni sospette.

Igiene nei processi produttivi

La The Coca-Cola Company è stata accusata di non osservare standard produttivi adeguati alla salvaguardia della salute dei consumatori e dei lavoratori. In particolar modo in India la Coca-Cola ha subito numerosi boicottaggi e proteste a causa della condizione degli stabilimenti locali, ritenuta scarsamente igienica, e alla presunta inosservanza della tutela dell’ambiente. In India, nel 1970, la Coca-Cola fu bandita poiché la Compagnia si rifiutava di rendere pubblica la lista degli ingredienti della propria bevanda. La messa al bando proseguì fino al 1993. Successivamente, in seguito a uno studio condotto dal Center for Science and the Environment (CSE) (laboratorio scientifico indipendente a Nuova Delhi) che rivelò la presenza in Coca-Cola e Pepsi di residui di pericolosi pesticidi in concentrazioni fino a trenta volte maggiori dei limiti stabiliti dalle norme indiane ed europee, il 7 dicembre 2004, la Suprema Corte dell’India impose alle multinazionali l’obbligo di apporre su tutte le confezioni un’etichetta recante l’attestazione di pericolo per i consumatori.

Altre informazioni

Efficacia spermicida

Alla 18ª edizione degli IG Nobel, l’annuale cerimonia dedicata alla scienza più bizzarra istituita nel mondo scientifico, tenuta dalla rivista “Annals of Improbable Research” presso l’università statunitense di Harvard, il riconoscimento per la chimica 2008, consegnato da William Lipscomb (premio Nobel per la Chimica nel 1976) è andato a due gruppi di ricerca, il primo statunitense e l’altro di Taiwan, che hanno cercato di capire se la Coca-Cola fosse un efficace spermicida. Cosa singolare, nel mondo scientifico, i due gruppi hanno ottenuto e dimostrato risultati diametralmente opposti.

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Spiego a Pandora il caffè

Dopo aver spiegato a Pandora il latte , gli dissi – adesso ti spiego tutto quello che c’ e da sapere sul caffè e Pandora disse – ok . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sul caffè – Il caffè è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, parte della famiglia botanica delle Rubiaceae, un gruppo di angiosperme che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie.

Sebbene all’interno del genere Coffea siano identificate e descritte oltre 100 specie, commercialmente le diverse specie di origine sono presentate come diverse varietà di caffè e le più diffuse sono l’”arabica” (Coffea arabica) e la “robusta” (Coffea canephora).

Specie coltivate

 Le specie di caffè coltivate su grande scala sono tre (Coffea arabica, Coffea canephora e, in minor misura, Coffea liberica). Una decina vengono coltivate localmente.

Le specie differiscono per gusto, contenuto di caffeina, e adattabilità a climi e terreni diversi da quelli di origine. Ricordiamo che tutte le specie coltivate esistono ancora, nelle zone d’origine, allo stato selvatico. È però anche vero che sono state create artificialmente molte nuove varietà.

Specie principali

 Arabica. La specie che è stata usata per prima è Coffea arabica, una pianta originaria dell’Etiopia (dove il caffè viene chiamato buna), del Sudan sud-orientale e del Kenya settentrionale e in seguito diffusasi nello Yemen, luogo in cui, peraltro, si ebbero le prime tracce storiche del consumo della bevanda, nel lontano 1450 tra i seguaci del sufismo.

I semi di Coffea arabica hanno un contenuto di caffeina molto inferiore a quelli delle altre specie di larga diffusione e rispetto alle altre specie è autoimpollinante, cioè autogama e inoltre predilige coltivazioni ad alta quota (tra 1000 e 2000 metri).

La coltivazione di Coffea arabica fuori dei territori d’origine è iniziata molto presto, p.es. in Indonesia nel 1699.

Robusta. Molto coltivata oggi è Coffea robusta (o Coffea canephora, nome considerato scientificamente più corretto ma poco usato commercialmente). È una specie originaria dell’Africa tropicale, tra l’Uganda e la Guinea, molto adattabile (cresce anche a quote inferiori ai 700 metri) e perciò più economica. La sua coltivazione è iniziata solo nell’Ottocento. È una pianta allogama, quindi richiede impollinazioni incrociate che la possono differenziare geneticamente con più facilità rispetto alla arabica.

