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Dead Rising 3: nuove immagini dalla GamesCom 2013

Con ancora negli occhi le splendide e sanguinolente scene dell’ultimo video in computer grafica di Dead Rising 3, riprendiamo felicemente ad occuparci del prossimo action zombesco diCapcom per aggiornare la nostra galleria multimediale facendo spazio a diverse nuove immagini di gioco.

Costretto a combattere orde infinite di non-morti nonostante siano passat dieci anni dagli spaventosi eventi che hanno contraddistinto l’avventura del precedente capitolo della saga, il protagonista di questa nuova epopea splatter horror, il giovane meccanico Nick Ramos, dovrà ingegnarsi per trovare il modo di uscire indenne dalla città di Los Perdidos prima che i comandanti delle basi militari limitrofe diano l’ordine di bombardare la metropoli per porre un freno all’invasione degli zombie.

Dal punto di vista della giocabilità spicciola, il titolo si avvarrà di un rinnovato sistema di personalizzazione e potenziamento delle armi da fuoco, da lancio e da taglio impugnabili dal combattivo Nick: basta scorrere le immagini offerteci quest’oggi dagli sviluppatori di Capcom Vancouver per farci un’idea delle infinite varianti di veicoli e di armi che saremo capaci di costruire utilizzando i materiali reperiti nelle libere sessioni open world o nelle missioni della campagna principale.

Per quanto riguarda gli aspetti “visivi” legati alla grafica, invece, la qualità principale del progetto sarà sicuramente quella dell’enorme estensione della mappa di gioco e, quindi, dell’assoluta libertà d’esplorazione e di movimento all’interno di essa e delle centinaia di abitazioni ricreare con un engine fisico imperniato sulla distruttibilità.

La commercializzazione di Dead Rising 3 avverrà nello stesso giorno di lancio di Xbox One, non ancora fissato ma previsto qui da noi nel mese di novembre.

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Dying Light: ecco il primo video di gioco

I ragazzi della casa di sviluppo polacca di Techland ingannano l’attesa per l’apertura ufficiale della Gamescom concedendo ai curatori di IGN la possibilità di pubblicare sulle loro pagine il primissimo video di gioco di Dying Light, il loro nuovo action zombesco.

Ambientato tra i grattacieli in rovina di una metropoli fittiziamente sudamericana, il prossimo progetto degli autori di Dead Island ci vedrà impersonare uno dei pochissimi sopravvissuti ad una misteriosa epidemia che ha trasformato la stragrande maggioranza degli abitanti in un esercito di feroci non-morti. Colpito dal virus ma riuscito in qualche modo a contrastarlo con le sue difese immunitarie, il nostro alter-ego potrà contare su di un’accresciuta sensibilità ai rumori e su di una maggiore tonicità muscolare: grazie a questi preziosi “bonus” e all’innato istinto di sopravvivenza del protagonista potremo così percepire la presenza degli zombie e combatterli costruendo, di volta in volta, le armi che impareremo ad assemblare utilizzando i materiali recuperati in ogni missione.

Diversamente da Dead Island, l’esperienza singleplayer di Dying Light sarà però decisamente più profonda e “imprevedibile” in ragione dell’accresciuta pericolosità degli zombie nelle ore notturne e in virtù della presenza di bivi narrativi generati randomicamente dal sistema come quello osservabile nel video di gameplay mostratoci quest’oggi dagli sviluppatori europei.

La data di lancio di Dying Light non è stata ancora fissata ma è prevista indicativamente nellaprima metà del 2014 su PC, PS3, X360, PlayStation 4 e Xbox One. La commercializzazione del titolo, comunque, avverrà successivamente a quella di Hellraid, l’altro survival horror a mondo aperto in sviluppo presso gli studi di Techland.

 

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Svelato il gameplay di The Evil Within

Durante una sessione a porte chiuse alla QuakeCon è stato mostrato un video di gameplay di The Evil Within, il nuovo survival horror di Shinji Mikami.

Nel filmato si vede in azione il protagonista del gioco, il detective Sebastian Castellanos, che affronta alcuni mostri avendo anche la peggio.

Se volete vedere il gameplay di The Evil Within : http://www.eurogamer.it/articles/2013-08-04-news-videogiochi-svelato-il-gameplay-di-the-evil-within

 

 

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Una donna misteriosa per The Evil Within

Bethesa e Tango hanno pubblicato una nuova immagine dedicata a The Evil Within, survival horror atteso su console dell’attuale e della prossima generazione oltre che su PC.

