Far Cry Primal

Dopo aver visto che il portale del mondo conosciuto come The Park era divenuto oscuro , andai a cercare l’ oscurità ma secondo i miei calcoli ci avrei messo un bel pò a trovarla visto che si era messa in un universo alternativo dove nessuno era arrivato ancora e quindi non potevo fare nulla di che per adesso . Ma oggi io potevo visitare un nuovo mondo con Ada e con la mia squadra ed era Far Cry Primal ed era ambientato nella Preistoria cioè quando l’ uomo doveva scoprire il fuoco e li c’ erano i dinosauri . Tra i grandi pericoli c’ erano i grandi Mammut che però come si vede in questa foto si possono bloccare con il fuoco . Ma i pericoli non sono solo i dinosauri ma sono le persone che fanno la parte dei cacciatori e ci vogliono uccidere in ogni costo . Qui in questo mondo ci sono cacciatori e prede e alcune persone forse i protagonisti di questo mondo sono divenuti prede per colpa di due cacciatori , oppure il cacciatore uccide l’ uomo e in questo mondo la protagonista è una donna

Prima di essere prede loro vivevano in pace con il loro villaggio ma visto che doveva mangiare e bere , sono usciti per prendere cibo e acqua e li sono stati catturati da queste persone che pure loro vogliono mangiare e bere oppure vogliono altro

I mammut sono molto grossi e quindi hanno dentro di loro molta carne e quindi se uno vuole mangiare per molto tempo deve uccidere uno di queste enormi creature . Io , Ada , Aqua e Pandora dentro una grotta vediamo li lontano un uomo con un arco che sta li per uccidere uno di quei grossi mammut

Noi visto che eravamo dentro la grotta nè vedevamo solo uno , ma poi quello che potevamo vedere attacco e poi tutti si misero ad attaccare gli altri mammut e cosi avevano carne per molto tempo . Tutti li erano pronti a morire per avere carne per loro e per la loro famiglia

L’ uomo non si deve preoccupare solo dei mammut , ma si deve preoccupare anche delle tigri a denti a sciabola che in tutti i tempi sono gli animali più pericolosi e se vogliono uccidere uno di queste grandi creature lo possono fare e lo fanno in pochi secondi . Queste tigri sono velocissime e grandi ai loro denti sono delle potenti assassine . Ma anche se vogliono ammazzare una gazzella , peccato che loro non la uccidono , lei la sbrana in piccoli pezzi

L’ uomo non si deve sempre preoccupare di queste cose , perchè in alcuni momenti puoi andare in un posti dove può stare tranquillo e trovare cibo e acqua

Gli uomini hanno scoperto il fuoco e anche a fare graffiti sui muri e cosi possono capire cosa prendere e cosa non prendere . Grazie ai graffiti sui muri gli uomini possono capire come uccidere nemici molto più grandi e potenti

Spesso quando muoiono gli altri cacciatori pure queste persone portano rispetto in un modo molto importante . Cioè bruciano il suo corpo e cosi possono usarlo per mangiare e cosi aiutare tutti a restare vivi e vegeti .

Ecco alcuni dei nemici che gli uomini primitivi possono incontrare li cioè i Mammut e la Tigre dai Denti a Sciabola

Tina Baldassare vede il tatuaggio di Irisa Nolan

 

Irisa in onore di suo padre che era morto per colpa di una persona che aveva scommesso contro di lui e per questo secondo lui doveva perdere a tutti i costi oppure sarebbe morto . Lorenzo Nolan decise di non perdere visto che quel giorno c’ era sua figlia Irisa che era molto bella e non voleva vedere suo padre cadere sotto le fauci di un deficiente . Lorenzo era conosciuto da tutti quanti quando saliva sulla sua auto Dragone D’ Argento visto che sulla schiena aveva tatuato un drago tutto quanto d’ argento e nella sua morsa aveva una tigre che stava per morire e cercava con tutte le sue forze di uscire da questa sua morsa ma senza riuscirci . Il nome completo di Lorenzo era Joshua Lorenzo Nolan e decise di farsi quel tatuaggio dietro tutta la sua schiena per dire a tutti quelli che lo vedevano li sulla sua schiena . Joshua era il drago e loro erano i suoi avversari cioè le tigri che voleva ucciderlo e cosi prendere il suo nome e sarebbe a dire il Silver Dragon . Joshua non mise mai in pegno la sua auto visto che aveva già deciso di darla a sua figlia Irisa quando sarebbe divenuta molto grande . Ma metteva in pegno il suo nome Silver Dragon e cosi tutti lo ricordavano e anche a Irisa piaceva visto che era molto bello come nome e la sua macchina gli piaceva davvero molto e non vedeva l’ ora che diventava sua . Un giorno Tina voleva dare il buongiorno a Irisa visto che voleva svegliarla ma si era già svegliata da sola e apri un po’ la porta della sua stanza e vide sulla sua schiena un drago d’ argento che stritola una tigre . Tina decise di entrare e vedere con più attenzione il tatuaggio che aveva Irisa sulla sua schiena ed era davvero molto bello . Tina chiuse la porta e disse a Irisa – Buongiorno Irisa . Non voleva spiarti ma ho visto questo bellissimo tatuaggio sulla tua schiena e lo trovo bellissimo . Irisa si mise una felpa e dei pantaloncini corti visto che voleva fare un po’ palestra dentro casa . Decise di prendere Tina e si misero sul letto insieme e le inizio a toccare il naso e disse – se vuoi ti dico perché me lo sono fatto ? . Tina si mise con le gamba incrociate e con la schiena dritta – si voglio saperlo perché te lo sei fatto . Irisa allora decise di farlo visto che Tina era molto curiosa – Me lo sono fatto per ricordare mio padre il grande Joshua Lorenzo Nolan che era conosciuto da tutti quanti come il Silver Dragon . Quando e morto ha lasciato a me la sua auto e io quando ho compiuto di 18 anni l’ ho potuta avere e cosi ho fatto gare di corsa in alcuni momenti e sono conosciuta come la nuova Silver Dragon . Tina prima di lasciar andare Irisa a fare i suoi esercizi le chiese – secondo te pure io posso diventare la nuova Silver Dragon oppure no . Irisa decise dire una cosa che avrebbe spronato Tina a provarci – non lo so ma ci puoi provare signorina . Irisa fece vedere di nuovo il tatuaggio a Tina visto che voleva fare una foto della sua schiena con quel tatuaggio visto che aveva deciso che quando avrebbe 19 anni si sarebbe fatta quel tatuaggio dietro la schiena e che avrebbe provato a diventare la nuova Silver Dragon .

 

Foto della Tigre visto da Kratos

Spiego a Kratos la tigre

Dopo aver detto a Kratos tutto sul succo di frutta e dopo aver fatto vedere sia a Kratos sia a Pandora , gli dissi – adesso ti spiego la tigre e Kratos disse – comincia quando vuoi . Dopo pochi minuti gli dissi tutto sulla tigre – La tigre (Panthera tigris, Linnaeus 1758) è un mammifero della famiglia dei felidi. Con un peso che può arrivare fino a 300 kg, la tigre è il più grande dei cosiddetti “grandi felini” che costituiscono il genere Panthera (tigre, leone, giaguaro, leopardo e leopardo delle nevi), ed è l’unico felide moderno a raggiungere le dimensioni dei più grandi felidi preistorici. È un cosiddetto predatore alfa, ovvero si colloca all’apice della catena alimentare, non avendo predatori in natura, a parte l’uomo. Oltre che dalle dimensioni notevoli, è caratterizzata dalla particolare colorazione del mantello striato che serve a “spezzare” otticamente la figura dell’animale; il disegno del mantello varia leggermente da sottospecie a sottospecie. Vi sono tuttavia delle varianti al colore del mantello, principalmente nella sottospecie nominale Panthera tigris tigris (tigre indiana “del Bengala”), la più comune tra queste è quella con strisce nere su sfondo bianco. La parola «tigre» deriva dal latino tigris, che trae origine dal greco antico τίγρις, che a sua volta proviene dal persiano e significa «freccia», in riferimento alla velocità dell’animale; tale vocabolo è all’origine anche del nome del fiume Tigri.

 

Col nome Felis tigris, è stata una delle molte specie descritte per la prima volta nel XVIII secolo da Linneo nella sua opera Systema Naturae.

 

La denominazione scientifica, Panthera tigris, si presume derivi dal greco pan- («tutti») e theron («bestia»), ma è più probabile un’origine asiatico/orientale, con il significato di «animale giallo» o «bianco-giallo».

 

In zoologia, il termine «tigre» è stato utilizzato per estensione per definire molte specie di grandi felini maculati o a strisce: ad esempio, i termini «tigre d’America», «tigre della Guyana» e «tigre nera» in passato sono stati utilizzati per indicare il giaguaro (Panthera onca), chiamato ancora in molti paesi del Sudamerica e dell’America centrale «El tigre». «Gatto tigre» è anche un nome alternativo del gatto giaguaro, noto inoltre con il nome scientifico di Leopardus tigrinus.

 

Molti altri animali hanno un nome composto dalla parola «tigre», dovuta alla caratteristica striatura che li contraddistingue, come lo squalo tigre, la tigre della Tasmania, la zanzara tigre e il serpente tigre.

 

Anche nel campo dei minerali si riscontra l’utilizzo del nome, come per l’occhio di tigre, una pietra semipreziosa della famiglia dei quarzi.

 

Il nome viene anche utilizzato in alcune espressioni per indicare una persona aggressiva: ad esempio, si dice che un uomo feroce e spietato sia come una tigre o possa essere «geloso come una tigre». Al contrario, si parla di «tigre di carta» per descrivere qualcosa di spaventoso in apparenza, ma innocuo nella realtà.

 

Morfologia ed anatomia

 

La tigre è il felino selvatico più grande che esista in natura ed è anche uno dei più grandi predatori terrestri. Le dimensioni della tigre variano notevolmente da una sottospecie all’altra; infatti, una tigre di Sumatra di sesso maschile non pesa più di 140 kg per 2,3 metri di lunghezza, mentre una tigre siberiana può raggiungere i 300 kg per 3,3 metri di lunghezza. Anche l’altezza al garrese della tigre è molto variabile a seconda della sottospecie, da 85 cm a un metro, così come anche la sua lunghezza totale, con la coda, da 2 a 3,7 metri, ed il peso, che può variare dai 65 ai 300 kg.

 

Le orecchie della tigre, arrotondate, hanno la superficie esterna di colore nero con una macchia bianca al centro. Le pupille sono rotonde; il colore dell’iride varia dall’oro al verde, ma a volte può essere anche azzurro. Il naso è di colore rosa, caratterizzato a volte dalla presenza di macchie nere. Le vibrisse (i cosiddetti «baffi») sono molto folte e poste su un muso corto. La fronte è arrotondata. Il collo è coperto da un pelo fitto ed una pelle più spessa, soprattutto nei maschi. I canini della tigre sono tra i più lunghi tra tutti i felini e possono raggiungere una lunghezza di circa dieci centimetri. Come in tutti i membri del genere Panthera, l’osso ioide è parzialmente ossificato e permette all’animale di ruggire.

 

Organi sensoriali

 

La tigre può fare affidamento su due sensi sviluppatissimi, l’udito e la vista. Gli occhi, che le consentono di osservare anche il più piccolo movimento della preda prescelta, sono strutturati secondo le esigenze di un predatore notturno; grazie alla particolare conformazione dell’occhio, è in condizione di sfruttare i più tenui raggi di luce e di muoversi con disinvoltura nelle tenebre notturne.

 

Origini ed evoluzione

 

 I più antichi resti di un felino simile alla tigre sono quelli della Panthera palaeosinensis, trovati in Cina e a Giava. Questa specie era presente nel primo Pleistocene (circa 2 milioni di anni fa), ed era di dimensioni più piccole rispetto alla tigre moderna.

 

I più antichi resti fossili di vere e proprie tigri sono datati fra 1,6 e 1,8 milioni di anni fa, trovati a Giava e appartenenti ad una sottospecie, oggi estinta, chiamata tigre di Trinil (P. tigris trinilensis) e visse per circa 1,2 milioni di anni, sempre nel territorio di Giava.

 

Non è noto con certezza quale sia la regione d’origine della tigre, certamente essa si diffuse durante il Pleistocene in gran parte dell’Asia, inclusa la Beringia (da cui però non transitò nelle Americhe), l’India, Sumatra, Giava e Bali. Fino all’Olocene le tigri furono diffuse anche nel Borneo. Sono state trovate tracce di fossili anche in Giappone e sulle isole del Borneo.

 

Albero filogenetico

 

 L’Albero filogenetico comprendente la “Panthera tigris” appartenente al genere Panthera

 

Panthera

 

Panthera leo – Leone

 

Panthera pardus – Pantera o leopardo

 

Panthera onca – Giaguaro

 

Panthera tigris – Tigre

 

Panthera uncia – Leopardo delle nevi

 

Sottospecie

 

Sulla base dell’analisi morfologica e filogenetica (mediante analisi molecolare) sono state distinte nove differenti sottospecie di tigre.

 

La tabella comparativa riportata più sotto, evidenzia le differenze di taglia e peso tra esemplari adulti divisi per sesso delle diverse sottospecie. Per alcune di queste, come la Panthera tigris altaica, questi valori sono stati ridimensionati successivamente (Mazák, 1983; Miquelle (in Thapar, 2004); Matthiessen & Hornocker, 2001; Prynn, 2002).Sottospecie Peso (kg) Lunghezza totale (m)

 

 [esclusa la coda] Lunghezza cranica (mm)

 

 (esistenti) (maschi) | (femmine) (maschi) | (femmine) (maschi ) | (femmine)

 

 Panthera tigris altaica 180-306 | 100-167 2,7-3,3 | 2,4-2,75 341-383 | 279-318

 

 Panthera tigris amoyensis 130-175 | 100-115 2,3-2,65 | 2,2-2,4 318-343 | 273-301

 

 Panthera tigris corbetti 150-195 | 100-130 2,55-2,85 | 2,3-2,55 319-365 | 279-302

 

 Panthera tigris jacksoni 100-120 | 80-100 – | – 200-237 | 180-200

 

 Panthera tigris sumatrae 100-140 | 75-110 2,2-2,55 | 2,15-2,3 295-335 | 263-294

 

 Panthera tigris tigris 180-258 | 100-160 2,7-3,1 | 2,4-2,65 329-378 | 275-311

 

 (estinte) (maschi) | (femmine) (maschi) | (femmine) (maschi ) | (femmine)

 

 Panthera tigris balica 90-100 | 65-80 2,2-2,3 | 1,9-2,1 295-298 | 263-269

 

 Panthera tigris sondaica 100-141 | 75-115 2,48 | — 306-349 | 270-292

 

 Panthera tigris virgata 170-240 | 85-135 2,7-2,95 | 2,4-2,6 316-369 | 268-305

 

 FONTE: Vratislav Mazák, 1981

 

 (in K. Nowell, P. Jackson, Wild Cats. Status Survey and Conservation Action Plan, IUCN/SSC Cat Specialist Group, Gland 1996, p. 56).

 

Estinte

 

 Tre di queste si sono estinte nel XX secolo, la tigre del Caspio, la tigre di Giava e la tigre di Bali, e purtroppo un’altra sottospecie rischia di entrare in questa lista, la tigre della Cina meridionale. Le maggiori cause sono da imputarsi al fatto che la tigre è sempre stata vista come una minaccia per l’uomo, considerandola un animale nocivo da perseguitare. Un caso molto simile è sicuramente quello del lupo, con il quale ha in comune la fama di animale cattivo e feroce.

 

P. tigris virgata (estinta)

 

P. tigris sondaica (estinta)

 

P. tigris balica (estinta)

 

 La tigre del Caspio (Panthera tigris virgata), (Illiger 1815).

 

 Era diffusa in Anatolia, Caucaso, Kurdistan, Iran, Afganistan e in gran parte dell’Asia Centrale fino alla Mongolia. Questa sottospecie era tra tutte quella diffusa più ad occidente ed era inoltre una delle più grandi, rivaleggiando per imponenza con la tigre siberiana.

 

 L’ultimo avvistamento in natura avvenne intorno ai primi anni Settanta e non esistevano esemplari in cattività.

 

 La sua estinzione è stata attribuita alla caccia diretta contro la tigre ed alla caccia verso le sue prede, nonché alla costante distruzione del suo habitat.

 

 La tigre di Giava (Panthera tigris sondaica), (Temminck 1844).

 

 Era diffusa in Indonesia e più precisamente nell’isola di Giava, caratterizzata da una taglia, per effetto del ridotto areale, più piccola rispetto alle specie continentali, era ampiamente diffusa sino al XIX secolo.

 

 Dichiarata ufficialmente estinta nel 1994 (Gratwicke, 2007).

 

 Le maggiori cause dell’estinzione furono la distruzione del suo habitat naturale, della caccia da parte dell’uomo e del declino del numero delle sue prede (IUCN, 2007). Negli anni ’70 erano rimasti pochissimi esemplari all’interno del Parco nazionale di Meru Betiri, ma nel 1980, secondo il WWF e lo IUCN, la popolazione era scesa sotto i 5 esemplari. Nonostante un, ormai tardivo, piano di salvataggio e di conservazione della tigre di Giava, non vi furono più avvistamenti.

 

 La tigre di Bali (Panthera tigris balica), (Schwarz 1912).