Liberica. Tra le specie di cultura meno diffusa, la più importante è Coffea liberica, originaria della Liberia e coltivata, oltre che in Africa occidentale, soprattutto in Indonesia e nelle Filippine.Excelsa. Nel 1903 è stata scoperta in Africa una nuova specie di alberi del caffè, battezzata con il nome di Coffea excelsa. Tuttavia, successivamente, i botanici hanno ritenuto che questa specie fosse in realtà solo una varietà di Coffea liberica e il suo nome scientifico corretto è quindi Coffea liberica var. dewevrei.

La varietà continua a essere chiamata Excelsa da coltivatori e commerciali e viene considerata molto promettente.

Specie Minori

Ricordiamo qui solo le seguenti:

Stenophylla. Coffea stenophylla è originario dell’Africa occidentale, dove viene coltivato localmente (Liberia, Sierra Leone, Costa d’Avorio). È resistente alla siccità. Il profumo è stato paragonato a quello del tè, il sapore non è gradito a tutti i palati.

Mauritiana. Coffea mauritiana è il caffè marrone dell’Isola Maurizio e della vicina Isola della Riunione; una recente varietà orticolturale, il Bourbon pointu, sembra molto promettente.

Racemosa. Coffea racemosa, originaria del Mozambico, perde le foglie durante la stagione secca.

 Etimologia

 La parola araba “qahwa” (قهوة), in origine, identificava una bevanda prodotta dal succo estratto da alcuni semi che veniva consumata come liquido rosso scuro, il quale, bevuto, provocava effetti eccitanti e stimolanti, tanto da essere utilizzato anche in qualità di medicinale. Oggi questa parola indica, in arabo, precisamente il caffè.

Dal termine “qahwa” si passò alla parola turca Kahve attraverso un progressivo restringimento di significato, parola riportata in italiano con “caffè”.

Questa derivazione è contestata da quanti sostengono che il termine caffè derivi dal nome della regione in cui questa pianta era maggiormente diffusa allo stato spontaneo, Caffa, nell’Etiopia sud-occidentale.

Leggenda sulla scoperta

 Fino al XIX secolo non era certo quale fosse il luogo di origine della pianta del caffè e, oltre all’Etiopia, si ipotizzava la Persia e lo Yemen.

Pellegrino Artusi, nel suo celebre manuale, sostiene che il miglior caffè sia quello di Mocha (città nello Yemen), e che questo sarebbe l’indizio per individuarne il luogo d’origine.

Esistono molte leggende sull’origine del caffè.

La più conosciuta dice che un pastore chiamato Kaldi portava a pascolare le capre in Etiopia. Un giorno queste incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiare le bacche e a masticare le foglie.

Arrivata la notte le capre anziché dormire si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta mangiati dal suo gregge, poi le macinò e ne fece un’infusione, ottenendo il caffè.

Diffusione in Medio Oriente, Europa e America

 Nel XV secolo la conoscenza della bevanda a base di caffè si estese fino a Damasco, al Cairo per arrivare infine ad Istanbul, dove il suo consumo avveniva nei luoghi d’incontro dell’epoca.

Nella sua opera Sylva sylvarum, pubblicata postuma nel 1627, Francesco Bacone fornisce per primo una descrizione di questi locali in cui i turchi siedono a bere caffè, paragonandoli alle taverne europee.

I primi a descrivere in Europa la pianta di caffè furono: in Germania il botanico Léonard Rauwolf, in un libro pubblicato nel 1583 e in Italia, il marosticense Prospero Alpini, nel suo libro De Medicina AEgyptiorum datato 1591. Nella rappresentazione di Prospero Alpini mancano però le bacche della pianta di caffè, che furono descritte in Europa solo nel 1605 da Charles de L’Écluse, direttore allora del giardino botanico di Vienna.

Per i suoi rapporti commerciali in Vicino Oriente, Venezia fu la prima a far uso del caffè in Italia, forse fin dal XVI secolo; ma le prime botteghe del caffè furono aperte solo nel 1645 ed il medico e letterato Francesco Redi nel suo Bacco in Toscana già cantava: « Beverei prima il veleno

 Che un bicchier che fosse pieno

 Dell’amaro e reo caffè »

Nel XVII secolo, a Londra ed a Parigi una libbra di caffè veniva pagata fino a 40 scudi. L’uso si andò poi via via generalizzando per crescere fino all’immenso consumo che se ne fa tuttora.