L’immagine ci mostra una misteriosa donna, della quale non si è parlato finora e su cui non abbiaamo pertanto alcun dettaglio. Quale sarà il suo legame con il protagonista? Quale il suo ruolo nel gioco?

Lo scopriremo, si spera, presto…

 

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The Last of Us: la patch 1.02 toglie i numeri telefonici a luci rosse dai volantini

I Naughty Dog hanno reso noto che la recente patch 1.02 di The Last of Us rimuove alcuni numeri di telefono che si potevano leggere in modo chiarissimo su alcuni volantini appesi sulle mura virtuali del gioco. Questi numeri, che venivano associati a un’azienda di “Pest control” (eliminazione di tarme, tarli e insetti vari dagli edifici), corrispondevano invece ad hot-line a luci rosse reali. I numeri di telefono sono stati inseriti per sbaglio da uno degli artisti che hanno lavorato al gioco. L’equivoco è stato così spiegato dal direttore creativo Neil Druckmann:

«Quel che è successo è che, mentre mettevano alcuni numeri di telefono nel gioco, gli artisti hanno pensato di poter semplicemente cambiare il prefisso con 555, che non esiste e difatti viene spesso usato nei film. Ma questa cosa non vale se ci sono i numeri 1-800 davanti»

Oltre a questo disguido, la patch corregge molti aspetti del multiplayer.

Nella nostra recensione di The Last of Us, Michele Galluzzi ha commentato: «Brutale e immediato come un horror ma sensibile e profondo come un romanzo di formazione, il mondo di The Last of Us è un monumento alla bravura degli sviluppatori californiani che, con estremo coraggio, hanno deciso di allontanarsi dall’accogliente e familiare dimensione avventurosa di Uncharted per provare a scrivere una delle pagine più belle di questa generazione con un titolo così convincente e audace da trascendere qualsiasi “discorso critico” legato, in maniera banalmente strumentale, alla supposta mancanza di originalità del setting zombesco e delle dinamiche di gioco basate sulla libera impostazione “diretta” o “silenziosa” delle missioni in singolo e delle sfide in rete.

Longevo, riflessivo, divertente, impegnativo e mai banale: The Last of Us è uno dei videogiochi più completi e “perfetti” che siano mai stati realizzati, una stella di prima grandezza destinata a riflettere la propria scintillante luce sui titoli che verranno e a riverberarsi sull’intera galassia dell’intrattenimento digitale influenzandone il corso per almeno un decennio.»

 

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The Last of Us: la recensione

Il numero di case di sviluppo che in questi anni è riuscito a proporre titoli con recensioni dalla media voto tanto alta quanto quella dei capolavori sfornati dai Naughty Dog è davvero esiguo. Le fredde cifre scaturite dalle statistiche comparative sui voti espressi dalla stampa di settore, però, hanno un senso solo per chi, bontà sua, ha avuto la possibilità di imemrgersi nelle atmosfere avventurose dell’ormai leggendaria trilogia di Uncharted.

Solo ripensando a ciò che il team di Andy Gavin e Jason Rubin ha saputo proporci dal 2007 ad oggi con l’epopea digitale di Nathan Drake, infatti, risulta evidente il perchè del calore smisurato con cui gli appassionati hanno accompagnato nei giorni scorsi la commercializzazione di The Last of Us, l’ultimo progetto che i Naughty Dog contano di pubblicare su PlayStation 3 prima di passare alla prossima console casalinga di Sony mettendo il proprio bagaglio di esperienza al servizio dei futuri acquirenti di PS4.

Dopo aver partecipato alle fasi di beta test organizzate nei mesi scorsi dagli sviluppatori californiani ed aver passato l’ultima settimana e mezzo in compagnia di Joel ed Ellie macinando 25 ore di gioco tra le missioni della campagna principale e le sfide della modalità multiplayer, con la recensione di The Last of Us che vi proporremo quest’oggi cercheremo così di arricchire di analisi e di contenuti la discussione intavolata in rete tra coloro che, giustamente o meno, guardano a questo titolo come ad uno dei più importanti e autorevoli della generazione che sta per volgere al termine.

LA DURA LEGGE DELLA GIUNGLA

Sganciandosi completamente dalla cronologia di Uncharted e dalle note vicende legate alle eroiche gesta di Nathan Drake, la storia di The Last of Us ci proietta in avanti nel tempo per mostrarci il triste destino cui andranno incontro coloro che, in questa dimensione parallela, lotteranno per sopravvivere in un mondo sconvolto da una pandemia causata da una specie mortale di funghi parassiti. Capace di intaccare la corteccia cerebrale degli infetti e di annullarne completamente la volontà per trasformarli in zombie acefali, l’odiato fungo del genere Cordyceps potenzia in maniera esponenziale le capacità motorie e sensoriali del “corpo ospite” per favorire la diffusione delle spore.