 

 Era diffusa in Indonesia e più precisamente nell’isola di Bali, era la tigre con la taglia più piccola.

 

 Considerata estinta dal 1937.

 

 Le maggiori cause dell’estinzione furono attribuite, dato anche il piccolo e limitato habitat che aveva a disposizione (isola di bali), all’aumento della popolazione umana che comportò una forte deforestazione allo scopo di ottenere nuove superfici coltivabili, oltre che una vera e propria “persecuzione” della tigre, che incuteva timore nelle popolazioni locali. Il 27 settembre del 1937 fu abbattuto l’ultimo esemplare, una femmina.

 

Viventi

 

 Tra le sottospecie ancora viventi, si distinguono per essere le più grandi per dimensione, la tigre del Bengala (P. tigris tigris) e la tigre siberiana (P. tigris altaica), i cui esemplari maschi possono raggiungere i 3,5 m di lunghezza totale comprensiva della coda e arrivare a pesare fino a 280 kg (per quanto mediamente il loro peso si assesti su valori inferiori).

 

 La tigre reale del Bengala o indiana (Panthera tigris tigris) (Linneaus 1758).

 

 Sopravvive in poco più di 4000 esemplari ed è di gran lunga la sottospecie più consistente. È caratterizzata dalla possibile colorazione bianca a strisce nere, denominata tigre bianca. Luogo di principale diffusione è l’India, dove trova riparo soprattutto nelle foreste di mangrovie del delta del Gange, in quell’intrico di banchi sabbiosi, isole e isolotti che è conosciuto con il nome di “Sundarbans”, ma è presente anche nel Bangladesh, in Birmania e in alcune zone del Nepal. Tra le prede selvatiche preferite vi sono, cervi, cinghiali, gaur e bufali.

 

 La tigre siberiana o tigre dell’Amur (Panthera tigris altaica) (Temminck 1844).

 

 Risulta essere la più grande in stazza tra le sottospecie, caratterizzata da testa massiccia, pelo di un arancione chiaro, molto spesso e lungo, con striature ben distanziate fra loro, di color marrone anziché nero e zampe posteriori robuste e tozze, tutte caratteristiche fisiche frutto dell’adattamento alle rigide temperature del proprio habitat (foresta boreale e foresta temperata). Le prede principali sono l’alce e il cinghiale. A rischio critico di estinzione, non ne sopravvivono più di 300-400 esemplari adulti (IUCN 1996, Siberian Tiger Project, 2005). Nota particolare è la convivenza con il Canis lupus communis sottospecie di lupo grigio che vive nella Russia, con il quale sono in competizione nella caccia delle prede, studi hanno confermato che ove vi è una diminuzione di esemplari di tigre il numero di lupi cresce, mentre nelle zone dove la tigre è reintrgrata il numero di lupi diminuisce.

 

 La tigre della Cina meridionale (Panthera tigris amoyensis) (Hilzheimer 1905).

 

 Dotata di un manto liscio con striature nere, corte e larghe molto più distanziate fra loro rispetto alle altre sottospecie, un tempo era comune in tutta la parte orientale del Paese ma oggi è avvistabile soltanto nella provincia dell’Hunan.

 

 La tigre della Cina meridionale viene considerata come la tigre «basale», la sottospecie da cui si sono evolute tutte le altre tigri.

 

 È stata recentemente classificata come una delle 10 specie animali più minacciate del mondo, in quanto il numero dei suoi esemplari allo stato libero è stato valutato in non più di 80 unità, se non addirittura inferiore. Per questo si conosce molto poco della sua biologia e comportamento in natura. Una notizia promettente, per la sopravvivenza di questi esemplari, è arrivata nel 2007, quando l’Amministrazione Forestale della provincia cinese dello Shaanxi, ha confermato l’avvistamento di tigri sulle montagne Qinling, presenza che mancava da più di un ventennio.

 

 La tigre indocinese (Panthera tigris corbetti) (Mazák 1968).

 

 La popolazione, poco più di un migliaio di esemplari, attualmente è distribuita prevalentemente in Birmania, Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam. Le tigri indocinesi vivono nelle profondità delle foreste dei terreni collinari e montuosi, la maggior parte delle quali sono situate lungo i confini tra i vari Paesi. In precedenza alcune di queste tigri si trovano nel territorio malese, ed in seguito ad uno studio genetico, a partire dal 2004 sono state classificata come una sottospecie di tigre separata (Panthera tigris jacksoni), di conseguenza il numero reale delle tigri indocinese è di molto diminuito rispetto a quello stimato in precedenza. Nel territorio cinese la tigre è praticamente sparita, infatti nel 2009 l’ultimo esemplare conosciuto in Cina è stato ucciso e mangiato dagli abitanti dei villaggi nei dintorni del villaggio di Mengla.

 

 La tigre malese (Panthera tigris jacksoni) (Shu-Jin Luo Et al 2004).

 

 Ultima tra le sottospecie identificate e riconosciute ufficialmente, infatti gli esemplari di questa sottospecie, in passato erano classificati come tigri indocinesi (Panthera tigris corbetti), ma recenti studi genetici (2004) hanno invece chiarito che si tratta di una sottospecie a se stante. Il nome è stato scelto in onore dello zoologo Peter Jackson (ex presidente del Cat Specialist Group della IUCN).

 

 La tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae) (Pocock 1929).

 

 È caratterizzata dall’essere la più piccola tra tutte le sottospecie ancora esistenti, vive appunto sull’isola indonesiana di Sumatra. La popolazione selvatica è stimata tra i 400 e i 500 animali i quali vivono soprattutto nei parchi nazionali dell’isola. Come per le “cugine” indonesiane ormai estinte, la tigre di Bali e di Giava, il rischio di estinzione è altissimo e classificato come critico.

 

Variazione colore del mantello

 

Tigri bianche

 

 Le tigri bianche sono conosciute da molto tempo, infatti il primo di questi felini bianchi fu scoperto verso il 1820.

 

Queste tigri non sono considerate delle vere albine e sono caratterizzate da strisce nere o marroni ed occhi azzurri/blu con il naso color rosa.Infatti, questi esemplari, sono affetti da leucismo. Questa variazione di colore è considerata una mutazione causata da un gene recessivo chiamato chinchilla oppure color inhibitor, presente in altri mammiferi, tra i quali i gatti domestici e i conigli.

 

Questa particolare colorazione è presente solo nella sottospecie Panthera tigris tigris (tigre del Bengala), l’unica ad avere il gene recessivo che può dare il colore bianco. Anche se, nel Como zoo in Minnesota, una coppia di Panthera tigris altaica (tigri siberiane / dell’Amur) fratelli tra loro, ha dato alla luce un cucciolo che presentava una colorazione bianca a strisce nere. Le due tigri, catturate in natura, sono state classificate da alcuni esperti come due esemplari di Panthera tigris altaica, per altri invece come incroci tra tigri di razza del Bengala e Siberiana. Questi esemplari e la loro prole sono stati fatti accoppiare con altre tigri di pura razza Siberiana, dando alla luce cuccioli con la tipica colorazione della tigre, ma anche esemplari di color bianco, tipico delle tigri bianche.

 

Tigri bianche senza strisce

 

 Denominate anche (Stripeless / senza strisce) (snow white tigers / tigri neve bianca) derivano da un’ulteriore modifica genetica che ha “rimosso” la maggior parte delle strisce che normalemnte caratterizzano la tigre bianca, rendendo l’animale di un colore somigliante al bianco puro, ciò però non le rende delle vere albine.

 

I primi avvistamenti di tali esemplari privi di strisce o perlomeno molto poco visibili, sono avvenuti nel 1820 e descritti da scrittori e naturalisti, quali: Georges Cuvier, Richard Lydekker, Hamilton Smith, Edwin Landseer e John George Wood.

 

Tigri arancioni

 

 Le tigri “Golden” (Panthera tigris tigris) (chiamata anche Tiger Golden Tabby o strawberry tiger) sono una variazione di colore estremamente rara della tigre del Bengala, causata da un gene recessivo. Attualmente tali tigri si trovano solo in stato di cattività all’interno di Zoo o Riserve Naturali. Come per la tigre bianca, la sua differente colorazione non genera una nuova specie. La colorazione è dovuta al gene “wide band”, mentre per la tigre bianca è dovuto al colore inibitore (gene chinchilla albinistic).

 

Le Tigri Golden tabby hanno pelliccia color oro molto chiaro, gambe di un bianco pallido e strisce di color arancio debole. La loro pelliccia tende ad essere molto più spessa del normale rispetto ad altre tigri.

 

Come le loro “cugine” tigri bianche, tutte le tigri dorate hanno una parentela principalmente con quelle del Bengala, ma sono geneticamente “incrociate” con i geni della tigre dell’Amur o di altre sottospecie.

 

Attualmente le tigri Golden, vengono “utilizzate” anche per la riproduzione e perpetrazione della Tigre Bianca, infatti incrociando una tigre gold con una tigre bianca, i cuccioli saranno di tigre bianca. Nel 1970 una coppia di tigri arancioni eterozigoti, di nome Sashi e Ravi, hanno avuto 13 cuccioli (Alipore Zoological Gardens), di cui 3 erano bianchi a strisce nere.

 

Tigri blu

 

 La tigre maltese, o tigre blu, è una forma di colorazione non provata della tigre, segnalata in gran parte dalla provincia cinese di Fujian. Si dice che abbiano una pelliccia blu scuro a righe grigie.

 

Intorno al 1910, Harry Caldwell, un missionario americano e cacciatore, si imbatterono, presumibilmente, in una tigre blu al di fuori Fuzhou. La sua ricerca è raccontata nel suo libro Blue Tiger (1924), e dal suo compagno di caccia Roy Chapman Andrews nel suo Camps & Trails in Cina (1925, capitolo VII).

 

Diversi autori ne parlano nei loro trattati, ma non è stata ancora provata la trasmissione di questo carattere, cioè non è geneticamente codificato e come tale si ritiene che le tigri di colore blu o nero descritte dagli autori H. R. Caldwell, 1924; J. C. Caldwell, 1954; Pocock, 1929, 1939; Stonor, 1964; in diverse opere, possano essere degli esemplari cromaticamente aberranti.

 

 Nel 1924 l’inglese B. Caldwell descrisse una tigre azzurra, uccisa presso Foukien, in Cina. Questo animale melanico aveva un pelame grigio-azzurro, molto scuro.

 

Tigri nere

 

 Come per la Tigre blu non esistono reali prove dell’esistenza di questo tipo di colorazione, anche se è stata parecchie volte segnalata l’esistenza di tigri nere, somiglianti a pantere nere, nella giungla di Travancore.

 

Vari avvistamenti di tigri nere sono stati dettagliati in “The Wildlife of India” da parte di PE Gee, uno di questi risale nel settembre del 1895, quando pare sia stata avvistata una tigre di color nero, fatta dal colonnello S. Capper, la tigre scomparve nella giungla. La presenza di leopardo nero nel settore e la difficoltà di giudicare accuratamente le sue dimensioni rende questo un rapporto discutibile.

 

Nel marzo del 2009 in Sri Lanka è stato trovato un felino morto, in una trappola di un bracconiere, somigliante alle descrizioni degli avvistamenti della tigre nera, restano dubbi sul fatto che essa sia realmente una tigre nera o semplicemente che possa trattarsi di una Panthera pardus kotiya dello Sri Lanka.

 

Un saggio sulle tigri nere è stato presentato da parte dello zoologo Britannico Dr. Karl Shuker nel suo libro “Mystery Cats of the World”.

 

Ibridi

 

In cattività si sono verificati alcuni casi di incrocio fra leoni e tigri, l’accoppiamento tra un esemplare di leone maschio ed uno di tigre femmina dà origine ad un ibrido detto Ligre, mentre l’incrocio tra una leonessa ed un esemplare di tigre maschio dà origine al Tigone.

 

Distribuzione e habitat

 

Distribuzione sul territorio

 

Tempo fa, i territori occupati dalla tigre ricoprivano l’intera Asia, dalla Turchia fino alla costa orientale della Russia. Nel XX secolo le tigri sono mano a mano scomparse dalle zone a sud-ovest e in tutta la zona centrale dell’Asia, nonché dalle due isole indonesiane di Giava e Bali (causando la relativa estinzione di due sottospecie) e da vaste aree del Sud-Est e Asia orientale. Ormai le tigri hanno perso il 93% del loro areale.

 

Attualmente gli stati in cui è presente in natura sono tredici: Bangladesh, Bhutan, Birmania, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Laos, Malesia, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam, probabilmente vi sono presenti degli esemplari anche in Corea del Nord, ma non vi sono prove recenti a conferma.

 

Sanderson et al. nel 2006 ha lavorato alla stesura di una mappa mondiale che ben definisse l’attuale areale della tigre e le eventuali zone in cui l’animale potrebbe vivere e svilupparsi. Queste aree, denominate “Tiger Conservation Landscapes” o più semplicemente con l’acronimo TCL sono definibili come delle aree in cui vi è un habitat tale, da consentire la vita e la conservazione di almeno cinque esemplari di tigre

 

Sono state delineate 76 aree TCL, per una superficie totale di 1.184.911 km², di varie dimensioni, dalla più grande in Russia, con i suoi 269.983 km²al alla più piccola da 278 km² in India. Va considerato però che la reale superficie media delle aree è al di sotto dei 10.000 km² (circa 61 TCL). Gli studiosi Rabinowitz, Karanth e Nichols hanno individuato, come aree “migliori”, quelle situate nelle zone centrali, in quanto ricche di prede.

 

Tuttavia, il reale territorio adatto alla sopravvivenza della tigre è inferiore alla superficie totale indicata dai TCL, in quanto la maggior parte di essi contengono zone in cui la tigre non può più vivere, in quanto si trovano al di fuori dei territori delle aree protette e delle riserve naturali.

 

Bisogna anche segnalare che non è impossibile che l’esistenza delle tigri possa avvenire al di fuori dei TCL, anzi si sono documentati più di 500 casi, però, sempre secondo gli studi effettuati, si tratta di aree considerate troppo piccole per sostenere una popolazione a lungo termine.

 

Habitat

 

 La tigre occupa più di duecento diversi tipi di habitat, che possono svariare dalle foreste pluviali tropicali ai boschi di conifere e betulle nell’oriente russo, attraverso le mangrovie della foresta di Sundarbans.

 

Questo dimostra un’elevata adattabilità, caratterizzata dalla capacità di affrontare una svariata gamma di condizioni climatiche, che comprende zone completamente opposte tra loro, come quelle umide e calde ad aree estremamente rigide e nevose dove le temperature possono essere le più basse -40 gradi Celsius.

 

Fino al 2008 si credeva che la tigre potesse vivere fino ad un’altezza pari a 3000 metri, ma nel Bhutan, sono stare trovate e fotografate tracce di impronte di tigri che hanno dimostrato che questo predatore possa arrivare ad abitare in territori che si trovano tra i 3700 ed i 4300 metri. Nel 2010 alcuni reporter della BBC hanno scoperto, attraverso delle telecamere nascoste, che la tigre del Bengala si può spostare e permanere fino ai 4000 metri di altezza. Le cause di questo “spostamento”, ad elevate altitudini, possono essere imputate al riscaldamento globale ed alla pressione esercitata da parte dell’uomo, anche se esiste la possibilità che la tigre già naturalmente avesse vissuto a tali altezze ma semplicemente non fosse mai stata osservata finora.

 

 Gli ambienti sopra descritti adatti alla tigre, presentano tre caratteristiche di valore primario:

 

 abbondanza di fonti d’acqua;

 

 un’elevata presenza di vegetazione alta che conferisce una buona zona di caccia ed un buon riparo;

 

 La presenza di prede da cacciare per sopravvivere.

 

Tutti i tipi di foresta costituiscono un buon habitat per la tigre del Bengala. Oltre a quelle di mangrovie, già menzionate, sul delta del Gange, essa popola le umide foreste di alberi sempreverdi dell’Assam, quelle decidue del Nepal e quelle spinose dei Ghati occidentali. Ma il predatore si sente a proprio agio anche nelle giungle ricche di alta vegetazione, nel folto delle distese di bambù, nelle paludi e nelle boscaglie.

 

In Birmania la tigre predilige le fitte foreste subequatoriali, mentre quelle malesi e indonesiane mostrano un ottimo adattamento alla foresta pluviale. Gli esemplari della sottospecie siberiana si spostano, invece, lungo il bacino dell’Amur preferendo le foreste montane non abitate dall’uomo. Per proteggersi nei periodi più freddi, sviluppano uno strato isolante di grasso sul ventre e sui fianchi.

 

 Biologia

 

Riproduzione

 

 L’accoppiamento fra tigri può verificarsi un qualsiasi periodo dell’anno, ma generalmente è più comune che avvenga tra il mese di novembre ed il mese di aprile. Per questo gli accoppiamenti sono molto frequenti e caratterizzati dall’essere molto rumorosi. Va però considerato che il periodo di ciclo estrale della femmina dura pochi giorni, nei quali l’accoppiamento si intensifica in modo da aumentare le possibilità di fertilizzazione ed è caratterizzato dal fatto di essere breve ma ripetuto più e più volte al giorno.