Verso il 1650, cominciò ad essere importato e consumato in Inghilterra e si aprirono di conseguenza i primi caffè (intesi come circoli e bar e detti in inglese coffeehouse), come ad esempio quelli di Oxford e di Londra. Nel 1663 in Inghilterra vi erano già 80 coffeehouse, cresciuti vertiginosamente fino a superare le 3000 unità nel 1715.

I caffè divennero presto luoghi di nascita e diffusione di idee liberali, e furono frequentati da letterati, politici e filosofi, diffondendone l’uso in tutta Europa. Nel 1670 aprì il primo caffè a Berlino e nel 1686 a Parigi.

Nel 1684 Franciszek Jerzy Kulczycki, soldato delle truppe polacche del re Jan III Sobieski, dopo la liberazione di Vienna, aprì in questa città la prima bottega del caffè, fra le prime in Europa. Nel 1689 venne inaugurato il primo caffè negli Stati Uniti, a Boston, denominato London Coffee House. Seguì il The King’s Arms, aperto a New York nel 1696.

Nel Settecento ogni città d’Europa possedeva almeno un caffè. Il caffè iniziò ad essere coltivato in larga scala nelle colonie inglesi e in quelle olandesi (in Indonesia).

La Compagnia olandese delle Indie Orientali incominciò a coltivare il caffè già nell’ultimo decennio del XVII secolo, presso Giava utilizzando semi provenienti dal porto di Mocha, nello Yemen. Nel 1706 alcune piantine di caffè vennero trasferite da Giava al giardino botanico di Amsterdam; da lì, nel 1713, una pianta raggiunse la Francia.

Nel 1720 Gabriel de Clieu, un ufficiale della marina francese, salpò alla volta dei Caraibi con due piantine di caffè di cui solo una sopravvisse arrivando alla colonia francese della Martinica. Da lì, nei decenni seguenti, le piante si diffusero rapidamente in tutto il Centroamerica: Haiti (1725), Guadalupa (1726), Giamaica (1730), Cuba (1748) e Porto Rico (1755). Nello stesso periodo, precisamente nel 1718, gli olandesi trasportarono il caffè in un’altra loro colonia, il Suriname da cui, nel 1719 entrò nella Guiana Francese e di qui penetrò infine in Brasile, dove, nel 1727, vennero create le prime piantagioni. L’industria nelle colonie dipendeva esclusivamente dalla pratica della schiavitù, abolita solo, peraltro formalmente, nel 1888.

Fu Carlo Linneo, botanico svedese a cui si deve la diffusione del sistema di classificazione degli organismi in genere e specie, a proporre per primo il genere Coffea nel 1737.

Zone di produzione

Indicativamente, le zone di produzione sono rappresentate dalla seguente mappa: dati più precisi possono essere trovati sul sito dell’International Coffee Organization (ICO). Secondo le statistiche ivi riportate, i maggiori produttori mondiali sono, nell’ordine, il Brasile, il Vietnam, la Colombia e l’Indonesia. Seguono, con ordine variabile secondo le annate, Messico, Guatemala, Honduras, Perù, Etiopia, India.

Tostatura artigianale

 Pellegrino Artusi dava anche alcuni consigli per effettuare una tostatura artigianale (ovvero “fatta in casa”) dei chicchi di caffè. Dopo aver raccomandato la massima attenzione, in quanto da questa dipende la buona riuscita della bevanda, il primo consiglio è quello di usare legna anziché carbone, per regolare meglio il calore.

Quando il caffè comincia a crepitare e far fumo, va scosso spesso il tostino mentre si deve aver cura di levarlo appena ha preso il colore castano-bruno e prima che emetta l’olio (a Firenze, in tempi antichi, per arrestarne subito la combustione lo si distendeva all’aria aperta); pessima sarebbe invece l’usanza di chiuderlo fra due piatti, perché in questo modo potrebbe appunto diffondere l’olio essenziale, con susseguente perdita dell’aroma (va detto che il caffè perde nella tostatura il 20 per cento del suo peso, cosicché di 500 g ne rimangono circa 400).