Per cercare ad ogni costo di limitare le infezioni, le autorità governative degli Stati Uniti (o di ciò che ne rimarrà a due decenni dall’esplosione della pandemia) decideranno così di porre in quarantena gli abitanti dei quartieri bonificati e di instaurare una dittatura militare per “difendere” i sopravvissuti dalle incursioni dei razziatori e dalle orde di non-morti. In questo infernale contesto di terrore si inserisce la storia di un ex sciacallo, Joel, convertitosi alla causa delle Luci per aiutare i membri di questa controversa organizzazione illegale facendo la spola tra i vari insediamenti esterni al perimetro controllato dai militari per consegnare cibo, munizioni, armi e messaggi.

La bontà del lavoro svolto dagli autori della casa di sviluppo californiana per erigere l’impalcatura narrativa di questo titolo è rappresentata magnificamente dal prologo della campagna principale, utilizzato dagli sviluppatori per offrire una breve ma determinante “infarinatura” sugli aspetti che contraddistingueranno la giocabilità e che dipingeranno il carattere rude e apparentemente distaccato dell’antieroe della campagna singleplayer. Il futuro brutale tratteggiato dagli autori scaraventa il giocatore in una dimensione di pura e semplice sopravvivenza, una condizione che il protagonista della storia, non potendo fare altro, decide di vivere abbandonando ogni precetto morale per non essere schiacciato dal peso della sua coscienza, e degli stessi clichè su cui sono caduti, uno dopo l’altro, tutti coloro che hanno tentato di intraprendere la medesima strada dei Naughty Dog.

Differentemente dalla stragrande maggioranza dei videogiochi “a tema zombesco”, infatti, il setting post-apocalittico scelto dagli autori californiani non viene proposto in modo pretestuoso e superficiale per “giustificare” l’azione di gioco ma, oltre che essere il perno attorno al quale verte l’intera dinamica del gameplay, rinsalda il legame emotivo e “ludico” tra i protagonisti e l’ambientazione per costruire la trama e gli eventi che si susseguiranno tanto nella campagna in singolo quanto nella modalità “Fazioni” (un aspetto approfondito nel paragrafo di questa recensione dedicato al multiplayer).

Pur senza raggiungere le vette di “lirismo scenografico” di Uncharted 2: Il Covo dei Ladri, grazie alle infinite sfumature caratteriali dello schivo Joel, della sfacciata Ellie, della pragmatica Tess e degli altri personaggi secondari con cui si ha la possibilità di interagire lungo il viaggio intrapreso dal protagonista e dalla sua giovane compagna di sventure, la storia di The Last of Us ha così il raro pregio di riuscire a indurre il giocatore a immedesimarsi completamente nel ruolo di Joel, merito del sapiente lavoro svolto dai Naughty Dog nel costruire un’avventura progressivamente sempre più trascinante.

LOTTARE PER SOPRAVVIVERE

Il castello di gioco eretto dai programmatori californiani per dare vita al gameplay di The Last of Us è, per così dire, una diretta emanazione delle decisioni assunte dagli autori per garantire al titolo una componente narrativa spaventosamente ricca di elementi descrittivi e di sottotrame collegate alla storia di Joel ed Ellie. Cresciuto in un giungla metropolitana dominata dalla legge del più forte e dalla cronica mancanza di risorse, di cibo e della semplice ma fisiologica tranquillità rappresentata dalla sicurezza di un letto caldo e di un tetto sopra la testa, l’eroe dell’avventura singleplayer è un vero e proprio maestro nell’arte della sopravvivenza e, di conseguenza, può scegliere in maniera completamente autonoma se approcciare i nemici furtivamente, con la forza o evitando del tutto il combattimento.

La straordinaria libertà garantita di riflesso al giocatore trova una sua dimensione negli strumenti messigli a disposizione assieme alle tecniche di sopravvivenza apprese da Joel in anni di “lavoro” tra le fila degli sciacalli prima e dei “postini delle Luci” poi. Per ciò che concerne l’approccio “diretto”, ad esempio, è impossibile non citare lo splendido sistema escogitato dai Naughty Dog per impostare le coperture dinamiche (e il relativo meccanismo automatico di “riorientamento” della posizione del protagonista quando ha la necessità di sporgersi da dietro una copertura), la mancanza della mira automatica, l’utilizzo degli eventi quick-time per le esecuzioni e le scene più concitate dei combattimenti corpo a corpo e, ultimo ma decisamente non per ordine di importanza, per la capacità di creare oggetti e potenziamenti per le armi. A quest’ultimo sistema è poi legata a doppio filo la necessità costante, da parte del giocatore, di esplorare l’ambientazione per reperire “materiali da costruzione” per medikit, bombe, coltelli e miglioramenti per bastoni di legno o di metallo, oltre ai pezzi per realizzare le fondamentali componenti modulari delle armi da fuoco (dai mirini ai miglioramenti spiccioli alla meccanica sull’innesco).