 

L’accoppiamento non è caratterizzato da un’iniziale corteggiamento da parte del maschio, anzi è proprio la femmina che segnala la sua presenza con ripetuti gemiti e ruggiti accompagnato dall’emanazione di odori tipici che fanno recepire al maschio il suo stato di fertilità. Successivamente ha inizio il corteggiamento, mediante contatti, come il mordersi il muso vicendevolmente e con sfregamenti continui. Quando la femmina è pronta, assume la posizione tipica dei felini durante l’accoppiamento: si siede con le zampe anteriori distese e quelle posteriori piegate, il maschio si posiziona dietro di lei montandola e penetrandola, durante l’eiaculazione tende ad afferrare con le fauci la femmina per il collo. Una volta terminato l’accoppiamento, seguito generalmente un breve periodo di riposo, la tigre femmina si libera da sotto il maschio, girandosi anche con scatti violenti contro il suo “compagno”. Come tutti i felini, il pene è ricoperto da aculei che servono ad indurre l’ovulazione della femmina durante la penetrazione. Questi aculei potrebbero provocare dolori alla femmina, il che spiegherebbe il suo comportamento violento alla fine del rapporto.

 

 Il periodo di gestazione è di circa 93-114 giorni (3-4 mesi) e nella cucciolata normalmente, vengono alla luce circa 2÷4 cuccioli (si è registrato un massimo di sette) con un intervallo delle nascite di circa 10-20 minuti, caratterizzato dal fatto che ad ogni parto, la madre mangia il cordone ombelicale, l’amnios e la placenta Il peso si aggira intorno al 1 kg ciascuno (750 ÷ 1600 grammi). Una caratteristica dei cuccioli appena nati è la totale cecità e la completa impotenza nel compiere grandi movimenti, di conseguenza non sono in grado di difendersi da soli. Sono infatti le femmine ad occuparsi di loro nei primi giorni di vita, nascondendo la prole al riparo in tane, solitamente create in fitti cespugli e in fessure rocciose. Anche l’allevamento è a totale carico della madre, infatti l’esemplare maschio che dopo l’avvenuto accoppiamento si allontana, generalmente, non assume alcun ruolo nella vita di un cucciolo.

 

Si è addirittura riscontrato come esemplari maschi, che non siano riusciti ad accoppiarsi, abbiano ucciso dei cuccioli per rendere la femmina nuovamente ricettiva e potersi accoppiare con lei generando una propria prole, in quanto le tigri femmine sono in grado di tornare “in calore” e fertili entro 5 mesi dal parto se i cuccioli della cucciolata precedente sono andati persi. Anche per questo il tasso di mortalità dei cuccioli di tigre è piuttosto elevato, circa la metà non sopravvive oltre i due anni di vita.

 

La femmina di tigre, in condizioni normali, torna in uno stato fertile dopo venti mesi dal precedente parto, fino ad un’età di 14 anni, oltre la quale le tigri non possono più riprodursi.

 

Primi anni di vita

 

 Generalmente all’interno della cucciolata si crea la presenza di un esemplare dominante sui fratelli, che tende solitamente ad essere maschio, ma può essere anche di sesso femminile. Questo cucciolo generalmente domina i suoi fratelli durante la vita passata insieme, come nel gioco e nel momento della nutrizione e tende anche ad essere più attivo, lasciando le cure e la protezione offerte dalla madre prima rispetto agli altri.

 

I cuccioli vengono allattati dalla madre per il primo mese ed oltre di vita, infatti non lascerà toccar loro la carne cacciata per se stessa fino a che non abbiano compiuto i 40 giorni di vita, con uno svezzamento definitivo intorno ai due mesi.

 

I primi movimenti e attività che i cuccioli svolgono, che consistono nel “gioco” tra di loro e con la madre, avvengono dopo il primo mese.

 

A 8 settimane dalla nascita, i cuccioli sono pronti a seguire la madre al di fuori della tana che li proteggeva e dalla quale non erano mai usciti. Nonostante questo non si avventurano a “viaggiare” con la madre all’interno del proprio territorio, restando nei pressi della tana pronti a rientrare in caso di pericolo.

 

I cuccioli raggiungono una vera e propria indipendenza circa dopo i 18 mesi di età, ma nonostante questo non abbandoneranno la madre prima dei 2-2 ½ anni. Le femmine raggiungono la maturità sessuale intorno ai 3-4 anni, mentre i maschi all’incirca verso i 4-5 anni.

 

Comportamento

 

 Non molto si sa sulle abitudini della tigre allo stato selvatico. I rari studi fin qui effettuati si riferiscono soprattutto alla sottospecie più comune, quella del Bengala. È comunque noto che questo felino, a differenza del leone, raramente si trova in spazi aperti. Le sue maggiori garanzie di successo nella caccia risiedono, infatti, nella possibilità di inseguire furtivamente la preda per poi tenderle l’agguato nel momento più opportuno. In un territorio privo di alberi il suo sgargiante mantello si staglierebbe in modo troppo evidente, mettendo sull’avviso gli altri animali; esso si confonde invece molto bene con l’ambiente nel folto della giungla o nel sottobosco in prossimità di pozze d’acqua.

 

Le tigri, animali solitari, sono di norma poco disponibili a dividere il proprio territorio con altri simili. Sono stati osservati, tuttavia, occasionali incontri che non si sono conclusi con una lotta e anche casi di spartizione di una preda. È stato pure osservato che i maschi hanno un più spiccato senso di territorialità: essi tollerano le intrusioni delle femmine assai più di quelle compiute da rappresentanti dello stesso sesso, mentre le femmine sono più predisposte alla condivisione con esponenti di entrambi i sessi.

 

esemplare di Panthera tigris immersa nell’acqua

 

Le tigri marcano il territorio graffiando gli alberi, spruzzando le piste battute con urina e secrezioni prodotte da ghiandole anali e anche depositando le proprie feci in luoghi ben evidenziati. Questi segnali forniscono informazioni sul detentore del territorio e inoltre mettono sull’avviso i maschi al riguardo di femmine in calore.

 

Come tutti i predatori, la tigre cerca di risparmiare al massimo le proprie energie per impiegarle nella caccia. Perciò trascorre anche l’80% del tempo riposando o dormendo. Si muove all’alba o, preferibilmente, con le luci del crepuscolo per poi cacciare, se necessario, l’intera notte. Complice l’oscurità, può percorrere grandi distanze camminando lungo i letti dei ruscelli, i sentieri e anche le strade battute dall’uomo. Quando avvista la preda, striscia in avanti tenendo il corpo quasi a livello del suolo per evitare di essere scorta. Le strisce del mantello si rivelano in quei momenti molto utili per confondere la sua immagine con le ombre proiettate dall’erba alta.

 

Il possesso di un’area è particolarmente importante per la femmina, che soltanto se ha la certezza di muoversi in un ambiente ben conosciuto e ricco di prede, può crescere i suoi piccoli con relativa tranquillità. Il problema si pone soprattutto quando essi non possono ancora seguirla nella caccia: in questa situazione, infatti, la madre deve trovare cibo a poca distanza dalla tana, così da poter tornare e allattare la prole a intervalli regolari. La progressiva crescita dei figli le consentirà poi spostamenti sempre più lunghi, ma comunque l’impegno di alimentare a sufficienza se stessa e i cuccioli resta sempre molto gravoso per la madre. Il territorio di un maschio è abitualmente tre o quattro volte più grande rispetto a quello di una femmina, e ciò si spiega col fatto che la sua pulsione riproduttiva lo stimola all’incontro con più femmine in estro.

 

Le tigri compiono, all’interno dei loro territori, percorsi anche molto lunghi; questi itinerari sono disseminati di tane e nascondigli in cui riposare.

 

Diversamente dal leone e dal leopardo, la tigre non ha l’abitudine di salire sugli alberi.

 

Diversamente da altri felini, la tigre è molto attratta dall’acqua, ed è facile, quando il clima è caldo, vederla immersa in fiumi o ruscelli. Nuotatrice capace di percorrere lunghe distanze, insegue le prede anche nelle grandi pozze d’acqua, da cui riemerge tenendo in bocca l’animale appena ucciso. La forza dimostrata nell’effettuare questi trasporti è sorprendente. Può trascinare in un luogo sicuro, dove cibarsi con tranquillità, un maschio di bufalo indiano del peso di circa 900 kg.

 

Predazione e dieta

 

 La tigre ha un fabbisogno alimentare di 3-4 tonnellate di carne all’anno. Abitualmente caccia da sola. In casi eccezionali, però – come è già stato rilevato – si sono visti due esemplari cooperare all’abbattimento di una preda molto grande.

 

L’attività ha inizio di preferenza all’imbrunire. Il felino percorre, lento e silenzioso, i sentieri del proprio territorio, fermandosi talvolta per fiutare od osservare qualche traccia di possibili prede. Taluni esemplari sembrano compiere un preciso percorso, già ben delineato da marcature precedenti. La ricerca di cibo è comunque irta di difficoltà. Si è calcolato che su oltre 20 tentativi di agguato solo uno si conclude positivamente.

 

La tigre, dopo aver avvistato la preda, si nasconde nell’erba alta per avvicinarla quanto più è possibile senza farsi scorgere. Perché il suo attacco abbia possibilità di successo, deve trovarsi in un raggio d’azione che non superi i 10-20 metri. Quando il momento appare opportuno, il felino balza come una molla addosso all’animale facendo leva sulle potenti zampe posteriori.

 

Una tigre siberiana (Panthera tigris altaica) a caccia di un cervo

 

Spesso la sua stessa mole è sufficiente a far cadere a terra la preda, che viene subito artigliata con le zampe anteriori. Successivamente la tigre affonda i denti all’altezza delle prime vertebre del collo della vittima, in prossimità del cranio. Le zampe posteriori, saldamente appoggiate al terreno, le danno il giusto equilibrio per scuotere con violenza la testa dell’animale, provocando in breve la rottura della colonna vertebrale.

 

In taluni casi, la tigre attacca frontalmente puntando alla gola della preda; i denti affilati recidono vitali vasi sanguigni e anche se la giugulare non viene lesa, il felino ha forza sufficiente per trattenere la vittima nella sua morsa finché non muore per soffocamento.

 

Cacciatrice dalla enorme forza, la tigre è in grado di uccidere anche animali grandi quattro o cinque volte la sua taglia, lacerando loro i tendini all’altezza delle ginocchia con le sue zampe anteriori, per renderli impotenti. Successivamente si abbatte sul loro dorso uccidendoli nel modo già descritto. Altrimenti usando la sua forza li getta a terra e li uccide. Sono stati documentati molti casi di tigri che hanno gettato al terreno bufali e gaur sei volte il loro peso.

 

Dopo averla uccisa, la tigre trascina la carcassa della preda in un luogo isolato, lontano da animali spazzini come avvoltoi e sciacalli, e di preferenza in prossimità dell’acqua. Essa è solita cominciare il pasto dai quarti posteriori squarciando la pelle con gli artigli e i denti affilati e passandovi poi sopra la lingua rasposa. Un adulto di tigre del Bengala può divorare anche 30 kg di carne in una volta sola. In seguito sentirà il bisogno di dissetarsi. Se la preda non è ancora totalmente consumata, il predatore seppellisce i resti sotto un cumulo di foglie e ritorna sul luogo diverse notti di seguito per completare il pasto. Durante questo periodo, non si allontana mai troppo dalla carcassa per difenderla dagli altri animali affamati. La voracissima tigre si nutre di qualsiasi parte della preda, compresi polmoni, reni e altri organi interni; a differenza di altri felini, continua a ripulire la carcassa anche quando la carne, con il passare dei giorni, incomincia a imputridire.

 

Una tigre (Panthera tigris amoyensis) che si ciba di un Bos frontalis

 

La femmina di tigre, impegnata a portare cibo ai piccoli, li sorveglia durante il pasto e mangia soltanto quando essi sono sazi. Si è calcolato che una madre deve uccidere una volta ogni cinque-sei giorni, raggiungendo una quota annua di 60-70 prede, mentre una femmina priva di cuccioli soltanto una volta ogni otto giorni, non superando il numero annuo di 40-50 uccisioni. I cuccioli imparano a cacciare osservando la madre. La loro iniziazione comincia fin dalle prime settimane, attraverso i modelli di comportamento suggeriti dal gioco.

 

La tigre tenta di evitare durante la caccia ferimenti che potrebbero renderla invalida (probabilmente in modo istintivo), ma se riesce a raggiugnere una preda, può ingaggiare lotte sanguinose, data anche la scarsa percentuale di agguati che riescono. Gli orsi labiati e i cinghiali si difendono furiosamente e talvolta hanno ucciso il predatore. In genere non caccia animali più grandi dei gaur, ma può arrivare ad attaccare rinoceronti ed elefanti adulti se necessario. La lotta con questi ultimi può durare una notte intera e c’è un solo caso certificato di uccisione, con altri possibili. I primi invece subiscono attacchi molto più di frequente. È stato documentato un caso di uccisione anche di un coccodrillo di considerevoli dimensioni, abbattuto però sulla terraferma.

 

Attacchi contro l’uomo

 

 La tigre è il felino con la più alta reputazione di “mangiatrice di uomini”, particolarmente nel territorio indiano. Ciò non significa che l’uomo sia parte integrante della loro dieta, tuttavia può accadere che si verifichino degli attacchi da parte di alcuni esemplari nei confronti di persone, non necessariamente legati alla vera e propria caccia in cerca di cibo, ma più semplicemente perché si sentono minacciate o per difendere il loro territorio. Quindi, è da considerare come prima causa degli attacchi, l’invasione dell’areale da parte dell’uomo che nel corso degli anni ha sensibilmente ridotto l’habitat naturale della tigre, che unito ai cambiamenti climatici ha sempre più portato la tigre a contatto con l’uomo generando automaticamente, vista l’incompatibilità naturale tra di essi, scontri mortali . Dall’inizio del XX secolo, le vittime umane si sono di molto abbassate, nonostante tutto nel 1950, si sono rilevate all’incirca 5.000 decessi l’anno causati da attacchi di tigre.

 

Quindi vengono identificate come “mangiatrici di uomini”, solo quegli esemplari che considerano l’uomo come preda e lo attaccano per nutrirsi e che sono in grado di trasmettere e far accettare il sapore della carne umana, che normalmente non rientra nella loro “dieta”, ai piccoli e perpetuare una linea di mangiatrici di uomini.

 

Uno dei casi più celebri di “tigre mangiatrice di uomini” è sicuramente la Tigre di Champawat, così denominata in quanto occupava il territorio nel distretto della città di Champawat dopo essere stata cacciata dal Nepal. Questo esemplare, secondo le testimonianze tra le quali quella di Jim Corbett che la uccise nel 1907, aveva ucciso non meno di 438 persone in otto anni.

 

Si è riscontrato che la perdita o rottura dei canini, denti essenziali alla tigre per uccidere le sue prede, è un fattore che può spingere la tigre, che solitamente è in grado di attaccare anche animali molto più grossi di lei, verso prede più piccole e deboli, come anche gli essere umani. Questo fatto, fu notato da Jim Corbett dopo l’uccisione della Tigre di Champawat e confermata successivamente dalla testimonianza di Pierre Pfeffer, che riportò di una tigre ferita alla mascella da un colpo di fucile, che iniziò a nutrirsi di carne umana.

 

Al Sundarbans, grande foresta di mangrovie che si trova nel delta del fiume Gange e si estende su regioni appartenenti al Bangladesh e allo stato del Bengala Occidentale in India, appartengono le ultime “mangiatrici di uomini” che tra il 1948-1986, hanno ucciso più di 800 persone, ed attualmente ci sono attacchi che causano all’incirca cinquanta vittime ogni anno.

 

Sono stati adottati diversi metodi per evitare di subire attacchi e proteggere le persone che abitano e lavorano vicino o addirittura all’interno del territorio (areale) delle tigri, uno dei quali è l’indossare una maschera sul retro della testa, metodo che par essere efficace in quanto le tigri hanno l’abitudine di sferrare i loro attacchi alle spalle e questa maschera ingannerebbe la tigre sulla reale posizione della persona.

 

Rischio d’estinzione e minacce

 

 Nonostante le misure a tutela della conservazione della specie, attualmente tutte le sottospecie di tigre sono da considerarsi in pericolo d’estinzione. Si tratta di un processo in accelerazione a partire dagli ultimi due secoli. Fino alla metà del 1700, gli esemplari di questa specie erano numerosi e si spostavano agevolmente in ogni parte dell’Asia, costituendo i propri territori ovunque vi fosse abbondanza di prede. La loro popolazione complessiva superava la cifra di 100.000 unità, di cui 40.000 erano nelle giungle indiane.

 

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la situazione incominciò a cambiare radicalmente. Le armi da fuoco, divenute più efficienti, misero gli esponenti delle classi agiate nella condizione di fare della caccia alla tigre uno sport elitario. Contemporaneamente, l’infittirsi dei rapporti commerciali con l’Europa provocò la forte richiesta sul mercato di legname di pregio, come per esempio il mogano, che cresce nelle foreste indiane.

 

La caccia indiscriminata alla tigre da parte dell’uomo, dovuta in particolar modo al bracconaggio per il commercio delle pelli, alle credenze della medicina tradizionale cinese ed alla paura che l’animale incute per la fama di “mangiatrice di uomini”, il tutto aggravato dalla costante riduzione del suo habitat naturale, hanno portato ad una diminuzione drastica del numero di esemplari in natura. Nel 2006 una stima mondiale ha portato in evidenza che gli esemplari in natura si aggirerebbero tra i 3.402 e i 5.140, mentre gli ultimi rilevamenti pongono il numero intorno ai 3.200 esemplari.