Qualità del caffè

 Secondo Artusi, così come diverse qualità di carne fanno il brodo migliore, così da diverse qualità di caffè, tostate separatamente, si ottiene un aroma più grato. Per Artusi, la miscela ideale dovrebbe essere composta da 250 g di Porto Rico, 100 di Santo Domingo e 150 di Moka. Anche 300 g di Portorico con 200 di moka darebbero un ottimo risultato. Con 15 g di questa polvere si può fare una tazza di caffè abbondante; ma quando si è in parecchi, possono bastare 10 g a testa per una piccola tazza usuale.

Il caffè più pregiato del mondo, il “Kopi Luwak”, si produce in Indonesia. La produzione è dell’ordine dei 50 kg l’anno, e costa all’incirca 500€ al kg. La particolarità del Kopi Luwak risiede nel fatto che si tratta di chicchi di caffè mangiati e digeriti dallo zibetto delle palme (luwak), raccolti poi a mano e tostati normalmente. Gli esponenti della Cup of Excellence, ovverosia una giuria che assegna gli Oscar del caffè, valutano alcuni parametri ritenuti fondamentali, tra i quali l’aroma, la dolcezza, il sapore, l’acidità, la mancanza di difetti, il retrogusto. In generale la qualità è in relazione con l’ambiente di crescita, con le pratiche adoperate nella coltura, con il tipo di lavorazione delle bacche (il grado e la loro omogeneità) e con il luogo di provenienza.

Conservazione

Artusi consigliava di tostarne poco per volta e conservarlo in vaso di metallo ben chiuso, macinando sul momento solo quello che necessita, perché perde facilmente il proprio profumo. Una permanenza dei chicchi per 2 o 3 settimane a temperatura ambiente e a contatto dell’aria, è sufficiente per alterare fortemente il gusto della bevanda, dovuto al processo di irrancidimento dell’olio contenuto, e nel caso dell’espresso, la quasi assenza in tazzina, della crema in superficie. Attualmente, i materiali usati dall’industria per la confezione del caffè in chicchi, sono sufficientemente impermeabili all’aria da permetterne una buona conservazione anche nel proprio barattolo o busta.

Proprietà del caffè

 Già verso la fine del XVI secolo i botanici iniziarono ad analizzare le proprietà della bevanda. Dopo Rauwolf, nel 1713 il botanico francese Antoine de Jusseieu realizzò una delle più significative pubblicazioni scientifiche sulla anatomia del caffè[2].

 A coloro ai quali l’uso del caffè provoca troppo eccitamento – può provocare in soggetti predisposti episodi di tachicardia sinusale, quindi cardiopalmo, oppure insonnia – viene consigliato di astenersene o di usarlo con moderazione; l’effetto potrebbe anche essere corretto mescolandovi un po’ di cicoria oppure orzo tostato. L’uso costante potrebbe neutralizzare gli effetti negativi del caffè su molte persone, ma potrebbe anche nuocere, essendovi dei temperamenti tanto eccitabili da non essere correggibili. Pellegrino Artusi sosteneva che l’uso del caffè dovesse essere proibito ai più giovani.

Secondo una diceria ottocentesca, il caffè eserciterebbe un’azione meno eccitante nei luoghi umidi e paludosi e si riteneva che questa fosse la ragione per cui i paesi in cui se ne fa maggior consumo in Europa sono il Belgio e l’Olanda. In Medio Oriente, dove si usa di ridurlo in polvere finissima e farlo all’antica per berlo ancora torbido, il bricco, nelle case private, è sempre sul fuoco.

Secondo il medico Paolo Mantegazza, patologo ed igienista, il caffè, contrariamente a quello che comunemente si pensa, non favorisce in alcun modo la digestione; tuttavia può essere fatta una distinzione: il criterio può essere riferito a coloro ai quali il caffè non provoca eccitazione particolare, mentre per coloro sensibili alla bevanda, può portare la sua azione anche sul nervo pneumogastrico; ed è un dato di fatto innegabile che possano digerire meglio (e l’uso invalso di prendere una tazza di buon caffè dopo un lauto pranzo ne è una testimonianza, neppure troppo indiretta).