Lungi dall’essere uno sparatutto “canonico”, The Last of Us riesce a dare il meglio di sé anche in tutto ciò che riguarda gli elementi del gameplay “stealth”: le coperture dinamiche, ad esempio, non avvengono in maniera automatica e lasciano piena libertà di movimento all’utente (e all’avversario di turno che, così facendo, ha una più alta probabilità di individuare il nostro alter-ego). Per spezzare la routine comportamentale dei nemici creando un’esca sonora, inoltre, è possibile lanciare le bottiglie e i mattoni disseminati a macchia di leopardo nell’area di gioco, accovacciandoci e camminando lentamente per evitare di essere scoperti dai Runner (gli infetti “semplici”), dai Clicker (degli avversari particolarmente ostici che utilizzano la geolocalizzazione per udire anche il più flebile dei rumori prodotti dal protagonista), e dai nemici umani (i militari e i razziatori, nella fattispecie).

Quasi ogni aspetto delle dinamiche di gioco di The Last of Us, oltretutto, si presta per poter essere sfruttato sia nelle situazioni più dirette che in quelle più silenziose, dai mattoni (utilizzabili anche come delle vere e proprie armi di fortuna) alle bombe fumogene (impiegabili per far perdere le proprie tracce o per avere la possibilità di avvicinarsi al nemico per abbatterlo nel corpo a corpo), fino ad arrivare alle granate (lanciandole o piazzandole a mo’ di mina), alle azioni in QTE (per uccidere direttamente il nemico o per utilizzarlo come uno scudo umano) e alle armi (scegliendo l’arco per uccidere l’avversario di turno senza dare troppo nell’occhio). Anche il modo stesso in cui decidiamo di spendere i punti abilità e di utilizzare i materiali per costruire gli oggetti rientra in questo schema, con tutte le felici conseguenze in termini di immedesimazione che potete facilmente immaginare.

The Last of Us, però, non tenta di ricreare fedelmente le gesta compiute dai fortunati sopravvissuti di una futuribile apocalisse zombizzante e, di conseguenza, non è un simulatore: se lo fosse, infatti, la storia (e con essa la vita di Joel) finirebbe al primo, shockante incontro con un’orda silenziosa di Infetti. Una volta raggiunta una zona “critica”, la morte è pressoché inevitabile: per superare tali aree “sensibili” bisogna necessariamente procedere per tentativi, studiando l’ambientazione e provando a mettere insieme i tasselli di un “puzzle mnemonico” che ci permetta di trarre insegnamento dai nostri errori e di uscire indenni dalle situazioni più spinose senza essere costretti a vederle concludere nel peggiore dei modi, ossia col proverbiale intermezzo filmato del morso strappa-carotide del Clicker o del violento pestaggio dello sciacallo di turno.

È questo, sostanzialmente, l’aspetto più “personale” dell’impianto di gioco eretto dai Naughty Dog per farlo aderire alla brutalità della condizione di perenne pericolo sperimentata dai sopravvissuti: se per la platea più “immediata” degli appassionati di sparatutto tale impostazione potrebbe risultare eccessivamente e irrealisticamente “punitiva”, infatti, per gli utenti più “navigati” la sfida rappresentata dagli Infetti, dai soldati e dagli sciacalli non può non essere accettata come “elemento di giustificazione” per i sacrifici richiesti. Sta quindi al singolo giocatore decidere in quale luce osservare il caleidoscopico sistema di gameplay di questo titolo, specie considerando la grande rigiocabilità dell’avventura e la sua longevità effettiva (che, in base alle tattiche adottate, alla difficoltà selezionata e all’approccio scelto per affrontare i nemici e per esplorare i livelli, può tranquillamente raggiungere le 15-16 ore).