 

Caccia alla tigre

 

 « “Possiamo affermare che ci vuole un sacco di polvere e piombo per la caccia alla tigre. […] Propongo quindi di utilizzare un fucile a doppia canna, calibro diciotto millimetri, con una pallottola cilindrico-conica, leggermente forata nella parte posteriore. ” »

 

 (A. Thomas-Anquetil, 1866.)

 

Caccia alle tigri con elefanti. Thomas Williamson, 1808

 

La tigre è stata considerata il trofeo di caccia per eccellenza nel corso del XIX secolo e del XX secolo, causando una forte diminuzione del numero degli esemplari in natura, da una stima risulta che, nel corso degli anni 1950-1960, più di 3.000 tigri sono state uccise per il solo scopo di farne un trofeo. La caccia alla tigre era diventata uno vero e proprio sport popolare tra i colonizzatori britannici dell’Asia, i Maharaja e gli aristocratici statunitensi. Questa caccia indiscriminata era “supportata” dal fatto che la tigre era considerata, causa credenze popolari, un animale estremamente pericoloso, delle volte un vero e proprio mostro mangiatore di uomini e di conseguenza un predatore da uccidere, portando al suo cacciatore gloria ed onori.[99] Nel tardo XIX secolo, alcuni cacciatori iniziarono a preoccuparsi del numero di esemplari di tigre, un esempio fu quando, il capitano delle guardie del Bengala riferì, nel 1882, che in due settimane di caccia alle tigri riuscirono a trovare ed uccidere solo due o tre esemplari rispetto alle decine che si trovavano in precedenza nello stesso lasso di tempo.

 

Le tecniche di caccia erano numerose, da quella a piedi con l’utilizzo di esche, quella con branchi di cani, quella a cavallo o con cammelli, oppure utilizzando tecniche come appiccando piccoli incendi per dirigere le tigri in determinate zone o quella di provocare la cecità all’animale attraverso apposite miscele diluite nell’acqua ove erano solite abbeverarsi, anche se la metodologia più diffusa era quella della caccia con gli elefanti.

 

In tempi più recenti la caccia alla tigre è dovuta al continuo avanzamento della presenza dell’uomo all’interno dell’habitat naturale, con coltivazioni, villaggi ed allevamenti, invadendo sempre più il territorio di caccia della tigre e non esistando ad ucciderne esemplari che avessero cacciato ed ucciso bestiame e cani o si fossero semplicemente avvicinati a quelli che ormai erano diventati territori abitati.

 

Bracconaggio

 

 

 

Verso la fine del XX secolo, visto l’avvento dei divieti per la caccia alla tigre grazie ai primi progetti di salvaguardia della specie (ultimo tra questi il divieto cinese del 1996), iniziò a formarsi un commercio illegale sulla tigre che diede vita ad un vero e proprio bracconaggio da parte di cacciatori di frodo. Nei primi anni del 1990 il bracconaggio era sostenuto soprattutto per il commercio delle ossa in favore della Medicina tradizionale cinese (Nowell, 2000) e nonostante le azioni per contrastarlo, anche a livello internazionale, tale commercio illegale persiste (Nowell, 2007). Vi sono altri fattori che alimentano la caccia di frodo e sono principalmente il commercio illegale di pelli, denti ed artigli (Pastore e Magnus, 2004; Ng e Nemora 2007).

 

Distruzione dell’habitat

 

Essendo la tigre una specie di animale che necessita di grandi spazi per poter vivere e riprodursi, è molto sensibile anche al minimo cambiamento dell’habitat in cui vive e la sua continua diminuzione è una delle principali cause che hanno portato la tigre al rischio d’estinzione.Tutto questo è principalmente causato dall’Uomo e dalla sua costante crescita demografica, considerata in Aasia una vera e propria esplosione demografica, che ha interessato aree che in precedenza offrivano alla tigre ampi spazi ove vivere. La conseguenza è stata una costante distruzione delle foreste, anche mediante grossi incendi. La deforestazione oltre all’aver limitato lo spazio fisico a disposizione della tigre, ha comportato uno squilibrio nella biodiversità delle aree, dando il via ad una drastica diminuzione delle prede ed ad un elevato rischio di contatto con l’uomo, che trasformando quello che era foresta in campi agricoli ed il relativo avanzamento delle aree urbanizzate era definitivamente entrato nella nicchia ecologica della tigre e di altre specie di animali.

 

Medicina tradizionale asiatica

 

 In Asia, i miti e credenze popolari, che spesso vogliono che parti di animali possano essere utilizzate come cura per malattie, hanno portato la medicina tradizionale a produrre farmaci con ossa di tigre, anche se la loro reale efficacia non sia mai stata provata. Nonostante ciò, resta molto diffusa questa credenza, soprattutto in Cina, dove molte persone hanno la convinzione che la tigre, oltre a queste pseudo-proprietà medicinali ed antidolorifiche, abbia anche poteri afrodisiaci. Tutto questo ha contribuito ad accelerare il rischio di scomparsa della specie.

 

 Negli ultimi anni, anche grazie a controlli, il traffico di ossa di tigre è diminuito sia in India sia in Russia. In Cina è stato vietato, a partire dal 1993, nella Farmacopea di utilizzare ossa di tigre. A Taiwan, il 59% delle farmacie sul territorio vendeva e preparava “farmaci” contenenti ossa di tigre, dai primi anni ’90 il numero è iniziato a calare fino ad arrivare al di sotto dell’1% nel 2009. Mentre in Birmania, Cambogia, Indonesia, Laos e Vietnam, la lotta contro il bracconaggio è molto debole e di conseguenza il mercato continua.

 

 Alcuni proprietari di aziende in Cina, vorrebbero poter vendere le ossa e le pelli di tigri morte in cattività.Però il WWF ritiene, che questa pratica di sfruttamento degli animali di allevamento, non aiuterebbe a far diminuire il bracconaggio degli animali selvatici, anzi comporterebbe un aumento dei allevamento indiscriminato di tigri con il solo scopo di poterle sfruttare una volta morte, per questo l’organizzazione mondiale per la conservazione della natura promuove campagne per impedire, l’allevamento in cattività di tigri a scopo mercantilistico (commercio di pelli e ossa).

 

Nemici in natura

 

 Essendo un predatore alfa, non ha predatori in natura che possano direttamente minacciarla e di conseguenza la tigre ha pochi nemici naturali.

 

 Tuttavia a volte si è riscontrato che degli orsi maschi hanno ucciso degli esemplari di cuccioli di tigre.

 

 Altri rari casi di attacco verso una tigre si sono riscontrati da parte di branchi di cani rossi selvatici indiani (Cuon alpinus), che, attaccando in gruppo, grazie ad una particolare tecnica di caccia a volte riescono ad avere la meglio su animali di taglia molto superiore della loro.

 

Conservazione della specie

 

 La continua riduzione del numero di esemplari in natura ha inserito la tigre all’interno delle specie a rischio d’estinzione. Per contrastare ed evitare l’estinzione si sono venuti a creare nel tempo vari progetti, Governativi e non (OGN), a salvaguardia ed alla conservazione della specie Panthera tigris. Attualmente, con il supporto di IUCN[113] molte delle iniziative, collaborano attraverso un programma denominato Save The Tiger Fund (STF).

 

Per consentire una migliore salvaguardia della specie si sono costituite delle riserve naturali, distribuite nei territori caratterizzati da un habitat tale, da consentire alla tigre una buona sopravvivenza in natura. Attualmente si contano ventitré riserve sul territorio Indiano, tre parchi nazionali in Nepal, diciannove in Thailandia, quattordici aree protette in Vietnam, cinque riserve nell’isola Sumatra, tre riserve in Russia ed una in Cina.

 

Progetto Tigre (India)

 

 Nel 1972, il governo indiano ha preso una decisione che si è rivelata forse determinante per la salvaguardia della specie: quella di condurre un’indagine sulla situazione degli esemplari superstiti. Ne è emerso un numero estremamente basso, pari a solo 1800 tigri. La stessa indagine, condotta sull’intero areale asiatico della specie, ha consentito di apprendere che le sottospecie di Bali e del Caspio si erano ormai estinte e la medesima sorte era probabilmente toccata alla sottospecie di Giava. Migliore la situazione nell’isola di Sumatra, in cui si era registrata la presenza di 600 esemplari, e in Indocina, dove la popolazione era stata valutata nel numero di circa 2000 esemplari. Assai limitato, ma relativamente stabile, appariva il numero degli appartenenti alla sottospecie siberiana, abitatrice di un ambiente meno sottoposto allo sfruttamento da parte dell’uomo.

 

Dopo questi rilevamenti, si è imposto il ricorso a misure drastiche per tutelare gli esemplari superstiti. Il governo indiano ha preso per primo l’iniziativa, e il 1º aprile del 1973 ha dato il via al Progetto Tigre (“Project Tiger”) vietando la caccia alla tigre e l’esportazione delle sue pelli e accogliendo successivamente l’invito, proveniente dalle grandi organizzazioni protezionistiche, di istituire riserve che costituissero zone di rifugio e di ripopolamento della specie. Il progetto governativo prese sempre più corpo, finanziato grazie anche a una raccolta di fondi a livello internazionale promossa dal WWF.

 

 

 

Indira Gandhi, in quell’epoca primo ministro, si interessò personalmente alla costituzione di un comitato per il coordinamento fra tutti gli Stati dell’India.[122] L’esempio fu seguito da altri Paesi, che realizzarono riserve naturali entro i confini del Bangladesh, del Nepal e del Bhutan.

 

Dal 4 settembre del 2006 il progetto fa parte della National Tiger Conservation Authority (NTCA) (Un organismo di diritto del il Ministero dell’Ambiente e delle Foreste, Governo dell’India).

 

Salvare la Tigre Cinese (Cina)

 

 Il Save China’s Tigers (SCT) nasce dalla necessità di evitare l’estinzione della tigre della Cina meridionale (Panthera tigris amoyensis).

 

 Nel 1998, quando ormai rimanevano non più di 30 esemplari allo stato selvatico e 60 in cattività, iniziano a formarsi i primi gruppi e progetti a salvaguardia della tigre, culminato con l’istituzione ufficiale a Pechino il 26 novembre del 2002, che in collaborazione con il Centre of the State Forestry Administration of China ed il Chinese Tigers South Africa Trust, porterà all’attuale progetto di salvaguardia e reintroduzione in natura della tigre della Cina meridionale. Il progetto ha permesso la costruzione di una riserva naturale in Cina ed una in Sudafrica, ove gli animali possano riprodursi in sicurezza e successivamente reintrodotti in natura nel loro habitat naturale nel territorio cinese.

 

La speranza ed obbiettivo del progetto è che dall’anno 2010 (anno cinese della tigre), i primi esemplari di tigre nati e cresciuti all’interno della riserva sudafricana, possano essere rimessi in libertà.

 

Progetti WWF

 

 Il WWF (World Wildlife Fund), la più grande organizzazione mondiale per la conservazione della natura, fin dagli anni ’70 è attivo per la salvaguardia della tigre, attraverso proprie iniziative o a supporto di altre già esistenti.

 

Nel 2002 ha steso un piano di conservazione della durata di 8 anni

 

Dal 2010 (anno cinese della tigre) ha varato il progetto Tx2: Double or nothing[128], che mira a raddoppiare il numero di animali presenti in natura entro il 2022 (data in cui ricorrerà il prossimo anno cinese della tigre), puntando soprattutto nel contrastare il bracconaggio, la distruzione dell’habitat, il commercio illegale di pelli ed alla protezione ed implementazione dei fondi di sostegno nonché alla collaborazione con i governi degli stati interessati.

 

Sono stati anche identificati i dieci problemi più gravosi alla base della minaccia d’estinzione della tigre, suddivisi per tipologia ed aree geografiche di interesse, che comprendo, oltre alle varie nazioni asiatiche dove la tigre vive, ma anche Europa e Stati Uniti. Infatti, il vecchio continente, risulta essere uno tra i più grandi consumatori di Olio di palma, che per essere prodotto necessità di convertire alla coltivazione di palme aree ecologicamente importanti come zone di foresta pluviale habitat primario della tigre.Mentre gli Stati Uniti sarebebro colpevoli di avere presenti sul proprio territorio numerosi esemplari in cattività non più reinseribili in natura.

 

La tigre nella cultura popolare

 

Mitologia, leggenda e religione

 

 La tigre ha un occupa una posizione importante nella mitologia e nell credenze in Asia. In particolare, nella religione induista, Shiva, il dio della distruzione, è raffigurato con una pelle di una tigre. Mentre Durga, dea delle diciotto braccia, monta una tigre in combattimento.

 

In India, la tigre è il simbolo della regalità e del potere divino, mentre in tutta la penisiola indocinese e nell’isola di Sumatra rappresenta il castigo divino.

 

Secondo il antico calendario lunare cinese, la “Tigre ( Hu)” è uno dei 12 segni dell’astrologia cinese che rappresentano gli anni del calendario. È anche tradizionalmente una delle quattro grandi creature delle costellazioni cinesi, chiamata la Tigre Bianca dell’Ovest (西方白虎, Xī Fāng Bái Hǔ) è associata all’ovest e all’autunno.

 

L’importanza di questo animale per il popolo cinese, la si nota anche nella fatto che esso viene consederato il “Re degli animali”, mentre nella cultura occidentale è solitamente il leone ad avere quel “titolo”.

 

Vi sono anche molte leggende con protagonista la tigre, come quella del principe Sa Chui che sacrificò la sua vita per sfamare una tigre e i suoi cuccioli, facendosi divorare da essi. Oppure l’usanza di apporre immagini di tigri bianche all’interno delle abitazioni per tener lontani e proteggerle dai topi e dai serpenti.

 

Arti marziali

 

 Nelle arti marziali, principalmente in quelle asiatiche (cinesi e giapponesi), la tigre è presente sotto forma di simbolo, ideologia e stili tecnici.

 

Nel Wushu (le arti marziali cinesi), la tigre simboleggia particolari tecniche e stili di combattimento, in particolare nello Xiangxingquan o stile imitativo, categoria di stili di arti marziali che riproduce i movimenti degli animali. Nella fattispecie troviamo: l’Huquan (虎拳, Pugilato della Tigre), Il Tanglonghushi (螳螂虎式, Tanglang Hu Shi, Stile della mantide religiosa e della tigre) e L’Heihuquan (黑虎拳, Pugilato della Tigre Nera).

 

Nel karate, la tigre è il simbolo di forza e coraggio, lasciato in eredità dal Maestro Gichin Funakoshi fondatore dello Stile Shotokan al gruppo Shotokai.

 

Arte

 

 Come il leone, anche la tigre è sempre stata un soggetto molto diffuso in tutte le forme di arte figurativa, nella pittura, nella scultura, in architettura, in letteratura, nella musica e nei Film.

 

La prime rappresentazioni di tigre, giunte ai giorni nostri, sono i mosaici degli antichi romani ove il felino rappresentava un punto di riferimento durante le festività (Ludi Romani) nelle lotte dei circhi romani.

 

Un classico esempio di utilizzo come soggetto della tigre è il monumentale dipinto di Rubens la Caccia alla tigre, che ha ispirato successivamente molti altri pittori e le opere di Rousseau. L’animale è stato inoltre inserito nei dipinti di molti altri artisti come Delacroix, Charles Lapicque, Salvador Dali e Géricault. Grazie alla presenza sul territorio la tigre è anche fortemente rappresentata nell’arte cinese, giapponese ed indiana.

 

Sport

 

 La tigre viene spesso utilizzata come simbolo e mascotte in ambito sportivo:

 

 Hodori (stilizzazione di una Tigre dell’Amur) fu il nome della mascotte ufficiale dei Giochi della XXIV Olimpiade in Corea del Sud (Seoul);

 

 Compare nell’emblema di numerose associazioni sportive, come per la Nazionale di calcio della Corea del Sud (le Tigri Asiatiche) ed in altre squadre di club, l’australiana Richmond Football Club e l’inglese Hull City Association Football Club ma è presente in altri numerosi sport, ad esempio nel rugby con Leicester Tigers, nel Cricket per la Nazionale di cricket del Bangladesh e nel baseball con i Detroit Tigers oltre altri numerori sport;

 

 Viene anche utilizzata come nickname da alcuni atleti, come il pugile tedesco Dariusz Michalczewski e il capitano della Nazionale di cricket dell’India, Mansoor Ali Khan Pataudi.

Spiego a Pandora l’ aggressività

Dopo aver fatto vedere a Pandora le foto delle tigri , gli dissi – adesso ti spiego tutto quello che so sull’ aggressività e Pandora – ok , inizia pure quando . Io allora iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che so sull’ aggressività – L’aggressione è un fenomeno complesso, che rientra nelle problematiche legate al manifestarsi della violenza negli esseri umani. Le dinamiche psichiche e biologiche che conducono ai conflitti violenti tra le persone, il loro legame con gli istinti primari sono questioni che da due secoli psicologi e altri studiosi analizzano e che recentemente si stanno chiarendo.