Preso alla mattina a digiuno, sembrerebbe che il caffè vuoti lo stomaco dai residui di una imperfetta digestione e lo predisponga ad una colazione più appetitosa; va precisato ad ogni modo che una tazzina di caffè, cioè 10 cL di caffè, e un cucchiaino di zucchero, apportano all’organismo solo 45 calorie in totale, contro le 400 indicativamente raccomandate dai dietologi per una colazione bilanciata, una che cioè fornisca il 29% delle calorie consumate nelle 24 ore successive: è fortemente sbagliato, pertanto, sostituire la colazione con una semplice tazzina di caffè, aggiungendo a ciò che, contrariamente al pensiero comune, trascurare la colazione espone gravemente all’obesità gli individui predisposti ad ingrassare.

Resta inoltre valida la raccomandazione della Food and Drug Adminstration di “evitare se possibile i cibi, le bevande e i medicinali che contengono caffeina, o comunque consumarli solo raramente”. Molti ricercatori sconsigliano il caffè decaffeinato, cioè quello contenente meno del 0,1% di caffeina, rimarcando l’uso di solvente tossico per eliminare la caffeina, del quale rimarrebbero tracce, che tuttavia per legge dovrebbero non essere sopra una soglia minima, comunque considerata dai medesimi detrattori troppo alta (es. etilmetilchetone: 20 mg/kg; se subisce reazioni di condensazione, forma dei veleni). In realtà molte aziende utilizzano dei metodi di produzione del decaffeinato che non necessitano di alcun solvente realmente tossico, e che quindi si possono considerare sicuri.

Prima di mettersi in viaggio il caffè non è consigliato, se non dopo aver mangiato. Infatti è uno stimolante e facilita l’attenzione, ma favorisce anche un’ipersecrezione gastrica fastidiosa, soprattutto a stomaco vuoto.

Il caffè mescolato al latte bollente (il famoso cappuccino) ha la proprietà di bloccare l’appetito ed è comunemente pensato essere un sostitutivo del pranzo anche se impropriamente. Questo perché, con la temperatura, l’acido tannico del caffè si combina con la caseina del latte, dando luogo al tannato di caseina, composto difficile da digerire.

Vari modi di preparare il caffè

 Caffè espresso, il classico caffè “normale”.

 Caffè in vetro, è distribuito in bicchierino di vetro anziché in tazzina di porcellana.

 Caffè ristretto, è un espresso molto ridotto, talvolta fino a poche gocce soltanto. Il caffè preparato in questo modo esprime al massimo l’aroma della bevanda ed ha un contenuto di caffeina molto basso. È una bevanda tipica dell’Italia (è quasi impossibile avere un vero caffè ristretto in paesi esteri).

 Caffè corretto, si ottiene dall’aggiunta al caffè espresso di una dose di grappa o altro alcolico o superalcolico.

 Moretta fanese

 Caffè napoletano, preparato con la caffettiera napoletana, più lungo e gustoso.

 Caffè moldavo

 Caffè macchiato, si ottiene aggiungendo al caffè una “macchia” (ovvero una piccola quantità) di latte.

 Caffè schiumato, è un tipo di caffè macchiato in cui il latte aggiunto è caldo e spumoso.

 Caffè lungo, è ottenuto con le macchine espresso facendo defluire più acqua del solito. Un caffè lungo, sebbene sia meno denso, contiene più caffeina di quello normale, e ancor più di quello ristretto, proprio perché la stessa quantità di posa di caffè viene “sfruttata” in misura maggiore.

 Caffè alla nocciola

 Caffè al ginseng

 Caffè decaffeinato

 Cappuccino

 Mocaccino

 Caffè messicano

 Caffè in ghiaccio

 Caffè in ghiaccio con latte di mandorla

 Caffè all’americana

 Caffè shakerato, è un caffè con ghiaccio agitato nello shaker

 Caffè d’orzo, si definisce “caffè” in senso lato poiché non utilizza chicchi di caffè nella sua preparazione.

 Marocchino si prepara versando nel bicchierino di vetro prima la schiuma del latte e poi il caffè

 Melange Viennese

 Caffè turco

 Irish coffee

 Jamaican coffee, è come l’Irish coffee, ma con il rum al posto del whiskey

 Caffè dello studente, un caffè particolarmente forte.