MULTIPLAYER

Studiato per offrire un’esperienza di gioco parallela e complementare rispetto a quella della campagna principale, il modulo in rete di The Last of Us ripropone buona parte delle soluzioni di gameplay escogitate dai Naughty Dog nel singleplayer per rielaborarle in funzione della guerra senza quartiere che gli sciacalli (i Ribelli) e gli abitanti dei quartieri più esterni dell’area di quarantena controllata dai militari (i Sopravvissuti) si faranno per difendere i propri accampamenti dagli assalti della fazione avversa.

Una volta selezionata la fazione di appartenenza, ciascun utente è così chiamato ad allestire un proprio campo base acquisendo superstiti, cibo e materiali da costruzione attraverso le sfide a cui decideremo di partecipare online: maggiore sarà il numero di superstiti e la quantità di materiali reperiti, più veloce sarà il processo di sblocco delle personalizzazioni estetiche e dei punti equipaggiamento necessari per usufruire delle armi, dei potenziamenti e delle abilità più potenti.

Le modalità proposte dagli sviluppatori, per il momento, sono solamente due e rappresentano, per giunta, due varianti della stessa sfida: nella prima, defininta “Caccia ai Rifornimenti”, due squadre composte da quattro giocatori online ciascuna devono uccidere i membri della squadra avversaria, premurandosi oltretutto di esplorare la mappa per acquisire i preziosi materiali utili per migliorare il proprio campo base. Nella sfida “Sopravvissuti”, invece, gli aspetti tattici del combattimento hanno la meglio sull’immediatezza grazie all’assenza delle rigenerazioni e al conseguente “spacchettamento” delle sfide in una struttura a turni che premia chi riesce ad abbattere tutti i membri della squadra nemica per almeno quattro volte.

Mancano così tutte le sfide cooperative e le modalità “simil-Orda” che hanno fatto la fortuna degli sparatutto concorrenti: un’assenza, quest’ultima, che risulta essere ancora più “fastidiosa” se pensiamo alla bontà dell’intelligenza artificiale dei nemici incrociati nella campagna in singolo e alla facilità con cui gli sviluppatori avrebbero potuto giustificare, in termini squisitamente narrativi, la presenza delle sfide cooperative contro gli Infetti.

GRAFICA E SONORO

Come per la trama, per il gameplay e per quasi tutti gli altri aspetti dell’opera, anche per ciò che ha a che fare con la grafica di The Last of Us non possiamo che elogiare il lavoro certosino svolto in questi anni dai programmatori di Naughty Dog. Acclamanto universalmente dagli appassionati e utilizzato dalla stampa di settore come metro di giudizio per le anteprime e le recensioni dei titoli della concorrenza, il comparto tecnico di The Last of Us spicca per il livello di realismo raggiunto dagli studios californiani nella rappresentazione digitale di un mondo sconvolto da un’apocalisse e reso irriconoscibile dal brutale intervento di “risanamento forzoso” compiuto dai sopravvissuti per ricavarsi uno spazio vitale nel cuore delle metropoli americane dominate dagli zombi. Uno spazio, quest’ultimo, decisamente più piccolo di quello che dovremmo trovare noi se volessimo approfondire tutti i “punti qualificanti” della grafica con delle analisi che, di certo, finirebbero con l’assumere le dimensioni di una recensione a se stante: dalla definizione delle texture che mappano le superfici degli edifici alla vegetazione, dall’illuminazione ambientale alle animazioni dei personaggi nelle scene in cinematica e nelle “normali” sessioni di gameplay, tutto sembra dare l’impressione che si sia davvero raggiunto il limite estremo delle potenzialità di PlayStation 3.

A ulteriore riprova degli sforzi profusi dai ragazzi di Naughty Dog per raggiungere un tenore qualitativo analogo a quello di un kolossal cinematografico abbiamo poi la presenza del maestro argentino Gustavo Santaolalla (due volte premio Oscar con I Segreti di Brokeback Mountain e Babel) tra gli autori principali di una colonna sonora che, date queste premesse, non poteva che essere solida come il marmo e perfettamente in grado di accompagnare gli eventi che si inanellano lungo tutta la campagna principale. Una menzione d’onore spetta anche a chi, da questa e dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico, si è occupato del doppiaggio in madrelingua e di quello in italiano.