Etologia

Nell’etologia in generale (e nell’etologia umana in particolare) col termine aggressività s’intende l’impulso istintuale ad aggredire animali di altre specie o della propria al fine di attentare alla loro esistenza, per cibarsene nel caso di specie predatorie carnivore, o comunque di provocaro loro lesioni o danni diffusi. In altri termini, l’aggressività è letta dagli etologi come funzionale alla soddisfazione degli obiettivi primari: mangiare e copulare. Si ha aggressività per difendere un territorio, per proteggere i propri piccoli, per organizzare la scala sociale gerarchica all’interno di un gruppo nelle specie sociali. Konrad Lorenz ha studiato l’aggressività all’interno del comportamento animale, pubblicandone un primo saggio nel 1966 con il titolo Il cosiddetto male.

Scienze sociali

 In psicologia ed in altre scienze sociali e comportamentali, con il termine aggressività ci si riferisce all’inclinazione a manifestare comportamenti che hanno lo scopo di causare danno o dolore ad altri da sé.[senza fonte] L’aggressione in ambito umano può attuarsi sia sul piano fisico che verbale, ed una certa azione viene considerata aggressiva anche se non riesce nelle sue intenzioni di danneggiamento. Al contrario, un comportamento che causa solo accidentalmente un danno non è da considerarsi aggressione.[senza fonte]

L’aggressività è stato un argomento sempre trattato dalle scienze sociali (psicologia, sociologia, antropologia) ed infatti esistono varie teorie. Per alcuni studiosi l’aggressività dipende da fattori innati, cioè sostengono che si nasce con l’istinto di aggredire, per gli ambientalisti, invece, l’aggressività è un fattore acquisito. Alcune scuole ambientaliste sono:

 la scuola che si basa sulla teoria della frustrazione

 la scuola dell’apprendimento sociale

Teoria della frustrazione

La frustrazione è una condizione psicologica di sofferenza che nasce dalla impossibilità di soddisfare un’esigenza fondamentale di natura psicologica o fisica a causa di un ostacolo esterno. Grazie ad alcuni esperimenti di Leonard Berkowitz si dimostra che non solo la frustrazione può rendere aggressivi ma anche la presenza di indizi aggressivi. L’esperimento di Berkowitz, infatti, mette in evidenza che la causa dei comportamenti aggressivi, oltre alla frustrazione, è anche il modo in cui viene interpretata una situazione; se sono presenti armi, ad esempio, si è portati a credere che la situazione è pericolosa, pertanto frustrati o no si reagisce in modo aggressivo.

Scuola dell’apprendimento sociale

Questa scuola di pensiero si basa sulla teoria per cui si diventa aggressivi quando si hanno dei modelli aggressivi nell’ambito familiare o a scuola o tra gli amici; è quindi un fattore acquisito. La psicologia sociale afferma che in un gruppo di amici esiste la mentalità di gruppo, ovvero tutti compiono delle azioni perdendo la propria obbiettività, quindi se nel gruppo si aggredisce e se gli altri aggrediscono, noi componenti di quel gruppo siamo portati a fare altrettanto.

Antropologia

Gli antropologi partono dal presupposto che l’aggressività è una predisposizione del genere umano che si manifesta nei diversi popoli in modo diverso. Il popolo eschimese, ad esempio, ha una forma di aggressività passiva, ovvero il quiquq, che si ha quando una persona viene ignorata o presa in giro e quindi isolata dal gruppo pensando che quella persona provochi del male a tutti. Per l’antropologia, quindi, l’aggressività è innata, è un comportamento che si ha dalla nascita.

Funzioni e origine dell’aggressività

 kjnihyuhu in cui si esprimono le varie forme di aggressività sono molteplici, in quanto si identificano con i vari momenti della vita umana, nei quali l’individuo si trova in rapporti, temporanei o duraturi, con i suoi simili, a partire dalla primissima infanzia. Come è noto, tensioni che oppongono uno o più individui ltri si possono sviluppare all’interno della famiglia come nella scuola, nelle competizioni sportive come nelle lotte sindacali, nelle polemiche che vedono schierati in campi avversi i partiti politici come in quelle che talvolta avvampano tra due persone che discutono di sport. Forme di aggressività sono presenti in certi sogni notturni, come nei miti, nelle leggende e nelle favole per bambini, e tutto ciò è una prova ulteriore del ruolo non trascurabile occupato dall’aggressività nella vita umana.

Allo scopo di introdurre un elemento di chiarezza nella discussione sulla natura dell’aggressività, lo psicoanalista Erich Fromm, nel suo saggio Anatomia della distruttività umana, parte da una netta distinzione: « Dobbiamo distinguere nell’uomo due tipi completamente diversi di aggressione. Il primo, che egli ha in comune con tutti gli animali, è l’impulso, programmato filogeneticamente, di attaccare o di fuggire quando sono minacciati interessi vitali. Questa aggressione difensiva, “benigna”, è al servizio della sopravvivenza dell’individuo e della specie, è biologicamente adattiva, e cessa quando viene a mancare l’aggressione. L’altro tipo, l’aggressione “maligna”, e cioè la crudeltà e la distruttività, è specifica della specie umana, e praticamente assente nella maggior parte dei mammiferi; non è programmata filogeneticamente e non è biologicamente adattiva; non ha alcuno scopo e, se soddisfatta, procura voluttà »

 (E. Fromm, 1975, p.20)

Quanto all’origine dell’aggressività e dell’eventuale parentela dell’uomo con gli animali sotto questo riguardo, si possono distinguere grosso modo due gruppi principali di teorie con una gamma di posizioni intermedie. Per il primo l’aggressività è un istinto che l’uomo ha in comune con gli animali; per il secondo, invece, è qualcosa di specificamente umano, tanto più se si considera l’aggressività intraspecifica (cioè all’interno della specie), che presso gli animali, tranne rare eccezioni, non ha carattere distruttivo, mentre fra gli uomini non si ferma neppure dinanzi all’omicidio, alla strage, al genocidio. Secondo i sostenitori di quest’ultima concezione, l’origine dell’aggressività degli uomini è da ricercare nella lunga storia della loro evoluzione come specie. Al primo gruppo di teorie si sogliono ascrivere anche, sempre in via di generalizzazione e accantonando perciò una serie di distinzioni secondarie, la teoria delle pulsioni di Freud e la concezione esposta da Lorenz nell’opera “Il cosiddetto male” (ampliata con il titolo L’aggressività, 1963).

Per quanto riguarda la teoria delle pulsioni sviluppata da Freud nel corso degli anni, bisogna ricordare che nel saggio Al di là del principio del piacere egli « ha fatto proprio il presupposto che in ogni essere umano, in ogni cellula, in ogni sostanza vivente, siano all’opera due pulsioni: pulsione di vita e pulsione di morte. E questa seconda, Thanatos (in greco, morte), come la chiamò Freud, si rivolgerebbe sia all’esterno, apparendo quale distruttività, sia all’interno, quale forza autodistruttiva che conduce alla malattia, al suicidio o, se mescolata a impulsi sessuali, al masochismo. Non sarebbe determinata da circostanze, non sarebbe prodotta da nulla: l’uomo avrebbe soltanto la scelta di indirizzare questo impulso di distruzione o di morte contro se stesso o contro altri, trovandosi pertanto di fronte a un dilemma quanto mai tragico »

 (E. Fromm, 1984, p.54)

Secondo Konrad Lorenz, l’aggressività “è il risultato di un accumulo autonomo di energia” che, anche in assenza di stimoli esterni, finisce per dar luogo a comportamenti aggressivi. Con una notevole differenza, però, rispetto agli animali, presso cui l’aggressione intraspecifica ben raramente giunge ad esiti mortali. « I rappresentanti di una stessa specie (il fenomeno riguarda in modo particolare i vertebrati) combattono tra loro per la gerarchia, il territorio o la femmina. In generale, tuttavia, questi conflitti presentano una caratteristica davvero stupefacente, e che ne limita enormemente la pericolosità: sono cioè ritualizzati. Un comportamento aggressivo ritualizzato è formato da un insieme di elementi abbastanza stereotipati e convenzionali, come grida, esibizioni di parti corporee a effetto terrifico, movimenti alterni di avvicinamento, fuga, accerchiamento, atteggiamenti di minaccia o di resa incondizionata; ben difficilmente le armi micidiali dei contendenti, zanne, artigli, corna ecc. sono impiegate per uccidere. Il lupo vincitore non azzanna a morte il lupo vinto che gli offre, in atto di sottomissione, la gola, ma cavallerescamente permette all’antagonista di andarsene incolume. I daini cozzano le corna, ma, anche se uno degli avversari, nel corso della lotta, scopre il fianco, l’altro non gli vibrerà mai un colpo mortale in questa regione; aspetterà, invece, che il nemico ritorni in posizione frontale per riprendere l’assalto »

 (G. Gelli, 1986, pp.16-17).

Foto delle Tigri viste da Pandora

Spiego a Pandora la tigre

Il Giorno io dissi a Pandora – oggi ti spiego tutto quello che so su un altro animale che si chiama tigre e Pandora disse – ok , voglio sapere tutto quello che c’ e da sapere sulla tigre e se ci sono foto fammele vedere e io dissi – certamente . Dopo iniziai a spiegare a Pandora tutto quello che c’ e da sapere sulla tigre – La tigre (Panthera tigris, Linnaeus 1758) è un mammifero della famiglia dei felidi. Con un peso che può arrivare fino a 300 kg, la tigre è il più grande dei cosiddetti “grandi felini” che costituiscono il genere Panthera (tigre, leone, giaguaro, leopardo e leopardo delle nevi), ed è l’unico felide moderno a raggiungere le dimensioni dei più grandi felidi preistorici. È un cosiddetto predatore alfa, ovvero si colloca all’apice della catena alimentare, non avendo predatori in natura, a parte l’uomo. Oltre che dalle dimensioni notevoli, è caratterizzata dalla particolare colorazione del mantello striato che serve a “spezzare” otticamente la figura dell’animale; il disegno del mantello varia leggermente da sottospecie a sottospecie. Vi sono tuttavia delle varianti al colore del mantello, principalmente nella sottospecie nominale Panthera tigris tigris (tigre indiana “del Bengala”), la più comune tra queste è quella con strisce nere su sfondo bianco. La parola «tigre» deriva dal latino tigris, che trae origine dal greco antico τίγρις, che a sua volta proviene dal persiano e significa «freccia», in riferimento alla velocità dell’animale; tale vocabolo è all’origine anche del nome del fiume Tigri.

Col nome Felis tigris, è stata una delle molte specie descritte per la prima volta nel XVIII secolo da Linneo nella sua opera Systema Naturae.

La denominazione scientifica, Panthera tigris, si presume derivi dal greco pan- («tutti») e theron («bestia»), ma è più probabile un’origine asiatico/orientale, con il significato di «animale giallo» o «bianco-giallo».

In zoologia, il termine «tigre» è stato utilizzato per estensione per definire molte specie di grandi felini maculati o a strisce: ad esempio, i termini «tigre d’America», «tigre della Guyana» e «tigre nera» in passato sono stati utilizzati per indicare il giaguaro (Panthera onca), chiamato ancora in molti paesi del Sudamerica e dell’America centrale «El tigre». «Gatto tigre» è anche un nome alternativo del gatto giaguaro, noto inoltre con il nome scientifico di Leopardus tigrinus.

Molti altri animali hanno un nome composto dalla parola «tigre», dovuta alla caratteristica striatura che li contraddistingue, come lo squalo tigre, la tigre della Tasmania, la zanzara tigre e il serpente tigre.

Anche nel campo dei minerali si riscontra l’utilizzo del nome, come per l’occhio di tigre, una pietra semipreziosa della famiglia dei quarzi.

Il nome viene anche utilizzato in alcune espressioni per indicare una persona aggressiva: ad esempio, si dice che un uomo feroce e spietato sia come una tigre o possa essere «geloso come una tigre». Al contrario, si parla di «tigre di carta» per descrivere qualcosa di spaventoso in apparenza, ma innocuo nella realtà.

Morfologia ed anatomia

La tigre è il felino selvatico più grande che esista in natura ed è anche uno dei più grandi predatori terrestri. Le dimensioni della tigre variano notevolmente da una sottospecie all’altra; infatti, una tigre di Sumatra di sesso maschile non pesa più di 140 kg per 2,3 metri di lunghezza, mentre una tigre siberiana può raggiungere i 300 kg per 3,3 metri di lunghezza. Anche l’altezza al garrese della tigre è molto variabile a seconda della sottospecie, da 85 cm a un metro, così come anche la sua lunghezza totale, con la coda, da 2 a 3,7 metri, ed il peso, che può variare dai 65 ai 300 kg.

Le orecchie della tigre, arrotondate, hanno la superficie esterna di colore nero con una macchia bianca al centro. Le pupille sono rotonde; il colore dell’iride varia dall’oro al verde, ma a volte può essere anche azzurro. Il naso è di colore rosa, caratterizzato a volte dalla presenza di macchie nere. Le vibrisse (i cosiddetti «baffi») sono molto folte e poste su un muso corto. La fronte è arrotondata. Il collo è coperto da un pelo fitto ed una pelle più spessa, soprattutto nei maschi. I canini della tigre sono tra i più lunghi tra tutti i felini e possono raggiungere una lunghezza di circa dieci centimetri. Come in tutti i membri del genere Panthera, l’osso ioide è parzialmente ossificato e permette all’animale di ruggire.

Organi sensoriali

La tigre può fare affidamento su due sensi sviluppatissimi, l’udito e la vista. Gli occhi, che le consentono di osservare anche il più piccolo movimento della preda prescelta, sono strutturati secondo le esigenze di un predatore notturno; grazie alla particolare conformazione dell’occhio, è in condizione di sfruttare i più tenui raggi di luce e di muoversi con disinvoltura nelle tenebre notturne.

Origini ed evoluzione

 I più antichi resti di un felino simile alla tigre sono quelli della Panthera palaeosinensis, trovati in Cina e a Giava. Questa specie era presente nel primo Pleistocene (circa 2 milioni di anni fa), ed era di dimensioni più piccole rispetto alla tigre moderna.

I più antichi resti fossili di vere e proprie tigri sono datati fra 1,6 e 1,8 milioni di anni fa, trovati a Giava e appartenenti ad una sottospecie, oggi estinta, chiamata tigre di Trinil (P. tigris trinilensis) e visse per circa 1,2 milioni di anni, sempre nel territorio di Giava.

Non è noto con certezza quale sia la regione d’origine della tigre, certamente essa si diffuse durante il Pleistocene in gran parte dell’Asia, inclusa la Beringia (da cui però non transitò nelle Americhe), l’India, Sumatra, Giava e Bali. Fino all’Olocene le tigri furono diffuse anche nel Borneo. Sono state trovate tracce di fossili anche in Giappone e sulle isole del Borneo.

Albero filogenetico

 L’Albero filogenetico comprendente la “Panthera tigris” appartenente al genere Panthera

Panthera

Panthera leo – Leone

Panthera pardus – Pantera o leopardo

Panthera onca – Giaguaro

Panthera tigris – Tigre

Panthera uncia – Leopardo delle nevi

Sottospecie

Sulla base dell’analisi morfologica e filogenetica (mediante analisi molecolare) sono state distinte nove differenti sottospecie di tigre.

La tabella comparativa riportata più sotto, evidenzia le differenze di taglia e peso tra esemplari adulti divisi per sesso delle diverse sottospecie. Per alcune di queste, come la Panthera tigris altaica, questi valori sono stati ridimensionati successivamente (Mazák, 1983; Miquelle (in Thapar, 2004); Matthiessen & Hornocker, 2001; Prynn, 2002).Sottospecie Peso (kg) Lunghezza totale (m)

 [esclusa la coda] Lunghezza cranica (mm)

 (esistenti) (maschi) | (femmine) (maschi) | (femmine) (maschi ) | (femmine)

 Panthera tigris altaica 180-306 | 100-167 2,7-3,3 | 2,4-2,75 341-383 | 279-318

 Panthera tigris amoyensis 130-175 | 100-115 2,3-2,65 | 2,2-2,4 318-343 | 273-301

 Panthera tigris corbetti 150-195 | 100-130 2,55-2,85 | 2,3-2,55 319-365 | 279-302

 Panthera tigris jacksoni 100-120 | 80-100 – | – 200-237 | 180-200

 Panthera tigris sumatrae 100-140 | 75-110 2,2-2,55 | 2,15-2,3 295-335 | 263-294

 Panthera tigris tigris 180-258 | 100-160 2,7-3,1 | 2,4-2,65 329-378 | 275-311

 (estinte) (maschi) | (femmine) (maschi) | (femmine) (maschi ) | (femmine)

 Panthera tigris balica 90-100 | 65-80 2,2-2,3 | 1,9-2,1 295-298 | 263-269

 Panthera tigris sondaica 100-141 | 75-115 2,48 | — 306-349 | 270-292

 Panthera tigris virgata 170-240 | 85-135 2,7-2,95 | 2,4-2,6 316-369 | 268-305

 FONTE: Vratislav Mazák, 1981

 (in K. Nowell, P. Jackson, Wild Cats. Status Survey and Conservation Action Plan, IUCN/SSC Cat Specialist Group, Gland 1996, p. 56).

Estinte

 Tre di queste si sono estinte nel XX secolo, la tigre del Caspio, la tigre di Giava e la tigre di Bali, e purtroppo un’altra sottospecie rischia di entrare in questa lista, la tigre della Cina meridionale. Le maggiori cause sono da imputarsi al fatto che la tigre è sempre stata vista come una minaccia per l’uomo, considerandola un animale nocivo da perseguitare. Un caso molto simile è sicuramente quello del lupo, con il quale ha in comune la fama di animale cattivo e feroce.