 Caffè alla valdostana

 Café du campagnard

 Caffè brasiliano, si prepara aggiungendo al caffè, panna montata e cioccolato dolce in polvere

Altre bevande con caffè

 Caffelatte

 Caffè cortado

 Latte macchiato

Il caffè e la macroeconomia

 A livello macroeconomico, il caffè è un prodotto che può fornire riflessioni interessanti. Ad esempio, dal 1980 al 2002 il prezzo del caffè crudo è diminuito del 70%. Nel 2003, il prezzo della qualità arabica sul mercato internazionale era di 40 dollari per cento libbre, meno della metà dei costi medi di produzione (circa 90 dollari). Il Commercio equo-solidale nello stesso anno lo pagava più di tre volte tanto, 141 dollari per 100 libbre.

Nei primi anni novanta, il valore commerciale globale del caffè era di circa 30 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi rimanevano ai paesi d’origine; tra il 2000 e il 2001 era arrivato a 65 miliardi, di cui solo 5,5 miliardi restavano ai paesi produttori. Per porre rimedio a questa situazione, Oxfam International ha avviato una campagna di informazione.

Il mercato del caffè

 Il mercato globale di settore consta di circa 90.000 milioni di dollari. Il Brasile, da solo, produce quasi un terzo del caffè nel mondo. Nelle ultime tre stagioni il suo raccolto medio, si è aggirato sui 32 milioni di sacchi (un sacco equivale a 60 kg) con esportazioni intorno ai 27 milioni. Al Salone Internazionale del caffè sono presenti tutti i settori merceologici più importanti con un +12,4% di espositori rispetto alla passata edizione.

Il Salone offre a 360° un panorama dei comparti legati alla lavorazione del caffè includendo liofilizzazione e decaffeinizzazione, aziende di imballaggio e confezionamento, enti portuali e spedizionieri, associazioni e agenzie di promozioni. In percentuale, spicca il comparto bar, gelateria e pasticceria (45%); ristoratori (36%), torrefattori (14%), produttori di caffè (3%) e broker del caffè (2%).

A livello mondiale, non mancano le voci preoccupate per quella che è una delle merci più scambiate insieme a petrolio e acciaio. A lanciare l’allarme, il direttore esecutivo dell’Organizzazione Internazionale del Caffè (OIC), Nestor Osorio, durante la seconda Conferenza mondiale del Caffè, svoltasi nel settembre scorso a Salvador de Bahia. In occasione del raccolto di aprile 2006, proprio il Brasile raggiungerà il più basso livello di scorte degli ultimi decenni, ovvero 40 milioni di sacchi. Tra i produttori, al secondo posto,troviamo il Vietnam, che ha superato in pochi anni la Colombia, ora al terzo posto, grazie alla sua vicinanza geografica con il mercato cinese che ha visto aumentare notevolmente i consumi. Altri grandi produttori mondiali sono Indonesia, Messico, India ed Etiopia.

Operatori commerciali

Il commercio del caffè è dominato da poche grandi multinazionali. Una élite di 20 grandi società, di cui una sola proviene da un grande paese produttore, controlla più di tre quarti del mercato del caffè. Gli operatori commerciali più grandi sono: Neumann Kaffee (Germania), Volcafè (Svizzera), Cargill (Stati Uniti), Esteve(Brasile/Svizzera), Aron (Stati Uniti), ED&F Man (Regno Unito), Dreyfus (Francia), Mitsuibishi (Giappone). Inoltre, certi grossi distributori di caffè come, Sara Lee/De e Nestlé, possiedono società d’importazione proprie, le quali controllano l’intera filiera del caffè, dal raccolto al consumatore. Grazie alla leadership che si sono assicurate spesso pagano ai produttori un prezzo più basso di quello del mercato mondiale, dal momento che riescono a negoziare i prezzi facendo leva sulla base dei grandi acquisti.

Le oscillazioni del mercato del caffè

 Il mercato del caffè è un mercato endemicamente instabile, questa mancanza di stabilità si esprime in primo luogo attraverso le fluttuazione del prezzo. La misura della volatilità del prezzo del caffè si basa sulla percentuale di variazione giorno per giorno dei prezzi. Da un punto di vista storico, casi di incremento delle fluttuazioni del prezzo del caffè, affondano le loro radici principalmente in eventi meteorologici negativi che hanno un effetto immediato sulla situazione dei rifornimenti e creano un profondo disequilibrio tra disponibilità e domanda del mercato.