COMMENTO FINALE

Iniziando come una disumanizzante esperienza di sopravvivenza e assumendo di missione in missione la forma di una toccante storia di amicizia e di attaccamento alla vita e ai valori della famiglia, il violento universo post-apocalittico plasmato dai Naughty Dog per stendere il canovaccio narrativo di questo titolo esplode in un turbinio di emozioni e di sensazioni destinate a rimanere impresse nelle menti e nei cuori dei fortunati appassionati di videogiochi che decideranno di immergersi in questo estraniante inferno interattivo

Brutale e immediato come un horror ma sensibile e profondo come un romanzo di formazione, il mondo di The Last of Us è un monumento alla bravura degli sviluppatori californiani che, con estremo coraggio, hanno deciso di allontanarsi dall’accogliente e familiare dimensione avventurosa di Uncharted per provare a scrivere una delle pagine più belle di questa generazione con un titolo così convincente e audace da trascendere qualsiasi “discorso critico” legato, in maniera banalmente strumentale, alla supposta mancanza di originalità del setting zombesco e delle dinamiche di gioco basate sulla libera impostazione “diretta” o “silenziosa” delle missioni in singolo e delle sfide in rete.

Longevo, riflessivo, divertente, impegnativo e mai banale: The Last of Us è uno dei videogiochi più completi e “perfetti” che siano mai stati realizzati, una stella di prima grandezza destinata a riflettere la propria scintillante luce sui titoli che verranno e a riverberarsi sull’intera galassia dell’intrattenimento digitale influenzandone il corso per almeno un decennio.

Cosa ci piace
Cosa non ci piace
  • Trama da Oscar
  • Tecnicamente e artisticamente mostruoso
  • Gameplay solido come la roccia
  • Singleplayer profondo, maturo e longevo come non mai
  • Multiplayer con poche modalità e senza Infetti
  • Gli sporadici bug
  • Rischia di azzerare la vita sociale di chi vi si avvicina
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Shadow of the Eternals: Precursor Games spiega perché ha bloccato la raccolta fondi

Poche ore fa i Precursor Games hanno momentaneamente interrotto la raccolta fondi per il loro attesissimo survival horror Shadow of the Eternals, seguito “più che spirituale” di Eternal Darkness, gioco di culto uscito su GameCube.

Molti hanno visto questa cosa come una mossa per salvarsi la faccia: i fondi raccolti su Kickstarter e in parallelo sul sito ufficiale del gioco erano ben distanti da raggiungere gli obiettivi prefissati dalla software house. Il CEO Paul Caporicci ha spiegato dalle pagine di Polygon che non è assolutamente questo il caso:

«A causa del grande supporto che abbiamo ricevuto nel corso della campagna, sono affiorate nuove ed emozionanti opportunità per rendere il gioco addirittura migliore di quel che speravamo. Il miglior modo per integrare queste opportunità è di interrompere temporaneamente la raccolta fondi di Shadow of the Eternals sia su Kickstarter che sulla nostra pagina ufficiale. Presto condivideremo con voi e con la community i dettagli, appena queste opportunità saranno divenute certe»

Caporicci non ha voluto chiarire quali sarebbero queste “interessanti opportunità”, ma ha promesso di fornire tutti i dettagli entro qualche settimana. Così sui due piedi potrebbe venirci in mente che il gioco possa passare da essere indipendente a venire prodotto da un publisher importante, che ha intravisto le potenzialità del progetto. Questa ipotesi, però, non sarebbe compatibile con il fatto che la sospensione della raccolta fondi è stata definita “temporanea”. Ma d’altra parte, anche quest’ultima dichiarazione potrebbe essere solo una sorta di depistaggio in attesa che un’eventuale acquisizione da parte di una “major” dell’industria videoludica si concretizzi o meno.

Messo davanti al fatto che la raccolta fondi stava andando piuttosto male, Caporicci ha poi continuato con argomentazioni che ci sembrano piuttosto vaghe e contraddittorie:

«In realtà abbiamo visto un grandissimo supporto da parte della nostra community, e ciò si è dimostrato uno delle nostre risorse più importanti. È grazie a questo supporto che ci è stata data la possibilità di rendere migliore questo gioco, meglio di quel che avevamo immaginato all’inizio. Abbiamo già raccolto una tonnellata di feedback dai nostri fan e crediamo che la nostra abilità di soddisfare e superare le loro aspettative sia cruciale per il futuro della raccolta fondi e per il successo finale del gioco»

Quindi una raccolta fondi che andava oggettivamente male è stata sospesa per motivi ignoti, ma al tempo stesso il supporto della community è stato “grandissimo” (allora perché così poca gente ha sborsato soldi?). Per ricapitolare, i Precursor Games avevano lanciato la raccolta fondi prima sul loro sito ufficiale, lo scorso 6 maggio, chiedendo 1,5 milioni di dollari per il primo capitolo della serie episodica. Il 13 maggio, poi, era stata lanciata anche la campagna su Kickstarter, dove l’obiettivo era invece di 1 milione e 350mila dollari. Prima dell’interruzione delle due campagne, poche ore fa, gli obiettivi erano lontanissimi: su Kickstarter, ad esempio, si erano raccolti solo 128.000 dollari, meno di un decimo del richiesto.