P. tigris virgata (estinta)

P. tigris sondaica (estinta)

P. tigris balica (estinta)

 La tigre del Caspio (Panthera tigris virgata), (Illiger 1815).

 Era diffusa in Anatolia, Caucaso, Kurdistan, Iran, Afganistan e in gran parte dell’Asia Centrale fino alla Mongolia. Questa sottospecie era tra tutte quella diffusa più ad occidente ed era inoltre una delle più grandi, rivaleggiando per imponenza con la tigre siberiana.

 L’ultimo avvistamento in natura avvenne intorno ai primi anni Settanta e non esistevano esemplari in cattività.

 La sua estinzione è stata attribuita alla caccia diretta contro la tigre ed alla caccia verso le sue prede, nonché alla costante distruzione del suo habitat.

 La tigre di Giava (Panthera tigris sondaica), (Temminck 1844).

 Era diffusa in Indonesia e più precisamente nell’isola di Giava, caratterizzata da una taglia, per effetto del ridotto areale, più piccola rispetto alle specie continentali, era ampiamente diffusa sino al XIX secolo.

 Dichiarata ufficialmente estinta nel 1994 (Gratwicke, 2007).

 Le maggiori cause dell’estinzione furono la distruzione del suo habitat naturale, della caccia da parte dell’uomo e del declino del numero delle sue prede (IUCN, 2007). Negli anni ’70 erano rimasti pochissimi esemplari all’interno del Parco nazionale di Meru Betiri, ma nel 1980, secondo il WWF e lo IUCN, la popolazione era scesa sotto i 5 esemplari. Nonostante un, ormai tardivo, piano di salvataggio e di conservazione della tigre di Giava, non vi furono più avvistamenti.

 La tigre di Bali (Panthera tigris balica), (Schwarz 1912).

 Era diffusa in Indonesia e più precisamente nell’isola di Bali, era la tigre con la taglia più piccola.

 Considerata estinta dal 1937.

 Le maggiori cause dell’estinzione furono attribuite, dato anche il piccolo e limitato habitat che aveva a disposizione (isola di bali), all’aumento della popolazione umana che comportò una forte deforestazione allo scopo di ottenere nuove superfici coltivabili, oltre che una vera e propria “persecuzione” della tigre, che incuteva timore nelle popolazioni locali. Il 27 settembre del 1937 fu abbattuto l’ultimo esemplare, una femmina.

Viventi

 Tra le sottospecie ancora viventi, si distinguono per essere le più grandi per dimensione, la tigre del Bengala (P. tigris tigris) e la tigre siberiana (P. tigris altaica), i cui esemplari maschi possono raggiungere i 3,5 m di lunghezza totale comprensiva della coda e arrivare a pesare fino a 280 kg (per quanto mediamente il loro peso si assesti su valori inferiori).

 La tigre reale del Bengala o indiana (Panthera tigris tigris) (Linneaus 1758).

 Sopravvive in poco più di 4000 esemplari ed è di gran lunga la sottospecie più consistente. È caratterizzata dalla possibile colorazione bianca a strisce nere, denominata tigre bianca. Luogo di principale diffusione è l’India, dove trova riparo soprattutto nelle foreste di mangrovie del delta del Gange, in quell’intrico di banchi sabbiosi, isole e isolotti che è conosciuto con il nome di “Sundarbans”, ma è presente anche nel Bangladesh, in Birmania e in alcune zone del Nepal. Tra le prede selvatiche preferite vi sono, cervi, cinghiali, gaur e bufali.

 La tigre siberiana o tigre dell’Amur (Panthera tigris altaica) (Temminck 1844).

 Risulta essere la più grande in stazza tra le sottospecie, caratterizzata da testa massiccia, pelo di un arancione chiaro, molto spesso e lungo, con striature ben distanziate fra loro, di color marrone anziché nero e zampe posteriori robuste e tozze, tutte caratteristiche fisiche frutto dell’adattamento alle rigide temperature del proprio habitat (foresta boreale e foresta temperata). Le prede principali sono l’alce e il cinghiale. A rischio critico di estinzione, non ne sopravvivono più di 300-400 esemplari adulti (IUCN 1996, Siberian Tiger Project, 2005). Nota particolare è la convivenza con il Canis lupus communis sottospecie di lupo grigio che vive nella Russia, con il quale sono in competizione nella caccia delle prede, studi hanno confermato che ove vi è una diminuzione di esemplari di tigre il numero di lupi cresce, mentre nelle zone dove la tigre è reintrgrata il numero di lupi diminuisce.

 La tigre della Cina meridionale (Panthera tigris amoyensis) (Hilzheimer 1905).

 Dotata di un manto liscio con striature nere, corte e larghe molto più distanziate fra loro rispetto alle altre sottospecie, un tempo era comune in tutta la parte orientale del Paese ma oggi è avvistabile soltanto nella provincia dell’Hunan.

 La tigre della Cina meridionale viene considerata come la tigre «basale», la sottospecie da cui si sono evolute tutte le altre tigri.

 È stata recentemente classificata come una delle 10 specie animali più minacciate del mondo, in quanto il numero dei suoi esemplari allo stato libero è stato valutato in non più di 80 unità, se non addirittura inferiore. Per questo si conosce molto poco della sua biologia e comportamento in natura. Una notizia promettente, per la sopravvivenza di questi esemplari, è arrivata nel 2007, quando l’Amministrazione Forestale della provincia cinese dello Shaanxi, ha confermato l’avvistamento di tigri sulle montagne Qinling, presenza che mancava da più di un ventennio.

 La tigre indocinese (Panthera tigris corbetti) (Mazák 1968).

 La popolazione, poco più di un migliaio di esemplari, attualmente è distribuita prevalentemente in Birmania, Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam. Le tigri indocinesi vivono nelle profondità delle foreste dei terreni collinari e montuosi, la maggior parte delle quali sono situate lungo i confini tra i vari Paesi. In precedenza alcune di queste tigri si trovano nel territorio malese, ed in seguito ad uno studio genetico, a partire dal 2004 sono state classificata come una sottospecie di tigre separata (Panthera tigris jacksoni), di conseguenza il numero reale delle tigri indocinese è di molto diminuito rispetto a quello stimato in precedenza. Nel territorio cinese la tigre è praticamente sparita, infatti nel 2009 l’ultimo esemplare conosciuto in Cina è stato ucciso e mangiato dagli abitanti dei villaggi nei dintorni del villaggio di Mengla.

 La tigre malese (Panthera tigris jacksoni) (Shu-Jin Luo Et al 2004).

 Ultima tra le sottospecie identificate e riconosciute ufficialmente, infatti gli esemplari di questa sottospecie, in passato erano classificati come tigri indocinesi (Panthera tigris corbetti), ma recenti studi genetici (2004) hanno invece chiarito che si tratta di una sottospecie a se stante. Il nome è stato scelto in onore dello zoologo Peter Jackson (ex presidente del Cat Specialist Group della IUCN).

 La tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae) (Pocock 1929).

 È caratterizzata dall’essere la più piccola tra tutte le sottospecie ancora esistenti, vive appunto sull’isola indonesiana di Sumatra. La popolazione selvatica è stimata tra i 400 e i 500 animali i quali vivono soprattutto nei parchi nazionali dell’isola. Come per le “cugine” indonesiane ormai estinte, la tigre di Bali e di Giava, il rischio di estinzione è altissimo e classificato come critico.

Variazione colore del mantello

Tigri bianche

 Le tigri bianche sono conosciute da molto tempo, infatti il primo di questi felini bianchi fu scoperto verso il 1820.

Queste tigri non sono considerate delle vere albine e sono caratterizzate da strisce nere o marroni ed occhi azzurri/blu con il naso color rosa.Infatti, questi esemplari, sono affetti da leucismo. Questa variazione di colore è considerata una mutazione causata da un gene recessivo chiamato chinchilla oppure color inhibitor, presente in altri mammiferi, tra i quali i gatti domestici e i conigli.

Questa particolare colorazione è presente solo nella sottospecie Panthera tigris tigris (tigre del Bengala), l’unica ad avere il gene recessivo che può dare il colore bianco. Anche se, nel Como zoo in Minnesota, una coppia di Panthera tigris altaica (tigri siberiane / dell’Amur) fratelli tra loro, ha dato alla luce un cucciolo che presentava una colorazione bianca a strisce nere. Le due tigri, catturate in natura, sono state classificate da alcuni esperti come due esemplari di Panthera tigris altaica, per altri invece come incroci tra tigri di razza del Bengala e Siberiana. Questi esemplari e la loro prole sono stati fatti accoppiare con altre tigri di pura razza Siberiana, dando alla luce cuccioli con la tipica colorazione della tigre, ma anche esemplari di color bianco, tipico delle tigri bianche.

Tigri bianche senza strisce

 Denominate anche (Stripeless / senza strisce) (snow white tigers / tigri neve bianca) derivano da un’ulteriore modifica genetica che ha “rimosso” la maggior parte delle strisce che normalemnte caratterizzano la tigre bianca, rendendo l’animale di un colore somigliante al bianco puro, ciò però non le rende delle vere albine.

I primi avvistamenti di tali esemplari privi di strisce o perlomeno molto poco visibili, sono avvenuti nel 1820 e descritti da scrittori e naturalisti, quali: Georges Cuvier, Richard Lydekker, Hamilton Smith, Edwin Landseer e John George Wood.

Tigri arancioni

 Le tigri “Golden” (Panthera tigris tigris) (chiamata anche Tiger Golden Tabby o strawberry tiger) sono una variazione di colore estremamente rara della tigre del Bengala, causata da un gene recessivo. Attualmente tali tigri si trovano solo in stato di cattività all’interno di Zoo o Riserve Naturali. Come per la tigre bianca, la sua differente colorazione non genera una nuova specie. La colorazione è dovuta al gene “wide band”, mentre per la tigre bianca è dovuto al colore inibitore (gene chinchilla albinistic).

Le Tigri Golden tabby hanno pelliccia color oro molto chiaro, gambe di un bianco pallido e strisce di color arancio debole. La loro pelliccia tende ad essere molto più spessa del normale rispetto ad altre tigri.

Come le loro “cugine” tigri bianche, tutte le tigri dorate hanno una parentela principalmente con quelle del Bengala, ma sono geneticamente “incrociate” con i geni della tigre dell’Amur o di altre sottospecie.

Attualmente le tigri Golden, vengono “utilizzate” anche per la riproduzione e perpetrazione della Tigre Bianca, infatti incrociando una tigre gold con una tigre bianca, i cuccioli saranno di tigre bianca. Nel 1970 una coppia di tigri arancioni eterozigoti, di nome Sashi e Ravi, hanno avuto 13 cuccioli (Alipore Zoological Gardens), di cui 3 erano bianchi a strisce nere.

Tigri blu

 La tigre maltese, o tigre blu, è una forma di colorazione non provata della tigre, segnalata in gran parte dalla provincia cinese di Fujian. Si dice che abbiano una pelliccia blu scuro a righe grigie.

Intorno al 1910, Harry Caldwell, un missionario americano e cacciatore, si imbatterono, presumibilmente, in una tigre blu al di fuori Fuzhou. La sua ricerca è raccontata nel suo libro Blue Tiger (1924), e dal suo compagno di caccia Roy Chapman Andrews nel suo Camps & Trails in Cina (1925, capitolo VII).

Diversi autori ne parlano nei loro trattati, ma non è stata ancora provata la trasmissione di questo carattere, cioè non è geneticamente codificato e come tale si ritiene che le tigri di colore blu o nero descritte dagli autori H. R. Caldwell, 1924; J. C. Caldwell, 1954; Pocock, 1929, 1939; Stonor, 1964; in diverse opere, possano essere degli esemplari cromaticamente aberranti.

 Nel 1924 l’inglese B. Caldwell descrisse una tigre azzurra, uccisa presso Foukien, in Cina. Questo animale melanico aveva un pelame grigio-azzurro, molto scuro.

Tigri nere

 Come per la Tigre blu non esistono reali prove dell’esistenza di questo tipo di colorazione, anche se è stata parecchie volte segnalata l’esistenza di tigri nere, somiglianti a pantere nere, nella giungla di Travancore.

Vari avvistamenti di tigri nere sono stati dettagliati in “The Wildlife of India” da parte di PE Gee, uno di questi risale nel settembre del 1895, quando pare sia stata avvistata una tigre di color nero, fatta dal colonnello S. Capper, la tigre scomparve nella giungla. La presenza di leopardo nero nel settore e la difficoltà di giudicare accuratamente le sue dimensioni rende questo un rapporto discutibile.

Nel marzo del 2009 in Sri Lanka è stato trovato un felino morto, in una trappola di un bracconiere, somigliante alle descrizioni degli avvistamenti della tigre nera, restano dubbi sul fatto che essa sia realmente una tigre nera o semplicemente che possa trattarsi di una Panthera pardus kotiya dello Sri Lanka.

Un saggio sulle tigri nere è stato presentato da parte dello zoologo Britannico Dr. Karl Shuker nel suo libro “Mystery Cats of the World”.

Ibridi

In cattività si sono verificati alcuni casi di incrocio fra leoni e tigri, l’accoppiamento tra un esemplare di leone maschio ed uno di tigre femmina dà origine ad un ibrido detto Ligre, mentre l’incrocio tra una leonessa ed un esemplare di tigre maschio dà origine al Tigone.

Distribuzione e habitat

Distribuzione sul territorio

Tempo fa, i territori occupati dalla tigre ricoprivano l’intera Asia, dalla Turchia fino alla costa orientale della Russia. Nel XX secolo le tigri sono mano a mano scomparse dalle zone a sud-ovest e in tutta la zona centrale dell’Asia, nonché dalle due isole indonesiane di Giava e Bali (causando la relativa estinzione di due sottospecie) e da vaste aree del Sud-Est e Asia orientale. Ormai le tigri hanno perso il 93% del loro areale.

Attualmente gli stati in cui è presente in natura sono tredici: Bangladesh, Bhutan, Birmania, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Laos, Malesia, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam, probabilmente vi sono presenti degli esemplari anche in Corea del Nord, ma non vi sono prove recenti a conferma.

Sanderson et al. nel 2006 ha lavorato alla stesura di una mappa mondiale che ben definisse l’attuale areale della tigre e le eventuali zone in cui l’animale potrebbe vivere e svilupparsi. Queste aree, denominate “Tiger Conservation Landscapes” o più semplicemente con l’acronimo TCL sono definibili come delle aree in cui vi è un habitat tale, da consentire la vita e la conservazione di almeno cinque esemplari di tigre

Sono state delineate 76 aree TCL, per una superficie totale di 1.184.911 km², di varie dimensioni, dalla più grande in Russia, con i suoi 269.983 km²al alla più piccola da 278 km² in India. Va considerato però che la reale superficie media delle aree è al di sotto dei 10.000 km² (circa 61 TCL). Gli studiosi Rabinowitz, Karanth e Nichols hanno individuato, come aree “migliori”, quelle situate nelle zone centrali, in quanto ricche di prede.

Tuttavia, il reale territorio adatto alla sopravvivenza della tigre è inferiore alla superficie totale indicata dai TCL, in quanto la maggior parte di essi contengono zone in cui la tigre non può più vivere, in quanto si trovano al di fuori dei territori delle aree protette e delle riserve naturali.

Bisogna anche segnalare che non è impossibile che l’esistenza delle tigri possa avvenire al di fuori dei TCL, anzi si sono documentati più di 500 casi, però, sempre secondo gli studi effettuati, si tratta di aree considerate troppo piccole per sostenere una popolazione a lungo termine.

Habitat

 La tigre occupa più di duecento diversi tipi di habitat, che possono svariare dalle foreste pluviali tropicali ai boschi di conifere e betulle nell’oriente russo, attraverso le mangrovie della foresta di Sundarbans.

Questo dimostra un’elevata adattabilità, caratterizzata dalla capacità di affrontare una svariata gamma di condizioni climatiche, che comprende zone completamente opposte tra loro, come quelle umide e calde ad aree estremamente rigide e nevose dove le temperature possono essere le più basse -40 gradi Celsius.

Fino al 2008 si credeva che la tigre potesse vivere fino ad un’altezza pari a 3000 metri, ma nel Bhutan, sono stare trovate e fotografate tracce di impronte di tigri che hanno dimostrato che questo predatore possa arrivare ad abitare in territori che si trovano tra i 3700 ed i 4300 metri. Nel 2010 alcuni reporter della BBC hanno scoperto, attraverso delle telecamere nascoste, che la tigre del Bengala si può spostare e permanere fino ai 4000 metri di altezza. Le cause di questo “spostamento”, ad elevate altitudini, possono essere imputate al riscaldamento globale ed alla pressione esercitata da parte dell’uomo, anche se esiste la possibilità che la tigre già naturalmente avesse vissuto a tali altezze ma semplicemente non fosse mai stata osservata finora.

 Gli ambienti sopra descritti adatti alla tigre, presentano tre caratteristiche di valore primario:

 abbondanza di fonti d’acqua;

 un’elevata presenza di vegetazione alta che conferisce una buona zona di caccia ed un buon riparo;

 La presenza di prede da cacciare per sopravvivere.

Tutti i tipi di foresta costituiscono un buon habitat per la tigre del Bengala. Oltre a quelle di mangrovie, già menzionate, sul delta del Gange, essa popola le umide foreste di alberi sempreverdi dell’Assam, quelle decidue del Nepal e quelle spinose dei Ghati occidentali. Ma il predatore si sente a proprio agio anche nelle giungle ricche di alta vegetazione, nel folto delle distese di bambù, nelle paludi e nelle boscaglie.