Tuttavia, il mercato del caffè, fino al 1989, è rimasto relativamente stabile anche a dispetto degli eventi atmosferici e delle loro ripercussioni sulle piantagioni, e ciò grazie fondamentalmente ai vari Accordi Internazionali sul Caffè che hanno garantito una sorta di stabilità del mercato attraverso il sistema delle quote. Tale sistema prevedeva che, nel momento in cui i prezzi sul mercato mondiali scendevano sotto un certo livello, gli accordi disciplinavano delle quote massime che i vari paesi produttori potevano immettere nel marcato stesso, garantendo in questo modo una sorta di protezione. Il 4 luglio del 1989 questi accordi fallirono e da allora si parla di liberalizzazione del mercato del caffè.

L’inizio della deregolamentazione, dopo 27 anni di accordi tra produttori, ha avuto ripercussioni di vasta scala sul mercato del caffè che, per la prima volta, è stato controllato dalle forze della domanda e dell’offerta. Nella fattispecie, in questa circostanza i paesi produttori riversarono sul mercato tutte le scorte accumulate, causando, ovviamente, il crollo dei prezzi.

In sostanza, il meccanismo diventa il seguente: le fluttuazioni, come abbiamo citato prima, sono intrinseche al mercato del caffè, i prezzi alti diventano un incentivo, per i produttori di caffè, a prendersi maggior cura delle piante o a piantarne di nuove, la conseguenza di ciò, tuttavia, molto spesso implica, in una fase avanzata delle nuove coltivazioni, una maggiore e miglior produzione che comporta l’abbassamento dei prezzi. I prezzi bassi, a loro volta, inducono ad una minor attenzione per le piantagioni da cui la minor produzione ed il rialzo dei prezzi, così il procedimento si ripete.

Non è, comunque, corretto intendere le fluttuazioni del mercato del caffè esclusivamente nell’ottica della domanda e dell’offerta. Se è vero che ogni fluttuazione ha una causa di origine fisica è altrettanto dimostrabile che l’influenza dei grandi investitori finanziari ha avuto un ruolo crescente a partire dalla liberalizzazione del mercato nel 1989. Questo è in sintesi l’andamento tipico del gioco dell’investimento e della speculazione nel mercato del caffè: quando i prezzi del caffè grezzo sono bassi, oppure quando si possono prevedere annate con produzioni scarseggianti gli investitori si immettono nel mercato operando grandi investimenti. Ovviamente questi acquisti sono di natura speculativa, poiché l’obiettivo è quello di rivendere il prodotto con ampi margini di profitto, nel breve termine. Nel mercato mondiale, questa improvvisa domanda porta automaticamente al rialzo dei prezzi, questo meccanismo prosegue fintantoché gli investitori decidono di vendere a loro volta, per appropriarsi del profitto, causando un crollo altrettanto improvviso dei prezzi sempre su scala mondiale. Oltre alle cause fisiche dunque, il ruolo della speculazione acuisce le fluttuazioni dei prezzi sia verso l’alto che verso il basso.

Il ruolo del caffè nei paesi in via di sviluppo

 Il caffè rappresenta la coltivazione più importante nei Paesi in via di Sviluppo: per oltre 20 milioni di coltivatori e le loro famiglie costituisce l’unica fonte reale di reddito.

Una dozzina di piccoli paesi dell’Africa orientale, come ad esempio Uganda, Ruanda ed Etiopia, vedono proprio il caffè come principale prodotto di esportazione, più precisamente si può constatare come dipendano dal caffè per oltre metà delle loro esportazioni. Anche nel Centro America il caffè resta la principale fonte dell’economia.

Questa situazione non è positiva, soprattutto se consideriamo l’instabilità connaturata a questo mercato. Alcuni dei più grandi produttori di caffè del mondo, Brasile e Colombia non sono totalmente dipendenti dal caffè, nel senso che meno del 10% dei redditi da esportazione derivano dal caffè.