In ogni caso, continuiamo a sperare che questo gioco si farà, e che avrà il budget più ampio possibile: stiamo parlando del seguito di uno fra i migliori giochi della sua generazione, una vera e propria pietra miliare per ogni possessore della console cubica targata Nintendo. Ricoridamo che Eternal Darkness: Sanity’s Requiem era un gioco ispirato ai racconti di H.P. Lovecraft, un titolo che mescolava elementi di azione, avventura e survival horror. Uscì nel 2002 in esclusiva GameCube.

Non riusciamo, sinceramente, a capire come le due raccolte fondi parallele per Shadow of the Eternals possano essere andate così male. Almeno finora…

Il primo episodio di Shadow of the Eternals dovrebbe vedere la luce nel 2014 su PC e Wii U. Versioni per le altre console non sono confermate ma nemmeno escluse a priori dallo sviluppatore.

 

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Naughty Dog manterrà il suo attuale engine per i giochi playstation 4

Il game director Bruce Straley, responsabile di The Last of Us, ha affermato a Digital Spy che il team ha intenzione di mantenere il suo attuale engine, su cui sono stati sviluppati Uncharted 3 e il survival horror in uscita, anche su PlayStation 4.

“Abbiamo imparato un’importante lezione passando da PS2 a PS3, c’era tanto hype su quello che la next gen avrebbe dovuto portare”, ha detto uno Straley decisamente coi piedi per terra, “sarebbe dovuto essere tutto come nei film, con la qualità grafica di una scena pre-renderizzata. Poi si è scoperto che non era proprio così. Certo, siamo riusciti ad arrivarci più vicino, ma ci sono voluti quattro giochi, per noi Naughty Dog, per arrivare ad un livello simile a quello che si prospettava”.

Nonostante avessero un buon engine ottimizzato per Jak & Daxter, all’inizio di PS3 deciso di partire da zero con Uncharted, e questo causò un certo caos, visto che avrebbero potuto semplicemente mantenere il vecchio engine, rafforzarne alcune parti e crearne altre nuove. Una cosa del genere è invece prevista per i primi giochi PlayStation 4: “muovendoci verso la next gen, vogliamo mantenere il nostro engine, effettuare una conversione e decidere cosa cambiare”. Avendo già un buon sistema di intelligenza artificiale e di rendering, si tratta già di alcuni importanti punti di partenza: “abbiamo tutte queste cose che funzionano già piuttosto bene, solo quando ci troveremo a sbattere contro un muro dovremo decidere cosa cambiare, cosa evolvere e adattare”. Tuttavia, è una decisione da prendere soltanto quando effettivamente si dimostrerà necessario, quando il gioco in sviluppo si troverà ad avere delle difficoltà nel realizzarsi come voluto dagli sviluppatori.

 

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Dying Light è il nuovo action zombesco di Techland: immagini d’annuncio e prime informazioni

Incuranti delle critiche piovutegli addosso in queste settimane dagli utenti insoddisfatti di Dead Island Riptide, gli sviluppatori polacchi di Techland ritentano nuovamente la strada dei survival horror in soggettiva annunciando l’inizio dei lavori di Dying Light, un inedito e, si spera, originale action sandbox in prima persona da proporre ai giocatori di questa e della futura generazione di piattaforme.

La vena di originalità della nuova proprietà intellettuale di Techland è rappresentata dall’adozione di un particolare sistema di gioco improntato alla fluidità degli attacchi e dei movimenti da poter compiere nei panni del proprio personaggio, uno degli ultimi sopravvissuti di un’infezione zombizzante scoppiata tra le favelas di quella che, osservando le scene ritratte nelle immagini d’annuncio, sembra essere la metropoli di un paese sudamericano o di un’isola caraibica.

Prodotto, finanziato e distribuito da Warner Bros. , Dying Light coniugherà l’orrore di Dead Island alla libertà di Mirror’s Edge cercando di proporre il meglio di questi due mondi: grazie ai poteri soprannaturali garantitigli dalle modifiche cellulare prodotte dal virus contratto, infatti, l’eroe impersonabile sarà dotato di un’agilità incredibile che gli consentirà di saltare senza problemi tra i tetti delle abitazioni, di combattere contro orde di non-mordi e di percepire la loro presenza mediante un apposito sesto senso.