In Birmania la tigre predilige le fitte foreste subequatoriali, mentre quelle malesi e indonesiane mostrano un ottimo adattamento alla foresta pluviale. Gli esemplari della sottospecie siberiana si spostano, invece, lungo il bacino dell’Amur preferendo le foreste montane non abitate dall’uomo. Per proteggersi nei periodi più freddi, sviluppano uno strato isolante di grasso sul ventre e sui fianchi.

 Biologia

Riproduzione

 L’accoppiamento fra tigri può verificarsi un qualsiasi periodo dell’anno, ma generalmente è più comune che avvenga tra il mese di novembre ed il mese di aprile. Per questo gli accoppiamenti sono molto frequenti e caratterizzati dall’essere molto rumorosi. Va però considerato che il periodo di ciclo estrale della femmina dura pochi giorni, nei quali l’accoppiamento si intensifica in modo da aumentare le possibilità di fertilizzazione ed è caratterizzato dal fatto di essere breve ma ripetuto più e più volte al giorno.

L’accoppiamento non è caratterizzato da un’iniziale corteggiamento da parte del maschio, anzi è proprio la femmina che segnala la sua presenza con ripetuti gemiti e ruggiti accompagnato dall’emanazione di odori tipici che fanno recepire al maschio il suo stato di fertilità. Successivamente ha inizio il corteggiamento, mediante contatti, come il mordersi il muso vicendevolmente e con sfregamenti continui. Quando la femmina è pronta, assume la posizione tipica dei felini durante l’accoppiamento: si siede con le zampe anteriori distese e quelle posteriori piegate, il maschio si posiziona dietro di lei montandola e penetrandola, durante l’eiaculazione tende ad afferrare con le fauci la femmina per il collo. Una volta terminato l’accoppiamento, seguito generalmente un breve periodo di riposo, la tigre femmina si libera da sotto il maschio, girandosi anche con scatti violenti contro il suo “compagno”. Come tutti i felini, il pene è ricoperto da aculei che servono ad indurre l’ovulazione della femmina durante la penetrazione. Questi aculei potrebbero provocare dolori alla femmina, il che spiegherebbe il suo comportamento violento alla fine del rapporto.

 Il periodo di gestazione è di circa 93-114 giorni (3-4 mesi) e nella cucciolata normalmente, vengono alla luce circa 2÷4 cuccioli (si è registrato un massimo di sette) con un intervallo delle nascite di circa 10-20 minuti, caratterizzato dal fatto che ad ogni parto, la madre mangia il cordone ombelicale, l’amnios e la placenta Il peso si aggira intorno al 1 kg ciascuno (750 ÷ 1600 grammi). Una caratteristica dei cuccioli appena nati è la totale cecità e la completa impotenza nel compiere grandi movimenti, di conseguenza non sono in grado di difendersi da soli. Sono infatti le femmine ad occuparsi di loro nei primi giorni di vita, nascondendo la prole al riparo in tane, solitamente create in fitti cespugli e in fessure rocciose. Anche l’allevamento è a totale carico della madre, infatti l’esemplare maschio che dopo l’avvenuto accoppiamento si allontana, generalmente, non assume alcun ruolo nella vita di un cucciolo.

Si è addirittura riscontrato come esemplari maschi, che non siano riusciti ad accoppiarsi, abbiano ucciso dei cuccioli per rendere la femmina nuovamente ricettiva e potersi accoppiare con lei generando una propria prole, in quanto le tigri femmine sono in grado di tornare “in calore” e fertili entro 5 mesi dal parto se i cuccioli della cucciolata precedente sono andati persi. Anche per questo il tasso di mortalità dei cuccioli di tigre è piuttosto elevato, circa la metà non sopravvive oltre i due anni di vita.

La femmina di tigre, in condizioni normali, torna in uno stato fertile dopo venti mesi dal precedente parto, fino ad un’età di 14 anni, oltre la quale le tigri non possono più riprodursi.

Primi anni di vita

 Generalmente all’interno della cucciolata si crea la presenza di un esemplare dominante sui fratelli, che tende solitamente ad essere maschio, ma può essere anche di sesso femminile. Questo cucciolo generalmente domina i suoi fratelli durante la vita passata insieme, come nel gioco e nel momento della nutrizione e tende anche ad essere più attivo, lasciando le cure e la protezione offerte dalla madre prima rispetto agli altri.

I cuccioli vengono allattati dalla madre per il primo mese ed oltre di vita, infatti non lascerà toccar loro la carne cacciata per se stessa fino a che non abbiano compiuto i 40 giorni di vita, con uno svezzamento definitivo intorno ai due mesi.

I primi movimenti e attività che i cuccioli svolgono, che consistono nel “gioco” tra di loro e con la madre, avvengono dopo il primo mese.

A 8 settimane dalla nascita, i cuccioli sono pronti a seguire la madre al di fuori della tana che li proteggeva e dalla quale non erano mai usciti. Nonostante questo non si avventurano a “viaggiare” con la madre all’interno del proprio territorio, restando nei pressi della tana pronti a rientrare in caso di pericolo.

I cuccioli raggiungono una vera e propria indipendenza circa dopo i 18 mesi di età, ma nonostante questo non abbandoneranno la madre prima dei 2-2 ½ anni. Le femmine raggiungono la maturità sessuale intorno ai 3-4 anni, mentre i maschi all’incirca verso i 4-5 anni.

Comportamento

 Non molto si sa sulle abitudini della tigre allo stato selvatico. I rari studi fin qui effettuati si riferiscono soprattutto alla sottospecie più comune, quella del Bengala. È comunque noto che questo felino, a differenza del leone, raramente si trova in spazi aperti. Le sue maggiori garanzie di successo nella caccia risiedono, infatti, nella possibilità di inseguire furtivamente la preda per poi tenderle l’agguato nel momento più opportuno. In un territorio privo di alberi il suo sgargiante mantello si staglierebbe in modo troppo evidente, mettendo sull’avviso gli altri animali; esso si confonde invece molto bene con l’ambiente nel folto della giungla o nel sottobosco in prossimità di pozze d’acqua.

Le tigri, animali solitari, sono di norma poco disponibili a dividere il proprio territorio con altri simili. Sono stati osservati, tuttavia, occasionali incontri che non si sono conclusi con una lotta e anche casi di spartizione di una preda. È stato pure osservato che i maschi hanno un più spiccato senso di territorialità: essi tollerano le intrusioni delle femmine assai più di quelle compiute da rappresentanti dello stesso sesso, mentre le femmine sono più predisposte alla condivisione con esponenti di entrambi i sessi.

esemplare di Panthera tigris immersa nell’acqua

Le tigri marcano il territorio graffiando gli alberi, spruzzando le piste battute con urina e secrezioni prodotte da ghiandole anali e anche depositando le proprie feci in luoghi ben evidenziati. Questi segnali forniscono informazioni sul detentore del territorio e inoltre mettono sull’avviso i maschi al riguardo di femmine in calore.

Come tutti i predatori, la tigre cerca di risparmiare al massimo le proprie energie per impiegarle nella caccia. Perciò trascorre anche l’80% del tempo riposando o dormendo. Si muove all’alba o, preferibilmente, con le luci del crepuscolo per poi cacciare, se necessario, l’intera notte. Complice l’oscurità, può percorrere grandi distanze camminando lungo i letti dei ruscelli, i sentieri e anche le strade battute dall’uomo. Quando avvista la preda, striscia in avanti tenendo il corpo quasi a livello del suolo per evitare di essere scorta. Le strisce del mantello si rivelano in quei momenti molto utili per confondere la sua immagine con le ombre proiettate dall’erba alta.

Il possesso di un’area è particolarmente importante per la femmina, che soltanto se ha la certezza di muoversi in un ambiente ben conosciuto e ricco di prede, può crescere i suoi piccoli con relativa tranquillità. Il problema si pone soprattutto quando essi non possono ancora seguirla nella caccia: in questa situazione, infatti, la madre deve trovare cibo a poca distanza dalla tana, così da poter tornare e allattare la prole a intervalli regolari. La progressiva crescita dei figli le consentirà poi spostamenti sempre più lunghi, ma comunque l’impegno di alimentare a sufficienza se stessa e i cuccioli resta sempre molto gravoso per la madre. Il territorio di un maschio è abitualmente tre o quattro volte più grande rispetto a quello di una femmina, e ciò si spiega col fatto che la sua pulsione riproduttiva lo stimola all’incontro con più femmine in estro.

Le tigri compiono, all’interno dei loro territori, percorsi anche molto lunghi; questi itinerari sono disseminati di tane e nascondigli in cui riposare.

Diversamente dal leone e dal leopardo, la tigre non ha l’abitudine di salire sugli alberi.

Diversamente da altri felini, la tigre è molto attratta dall’acqua, ed è facile, quando il clima è caldo, vederla immersa in fiumi o ruscelli. Nuotatrice capace di percorrere lunghe distanze, insegue le prede anche nelle grandi pozze d’acqua, da cui riemerge tenendo in bocca l’animale appena ucciso. La forza dimostrata nell’effettuare questi trasporti è sorprendente. Può trascinare in un luogo sicuro, dove cibarsi con tranquillità, un maschio di bufalo indiano del peso di circa 900 kg.

Predazione e dieta

 La tigre ha un fabbisogno alimentare di 3-4 tonnellate di carne all’anno. Abitualmente caccia da sola. In casi eccezionali, però – come è già stato rilevato – si sono visti due esemplari cooperare all’abbattimento di una preda molto grande.

L’attività ha inizio di preferenza all’imbrunire. Il felino percorre, lento e silenzioso, i sentieri del proprio territorio, fermandosi talvolta per fiutare od osservare qualche traccia di possibili prede. Taluni esemplari sembrano compiere un preciso percorso, già ben delineato da marcature precedenti. La ricerca di cibo è comunque irta di difficoltà. Si è calcolato che su oltre 20 tentativi di agguato solo uno si conclude positivamente.

La tigre, dopo aver avvistato la preda, si nasconde nell’erba alta per avvicinarla quanto più è possibile senza farsi scorgere. Perché il suo attacco abbia possibilità di successo, deve trovarsi in un raggio d’azione che non superi i 10-20 metri. Quando il momento appare opportuno, il felino balza come una molla addosso all’animale facendo leva sulle potenti zampe posteriori.

Una tigre siberiana (Panthera tigris altaica) a caccia di un cervo

Spesso la sua stessa mole è sufficiente a far cadere a terra la preda, che viene subito artigliata con le zampe anteriori. Successivamente la tigre affonda i denti all’altezza delle prime vertebre del collo della vittima, in prossimità del cranio. Le zampe posteriori, saldamente appoggiate al terreno, le danno il giusto equilibrio per scuotere con violenza la testa dell’animale, provocando in breve la rottura della colonna vertebrale.

In taluni casi, la tigre attacca frontalmente puntando alla gola della preda; i denti affilati recidono vitali vasi sanguigni e anche se la giugulare non viene lesa, il felino ha forza sufficiente per trattenere la vittima nella sua morsa finché non muore per soffocamento.

Cacciatrice dalla enorme forza, la tigre è in grado di uccidere anche animali grandi quattro o cinque volte la sua taglia, lacerando loro i tendini all’altezza delle ginocchia con le sue zampe anteriori, per renderli impotenti. Successivamente si abbatte sul loro dorso uccidendoli nel modo già descritto. Altrimenti usando la sua forza li getta a terra e li uccide. Sono stati documentati molti casi di tigri che hanno gettato al terreno bufali e gaur sei volte il loro peso.

Dopo averla uccisa, la tigre trascina la carcassa della preda in un luogo isolato, lontano da animali spazzini come avvoltoi e sciacalli, e di preferenza in prossimità dell’acqua. Essa è solita cominciare il pasto dai quarti posteriori squarciando la pelle con gli artigli e i denti affilati e passandovi poi sopra la lingua rasposa. Un adulto di tigre del Bengala può divorare anche 30 kg di carne in una volta sola. In seguito sentirà il bisogno di dissetarsi. Se la preda non è ancora totalmente consumata, il predatore seppellisce i resti sotto un cumulo di foglie e ritorna sul luogo diverse notti di seguito per completare il pasto. Durante questo periodo, non si allontana mai troppo dalla carcassa per difenderla dagli altri animali affamati. La voracissima tigre si nutre di qualsiasi parte della preda, compresi polmoni, reni e altri organi interni; a differenza di altri felini, continua a ripulire la carcassa anche quando la carne, con il passare dei giorni, incomincia a imputridire.

Una tigre (Panthera tigris amoyensis) che si ciba di un Bos frontalis

La femmina di tigre, impegnata a portare cibo ai piccoli, li sorveglia durante il pasto e mangia soltanto quando essi sono sazi. Si è calcolato che una madre deve uccidere una volta ogni cinque-sei giorni, raggiungendo una quota annua di 60-70 prede, mentre una femmina priva di cuccioli soltanto una volta ogni otto giorni, non superando il numero annuo di 40-50 uccisioni. I cuccioli imparano a cacciare osservando la madre. La loro iniziazione comincia fin dalle prime settimane, attraverso i modelli di comportamento suggeriti dal gioco.

La tigre tenta di evitare durante la caccia ferimenti che potrebbero renderla invalida (probabilmente in modo istintivo), ma se riesce a raggiugnere una preda, può ingaggiare lotte sanguinose, data anche la scarsa percentuale di agguati che riescono. Gli orsi labiati e i cinghiali si difendono furiosamente e talvolta hanno ucciso il predatore. In genere non caccia animali più grandi dei gaur, ma può arrivare ad attaccare rinoceronti ed elefanti adulti se necessario. La lotta con questi ultimi può durare una notte intera e c’è un solo caso certificato di uccisione, con altri possibili. I primi invece subiscono attacchi molto più di frequente. È stato documentato un caso di uccisione anche di un coccodrillo di considerevoli dimensioni, abbattuto però sulla terraferma.

Attacchi contro l’uomo

 La tigre è il felino con la più alta reputazione di “mangiatrice di uomini”, particolarmente nel territorio indiano. Ciò non significa che l’uomo sia parte integrante della loro dieta, tuttavia può accadere che si verifichino degli attacchi da parte di alcuni esemplari nei confronti di persone, non necessariamente legati alla vera e propria caccia in cerca di cibo, ma più semplicemente perché si sentono minacciate o per difendere il loro territorio. Quindi, è da considerare come prima causa degli attacchi, l’invasione dell’areale da parte dell’uomo che nel corso degli anni ha sensibilmente ridotto l’habitat naturale della tigre, che unito ai cambiamenti climatici ha sempre più portato la tigre a contatto con l’uomo generando automaticamente, vista l’incompatibilità naturale tra di essi, scontri mortali . Dall’inizio del XX secolo, le vittime umane si sono di molto abbassate, nonostante tutto nel 1950, si sono rilevate all’incirca 5.000 decessi l’anno causati da attacchi di tigre.

Quindi vengono identificate come “mangiatrici di uomini”, solo quegli esemplari che considerano l’uomo come preda e lo attaccano per nutrirsi e che sono in grado di trasmettere e far accettare il sapore della carne umana, che normalmente non rientra nella loro “dieta”, ai piccoli e perpetuare una linea di mangiatrici di uomini.

Uno dei casi più celebri di “tigre mangiatrice di uomini” è sicuramente la Tigre di Champawat, così denominata in quanto occupava il territorio nel distretto della città di Champawat dopo essere stata cacciata dal Nepal. Questo esemplare, secondo le testimonianze tra le quali quella di Jim Corbett che la uccise nel 1907, aveva ucciso non meno di 438 persone in otto anni.

Si è riscontrato che la perdita o rottura dei canini, denti essenziali alla tigre per uccidere le sue prede, è un fattore che può spingere la tigre, che solitamente è in grado di attaccare anche animali molto più grossi di lei, verso prede più piccole e deboli, come anche gli essere umani. Questo fatto, fu notato da Jim Corbett dopo l’uccisione della Tigre di Champawat e confermata successivamente dalla testimonianza di Pierre Pfeffer, che riportò di una tigre ferita alla mascella da un colpo di fucile, che iniziò a nutrirsi di carne umana.

Al Sundarbans, grande foresta di mangrovie che si trova nel delta del fiume Gange e si estende su regioni appartenenti al Bangladesh e allo stato del Bengala Occidentale in India, appartengono le ultime “mangiatrici di uomini” che tra il 1948-1986, hanno ucciso più di 800 persone, ed attualmente ci sono attacchi che causano all’incirca cinquanta vittime ogni anno.

Sono stati adottati diversi metodi per evitare di subire attacchi e proteggere le persone che abitano e lavorano vicino o addirittura all’interno del territorio (areale) delle tigri, uno dei quali è l’indossare una maschera sul retro della testa, metodo che par essere efficace in quanto le tigri hanno l’abitudine di sferrare i loro attacchi alle spalle e questa maschera ingannerebbe la tigre sulla reale posizione della persona.

Rischio d’estinzione e minacce

 Nonostante le misure a tutela della conservazione della specie, attualmente tutte le sottospecie di tigre sono da considerarsi in pericolo d’estinzione. Si tratta di un processo in accelerazione a partire dagli ultimi due secoli. Fino alla metà del 1700, gli esemplari di questa specie erano numerosi e si spostavano agevolmente in ogni parte dell’Asia, costituendo i propri territori ovunque vi fosse abbondanza di prede. La loro popolazione complessiva superava la cifra di 100.000 unità, di cui 40.000 erano nelle giungle indiane.