Ovviamente, i produttori traggono beneficio dai prezzi più elevati, ma chi si riserva i più grandi vantaggi dall’improvviso aumento dei prezzi sono gli esportatori e gli speculatori. Questi ultimi, infatti, possiedono le disponibilità delle scorte, sia fisicamente che sulla carta.

La situazione dei piccoli coltivatori è molto diversa: dato il loro continuo e pesante bisogno di liquidità, in genere vendono il caffè appena possono, talvolta quando i chicchi stanno ancora sulle piante. Con questa necessità di liquidità finanziaria non si trovano sicuramente nella posizione idonea per negoziare il prezzo migliore. Dunque, quando i prezzi sono alti i piccoli produttori tendono a vendere i propri raccolti ad acquirenti individuali, che pagano in contanti e subito, piuttosto che alla loro cooperativa che li pagherebbe con prezzo più alto ma più tardi.

 Al contrario, quando il prezzo si abbassa i coltivatori tendono a rivolgersi alle cooperative.

Il caso Etiopia

 L’Etiopia produce tre prestigiose qualità di caffè: Sidamo, Harar e Yirgacheffe. Il paese tenta di far registrare i nomi di queste tre varietà presso l’USPTO, ossia l’ufficio americano dei brevetti.

Il Presidente etiope ha presentato la domanda nel 2005 ma tale richiesta è bloccata da una fazione consistente della National Coffee Association che preme affinché l’utilizzo dei chicchi e dei nomi resti libero dal copyright.

Se la registrazione fosse approvata le implicazioni sarebbero assai rilevanti per l’Etiopia, uno dei paesi più poveri del mondo, con un PIL pro capite di 160 dollari all’anno e aspettativa di vita media pari a 47 anni. In sostanza, in caso di vittoria legale del governo di Abeba, chiunque utilizzasse i chicchi delle tre qualità, si troverebbe a dover pagare un diritto di sfruttamento del marchio all’Etiopia. Tutto ciò potrebbe far incassare a questo paese 88 milioni di dollari in più all’anno, con incremento sostanziale se raffrontato ai 156 milioni (2002) ricavati in toto dall’esportazione del caffè. Questo caso ha suscitato molto scalpore dal momento che vede implicate una grande multinazionale della ristorazione (Starbucks Cafe) ed una delle più consolidate e potenti ONG del mondo, Oxfam.

Nello specifico Oxfam accusa Starbucks di aver ostacolato e bloccato la registrazione delle tre varietà etiopi, mascherandosi dietro la National Coffee Association, di cui la multinazionale è uno dei membri più influenti.

Starbucks nega di avere un ruolo nella regia di questo impasse, difendendosi attraverso la pubblicizzazione della propria politica commerciale più recente, in base alla quale il gruppo ha incrementato gli acquisti dal governo Abeba del 400% negli ultimi quattro anni, portando un conseguente beneficio dei coltivatori etiopi a cui sarebbero stati pagati prezzi del 23% maggiori rispetto a quelli del listino medio internazionale per le stesse qualità di chicchi di caffè.

Queste spiegazioni non sono bastate ad Oxfam, che nel 2004 ha collaborato proprio con Starbucks intorno a progetti di sviluppo rivolti all’Etiopia. I responsabili di Oxfam hanno dato voce a Tadesse Maskela, il giorno di avvio della loro campagna. Takela, capo di una cooperativa di produttori di caffè etiope, ha esplicato la rabbia di 15 milioni di agricoltori che sopravvivono solo in base alla vendita del caffè. Tekela spiega che Starbucks offre le qualità di Sidamo e Harar al prezzo di 26.29 Dollari alla libbra, ma i contadini etiopi arrivano a guadagnare una cifra compresa tra 30 e 59 centesimi per la medesima quantità.

Curiosità

Nel 1771, in Svezia , il re Gustavo III volle verificare scientificamente se il caffè giovasse o meno alla salute. Per far ciò, si servi di due gemelli detenuti nelle carceri svedesi per omicidio. Dopo avergli commutato la pena di morte in ergastolo, impose loro la consumazione di tre tazze di caffè al giorno per uno e di tre tazze di tè l’altro. Invecchiò meglio il gemello che fu costretto a bere tè, il quale si spense ad 83 anni.