I poteri del personaggio principale saranno la sua unica ancora di salvezza in una dimensione dominata dalla distruzione e dalla violenza più brutale, specie durante le ore di buio: di giorno potremo esplorare la città in cerca di provviste, di medicinali e di oggetti da utilizzare per creare delle armi, mentre di notte l’accresciuta “indole assassina” degli zombie ci obbligherà a tenere un basso profilo per evitare che i mostri e i corpi speciali ci individuino dandoci la caccia fino al sopraggiungere dell’alba.

L’uscita di Dying Light è prevista nella prima metà del 2014 su PC, PS3, X360, PlayStation 4 e Xbox One, ossia qualche mese dopo la pubblicazione dell’altro videogioco in sviluppo presso gli studi di Techland, ossia il gotico Hellraid.

 

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The Evil Within: Shinji Mikami spiega il ritorno al genere dei survival horror

Tralasciando l’esperimento pseudo-horror di Shadows of the Damned compiuto nel 2011 con Suda51, gli anni di “allontanamento autoimposto” di Shinji Mikami dal genere dei survival horror sono ormai diventati otto, se consideriamo che il suo ultimo impegno nella saga di Resident Evil coincide con il lancio, nel 2005, del quarto capitolo “maggiore” della sua storica epopea zombesca.

Consapevole di dover spiegare il perchè del riavvicinamento a questo storico genere videoludico, l’acclamato produttore e designer giapponese ha colto al volo l’occasione offertagli dai giornalisti di Eurogamer.net per offrirci tutte le delucidazioni del caso:

“Il perchè del mio ritorno al genere dei survival horror sta tutto nella triste constatazione che i survival horror moderni, oramai, sono diventati dei semplici giochi action. Non si sviluppano più dei titoli in grado di spaventare l’utente, al mondo sembra non esserci più nessuno intenzionato a realizzare dei veri giochi in cui gli aspetti horror e survival prevalgono sugli altri elementi della trama e del gameplay. È questa la motivazione più grande che mi ha spinto a riabbracciare questo genere.”

Per il papà della serie di Resident Evil, quindi, più che del suo impegno in prima persona c’era estremo bisogno di qualcuno che ritornasse a coltivare le verdi e sanguinolente praterie digitali dei giochi horror inariditesi col tempo per colpa della strada intrapresa da tutti gli altri attori dell’industria, come lui stesso ci spiega in una video-intervista concessa, stavolta, ai giornalisti di IGN:

“I giochi di questo genere sono sempre più orientati all’azione e ciò ci danneggia tutti, bisognava invertire la rotta e fare in modo che il pubblico capisse che la strada imboccata non era a senso unico. Con The Evil Within, il nostro scopo sarà quello di portare il giocatore a impugnare il controller e ad esclamare ‘Wow, erano anni che non giocavo a un titolo così spaventoso!’. Tutti i nostri sforzi sono concentrati su questo, vogliamo ridare un senso al genere e siamo sicuri di riuscirci.”

A conferma di queste dichiarazioni, il boss degli studi indipendenti di Tango Gameworks ha inoltre rivelato dei nuovi dettagli sulla struttura di gioco e sulla componente narrativa di The Evil Within. In aggiunta alle informazioni offerteci l’altro giorno in occasione dell’annuncio del progetto, il buon Mikami ha spiegato che il titolo, incentrato sull’incubo ad occhi aperti vissuto dal detective Sebastian dopo essere stato attaccato da una misteriosa forza demoniaca, sarà sorretto da un sistema di crafting delle armi e degli oggetti utilizzabili per proseguire nella trama (dai grimaldelli di fortuna ai motorini elettrici per sbloccare cancelli o porte blindate) o per sfuggire alle creature d’ombra che ci inseguiranno (dalle trappole alle esche).

In virtù del taglio survival dato all’avventura, naturalmente non ci si potrà dotare di martelli o di altri oggetti pesanti (in una dimensione abitata da mostri in grado di assalirti in qualunque momento e da qualsiasi punto della mappa, l’agilità è la migliore arma di difesa): sempre in ragione del perenne senso di precarietà psicologica che Mikami vuole infondere a chi si addentrerà nella storia della sua prossima proprietà intellettuale, non si avrà nemmeno la possibilità di costruire o di utilizzare armi automatiche come mitragliatrici e fucili, ma solo ed esclusivamente lance e bastoni di fortuna, coltelli da lancio e, raramente, delle pistole.

Senza indugiare oltre, chiudiamo il pezzo ricordando a chi ci segue che l’uscita di The Evil Within è prevista indicativamente nel 2014 su PC, PlayStation 3, Xbox 360 e sulle piattaforme della prossima generazione di console.