A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la situazione incominciò a cambiare radicalmente. Le armi da fuoco, divenute più efficienti, misero gli esponenti delle classi agiate nella condizione di fare della caccia alla tigre uno sport elitario. Contemporaneamente, l’infittirsi dei rapporti commerciali con l’Europa provocò la forte richiesta sul mercato di legname di pregio, come per esempio il mogano, che cresce nelle foreste indiane.

La caccia indiscriminata alla tigre da parte dell’uomo, dovuta in particolar modo al bracconaggio per il commercio delle pelli, alle credenze della medicina tradizionale cinese ed alla paura che l’animale incute per la fama di “mangiatrice di uomini”, il tutto aggravato dalla costante riduzione del suo habitat naturale, hanno portato ad una diminuzione drastica del numero di esemplari in natura. Nel 2006 una stima mondiale ha portato in evidenza che gli esemplari in natura si aggirerebbero tra i 3.402 e i 5.140, mentre gli ultimi rilevamenti pongono il numero intorno ai 3.200 esemplari.

Caccia alla tigre

 « “Possiamo affermare che ci vuole un sacco di polvere e piombo per la caccia alla tigre. […] Propongo quindi di utilizzare un fucile a doppia canna, calibro diciotto millimetri, con una pallottola cilindrico-conica, leggermente forata nella parte posteriore. ” »

 (A. Thomas-Anquetil, 1866.)

Caccia alle tigri con elefanti. Thomas Williamson, 1808

La tigre è stata considerata il trofeo di caccia per eccellenza nel corso del XIX secolo e del XX secolo, causando una forte diminuzione del numero degli esemplari in natura, da una stima risulta che, nel corso degli anni 1950-1960, più di 3.000 tigri sono state uccise per il solo scopo di farne un trofeo. La caccia alla tigre era diventata uno vero e proprio sport popolare tra i colonizzatori britannici dell’Asia, i Maharaja e gli aristocratici statunitensi. Questa caccia indiscriminata era “supportata” dal fatto che la tigre era considerata, causa credenze popolari, un animale estremamente pericoloso, delle volte un vero e proprio mostro mangiatore di uomini e di conseguenza un predatore da uccidere, portando al suo cacciatore gloria ed onori.[99] Nel tardo XIX secolo, alcuni cacciatori iniziarono a preoccuparsi del numero di esemplari di tigre, un esempio fu quando, il capitano delle guardie del Bengala riferì, nel 1882, che in due settimane di caccia alle tigri riuscirono a trovare ed uccidere solo due o tre esemplari rispetto alle decine che si trovavano in precedenza nello stesso lasso di tempo.

Le tecniche di caccia erano numerose, da quella a piedi con l’utilizzo di esche, quella con branchi di cani, quella a cavallo o con cammelli, oppure utilizzando tecniche come appiccando piccoli incendi per dirigere le tigri in determinate zone o quella di provocare la cecità all’animale attraverso apposite miscele diluite nell’acqua ove erano solite abbeverarsi, anche se la metodologia più diffusa era quella della caccia con gli elefanti.

In tempi più recenti la caccia alla tigre è dovuta al continuo avanzamento della presenza dell’uomo all’interno dell’habitat naturale, con coltivazioni, villaggi ed allevamenti, invadendo sempre più il territorio di caccia della tigre e non esistando ad ucciderne esemplari che avessero cacciato ed ucciso bestiame e cani o si fossero semplicemente avvicinati a quelli che ormai erano diventati territori abitati.

Bracconaggio

 

Verso la fine del XX secolo, visto l’avvento dei divieti per la caccia alla tigre grazie ai primi progetti di salvaguardia della specie (ultimo tra questi il divieto cinese del 1996), iniziò a formarsi un commercio illegale sulla tigre che diede vita ad un vero e proprio bracconaggio da parte di cacciatori di frodo. Nei primi anni del 1990 il bracconaggio era sostenuto soprattutto per il commercio delle ossa in favore della Medicina tradizionale cinese (Nowell, 2000) e nonostante le azioni per contrastarlo, anche a livello internazionale, tale commercio illegale persiste (Nowell, 2007). Vi sono altri fattori che alimentano la caccia di frodo e sono principalmente il commercio illegale di pelli, denti ed artigli (Pastore e Magnus, 2004; Ng e Nemora 2007).

Distruzione dell’habitat

Essendo la tigre una specie di animale che necessita di grandi spazi per poter vivere e riprodursi, è molto sensibile anche al minimo cambiamento dell’habitat in cui vive e la sua continua diminuzione è una delle principali cause che hanno portato la tigre al rischio d’estinzione.Tutto questo è principalmente causato dall’Uomo e dalla sua costante crescita demografica, considerata in Aasia una vera e propria esplosione demografica, che ha interessato aree che in precedenza offrivano alla tigre ampi spazi ove vivere. La conseguenza è stata una costante distruzione delle foreste, anche mediante grossi incendi. La deforestazione oltre all’aver limitato lo spazio fisico a disposizione della tigre, ha comportato uno squilibrio nella biodiversità delle aree, dando il via ad una drastica diminuzione delle prede ed ad un elevato rischio di contatto con l’uomo, che trasformando quello che era foresta in campi agricoli ed il relativo avanzamento delle aree urbanizzate era definitivamente entrato nella nicchia ecologica della tigre e di altre specie di animali.

Medicina tradizionale asiatica

 In Asia, i miti e credenze popolari, che spesso vogliono che parti di animali possano essere utilizzate come cura per malattie, hanno portato la medicina tradizionale a produrre farmaci con ossa di tigre, anche se la loro reale efficacia non sia mai stata provata. Nonostante ciò, resta molto diffusa questa credenza, soprattutto in Cina, dove molte persone hanno la convinzione che la tigre, oltre a queste pseudo-proprietà medicinali ed antidolorifiche, abbia anche poteri afrodisiaci. Tutto questo ha contribuito ad accelerare il rischio di scomparsa della specie.

 Negli ultimi anni, anche grazie a controlli, il traffico di ossa di tigre è diminuito sia in India sia in Russia. In Cina è stato vietato, a partire dal 1993, nella Farmacopea di utilizzare ossa di tigre. A Taiwan, il 59% delle farmacie sul territorio vendeva e preparava “farmaci” contenenti ossa di tigre, dai primi anni ’90 il numero è iniziato a calare fino ad arrivare al di sotto dell’1% nel 2009. Mentre in Birmania, Cambogia, Indonesia, Laos e Vietnam, la lotta contro il bracconaggio è molto debole e di conseguenza il mercato continua.

 Alcuni proprietari di aziende in Cina, vorrebbero poter vendere le ossa e le pelli di tigri morte in cattività.Però il WWF ritiene, che questa pratica di sfruttamento degli animali di allevamento, non aiuterebbe a far diminuire il bracconaggio degli animali selvatici, anzi comporterebbe un aumento dei allevamento indiscriminato di tigri con il solo scopo di poterle sfruttare una volta morte, per questo l’organizzazione mondiale per la conservazione della natura promuove campagne per impedire, l’allevamento in cattività di tigri a scopo mercantilistico (commercio di pelli e ossa).

Nemici in natura

 Essendo un predatore alfa, non ha predatori in natura che possano direttamente minacciarla e di conseguenza la tigre ha pochi nemici naturali.

 Tuttavia a volte si è riscontrato che degli orsi maschi hanno ucciso degli esemplari di cuccioli di tigre.

 Altri rari casi di attacco verso una tigre si sono riscontrati da parte di branchi di cani rossi selvatici indiani (Cuon alpinus), che, attaccando in gruppo, grazie ad una particolare tecnica di caccia a volte riescono ad avere la meglio su animali di taglia molto superiore della loro.

Conservazione della specie

 La continua riduzione del numero di esemplari in natura ha inserito la tigre all’interno delle specie a rischio d’estinzione. Per contrastare ed evitare l’estinzione si sono venuti a creare nel tempo vari progetti, Governativi e non (OGN), a salvaguardia ed alla conservazione della specie Panthera tigris. Attualmente, con il supporto di IUCN[113] molte delle iniziative, collaborano attraverso un programma denominato Save The Tiger Fund (STF).

Per consentire una migliore salvaguardia della specie si sono costituite delle riserve naturali, distribuite nei territori caratterizzati da un habitat tale, da consentire alla tigre una buona sopravvivenza in natura. Attualmente si contano ventitré riserve sul territorio Indiano, tre parchi nazionali in Nepal, diciannove in Thailandia, quattordici aree protette in Vietnam, cinque riserve nell’isola Sumatra, tre riserve in Russia ed una in Cina.

Progetto Tigre (India)

 Nel 1972, il governo indiano ha preso una decisione che si è rivelata forse determinante per la salvaguardia della specie: quella di condurre un’indagine sulla situazione degli esemplari superstiti. Ne è emerso un numero estremamente basso, pari a solo 1800 tigri. La stessa indagine, condotta sull’intero areale asiatico della specie, ha consentito di apprendere che le sottospecie di Bali e del Caspio si erano ormai estinte e la medesima sorte era probabilmente toccata alla sottospecie di Giava. Migliore la situazione nell’isola di Sumatra, in cui si era registrata la presenza di 600 esemplari, e in Indocina, dove la popolazione era stata valutata nel numero di circa 2000 esemplari. Assai limitato, ma relativamente stabile, appariva il numero degli appartenenti alla sottospecie siberiana, abitatrice di un ambiente meno sottoposto allo sfruttamento da parte dell’uomo.

Dopo questi rilevamenti, si è imposto il ricorso a misure drastiche per tutelare gli esemplari superstiti. Il governo indiano ha preso per primo l’iniziativa, e il 1º aprile del 1973 ha dato il via al Progetto Tigre (“Project Tiger”) vietando la caccia alla tigre e l’esportazione delle sue pelli e accogliendo successivamente l’invito, proveniente dalle grandi organizzazioni protezionistiche, di istituire riserve che costituissero zone di rifugio e di ripopolamento della specie. Il progetto governativo prese sempre più corpo, finanziato grazie anche a una raccolta di fondi a livello internazionale promossa dal WWF.

 

Indira Gandhi, in quell’epoca primo ministro, si interessò personalmente alla costituzione di un comitato per il coordinamento fra tutti gli Stati dell’India.[122] L’esempio fu seguito da altri Paesi, che realizzarono riserve naturali entro i confini del Bangladesh, del Nepal e del Bhutan.

Dal 4 settembre del 2006 il progetto fa parte della National Tiger Conservation Authority (NTCA) (Un organismo di diritto del il Ministero dell’Ambiente e delle Foreste, Governo dell’India).

Salvare la Tigre Cinese (Cina)

 Il Save China’s Tigers (SCT) nasce dalla necessità di evitare l’estinzione della tigre della Cina meridionale (Panthera tigris amoyensis).

 Nel 1998, quando ormai rimanevano non più di 30 esemplari allo stato selvatico e 60 in cattività, iniziano a formarsi i primi gruppi e progetti a salvaguardia della tigre, culminato con l’istituzione ufficiale a Pechino il 26 novembre del 2002, che in collaborazione con il Centre of the State Forestry Administration of China ed il Chinese Tigers South Africa Trust, porterà all’attuale progetto di salvaguardia e reintroduzione in natura della tigre della Cina meridionale. Il progetto ha permesso la costruzione di una riserva naturale in Cina ed una in Sudafrica, ove gli animali possano riprodursi in sicurezza e successivamente reintrodotti in natura nel loro habitat naturale nel territorio cinese.

La speranza ed obbiettivo del progetto è che dall’anno 2010 (anno cinese della tigre), i primi esemplari di tigre nati e cresciuti all’interno della riserva sudafricana, possano essere rimessi in libertà.

Progetti WWF

 Il WWF (World Wildlife Fund), la più grande organizzazione mondiale per la conservazione della natura, fin dagli anni ’70 è attivo per la salvaguardia della tigre, attraverso proprie iniziative o a supporto di altre già esistenti.

Nel 2002 ha steso un piano di conservazione della durata di 8 anni

Dal 2010 (anno cinese della tigre) ha varato il progetto Tx2: Double or nothing[128], che mira a raddoppiare il numero di animali presenti in natura entro il 2022 (data in cui ricorrerà il prossimo anno cinese della tigre), puntando soprattutto nel contrastare il bracconaggio, la distruzione dell’habitat, il commercio illegale di pelli ed alla protezione ed implementazione dei fondi di sostegno nonché alla collaborazione con i governi degli stati interessati.

Sono stati anche identificati i dieci problemi più gravosi alla base della minaccia d’estinzione della tigre, suddivisi per tipologia ed aree geografiche di interesse, che comprendo, oltre alle varie nazioni asiatiche dove la tigre vive, ma anche Europa e Stati Uniti. Infatti, il vecchio continente, risulta essere uno tra i più grandi consumatori di Olio di palma, che per essere prodotto necessità di convertire alla coltivazione di palme aree ecologicamente importanti come zone di foresta pluviale habitat primario della tigre.Mentre gli Stati Uniti sarebebro colpevoli di avere presenti sul proprio territorio numerosi esemplari in cattività non più reinseribili in natura.

La tigre nella cultura popolare

Mitologia, leggenda e religione

 La tigre ha un occupa una posizione importante nella mitologia e nell credenze in Asia. In particolare, nella religione induista, Shiva, il dio della distruzione, è raffigurato con una pelle di una tigre. Mentre Durga, dea delle diciotto braccia, monta una tigre in combattimento.

In India, la tigre è il simbolo della regalità e del potere divino, mentre in tutta la penisiola indocinese e nell’isola di Sumatra rappresenta il castigo divino.

Secondo il antico calendario lunare cinese, la “Tigre ( Hu)” è uno dei 12 segni dell’astrologia cinese che rappresentano gli anni del calendario. È anche tradizionalmente una delle quattro grandi creature delle costellazioni cinesi, chiamata la Tigre Bianca dell’Ovest (西方白虎, Xī Fāng Bái Hǔ) è associata all’ovest e all’autunno.

L’importanza di questo animale per il popolo cinese, la si nota anche nella fatto che esso viene consederato il “Re degli animali”, mentre nella cultura occidentale è solitamente il leone ad avere quel “titolo”.

Vi sono anche molte leggende con protagonista la tigre, come quella del principe Sa Chui che sacrificò la sua vita per sfamare una tigre e i suoi cuccioli, facendosi divorare da essi. Oppure l’usanza di apporre immagini di tigri bianche all’interno delle abitazioni per tener lontani e proteggerle dai topi e dai serpenti.

Arti marziali

 Nelle arti marziali, principalmente in quelle asiatiche (cinesi e giapponesi), la tigre è presente sotto forma di simbolo, ideologia e stili tecnici.

Nel 武术 Wushu (le arti marziali cinesi), la tigre simboleggia particolari tecniche e stili di combattimento, in particolare nello Xiangxingquan o stile imitativo, categoria di stili di arti marziali che riproduce i movimenti degli animali. Nella fattispecie troviamo: l’Huquan (虎拳, Pugilato della Tigre), Il Tanglonghushi (螳螂虎式, Tanglang Hu Shi, Stile della mantide religiosa e della tigre) e L’Heihuquan (黑虎拳, Pugilato della Tigre Nera).

Nel karate, la tigre è il simbolo di forza e coraggio, lasciato in eredità dal Maestro Gichin Funakoshi fondatore dello Stile Shotokan al gruppo Shotokai.

Arte

 Come il leone, anche la tigre è sempre stata un soggetto molto diffuso in tutte le forme di arte figurativa, nella pittura, nella scultura, in architettura, in letteratura, nella musica e nei Film.

La prime rappresentazioni di tigre, giunte ai giorni nostri, sono i mosaici degli antichi romani ove il felino rappresentava un punto di riferimento durante le festività (Ludi Romani) nelle lotte dei circhi romani.

Un classico esempio di utilizzo come soggetto della tigre è il monumentale dipinto di Rubens la Caccia alla tigre, che ha ispirato successivamente molti altri pittori e le opere di Rousseau. L’animale è stato inoltre inserito nei dipinti di molti altri artisti come Delacroix, Charles Lapicque, Salvador Dali e Géricault. Grazie alla presenza sul territorio la tigre è anche fortemente rappresentata nell’arte cinese, giapponese ed indiana.

Sport

 La tigre viene spesso utilizzata come simbolo e mascotte in ambito sportivo:

 Hodori (stilizzazione di una Tigre dell’Amur) fu il nome della mascotte ufficiale dei Giochi della XXIV Olimpiade in Corea del Sud (Seoul);

 Compare nell’emblema di numerose associazioni sportive, come per la Nazionale di calcio della Corea del Sud (le Tigri Asiatiche) ed in altre squadre di club, l’australiana Richmond Football Club e l’inglese Hull City Association Football Club ma è presente in altri numerosi sport, ad esempio nel rugby con Leicester Tigers, nel Cricket per la Nazionale di cricket del Bangladesh e nel baseball con i Detroit Tigers oltre altri numerori sport;

 Viene anche utilizzata come nickname da alcuni atleti, come il pugile tedesco Dariusz Michalczewski e il capitano della Nazionale di cricket dell’India, Mansoor Ali Khan Pataudi.